Divina Commedia: Paradiso, Canto V

Odoardo Borrani (1833-1905), Passeggiata di Dante

 
È Beatrice ad aprir Canto, del Dante confortandone stupore pel proprio rilucere, affrontandone poi le perplessità confidatele circa la possibilità di controbilanciare, mediante nuova promessa od opera virtuosa, l’inadempienza al voto, del quale dunque ella illustra valore addentrandosi nel concetto di libero arbitrio di cui, tra le creature, unicamente l’essere umano è stato da Dio privilegiato, pertanto affermando che ogni volontà, in quanto tale, quando sacrificata non può esser permutata.

La donna tuttavia approfondisce, differenziando nel caso di materia o forma del voto stesso, una possibile variazione essendo concretizzabile solo nel primo caso ed esclusivamente qualora la nuova materia risulti più corposa, a livello d’impegno, pena l’irrealizzabilità del tutto.

Argomento molto caro a Dante, dalla beata guida menzionato, con toni a tratti riprovevoli, è la facilità con la quale la Chiesa, in determinati periodi storici, si rivelò propensa a sciogliere promesse di voto dietro compenso pecuniario, testimonianza ulteriore della corruzione ecclesiastica dilagante dell’epoca.

Terminato il proprio illuminante sermone, Beatrice trasfigura e s’azzittisce, segno d’un’imminente risalita alla successiva sfera celeste, alla quale lei ed il suo protetto giungono con la velocità d’una stoccata, arrivando nel Cielo di Mercurio ove, in concitata attesa di parlare, più di mille anime arrivano al cospetto della coppia, ognuna racchiusa nel proprio fascio luminoso.

Dopo un intimo confronto con i propri lettori, allo scopo di trascinarli nella scena, l’autore della Commedia torna viandante e come tale dà voce a uno spirito, nell’ultimo verso lasciandone in sospeso generalità e vissuti.

L’individualità dell’uomo, nella sua accezione puramente terrena, diviene perno centrale, tramite il libero arbitrio delineandone la preziosa capacità di scelta e portandone le peculiari caratteristiche umane su uno sfondo celeste, il medesimo dove Dante, pende dalle labbra dell’amata, fra desiderio di sapere e mai sopita infatuazione.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto V • Poul Simon Christiansen (1855-1933), Dante e Beatrice in Paradiso, 1895 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Poul Simon Christiansen (1855-1933), Dante e Beatrice in Paradiso, 1895

 

«S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore
di là dal modo che ’n terra si vede,
3 sì che del viso tuo vinco il valore,
non ti maravigliar, ché ciò procede
da perfetto veder, che, come apprende,
6 così nel bene appreso move il piede.

“S’io rifulgo fiammeggiante nel calor del divino (ti fiammeggio nel caldo d’) amore più di quanto sia possibile vedere dal mondo terrestre (di là dal modo che ’n terra si vede), in tal maniera soggiogando la tua facoltà visiva (sì che del viso tuo vinco il valore), non ti stupire (maravigliar), poiché codesto fenomeno s’origina (ché ciò procede) dalla perfezione della vista intellettiva (da perfetto veder), la quale (che), a maggior percezione del bene supremo, in esso muove i suoi passi (come apprende, così nel bene appreso move il piede).

Beatrice spiega come la perfezione delle sua vista, più s’addentra nel Creatore, più dallo stesso viene illuminata, salvo che con “perfetto veder”, come sostengono taluni dantisti, la minor parte a dir il vero, non s’intenda la vista di Dante.

Io veggio ben sì come già resplende
ne l’intelletto tuo l’etterna luce,
9 che, vista, sola e sempre amore accende;

Io noto perfettamente (veggio ben sì) come gìà nel tuo intelletto rifulga (resplende) il lume della verità suprema (l’etterna luce) che, una volta osservata (vista), accende d’amore privilegiato (sola) e (inesauribile);

Trattasi della lux Dei, ovvero della luce di Dio, fonte di verità assoluta.

e s’altra cosa vostro amor seduce,
non è se non di quella alcun vestigio,
12 mal conosciuto, che quivi traluce.

e se qualsivoglia alternativa alletti (s’altra cosa seduce) il vostro amore terreno, non è che una flebile traccia fraintesa (alcun vestigio mal conosciuto) dell’eterna luce (di quella), che in essa trapela (quivi riluce).

Della temporaneità dei beni terreni accennò Virgilio in più parti del diciassettesimo Canto del Purgatorio, ad esempio dichiarando: “Ciascun confusamente un bene apprende nel qual si queti l’animo, e disira; per che di giugner lui ciascun contende. Se lento amore a lui veder vi tira o a lui acquistar, questa cornice, dopo giusto penter, ve ne martira. Altro ben è che non fa l’uom felice; non è felicità, non è la buona essenza, d’ogne ben frutto e radice” (vv. 127-135); così come in quello successivo: “L’animo, ch’è creato ad amar presto, ad ogne cosa è mobile che piace, tosto che dal piacere in atto è desto. Vostra apprensiva da esser verace tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, sì che l’animo ad essa volger face; e se, rivolto, inver’ di lei si piega, quel piegare è amor, quell’è natura che per piacer di novo in voi si lega. Poi, come ’l foco movesi in altura per la sua forma ch’è nata a salire là dove più in sua matera dura, così l’animo preso entra in disire, ch’è moto spiritale, e mai non posa fin che la cosa amata il fa gioire. Or ti puote apparer quant’è nascosa la veritate a la gente ch’avvera ciascun amore in sé laudabil cosa; però che forse appar la sua matera sempre esser buona, ma non ciascun segno è buono, ancor che buona sia la cera” (vv. 19-39); oltre a Beatrice nel primo di codesta Cantica: “Vero è che, come forma non s’accorda molte fïate a l’intenzion de l’arte, perch’a risponder la materia è sorda, così da questo corso si diparte talor la creatura, c’ha podere di piegar, così pinta, in altra parte” (vv. 127-132).

Tu vuo’ saper se con altro servigio,
per manco voto, si può render tanto
15 che l’anima sicuri di letigio».

Tu vorresti (vuo’) sapere se, nei casi d’inadempienza (per manco) al voto, sia possibile compensare (si può render tanto), tramite una differente opera meritoria (con altro servigio), per salvaguardare (che sicuri) l’anima da ogni dissidio (di letigio)”.

Curiosità, questa, sorta nell’Alighieri in chiusura del precedente Canto, in base alla quale egli si chiede se vi sia qualche possibilità, in caso il voto non venga rispettato, d’evitare la giustizia divina.

Sì cominciò Beatrice questo canto;
e sì com’uom che suo parlar non spezza,
18 continüò così ’l processo santo:

Così Beatrice a far d’incipit (cominciò) a questo Canto; e similmente a colui (sì com’uom) che non interrompe (spezza) il proprio discorso (suo parlar), così prosegue (continüò) il suo sacro argomentare (’l processo santo):

«Lo maggior don che Dio per sua larghezza
fesse creando, e a la sua bontate
21 più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
fu de la volontà la libertate;
di che le creature intelligenti,
24 e tutte e sole, fuoro e son dotate.

“Il maggior dono che Dio fece (fesse), per sua magnificenza (larghezza), creando l’uomo, e il più consono (conformato) alla sua bontà (a la sua bontate), nonché quello da lui maggiormente stimato (e quel ch’e’ più apprezza), fu il libero arbitrio (de la volontà la libertate); di cui (che) tutte le creature intelligenti), nella totalità ed esclusivamente loro (e tutte e sole), vennero (fuoro) e sono dotate.

Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
l’alto valor del voto, s’è sì fatto
27 che Dio consenta quando tu consenti;

Or, se tu parti da tale assunto (quinci argomenti), ti si paleserà (parrà) il nobile (alto) valore del voto, salvo che sia pronunciato in maniera da esser ben accetto all’Altissimo (s’è sì fatto che Dio consenta) nell’istante in cui (quando) tu lo accetti (consenti);

Da subito, beatrice si riferisce al voto come ad un’azione sulla quale riflettere in maniera estremamente seria e consapevole.

ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto,
vittima fassi di questo tesoro,
30 tal quale io dico; e fassi col suo atto.

dato che, nello stipulare accordo (nel fermar patto) tra Dio e l’uomo (omo), si sacrifica il (vittima fassi di) questo tesoro, di cui ti sto parlando (tal quale io dico); e lo si fa (fassi) in volontario agire (col suo atto).

Tramite il voto si consacra all’Onnipotente, in maniera del tutto intenzionale, il proprio libero arbitrio.

Dunque che render puossi per ristoro?
Se credi bene usar quel c’hai offerto,
33 di maltolletto vuo’ far buon lavoro.

Cosa mai si potrebbe pertanto rendere come indennizzo (Dunque che render puossi per ristoro)? Se in te è l’illusione di poter ben utilizzar (credi bene usar quel) ciò che precedentemente hai offerto in dono è come se del bottino (di maltolletto) volessi far opere di bene (vuo’ far buon lavoro).

Non si può pensar di utilizzare benevolmente ciò che si è immolato all’Ente Supremo, se lo si pretende in restituzione.

Tu se’ omai del maggior punto certo;
ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
36 che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,
convienti ancor sedere un poco a mensa,
però che ’l cibo rigido c’hai preso,
39 richiede ancora aiuto a tua dispensa.

Tu dovresti ormai aver appreso il nocciolo essenziale della questione (se’ omai del maggior punto certo); ma considerando (perché) che la Chiesa concede esoneri (dispensa) dai voti (in ciò) — questo fatto sembrando in contrasto con quanto t’ho appena rivelato (che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto) — ed essendo (però) indigesto (rigido) il cibo che hai appena assimilato (preso), la tua digestione (dispensa) necessita d’ulteriori sollecitazioni (richiede ancora aiuto).

La necessità d’ulteriori delucidazioni viene splendidamente metaforizzata con il processo digestivo e l’annullamento dei voti è tema talmente scottante da esser paragonato alla pesantezza d’una pietanza.

Apri la mente a quel ch’io ti paleso
e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
42 sanza lo ritenere, avere inteso.

Dedica la massima attenzione (Apri la mente) a quanto sto per dirti (quel ch’io ti paleso) e fissalo a memoria (fermalvi entro); poiché ciò che s’apprende (ché avere inteso), qualora non memorizzato (sanza lo ritenere), non trasmuterà in sapere (fa scïenza).

Qualsiasi nozione, se non fissata alla mente, cadrà in oblio senza possibilità alcuna di concretizzarsi in concreto apprendimento.

Due cose si convegnono a l’essenza
di questo sacrificio: l’una è quella
45 di che si fa; l’altr’è la convenenza.

Un paio di presupposti contribuiscono (Due cose si convegnono) a sugellare l’essenza del voto sacrificale (di questo sacrificio): la prima (l’una) è la materia stessa del voto (di che si fa); l’altra è la sua conformazione (forma).

La materia del voto sarebbe l’oggetto specifico dello stesso.

Quest’ultima già mai non si cancella
se non servata; e intorno di lei
48 sì preciso di sopra si favella:

Quest’ultima condizione giammai s’assolve (già mai non si cancella) se non attraverso adempimento (servata); ed è di lei che prima (di sopra) ti parlavo (si favella) in termini perentori (sì preciso):

Se il contenuto del voto può esser sostituito, la sua forma rimane immodificabile.

però necessitato fu a li Ebrei
pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta
51 si permutasse, come saver dei.

proprio a tal riguardo agli (però a li) Ebrei venne imposto (necessitato fu) di comunque offrire (pur l’offerere) sacrifici a Iddio, nonostante fosse loro concessa permuta di materia del voto (ancor ch’alcuna offerta si permutasse), come tu dovresti sapere (saver dei).

Agli Ebrei venne posta clausola immutabile di sacrifici al divino, con possibilità di permutare alcune offerte, come Dante non può ignorare, avendo sicuramente letto la Bibbia, fra le cui pagine del Levitico, il terzo libro, vengono elencati i sacrifici rituali decretati a Mosè, come patto d’alleanza con i figli d’Israele.

L’altra, che per materia t’è aperta,
puote ben esser tal, che non si falla
54 se con altra materia si converta.

L’altro requisito, quello che t’ho delineato (t’è aperta) come materia del voto, può (puote) ben esser di natura tale da non costituire peccato il mutarlo in (che non si falla se non si converta con) altra materia.

Con “altra” s’intende la materia del voto, potenzialmente modificabile.

Ma non trasmuti carco a la sua spalla
per suo arbitrio alcun, sanza la volta
57 e de la chiave bianca e de la gialla;

Ma nessuno (alcun) trasmuti il carico posto sulle proprie spalle (carco a la sua spalla) a sua personale discrezione (per suo arbitrio), senza che siano state girate tanto la chiave d’argento quanto quella dorata (sanza la volta e de la chiave bianca e de la gialla);

Le due chiavi sono quelle assegnate da Cristo a san Pietro, da quest’ultimo ai suoi subentranti e quindi a tutti i religiosi praticanti la confessione i quali, allegoricamente ruotando la chiave nella toppa, praticano attività d’assoluzione, come già anticipava la trentacinquesima terzina del ventisettesimo Canto infernale: “Lo ciel poss’io serrare e diserrare, come tu sai; però son due le chiavi che ’l mio antecessor non ebbe care”.

e ogne permutanza credi stolta,
se la cosa dimessa in la sorpresa
60 come ’l quattro nel sei non è raccolta.

e qualsivoglia permuta ritieni inattuabile (ogne permutanza credi stolta) qualora la materia del voto che si vorrebbe deporre (se la cosa dimessa) non si possa includere (è raccolta) in quella del nuovo voto (in la sorpresa) come il quattro sta nel sei.

Però qualunque cosa tanto pesa
per suo valor che tragga ogne bilancia,
63 sodisfar non si può con altra spesa.

Pertanto (Però) qualsivoglia materia di voto il cui valore farebbe pender ogni (qualunque cosa tanto pesa per suo valor che tragga ogne) bilancia, non si può supplire con nessun’altra controproposta.

Con l’espressione “quattro nel sei” Beatrice illustra come la sostituzione della materia di voto possa avvenire a condizione che il nuovo voto sia più impegnativo del precedente, pena l’inattuabilità del rimpiazzo.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto V • Giovanni di Paolo di Grazia (1398-1482), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Giovanni di Paolo di Grazia (1398-1482)
Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450

 

Non prendan li mortali il voto a ciancia;
siate fedeli, e a ciò far non bieci,
66 come Ieptè a la sua prima mancia;

Gli uomini (li mortali) non considerino (prendan) il voto con superficialità (a ciancia); siate fedeli ai vostri propositi, ma nel farlo non siate precipitosi (e a ciò far non bieci), al pari di quanto lo fu Iefte nella (come Ieptè a la) sua prima offerta sua prima (mancia);

Iefte, o Jefte, oppure Jephta, è personaggio biblico della tribù di Manasse e magistrato di Galaad — regione dell’antica Palestina, odierna Giordania — del quale si narra nel ‘Libro dei Giudici, un testo facente parte sia della Bibbia ebraica che di quella cristiana.

cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,
che, servando, far peggio; e così stolto
69 ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
onde pianse Efigènia il suo bel volto,
e fé pianger di sé i folli e i savi
72 ch’udir parlar di così fatto cólto.

al quale avrebbe in maggior misura giovato ammettere d’aver sbagliato (cui più si convenia dicer ‘Mal feci’), piuttosto che, nell’osservare il voto (servando), peggiorare la situazione (far peggio); e similmente (così) stolto puoi ritener (ritrovar) il gran duca dei Greci, a causa di cui Ifigenia (onde
Efigènia) pianse la sua beltà (il suo bel volto), facendo (e fé) piangere per il suo destino (di sé) tutti i folli e i saggi (savi), che abbiano appreso (ch’udir parlar) d’un siffatto sacrilegio (di così fatto cólto).

Iefte fece voto di sacrificare a Dio, in cambio della vittoria sugli Ammoniti, popolo residente sulle rive del Giordano, la prima persona che si fosse trovato davanti dopo la vittoria, ma infausta sorte volle che la tal persona fosse sua figlia, a lui accorsa per complimentarsi ed egli, pur di non ammetter errore e tener fede al voto, dopo un paio di mesi la immolò.

Del secondo esempio è protagonista il mitologico eroe Agamennone, ossa il “gran duca de’ Greci” il quale, al fin di placare venti sfavorevoli e numi avversi, che s’eran posti ad ostacolo al salpar verso Troia, promise in sacrificio alla dea della caccia Artemide — per i Romani Diana — la donna più bella del regno, malauguratamente primeggiando in beltà la sua stessa figlia, Ifigenia, che l’uomo non ebbe remore ad offrire come promesso; il pianto disperato della ragazza contagiò chiunque (i folli e i savi) l’avesse udita.

Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
non siate come penna ad ogne vento,
75 e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.

Siate, Cristiani, più responsabili (gravi) nelle azioni (a muovervi): non siate come piume sotto l’effetto d’ogni (penna ad ogne) vento, e non crediate che ogni voto sia idoneo al purificarvi (ch’ogne acqua vi lavi) dal peccato.

Avete il novo e ’l vecchio Testamento,
e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;
78 questo vi basti a vostro salvamento.

Avete il nuovo e il vecchio Testamento, oltre al pontefice (e ’l pastor de la Chiesa) che vi conduce (guida); questo vi sia sufficiente per la vostra salvezza (basti a vostro salvamento).


Se mala cupidigia altro vi grida,
uomini siate, e non pecore matte,
81 sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!

Se malevole bramosie (mala cupoidigia) vi aizzassero (grida) ad altro, siate uomini, e non pecore impazzite (matte), per modo da non farvi deridere dagli Ebrei (sì che ’l Giudeo di voi) che vivono tra voi!

Il riferimento agli Ebrei è dovuto al fatto della loro zelante precisione nel conformarsi ai decreti divini.

Non fate com’agnel che lascia il latte
de la sua madre, e semplice e lascivo
84 seco medesmo a suo piacer combatte!».

Non fate come l’agnello che abbandoni l’allattamento materno (lascia il latte de la sua madre), frivolo (semplice) e smodato (lascivo), scornandosi da sé (seco medesmo combatte), a suo piacimento (piacer)!”

La beata guida traccia un parallelismo tra coloro che s’approccino alla pratica del voto con imperdonabile leggerezza e degli agnellini inesperti che s’affranchino dall’accudimento materno precipitosamente, a loro stesso rischio e pericolo.

Così Beatrice a me com’ïo scrivo;
poi si rivolse tutta disïante
87 a quella parte ove ’l mondo è più vivo.

Testuali parole dette al pellegrino (me) da Beatrice, esattamente com’egli le riporta (com’ïo scrivo); poi la donna, traboccante desiderio (tutta disïante), volge sguardo (si rivolse) in quella parte d’universo (ove ’l mondo) ch’è più luminoso (vivo).

Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
90 che già nuove questioni avea davante;

Il suo ammutolirsi (tacere) e il suo mutar aspetto (’l trasmutar sembiante), silenziano lo smanioso (puoser silenzio al mio cupido) ingegno dell’Alighieri, che già era sul punto di porre (avea davante) nuove domande (nuove questioni);

Silenzio e trasfigurazione informano del processo d’ascensione.

Il paragone tra la repentinità della risalita e lo scoccar d’un dardo è magnifica immagine già utilizzata nel secondo Canto del Paradiso, in volata verso il Cielo della Luna: “Beatrice in suso, e io in lei guardava; e forse in tanto in quanto un quadrel posa e vola e da la noce si dischiava, giunto mi vidi ove mirabil cosa mi torse il viso a sé” (vv. 22-26).

e sì come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
93 così corremmo nel secondo regno.

e analogamente (sì come) ad una saetta che colpisca (percuote) il bersaglio (nel segno) prim’ancor (pria) che la corda abbia smesso di vibrare (sia cheta), così Dante e Beatrice svettano nella seconda sfera celeste (corremmo nel secondo regno).

Il “secondo regno” è il Cielo di Mercurio.

Quivi la donna mia vid’io sì lieta,
come nel lume di quel ciel si mise,
96 che più lucente se ne fé ’l pianeta.

Ivi (quivi) il discepolo vede (vid’io) la sua signora (donna mia) talmente radiosa di letizia (sì lieta), non appena immersasi nella luce (come si mise nel lume) di quel Cielo, da illuminarsi il pianeta stesso di riflesso (più lucente se ne fé).

E se la stella si cambiò e rise,
qual mi fec’io che pur da mia natura
99 trasmutabile son per tutte guise!

E se perfino il pianeta muta (la stella si cambiò) e sorride (ride), cosa non dev’esser stata la metamorfosi dall’Alighieri (qual mi fec’io) — pensa fra sé e sé l’autore — considerando la sua indole naturalmente (pur da mia natura) trasmutabile sotto ogni punto di vista!

Rende quasi una sfumatura goliardica immaginare Dante che, sulla mutazione e sul sorriso di un pianeta, che per sua stessa natura astrale dovrebbe essere invariabile, con estrema sincerità si racconta in tutto il suo turbamento.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto V • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 

Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura
traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
102 per modo che lo stimin lor pastura,
sì vid’io ben più di mille splendori
trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
105 «Ecco chi crescerà li nostri amori».
E sì come ciascuno a noi venìa,
vedeasi l’ombra piena di letizia
108 nel folgór chiaro che di lei uscia.

Come pesci che, in una peschiera dall’acque calme e cristalline (ch’è tranquilla e pura), convogliano verso un oggetto che proviene dall’esterno (traggonsi a ciò che vien di fori), credendolo commestibile (per modo che lo stimin lor pastura), così l’Alighieri vede un abbondante migliaio d’anime sfavillanti (sì vid’io ben più di mille splendori) giungere verso di lui e la sua amata (trarsi ver’ noi), e dall’interno d’ognuna udendosi (in ciascun s’udia): “Ecco chi alimenterà il nostro spirito di carità (crescerà li nostri amori)”.

Inizialmente la parvenza d’ogni anima è, sebben vagamente, osservabile, ciascuna all’interno del proprio immenso chiarore.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto V • Guglielmo Giraldi, Manoscritto Urbinate Latino 365, XV secolo, Biblioteca Apostolica Vaticana • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Guglielmo Giraldi
Manoscritto Urbinate Latino 365, XV secolo
Biblioteca Apostolica Vaticana

 

Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia
non procedesse, come tu avresti
111 di più savere angosciosa carizia;

L’autore della Commedia si rivolge direttamente ai suoi affezionati lettori: Pensa, lettor, se l’esposizione (quel) che qui inizia non seguitasse (procedesse), come in te s’originerebbe un’angosciante senso di carenza (tu avresti angosciosa carizia), nella frenesia di sapere (di più savere;

e per te vederai come da questi
m’era in disio d’udir lor condizioni,
114 sì come a li occhi mi fur manifesti.

e potrai percepir tu stesso (per te vederai) com’io fremessi (come m’era in disio) d’udir da questi spiriti la narrazione delle loro condizioni, nell’immediato del paventarmisi davanti agli (sì come mi fur manifesti a li) occhi.

Facendo leva sulla percezione della sete di conoscenza dei lettori, che diverrebbe arsura nel caso in cui Dante dovesse posar penna e interrompere il racconto sul più bello, il poeta cerca di far loro comprendere il suo impaziente stato d’animo nell’attendere di conoscere la condizione degli spiriti mercuriali.

«O bene nato a cui veder li troni
del trïunfo etternal concede grazia
117 prima che la milizia s’abbandoni,
del lume che per tutto il ciel si spazia
noi semo accesi; e però, se disii
120 di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia.»

Una delle anime scintillanti gli parla: “O spirito destinato alla salvezza (bene nato) e a cui la grazia divina ha permesso di visitare (veder) le dimore eterne (li troni del trïunfo etternal) dei beati, prima d’affrancarsi (s’abbandoni) da terrene milizie, noi siamo (semo) accesi dalla luce (lume) del Signore che s’effonde nella totalità dei Cieli (per tutto il ciel si spazia); dunque (e però), se desideri ricever chiarimenti (chiarirti) su di noi, chiedi a tuo piacere fin ad appagarti completamente (ti sazia)”.

La locuzione “prima che la milizia s’abbandoni” sta ovviamente a significare prima del passaggio a miglior vita.

Così da un di quelli spirti pii
detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
123 sicuramente, e credi come a dii».

Così viene detto all’Alighieri da una di quelle anime misericordiose (un di quelli spirti pii); e Beatrice lo incoraggia a parlare (Dì, dì) in tutta tranquillità (sicuramente), raccomandandogli di creder loro come anime conformi al Padre Eterno.

«Io veggio ben sì come tu t’annidi
nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
126 perch’e’ corusca sì come tu ridi;

“Io vedo chiaramente (veggio ben sì) come tu ti celi (t’annidi) all’interno della tua luce (nel proprio lume) e come dallo sguardo la espandi (che de li occhi il traggi), perché quella luminosità dallo stesso si libera non appena sorridi (perch’e’ corusca sì come tu ridi);

L’incredibile bagliore balugina nel sorridere dello spirito parlante.

ma non so chi tu se’, né perché aggi,
anima degna, il grado de la spera
129 che si vela a’ mortai con altrui raggi.»

ma non so chi tu sia (se’), tantomeno per quale ragione tu possegga (né perché aggi), anima degna, il grado di beatitudine della sfera celeste (de la spera) che agli uomini (a’ mortali) è offuscata dai raggi solari (altrui)”.

Mercurio è in effetti tra i pianeti più vicino al sole, quindi abbondantemente avvolto dai suoi raggi.

Questo diss’io diritto a la lumera
che pria m’avea parlato; ond’ella fessi
132 lucente più assai di quel ch’ell’era.

Questo dice Dante direttamente alla creatura sfolgorante (diss’io diritto a la lumera) che innanzi gli aveva parlato (pria m’avea); ond’ella diviene (fassi) assai più lucente di quanto già fosse.

Sì come il sol che si cela elli stessi
per troppa luce, come ’l caldo ha róse
135 le temperanze d’i vapori spessi,
per più letizia sì mi si nascose
dentro al suo raggio la figura santa;
138 e così chiusa chiusa mi rispuose
139 nel modo che ’l seguente canto canta.

Così come il sole si nasconde da sé (cela elli stesso) alla vista, per eccesso (troppa) di luce, non appena (come quando) il calore ha eroso (ròse) gli spessi vapori che lo temperavano (le temperanze), analogamente la santa figura si nasconde alla vista dell’Alighieri (sì mi si nascose), per l’aumentata (più) letizia, all’interno della luce che irraggia (dentro al suo raggio); e così, completamente inglobata (chiusa chiusa) nel proprio splendore, l’anima risponde a Dante nel modo che verrà narrato (canta) nel seguente Canto.

Sarà appunto questo spirito ad asserir che “Poscia che Costantin l’aquila volse contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio dietro a l’antico che Lavina tolse…”
 
 
 
 

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