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Divina Commedia: Paradiso, Canto IX

Anonimo, Rahab e gli Emissari di Giosuè, XVII secolo

 
Ancora nel Cielo di Venere, Dante immagina di rivolgersi a Clemenza, moglie di Carlo Martello, riportando un presagio confidatogli dallo spirito riguardo ad avversità di cui sarà destinataria la sua discendenza, con annessa raccomandazione all’Alighieri di nulla rivelare, poiché sarà Dio a castigare chi si sarà reso partecipe d’inique azioni e al successivo indirizzarsi del beato ai Cieli, Dante tracima una perentorio sermone in avversione ai cristiani che prediligano seduzione materiale a devota spiritualità.

Una seconda anima frattanto s’appressa al Sommo, che, prima di riprender parola, negli occhi di Beatrice, in complice trama amorevolmente tessuta, cerca nuovamente consenso e ricevuto il quale, chiedo alla sfolgorante creatura di presentarsi, cosicché quest’ultima, con lietezza principia narrando i luoghi in cui nacque e identificandosi Cunizza da Romano, sorella del tirannico Ezzelino III, indi rivelando come “Folco”, colui che le sta a lato e che in vita fu Folchetto da Marsiglia, non mancando di sottolinearne la lodevole fama lasciata in ricordo ai posteri e da qui ricollegandosi alla deplorevole condotta di molti popoli di varia provenienza — fra patavini, marchigiani e feltrini — profetizzandone disgrazie, oltre al preannunciar l’assassinio di Rizzardo da Camino.

Ritornata Cunizza, dopo un momento di silenzio è Folco — spronato da un Dante cortesemente impaziente — prendere parola e narrarsi nei natali e paragonando la sua tendenza passionale giovanile a quella di svariati personaggi mitologici i quali, secondo il suo parere, non furono in grado d’eguagliarlo nell’intensità a lui propria del sentimento.

Segue poi delucidazione su come i beati affrontino la vita che fu in Paradiso, non rammentando i loro peccati, pertanto non dolendosene, ma intitolandosi compiutamente all’ammirazione del creato e del bene di Dio che dalle sue stesse creature trapela e in ultimo, nel voler accontentare appieno l’Alighieri, Folco parla dell’anima che brilla vicino a lui, identificandola come Raab, la meretrice di Jericho, prima presenza del terzo Cielo e simbolo del glorioso riscatto del Cristo sulla croce e dei trionfi di Giosuè.

Il sipario cala sul galoppante decadimento morale di Firenze e sulla dissolutezza dei clericali, ormai determinati a perseguire obiettivi tutt’altro che celesti, cancro cittadino da sempre spina del cuore di un Dante che la sua città natale tanto vorrebbe veder rinascere ai vecchi albori, nostalgicamente lontani.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto IX • Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info

Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921
«Fide Rahab meretrix non periit cum incredulis, excipiens exploratores cum pace»


 

Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni
3 che ricever dovea la sua semenza;

Dopo (Da poi) che il tuo Carlo, bella Clemenza – sfiata fra sé e sé l’Alioghieri – m’ebbe chiarito ogni dubbio, mi narrò degli imbrogli (li ’nganni) che i suoi discendenti avrebbero subito (ricever dovea la sua semenza);

Clemenza d’Asburgo (1262-1295), figlia dell’imperatore Rodolfo I d’Asburgo (1218-1291) e della nobildonna tedesca Gertrude di Hohenberg (1225-1281), convolò a nozze con Carlo Martello d’Angiò a soli tredici anni, morendo a ventisei, nel medesimo anno del marito, poco dopo di lui, benché fonti storiche alternative ne datino la scomparsa al 1293, come conseguenza al parto della figlia minore.

ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;
sì ch’io non posso dir se non che pianto
6 giusto verrà di retro ai vostri danni.

ma dicendomi di tacere e di lasciar tempo al tempo (Taci e lascia muover li anni); per modo (sì) ch’io non ne possa accennare (dir) se non per il fatto che alle vostre disgrazie (ai vostri danni) conseguirà (verrà di retro) un’equa (giusto) punizione (pianto).

Nonostante Dante lasci intendere che Carlo Martello gli abbia chiesto di tacere, i “danni” citati si riferiscono probabilmente all’aver defraudato il trono al primogenito della coppia, ad opera dello zio Roberto, come esposto nel Canto precedente.

E già la vita di quel lume santo
rivolta s’era al Sol che la rïempie
9 come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.

E già l’anima (la vita) di quella santa luce s’è rivolta a quel Sol che la nutre (rïempie) come quel bene che tutto trascende (ch’a ogne cosa è tanto).

Il “lume santo” è Carlo Martello e il “Sol” al quale egli si rivolge è Dio.

Ahi anime ingannate e fatture empie,
che da sì fatto ben torcete i cuori,
12 drizzando in vanità le vostre tempie!

Ahimé (Ahi) anime gabbate (ingannate) e creature profane (fatture empie), che da cosiffatto bene allontanate (da sì fatto ben torcete) i cuori, orientando (drizzando) la vostra mente (tempie) verso cose vane (in vanità)!

L’Alighieri rimprovera gli umani intrappolati nell’ingannevole rete dei beni materiali.

Ed ecco un altro di quelli splendori
ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi
15 significava nel chiarir di fori.

Ed ecco avvicinarsi al pellegrino (ver’ me si fece) un altro di quegli spiriti luminosi (quelli splendori), e il suo desiderio di compiacerlo (voler piacermi) si sprigionana palesemente dallo stesso (significava nel chiarir di fori).

Come successe a Carlo Martello, anche da quest’anima traspare impaziente e sincera smania d’accondiscendere al volere di Dante.

Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi
sovra me, come pria, di caro assenso
18 al mio disio certificato fermi.

Gli occhi di Beatrice, fissi sopra il suo protetto (ch’eran fermi sovra me), come accaduto precedentemente (pria), d’amorevole consenso (di caro assenso) donano certezza (certificato fermi) al di lui volere (mio disio).

Il dolce “assenso” della donna è ancora una volta silente, ma meravigliosamente passante sul filo d’una complicità di sguardo intensa ed autentica.

«Deh, metti al mio voler tosto compenso,
beato spirto», dissi, «e fammi prova
21 ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».

L’Alighieri inizia a parlare (dissi): “Orsù (Deh), beato spirito, metti subito (tosto) un contrappeso (compenso) alla mia sete di sapere (voler), dandomi conferma (e fammi prova) di com’io possa riflettere in te il mio pensare (quel ch’io penso).

La richiesta di Dante è di controbilanciare la sua smania di conoscenza, aspettandosi che l’anima con la quale sta interloquendo possa, come uno specchio, riverberare il suo pensiero ancor prima ch’egli lo esprima, dunque la stessa anticipando risposta.

Onde la luce che m’era ancor nova,
del suo profondo, ond’ella pria cantava,
24 seguette come a cui di ben far giova:

Pertanto (Onde), quella luce che ancor gli è sconosciuta (era ancor nova), dalla sua interiorità (dal suo profondo), dalla quale prima proveniva il suo canto (ond’ella pria cantava), prosegue (seguette) come chi s’allieti (a cui giova) del bene (di ben) che sta facendo:

Il canto a cui si riferisce l’Alighieri è l’Osanna, che scaturiva dal cuore dei beati fra il ventottesimo ed il ventinovesimo verso dell’antecedente Canto: “e dentro a quei che più innanzi appariro sonava ‘Osanna’…”

«In quella parte de la terra prava
italica che siede tra Rïalto
27 e le fontane di Brenta e di Piava,
si leva un colle, e non surge molt’alto,
là onde scese già una facella
30 che fece a la contrada un grande assalto.

“In quella parte di territorio degenerato d’Italia (de la terra prava italica) ch’è situato fra Rialto e le sorgenti (fontane) del Brenta e del Piave (Piava), s’innalza (si leva) un colle, che non raggiunge un’eccessiva altezza (e non surge molt’alto), da dove un tempo discese un’incendiaria fiaccola (là onde scese già una facella) che propinò alla regione un’immane offensiva (fece a la contrada un grande assalto).

Rialto, isola maggiore dell’arcipelago di Venezia, qui rappresenterebbe la città.

Le sorgenti del Piave e del Brenta si trovano nell’Alta Valsugana e nella Alpi Carniche.

Il colle che “non surge molt’alto” è il colle di Romano, nei pressi di Bassano, sui bordi del monte Grappa, sul quale venne eretto il castello degli Ezzelini e la “facella” è difatti metafora del condottiero e politico, signore della Marca trevigiana, Ezzelino III da Romano (1194-1259), detto ‘il Terribile’, l’uomo che dominò in maniera dispotica i suoi domini.

D’una radice nacqui e io ed ella:
Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
33 perché mi vinse il lume d’esta stella;

Dai medesimi genitori nascemmo ambedue (D’una radice nacqui e io ed ella): Cunizza fui chiamata, e risplendo (refulgo) in questo Cielo (qui) perché, in corso d’esistenza, fui suscettibile agli influssi di questo pianeta (mi vinse il lume d’esta stella);

Cunizza da Romano (1198-1279), nobildonna sorella di Ezzelino III, descritta come giovane dalla scostumata condotta in quel della Marca, in vecchiaia donna pia che, risiedendo in Toscana, si dedicò ad opere misericordiose.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto IX • Federico Faruffini (1833-1869), Sordello e Cunizza, 1864 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Federico Faruffini (1833-1869), Sordello e Cunizza, 1864

 

ma lietamente a me medesma indulgo
la cagion di mia sorte, e non mi noia;
36 che parria forse forte al vostro vulgo.

tuttavia con gioia (lietamente) a me stessa (medesma) elargisco indulgenza (indulgo) per esser stata soggiogata da Venere (la cagion di mia sorte), senza minimamente crucciarmene (e non mi noia; atteggiamento che, a voi uomini (al vostro vulgo), potrebbe apparire azzardato e incomprensibile (che parria forse forte).

Con limpida impudenza Cunizza si dichiara sorprendentemente e fermamente tollerante nei confronti dell’inclinazione amorosa che la caratterizzò in vita.

Di questa luculenta e cara gioia
del nostro cielo che più m’è propinqua,
39 grande fama rimase; e pria che moia,
questo centesimo anno ancor s’incinqua:
vedi se far si dee l’omo eccellente,
42 sì ch’altra vita la prima relinqua.

Di questa luccicante (luculenta) e preziosa perla (cara gioia) del nostro Cielo, che m’è più vicina (propinqua), sulla terra rimase grande nomea (fama); e prima che tal popolarità s’affievolisca (moia), questo capo di secolo (centesimo anno) dovrà ripetersi per ancor cinque volte (s’incinqua): valuta come l’uomo debba eccellere (vedi se far si dee l’omo eccellente) durante la esistenza, affinché alla sua vita mortale segua una memoria gloriosa (sì ch’altra vita la prima relinqua).

Si parla di “centesimo anno” appunto essendo nel 1300 e dovendosi ripetere la stessa condizione per un quinquennio, dovranno trascorrere cinque secoli.

Una condotta esemplare lascia per lungo tempo in ricordo ai posteri gli onori delle proprie opere.

E ciò non pensa la turba presente
che Tagliamento e Adice richiude,
45 né per esser battuta ancor si pente;

Eppure (E) ciò non viene preso in considerazione (pensa) dalla popolazione attualmente popolante (la turba presente) la zona circoscritta (richiude) tra il Tagliamento e l’Adige (Adice), senza l’ombra di un qualsivoglia pentimento all’orizzonte (né ancor si pente), nonostante le passate sventure a lei capitate (per esser battuta);

È la Marca Trevigiana ad essere compresa fra i due fiumi Adige — in Italia il secondo per lunghezza dopo il Po e Tagliamento, quest’ultimo più importante del Friuli-Venezia Giulia.

ma tosto fia che Padova al palude
cangerà l’acqua che Vicenza (Vincenza) bagna,
48 per essere al dover le genti crude;

ma presto (tosto) succederà (fia) che Padova cambierà (cangerà) la tinta dell’acqua paludosa (al palude) che bagna Vicenza, per la riluttanza dei suoi abitanti (esser le genti crude) nei confronti dei loro obblighi;

In pieno vaticinio, Cunizza prevede il colorarsi di sangue del vicentino fiume Bacchiglione, per la cocciuta riottosità dei cittadini nei confronti dell’imperatore e le sue parole si riferiscono alla terribile sconfitta inferta ai guelfi padovani, nel 1314, per mano della fazione ghibellina di Vicenza e Treviso, sostenuta dal politico e condottiero veronese Can Francesco “Cangrande I” della Scala (1291-1329).

e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
tal signoreggia e va con la testa alta,
51 che già per lui carpir si fa la ragna.

e dove convergono (s’accompagna) il Sile e il Cagnano (Cagnan), v’è un tale che spadroneggia altezzoso (signoreggia e va con la testa alta), che per acciuffarlo (lui carpir) si sta già tramando la rete (si fa la ragna).

Il fiume Cagnano è l’attuale Botteniga.

Il tale che “signoreggia e va con la testa alta” è Rizzardo IV da Camino (1274-1312) — figlio del “buon Gherardo” del sedicesimo Canto purgatoriale e genero del Nino Visconti che ancora in Purgatorio, apparve all’ottavo Canto — falciato a morte da una roncola mentre si dilettava in una partita a scacchi all’interno di una veranda, anche se storicamente sembrerebbe improbabile che nel 1300 egli già facesse le veci di signore, del padre ancor vivente.

Piangerà Feltro ancora la difalta
de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
54 sì, che per simil non s’entrò in malta.

Feltre (Feltro) piangerà ancora la colpa (difalta) del suo scellerato (empio) vescovo (pastor), una colpa così indecente (sì sconcia), da non esser solitamente punita con l’incarcerazione (simil non s’entrò in malta).

L’ “empio pastor” fu Alessandro Novello (1250-1320), vescovo del comune bellunese di Feltre, che nel 1314 recapitò tre fuoriusciti ghibellini di Ferrara al vicario pontificio della città, dopo aver offerto asilo politico agli stessi e poi causandone la decapitazione, con susseguente abdicazione del religioso.

Troppo sarebbe larga la bigoncia
che ricevesse il sangue ferrarese,
57 e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,
che donerà questo prete cortese
per mostrarsi di parte; e cotai doni
60 conformi fieno al viver del paese.

Troppo capiente (larga) dovrebbe esser (sarebbe) la tinozza (bigoncia) per contenere (che ricevesse) il sangue ferrarese, e chi lo pesasse goccia su goccia (a oncia a oncia) si sposserebbe (stanco), sangue che questo prete, cortese verso i guelfi, verserà (donerà) in esplicita fede alla appartenenza (per mostrarsi di parte); e cotali (citai) doni saranno (fieno) conformi alla morale della regione (del paese).

Non è noto quale fu il castigo riservato agli abitanti di Feltre.

Sù sono specchi, voi dicete Troni,
onde refulge a noi Dio giudicante;
63 sì che questi parlar ne paion buoni».

Più sopra vi sono angeli (specchi) che voi chiamate (dicete) Troni, dai quali (onde) le sentenze divine (Dio giudicante) si riflettono (refulge) su di noi; in maniera che le nostre parole (questi parlar) appaiano vere e giuste (ne paion buoni)”.

I Troni, insieme agli spiriti contemplativi, s’incontreranno nel settimo Cielo, quello di Saturno.

Qui si tacette; e fecemi sembiante
che fosse ad altro volta, per la rota
66 in che si mise com’era davante.

A questo punto (Qui) Canizza si silenzia; e appare al poeta (fecemi sembiante) come colei che abbia rivolto (fosse volta) ad altro l’attenzione, avendo ripreso la danza dalla quale s’era staccata poco prima (per la rota in che si mise com’era davante).

L’altra letizia, che m’era già nota
per cara cosa, mi si fece in vista
69 qual fin balasso in che lo sol percuota.

L’altra anima gaia (letizia), all’Alighieri già nota come perla (cosa) preziosa (cara), s’offre alla sua (mi si fece in) vista come un fine balasso (qual fin balasso) nel quale la sfera solare rifulga i suoi raggi (in che lo sol percuota).

L’ “altra letizia” menzionata è quella già definita “cara gioia” in tredicesima terzina e il “balasso” al quale vien paragonata, è il «balakhsh», lo spinello nobile fin dal medioevo noto al nome di rubino balascio che, citato dal viaggiatore, scrittore, mercante e ambasciatore veneziano Marco Polo (1254-1324), nel rendiconto di viaggio ‘Il Milione’, venne trattato dal poeta, scrittore e antologista arabo, Ahmad Ibn Yūsuf al-Taifāshī (1184-1253), nel lapidario, in Italia pubblicato nel 1818 col titolo ‘Fior di pensieri sulle pietre preziose’, dandone provenienza a Badakhshān, provincia afghana di cui prime testimonianze con tale denominazione, risalgono a scritti cinesi del VII e VIII d.C.

Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
sì come riso qui; ma giù s’abbuia
72 l’ombra di fuor, come la mente è trista.

Per esprimere gioia (letiziar), spiega l’autore della Commedia, in Paradiso (là sù) si potenzia il bagliore (fulgor s’acquista), al pari di quanto nel mondo terrestre s’accresce il sorriso (sì come riso qui); mentre nel regno infernale (ma giù) l’anima (ombra) s’incupisce (abbuia) esteriormente (di fuor), poiché tormentata dalla dannazione (come la mente è trista).

Parafrasi alternativa legge in quel “giù” il pianeta terra e, secondo tale interpretazione, la fattezze si rabbuierebbero per effetto d’eventuale tristezza o dolore.

«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,
diss’io, «beato spirto, sì che nulla
75 voglia di sé a te puot’ esser fuia.

Dante risponde (diss’io) asserendo di come l’Altissimo sia in grado di vedere ogni cosa (Dio vede tutto), e che la vista del beato spirito parlante lo immedesima nello stesso (e tuo veder s’inluia), essendo di conseguenza impossibile che un desiderio gli possa esser celato (sì che nulla voglia di sé a te puot’ esser fuia).

L’Alighieri insiste nel voler sottolineare come i suoi pensieri possano esser compresi anche se non espressi.

Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla
sempre col canto di quei fuochi pii
78 che di sei ali facen la coculla,
perché non satisface a’ miei disii?
Già non attendere’ io tua dimanda,
81 s’io m’intuassi, come tu t’inmii.»

Dunque Dante chiede il motivo per cui (perché) la voce dell’anima (tua), che diletta (trastulla) sempre il Cielo cantando in unione a (col canto di) quelle fiamme sante (quei fuochi pii) che di sei ali fanno il saio (facen la coculla), non soddisfi i suoi desideri (satisface a’ miei disii).

Gli “fuochi pii” sono i fiammeggianti Serafini, moto del Primo Mobile e summa delle gerarchie angeliche, che il profeta biblico Isaia (765 a.C. – VIII secolo a.C.) narrò d’aver visionato lodare il Signore avvolti da tre paia d’ali.

La metafora utilizzata della “cocculla” rimanda ad un saio con cappuccio, a rappresentar come gli angeli si fasciassero abbondantemente nelle loro ali.

«La maggior valle in che l’acqua si spanda»,
incominciaro allor le sue parole,
84 «fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
tra ’ discordanti liti contra ’l sole
tanto sen va, che fa meridïano
87 là dove l’orizzonte pria far suole.

Indi l’anima inizia il suo discorso (incominciaro allor le sue parole): “Il maggior bacino in cui si riversano l’acque (La maggior valle in che l’acqua si spanda) dell’oceano che attornia le terre emerse (fuor di quel mar che la terra inghirlanda), s’amplia a tal punto (tanto sen va), fra le due fasce costiere contrapposte (tra ’ discordanti liti), da est ad ovest (contra ’l sole), che il meridiano di una delle estremità divien orizzonte astronomico dell’altra (là dove l’orizzonte pria far suole).

La “maggior valle” è la conca del Mar Mediterraneo e la sua parte estrema orientale è il meridiano di Gerusalemme, opposto a quello di Cadice — antica città portuale della Spagna — di novanta gradi, corrispettivi a un quarto delle ventiquattr’ore.

I “discordanti liti” sono le rive europee ed africane.

Di quella valle fu’ io litorano
tra Ebro e Macra, che per cammin corto
90 parte lo Genovese dal Toscano.

Io fui natio di quel bacino (Di quella valle fu’ io litorano), tra le foci dell’Ebro e quelle della Magra (Macra), che per un breve segmento (cammin corto) separa la Liguria dalla Toscana (parte lo Genovese dal Toscano).

L’Ebro è il più grande fiume spagnolo, nonché il secondo dell’intera penisola iberica, mentre il Magra è un corso d’acqua italiano, che scorre su suolo ligure-toscano, lambendo le province della Spezia e di Massa-Carrara.

Ad un occaso quasi e ad un orto
Buggea siede e la terra ond’ io fui,
93 che fé del sangue suo già caldo il porto.

All’incirca con medesimo tramonto e medesima alba (Ad un occaso quasi e ad un orto) sono situate (siede) Bougie (Buggea) e la terra dalla quale ebbi i natali (ond’ io fui), che in tempi remoti riempì (fé) del sangue dei suoi cittadini (suo) le già calde acque portuali.

Al di là del suo significato letterale, l’espressione “Ad un occaso quasi e ad un orto” indica il posizionamento, approssimativamente, sullo stesso meridiano di Bugie, città algerina, e Marsiglia, nel cui porto il politico e militare romano Decimo Giunio Bruto Albino (81 a.C. – 43 a.C.), luogotenente di Cesare, in feroce assedio durante una guerra civile, decimò gli equipaggi marsigliesi, come raccontato da Lucano nella ‘Farsaglia’.

Folco mi disse quella gente a cui
fu noto il nome mio; e questo cielo
96 di me s’imprenta, com’io fe’ di lui;

Folco mi appellavano coloro che mi conobbero (mi disse quella gente a cui fu noto il nome mio); e questo Cielo della mia luce s’imprime (di me imprenta), com’io m’impressi del suo influsso ( fe’ di lui);

A parlare è il monaco cistercense, poi vescovo cattolico, oltre che trovatore occitano Folchetto da Marsiglia (1150-1231), o Folco di Tolosa, accanito sostenitore della crociata albigese, iniziata nel 1209 e terminata nel 1229, dopo un ventennio di sanguinari scontri, con la vittoria del cattolicesimo ortodosso.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto IX • Gian Giacomo Macchiavelli (1756-1811), La Divina commedia di Dante Alighieri con tavole in rame, 1807 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Gian Giacomo Macchiavelli (1756-1811), La Divina commedia di Dante Alighieri con tavole in rame, 1807

 

ché più non arse la figlia di Belo,
noiando e a Sicheo e a Creusa,
99 di me, infin che si convenne al pelo;

dacché (che) la figlia di Bello (Belo), oltraggiando (noiando) tanto (e a) Sicheo quanto (e a) Creusa, non arse di passione più di me durante la mia giovinezza (infin che si convenne al pelo);

Didone, figlia di Bello, come tratteggiato dall’inchiostro del sommo Virgilio s’innamorò pazzamente di Enea, nel pulsare del tal sentimento offendendo sia il di lei consorte Sicheo che Creusa, prima sposa, defunta, dell’eroe troiano.

La locuzione “infin che si convenne al pelo”, verosimilmente starebbe ad indicare il periodo durante il quale la capigliatura mantiene la sua naturale colorazione, pertanto la gioventù.

né quella Rodopëa che delusa
fu da Demofoonte, né Alcide
102 quando Iole nel core ebbe rinchiusa.

tantomeno (né) quella Rodopea che sperimentò delusione a causa di (delusa fu da) Demofoonte, né Alcide quando s’infatuò di Iole.

La mitologica Rodopea, così soprannominata per aver trascorso esistenza ai piedi del monte Rodope, è Fillide, colei che fra le pagine delle ‘Eroidi’ di Ovidio si trova a provare incontenibile amore nei confronti di Demoofonte, figlio di Teseo e la quale, lui tardando il rientro da un viaggio ad Atene, disperata si tolse la vita impiccandosi.

Epiteto di Ercole è invece Alcide in quanto nipote d’Alceo, personaggio che appare sia nelle ‘Eroidi’ che nelle ‘Metamorfosi’ come innamorato di Iole e la cui vendetta della moglie Deianira è segnalata nella ventitreesima terzina del dodicesimo Canto infernale: “Quelli è Nesso, che morì per la bella Deianira, e fé di sé la vendetta elli stesso”.

Non però qui si pente, ma si ride,
non de la colpa, ch’a mente non torna,
105 ma del valor ch’ordinò e provide.

Nonostante tutto in Paradiso non si prova pentimento per tutto ciò (Non però qui si pente), ma ci si rallegra (ride), e non tanto per il peccato (de la colpa) — al quale non riserviamo rimorso (ch’a mente non torna) — ma per la benevolenza divina che ciò volle (del valor ch’ordinò) e predispose (provide).

Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
cotanto affetto, e discernesi ’l bene
108 per che ’l mondo di sù quel di giù torna.

Quassù (Qui) si contempla (rimira) l’arte del creato che nel suo essere adornata testimonia la magnificenza dell’amore divino (cotanto affetto), e si discerne il bene che i Cieli plasmano sull’umanità (per che ’l mondo di sù quel di giù torna).

Ma perché tutte le tue voglie piene
ten porti che son nate in questa spera,
111 proceder ancor oltre mi convene.

Ma (perché) al fin di farti lasciare questa sfera celeste appagato di tutte le brame (tutte le tue voglie piene ten porti) che in essa ti si son originate dentro (nate in questa spera), è opportuno (mi convene) ch’io prosegua assai (proceder ancor oltre) nel discorrere.

Tu vuo’ saper chi è in questa lumera
che qui appresso me così scintilla
114 come raggio di sole in acqua mera.

Tu vuoi sapere chi è che, qui al mio fianco (appresso me), scintilla in questa luce (lumera) come fosse un raggio di sole in cristalline acque (in acqua mera).

Or sappi che là entro si tranquilla
Raab; e a nostr’ordine congiunta,
117 di lei nel sommo grado si sigilla.

Or sappi che all’interno di quel lume (là entro) s’adagia in pacifico stato (si tranquilla) Raab; e affiliato (congiunta) al nostro ordine di beatitudine, della stessa s’abbellisce (si sigilla) nell’Empireo (nel sommo grado).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto IX • Julius Schnorr von Carolsfeld (1794-1872), Raab salva gli Isreaeliti, ca.1856 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Julius Schnorr von Carolsfeld (1794-1872), Raab salva gli Isreaeliti, ca.1856

 

Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta
che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’alma
120 del trïunfo di Cristo fu assunta.

Prima di qualsiasi altra anima (pria ch’altr’alma), fu la sua ad essere assunta dal Cristo trionfante (del trïunfo di) in questo Cielo, posizionato in vetta al cono d’ombra che la terra estende (in cui l’ombra s’appunta che ’l vostro mondo face).

Concezione astronomica dell’epoca riteneva che il cono d’ombra proiettato dalla terra avesse il suo culmine proprio nel Cielo di Venere.

Ben si convenne lei lasciar per palma
in alcun cielo de l’alta vittoria
123 che s’acquistò con l’una e l’altra palma,
perch’ella favorò la prima gloria
di Iosüè in su la Terra Santa,
126 che poco tocca al papa la memoria.

Fu assolutamente appropriato (Ben si convenne) annoverarla (lei lasciar) in un determinato (alcun) Cielo come simbolo (per palma) della gloriosa (de l’alta) vittoria conseguita con la crocifissione del Cristo (che s’acquistò con l’una e l’altra palma), perch’ella favorì la prima grande impresa (gloria) di Giosuè nella (Iosüè in su la) Terra Santa, evento del quale il pontefice scarsamente rimembra (che poco tocca al papa la memoria).

Raab fu la meretrice di Jericho, città della Cisgiordania che accolse nella sua abitazione, nascondendoli alle autorità, due ricognitori delle milizie di Giosuè inviati oltre il Giordano, di conseguenza favorendo la rovina della città e un primo stanziamento degli Ebrei nella terra promessa e per questo viene considerato lo spirito venusiano di maggior spicco.

Con “l’una e l’altra palma” è ipotizzabile ci si riferisca ai due palmi del figlio di Dio inchiodato alla croce.

La tua città, che di colui è pianta
che pria volse le spalle al suo fattore
129 e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
produce e spande il maladetto fiore
c’ha disvïate le pecore e li agni,
132 però che fatto ha lupo del pastore.

La tua città, che è pianta di colui che per primo (pria) girò (volse) le spalle al Creatore (suo fattore) e la cui invidia fu cagion di copiose lacrime (tanto pianta), produce e diffonde (spande) il maledetto fiore che ha deviato il percorso (c’ha disvïate) di pecore e agnelli (agni), tramutando i pastori in lupi.

Folco sta parlando di Firenze, la città natia di Dante che, per la sua immensa corruzione, si può ritenere seme della pianta di Lucifero, il primo ribelle celeste (colui che pria volse le spalle al suo fattore) traboccante invidia e il “maledetto fiore” è il fiorino d’oro, moneta fiorentina d’incommensurabile valore coniata e distribuita dalla cittadina e causa prima del deragliamento del gregge dei cristiani e degli stessi religiosi offuscati dall’avidità.

Per questo l’Evangelio e i dottor magni
son derelitti, e solo ai Decretali
135 si studia, sì che pare a’ lor vivagni.

Per tal cupidigia il Vangelo (Per questo l’Evangelio) e i padri della Chiesa (dottor magni) vengono ignorati (son derelitti), e ci si dedica (studia) solamente ai Decretali, come si nota dai loro margini ( sì che pare a’ lor vivagni).

I Decretali sono antologie contenenti encicliche e decreti conciliari, ovvero testi di diritto canonico che venivano minuziosamente consultati, come testimoniato dalle numerose annotazioni ai loro lati, per trarne interpretazioni a proprio vantaggio personale, esclusivamente finalizzato al guadagno.

A questo intende il papa e ’ cardinali;
non vanno i lor pensieri a Nazarette,
138 là dove Gabrïello aperse l’ali.

Per questo s’ingegnano (intende) papi e cardinali; i loro pensieri non vengono dedicati (vanno) a Nazareth (Nazarette), là dove l’arcangelo Gabriele (Gabrïello) aprì le sue ali.

Nazareth è il villaggio della Galilea dove avvenne l’Annunciazione, per la quale l’arcangelo Gabriele spalancò le proprie ali in onore alla Beata Vergine.

Ma Vaticano e l’altre parti elette
di Roma che son state cimitero
141 a la milizia che Pietro seguette,
142 tosto libere fien de l’avoltero.»

Ma il Vaticano e le altre zone sacre (l’altre parti elette) di Roma che son state cimitero delle milizie (a la milizia) al seguito di (che seguette) Pietro, verranno presto liberati (tosto libere fien) dalla profanazione (de l’avoltero)”.

La decima rotta di destinazione per il Paradiso s’aprirà in contemplazionedell’ordine che dona il moto agli astri: “Guardando nel suo Figlio con l’Amore che l’uno e l’altro etternalmente spira, lo primo e ineffabile Valore…”