Divina Commedia: Paradiso, Canto IV

Odilon Redon (1840-1916), Dante e Beatrice, 1914

 
Dante, in Canto dalle atmosfere ovattate, è assalito da due profondi dubbi, tanto da esitar nel decidere a quale dare priorità e dilemma, Beatrice, colei alla quale il Sommo nulla può nascondere, fuga dilemma appagando dapprima la seconda perplessità, dacché riguardante l’ordinamento dei beati nelle sfere celesti, è da ella ritenuta insidia alla fede, dopodiché risolve restante enigma attanagliante protetto pellegrino e riferita all’inadempienza del voto quando provocata da violenza altrui; interrogativo che a Beatrice dà modo d’introdurre il fondamentale concetto di volontà relativa ed assoluta, prendendo ad esempio le vicende, nel precedente Canto già delineate, di Piccarda Donati e Costanza d’Altavilla.

Placato intimo dibattimento, l’Alighieri riconosce all’amata totale gratitudine, confidandole quanto l’acquisizione d’inedite verità, accresca desiderio di conoscenza, altrettanto confessando che altra domanda percepisca sorgere in animo, senza tuttavia, ancora una volta, trovare risorse per esprimerla a parole, giacché s’avverte incapace di sostener oltre con lo sguardo, la bellezza qual è fulgente di Beatrice e nei suoi “occhi di faville d’amor così divini”, da tagliare il respiro.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto IV • Salvador Dalí (1904-1989), Beatrice risolve i dubbi di Dante, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), Beatrice risolve i dubbi di Dante, 1965

 

Intra due cibi, distanti e moventi
d’un modo, prima si morria di fame,
3 che liber’omo l’un recasse ai denti;

Dante alza il sipario simmetricamente pressato fra due pungenti dubbi, come sarebbe per un uomo che, sebben munito di libero arbitrio (che liber’omo), trovandosi tra (intra) due cibi, equidistanti e parimenti appetitosi (distanti e moventi d’un modo), rischierebbe di morire affamato (si morria di fame) prima di decidersi quale degli stessi addentare (l’un recasse ai denti);

sì si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo;
6 sì si starebbe un cane intra due dame:

così se ne starebbe posizionato (sì si), con ugual terrore (temendo), un agnello che si trovi fra (agno intra) due bramosie (brame) di feroci (fieri) lupi; così se ne starebbe un cane in mezzo a (intra) due daini (dame):

Susseguirsi di vivaci metafore, rende efficacemente l’idea di quanto l’Alighieri sia combattuto fra due alternative a pari merito.

per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,
da li miei dubbi d’un modo sospinto,
9 poi ch’era necessario, né commendo.

pertanto (per che), se Dante se ne sta zitto (s’i’ mi tacea), non se ne rimprovera (me non riprendo), tantomeno se ne loda (né commendo), ritenendolo opportuno (poi ch’era necessario), in quanto pungolato alla medesima maniera dalle sue perplessità (da li miei dubbi d’un modo sospinto).

Il pellegrino, pur non compiacendosi del proprio tacere, non se ne rammarica oltremodo, tant’è l’indecisione su quale sia il quesito da scegliere, fra i due che gli stanno attanagliano il cervello.

Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto
m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,
12 più caldo assai che per parlar distinto.

Egli se ne sta in silenzio (Io mi tacea), ma il suo desiderio (’l mio disir) di sapere, insieme a quello di chiedere (e ’l dimandar con ello), gli traspare dagli occhi (dipinto m’era nel viso), in maniera maggiormente vivida rispetto al manifestarlo a voce (più caldo assai che per parlar distinto).

Lo sguardo dell’Alighieri è più eloquente di qualsiasi discorso.

Fé sì Beatrice qual fé Danïello,
Nabuccodonosor levando d’ira,
15 che l’avea fatto ingiustamente fello;

Indi Beatrice si comporta come fece Daniele (Fé sì qual fé Danïello), smarcando (levando) Nabucodonosor dagli effetti di quell’ira che l’aveva reso (l’avea fatto) ingiustamente malvagio;

Beatrice legge istantaneamente negli occhi del suo protetto ancor prima senza bisogno che lui s’esprima e s’avvia a scioglier ogni sua titubanza, proprio come il profeta Daniele fece con la rabbia che aveva soggiogato il re babilonese Nabucodonosor, inviperitosi sull’incapacità dei maghi caldei di predire il suo futuro, viceversa Daniele indovinando un sogno ricorrente del sovrano.

I Caldei, popolo di lingua aramaica, accanito nemico dei Babilonesi e, probabilmente, originario dell’Arabia orientale, nel quattordicesimo secolo a.C. s’era insediato tra il Golfo Persico e Babilonia, taluni dei suoi componenti insigni astronomi e letterati, spesso erroneamente ritenuti indovini e ciarlatani.

e disse: «Io veggio ben come ti tira
uno e altro disio, sì che tua cura
18 sé stessa lega sì che fuor non spira.

e la donna inizia a parlare (disse): “Io percepisco alla perfezione (veggio ben) quanto ti calamitino ambedue i desideri (come ti tira uno e altro disio), al punto da frenarti la smania di sapere (sì che tua cura sé stessa lega), in tal modo rendendola inesprimibile (sì che fuor non spira).

Tu argomenti: ‘Se ’l buon voler dura,
la vïolenza altrui per qual ragione
21 di meritar mi scema la misura?’.

Tu (stai pensando) argomenti: ‘Se la buona volontà (’l buon voler) d’adempiere ai propri voti persiste (dura), per quale ragione la violenza altrui ha il potere di scemare i miei meriti (meritar mi scema la misura)?’

In Dante è sorta tal incertezza dopo aver ascoltato i racconti di Piccarda Donati riguardo a Costanza d’Altavilla.

Ancor di dubitar ti dà cagione
parer tornarsi l’anime a le stelle,
24 secondo la sentenza di Platone.

E ulteriore ragione di dubbio ti giunge (Ancor di dubitar ti dà cagione) dal creder che gli spiriti ritornino alle (parer tornarsi l’anime a le) stelle che le hanno originate, come sostenuto dalle ipotesi (secondo la sentenza) di Platone.

L’Alighieri s’interroga sulla celeste collocazione delle anime e si chiede se sia conforme alla tesi espressa dallo scrittore greco antico e filosofo Platone (428/427 a.C. – 348/347 a.C.) nel ‘Timeo’, dialogo redatto attorno al 360 a.C. di vasta influenza sulla scienza e sulla filosofia postume, trattante questioni cosmologiche, con personali deduzioni a riguardo.

Queste son le question che nel tuo velle
pontano igualmente; e però pria
27 tratterò quella che più ha di felle.

Queste son le domande (question) che premono analogamente sulla tua volontà (nel tuo velle pontano igualmente); di conseguenza prima (e però pria) tratterò quella ch’è in misura maggiore velenosa (che più ha di felle) nei confronti della fede.

Beatrice decide d’iniziare dal secondo interrogativo dantesco, ritenendolo quello maggiormente nocivo sul piano dottrinale.

D’i Serafin colui che più s’india,
Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
30 che prender vuoli, io dico, non Maria,
non hanno in altro cielo i loro scanni
che questi spirti che mo t’appariro,
33 né hanno a l’esser lor più o meno anni;

A partir dal Serafino (D’i Serafin), colui che più si fonde (s’india) con Dio, proseguendo per il patriarca Mosè (Moïsè), il profeta Samuele, e quel Giovanni, Battista o Evangelista come preferisci definirlo (prender vuoli), io dico, senza tralasciar la Beata Vergine (non Maria), hanno il loro seggi (scanni) nello stesso (non in altro) Cielo in cui risiedono quelle anime a te appena apparse (che questi spirti che mo t’appariro), né il loro stato di beati si differenzia nella durata (hanno a l’esser lor più o meno anni);

Subito la beata guida specifica come qualsiasi beato abbia eterna dimora nel medesimo Cielo.

ma tutti fanno bello il primo giro,
e differentemente han dolce vita
36 per sentir più e men l’etterno spiro.

ma ciascun di loro impreziosisce della propria presenza (tutti fanno bello) il primo Cielo, provando in diversa misura la dolcezza della beatitudine (e differentemente han dolce vita) in base all’intensità con la quale captino lo Spirito Santo (per sentir più e men l’etterno spiro).

Tutti risiedono nell’Empireo e se la durata del loro stato non ha discrepanze, in quanto tutti perennemente beati, a render difformi gli spiriti è il grado di beatitudine percepita.

Qui si mostraro, non perché sortita
sia questa spera lor, ma per far segno
39 de la celestïal c’ha men salita.

Qui, si sono manifestati (mostraro), non tanto in quanto destinate a questo Cielo (perché sortita sia questa spera lor), ma per dar (far) un segno tangibile della sfera celeste ch’è meno eletta (de la celestïal c’ha men salita).

Le anime sono apparse al discepolo nel Cielo della Luna per lui fornire una traccia sensibile del globo di cui dispongono.

Così parlar conviensi al vostro ingegno,
però che solo da sensato apprende
42 ciò che fa poscia d’intelletto degno.

È necessario rivolgersi (parlar conviensi) così alla vostra intelligenza (ingegno), apprendendo la stessa esclusivamente secondo percezione sensibile (però che solo da sensato apprende) ciò che in seguito (poscia) viene assimilato (fa degno) dall’intelletto.

E ciò perch’è solamente attraverso l’esperienza percettibile che la ragione umana riesce a cogliere nozioni.

Per questo la Scrittura condescende
a vostra facultate, e piedi e mano
45 attribuisce a Dio e altro intende;

Per questo le Sacre Scritture, condiscendendo (condescende) alle vostre facoltà mentali (a vostra facultate), attribuisce a Dio sembianze umane (e piedi e mano), in metaforica interpretazione (e altro intende;

e Santa Chiesa con aspetto umano
Gabrïel e Michel vi rappresenta,
48 e l’altro che Tobia rifece sano.

e la Santa Chiesa vi rappresenta in umane fattezze (con aspetto umano) anche Gabriele e Michele, e quell’altro che guarì (rifece sano) Tobia.

Ecco la motivazione in base alla quale sia il Creatore che gli arcangeli vengono raffigurati con umano aspetto; “l’altro che Tobia rifece sano” è l’angelo Raffaele, definito arcangelo esclusivamente nei testi apocrifi, ossia non compresi nell’elenco dei libri sacri della Bibbia.

Nel biblico ‘Libro di Tobia’, si narra di come un povero e onesto uomo di nome Tobit fosse stato reso cieco da escrementi di rondini e poi guarito dal figlio Tobia che, su consiglio dell’angelo Gabriele, gli frizionò sugli occhi fiele di pesce.

Quel che Timeo de l’anime argomenta
non è simile a ciò che qui si vede,
51 però che, come dice, par che senta.

Quel che asserisce (argomenta) Timeo sulle anime non è conforme (simile) a ciò che qui si palesa (vede), salvo (però) che quanto da lui affermato (come dice) corrisponda letteralmente al suo pensiero (par che senta).

Dice che l’alma a la sua stella riede,
credendo quella quindi esser decisa
54 quando natura per forma la diede;

Egli sostiene (dice) che l’anima (alma) ritorni (riede a la sua) alla propria stella originaria, nel dunque crederla dalla stessa affrancata (credendo quella quindi esser decisa) al momento dell’unione al corpo terreno (quando natura per forma la diede);
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto IV • Yan Dargent (1824-1899), La Divine Comédie, traduction de Artaud de Montor, 1925 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Yan Dargent (1824-1899), La Divine Comédie, traduction de Artaud de Montor, 1925

 

e forse sua sentenza è d’altra guisa
che la voce non suona, ed esser puote
57 con intenzion da non esser derisa.

e forse la di lui reale concezione non corrisponde all’esternazione verbale dello stesso (sua sentenza è d’altra guisa che la voce non suona), e potrebbe essere che le sue supposizioni non siano tali da venir schernite (ed esser puote con intenzion da non esser derisa).

La trattazioni affidate alle pagine del Timeo, non corrispondono a verità, se prese in considerazione da un punto di vista puramente letterale, ma potrebbero contenerne se si valuta l’eventualità che Platone non sia riuscito a trascrivere in maniera precisa ed e corrispettiva il proprio pensare.

S’elli intende tornare a queste ruote
l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
60 in alcun vero suo arco percuote.

S’egli (elli) intende attribuire (tornare) a queste sfere (ruote) celesti sia il merito (l’onor) che il biasimo dell’astrale influenza, forse l’arco del suo pensiero centra (percuote) parti di verità (in alcun vero).

Sull’influsso degli astri sull’umanità, seppur senza limiti al libero arbitrio, già accennava Marco Lombardo nel sedicesimo Canto del Purgatorio, tra la ventitreesima e la ventottesima terzina : “Voi che vivete ogne cagion recate pur suso al cielo, pur come se tutto movesse seco di necessitate. Se così fosse, in voi fora distrutto libero arbitrio, e non fora giustizia per ben letizia, e per male aver lutto. Lo cielo i vostri movimenti inizia; non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, lume v’è dato a bene e a malizia, e libero voler; che, se fatica ne le prime battaglie col ciel dura, poi vince tutto, se ben si notrica. A maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete; e quella cria la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. Però, se ’l mondo presente disvia, in voi è la cagione, in voi si cheggia; e io te ne sarò or vera spia”.

Questo principio, male inteso, torse
già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
63 Mercurio e Marte a nominar trascorse.

Il presupposto degli influssi degli astri (Questo principio), essendo stato frainteso (male inteso), fuorviò la maggior parte degli uomini (torse già tutto il mondo quasi), in modo da condurla (sì che trascorse) ad appellare (a nominar) i Cieli con i nomi di Giove, Mercurio e Marte.

Il “quasi” verosimilmente significa che dal conteggio andrebbero esclusi gli Ebrei, monoteisti.

Il porre in capo ai Cieli i nomi di dèi pagani è come se fossero all’epoca stati ritenuti loro stessi ad irraggiare influenze dall’alto.

L’altra dubitazion che ti commove
ha men velen, però che sua malizia
66 non ti poria menar da me altrove.

L’altro dubbio (altra dubitazion) che ti sconquassa (commove) è meno deleterio (ha men velen), sottinteso (però) che la malizia a lui intrinseca (sua) non ti potrebbe (poria) allontanar (menar altrove) da me.

Beatrice s’appresta a disquisire sulla prima dubbiosità dell’Alighieri, affrontata in seconda dissertazione poiché ritenuta meno dannosa, dal punto di vista della dottrina, di quella già affrontata.

Parere ingiusta la nostra giustizia
ne li occhi d’i mortali, è argomento
69 di fede e non d’eretica nequizia.

Che agli occhi degli umani (ne li occhi d’i mortali), la giustizia celeste (nostra) appaia (Parere) ingiusta, è conferma (argomento) di fede e non prova d’eresia (d’eretica nequizia).

La donna dichiara che il reputare ingiusti i decreti celesti non sia testimonianza eretica ma conferma di fede, essendo infatti che l’eretico non si darebbe particolare cruccio nel desiderio di capirne gli effetti, ma sorvolerebbe, irremovibile nella propria opinione.

Ma perché puote vostro accorgimento
ben penetrare a questa veritate,
72 come disiri, ti farò contento.

Ma poiché la vostra capacità di giudizio (perché puote vostro accorgimento) è perfettamente in grado di comprendere (ben penetrare a) questa verità (veritate), t’appagherò (ti farò contento), come desideri (disiri).

Se vïolenza è quando quel che pate
nïente conferisce a quel che sforza,
75 non fuor quest’alme per essa scusate:

Se violenza sussiste qualora colui (è quando quel) che la subisce (pate) non concorra in alcun modo con chi gliela propina (nïente conferisce a quel che sforza), queste anime non poterono esser totalmente giustificate nei confronti della stessa (fuor quest’alme per essa scusate):

ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,
ma fa come natura face in foco,
78 se mille volte vïolenza il torza.

in quanto (ché) la volontà, se non lo volesse (vuol), non si smorzerebbe (s’ammorza), ma agirebbe (fa) come fa (face) la natura nel fuoco (in foco), anche se venisse piegato (il torza) migliaia (mille) di volte dalla violenza del vento.

Similitudine con la natura assimila la tendenza del fuoco di tender all’alto, nonostante la potenza del vento, alla forza d’animo, resilienza che dovrebbe caratterizzare chi fosse assoggettato a violenza, resistendole.

Per che, s’ella si piega assai o poco,
segue la forza; e così queste fero
81 possendo rifuggir nel santo loco.

Perciò (Per che), sia che la volontà si assoggetti in larga misura (s’ella si piega assai) o minimamente (poco) alla violenza, ne consegue un favoreggiamento della stessa (segue la forza); e così fecero (fero) queste anime potendo rifuggirsene in convento (possendo rifuggir nel santo loco).

No conta di quanto gli spiriti lunari posano aver favorito la violenza, dat che è il semplice fatto di non esser ritornate in convento, quando avrebbero potuto, ad impedirne la completa remissione dei peccati.

Se fosse stato lor volere intero,
come tenne Lorenzo in su la grada,
84 e fece Muzio a la sua man severo,
così l’avria ripinte per la strada
ond’eran tratte, come fuoro sciolte;
87 ma così salda voglia è troppo rada.

Se il loro volere fosse stato integro (intero), come quello che mantenne fisso (tenne) san Lorenzo sulla graticola (in su la grada), e rese (fece) Muzio impietoso con la propria mano (a la sua man severo), similmente le avrebbe ricondotte al percorso (così l’avria ripinte per la strada) da cui eran state tolte (ond’eran tratte), non appena guadagnata una minima occasione di movimento (come fuoro sciolte);

Le stesse Piccarda, dopo il rapimento, avrebbe potuto scegliere di rientrare nel proprio monastero, così come avrebbe potuto fare Costanza, ma la loro volontà non fu completa, come invece fu per san Lorenzo ed a Muzio Scevola.

Il martire e santo cristiano Lorenzo (225-258), arcidiacono del pontefice Sisto II (? – 258), venne martirizzato a Roma per effetto della persecuzione ordinata dall’imperatore romano Publio Licinio Valeriano (200 circa – dopo il 260), plausibilmente crocifisso, ma versione alternativa ne racconta agonia per posizionamento sopra una graticola rovente, sulla quale egli attese il proprio destino impassibile.

Per quanto concerne il soldato semplice Gaio Muzio Scevola (? – 480 a.C.), nato Gaio Muzio Cordo, leggenda vuole che, dopo egli aver per sbaglio accoltellato uno scriba, al posto del sommo sacerdote e lucumone Lars Porsenna (VI secolo a.C. – V secolo a.C.), durante l’assedio etrusco, risalente al 508 a.C., giunto al cospetto del sovrano abbia volutamente infilarsi una mano in un braciere, per punirsi ds sé.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto IV • Raffaello Sorbi (1844-1931), Piccarda Donati fatta rapire dal convento di Santa Chiara dal fratello Corso, 1866 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Raffaello Sorbi (1844-1931)
Piccarda Donati fatta rapire dal convento di Santa Chiara dal fratello Corso, 1866

 

E per queste parole, se ricolte
l’hai come dei, è l’argomento casso
90 che t’avria fatto noia ancor più volte.

E con questo mio discorso (per queste parole), se l’hai ascoltato (ricolte) come avresti dovuto (dei), si chiude (casso) l’argomento che t’avrebbe turbato (t’avria fatto noia) ancor più volte.

Ma or ti s’attraversa un altro passo
dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
93 non usciresti: pria saresti lasso.

Ma or ti si para davanti agli (s’attraversa dinanzi a li) occhi un ulteriore dilemma (altro passo), talmente arcano che da solo t’è impossibile uscirne (tal che per te stesso non usciresti): ne saresti spossato alquanto prima (pria saresti lasso).

Beatrice di nuovo legge nell’animo di Dante come se lui fosse uno spartito e lei una suonatrice.

Io t’ho per certo ne la mente messo
ch’alma beata non poria mentire,
96 però ch’è sempre al primo vero appresso;

Io stessa t’ho inculcato (messo) con certezza nella (per certo ne la) mente il concetto dell’impossibilità, per gli spiriti beati, di (ch’alma beata non poria mentire) mentire, essendo il lor esser costantemente appressati alla divina sorgente di verità (però ch’è sempre al primo vero appresso);

Quanto riferito trapela dall’undicesima terzina del precedente Canto: “Però parla con esse e odi e credi; ché la verace luce che le appaga da sé non lascia lor torcer li piedi”.

e poi potesti da Piccarda udire
che l’affezion del vel Costanza tenne;
99 sì ch’ella par qui meco contradire.

tuttavia tu, in un secondo momento, potendo (e poi potesti) udire da Piccarda stessa l’invariata devozione (affezion) che Costanza mantenne (tenne) perennemente nei confronti del suo voto (del vel); così ch’ella parrebbe (par) ora, su questo punto (qui) confutare quanto detto da me (meco contradire).

Piccarda, un canto fa, confidò a Dante che Costanza mantenne intatta nel suo cuore l’estrema devozione a velo ed abito monacale: “Ma poi che pur al mondo fu rivolta contra suo grado e contra buona usanza, non fu dal vel del cor già mai disciolta” (vv. 115-116-117); di conseguenza l’Alighieri potrebbe trovare questo raconto in antitesi a quanto appena detto della stessa Costanza, per bocca di Beatrice.

Molte fïate già, frate, addivenne
che, per fuggir periglio, contra grato
102 si fé di quel che far non si convenne;

Già molte volte (fiate), fratello (frate), avvenne (addivenne) che, per scongiurare il peggio (fuggir periglio), si sia agito per come non sarebbe stato opportuno fare (fé di quel che far non si convenne);

La donna amata palesa come talvolta, per evitare un male peggiore, si decida d’adeguarsi a quello che sta accadendo, senza reagire.

come Almeone, che, di ciò pregato
dal padre suo, la propria madre spense,
105 per non perder pietà si fé spietato.

come Alcmeone (Almeone), il quale (che), spronato a farlo (pregato di ciò) da suo padre, uccise (spense) la propria madre, rendendosi (si fé) spietato per non mancare (perder) alla pietà di figlio.

Della favella del mitologico Alcmeone, figlio di Anfiarao ed Erifile, che assassinò la madre per accontentare il padre, han già tratteggiato il trentatreesimo e trentaquattresimo versetto del ventesimo Canto dell’Inferno: “Dove rui, Anfïarao? perché lasci la guerra?” E il cinquantesimo verso del dodicesimo Canto purgatoriale: “come Almeon a sua madre fé caro”.

A questo punto voglio che tu pense
che la forza al voler si mischia, e fanno
108 sì che scusar non si posson l’offense.

In questi frangenti (A questo punto) — e voglio che tu ben te ne convinca (pense) — la violenza (forza) s’amalgama (si mischia) alla volontà (voler) della vittima, derivandone l’inattuabile assoluzione per le omissioni (sì che scusar non si posson l’offense) di quest’ultima.

Voglia assoluta non consente al danno;
ma consentevi in tanto in quanto teme,
111 se si ritrae, cadere in più affanno.

La volontà (Voglia) assoluta mai acconsente (non consente) al male (danno); ma lo accondiscende (consentevi) nel momento in cui s’arrivi a temere (in tanto in quanto teme), ritraendosi (se si ritrae) dallo stesso, d’incappare in un male peggiore (cadere in più affanno).

La differenza tra volontà assoluta e volontà relativa è che la prima è retta ed incondizionata, la seconda, all’opposto, plagiabile.

Però, quando Piccarda quello spreme,
de la voglia assoluta intende, e io
114 de l’altra; sì che ver diciamo insieme».

Pertanto (Però), quando Piccarda s’espresse in quella maniera (quello spreme), si riferiva alla volontà (intende de la voglia) assoluta, mentre (e) io mi riferivo a quella relativa (de l’altra); per modo ch’entrambe (sì che insieme) diciamo la verità (ver)”.

Affrontando il medesimo aspetto da due diverse angolazioni, vale a dire dal punto di vista delle due tipologie di volontà, tanto Piccarda quanto Beatrice hanno affermato il vero.

Cotal fu l’ondeggiar del santo rio
ch’uscì del fonte ond’ogne ver deriva;
117 tal puose in pace uno e altro disio.

Cotale fu il fluente scorrere (ondeggiar) del sacro fiume (santo rio) sgorgante dalle sorgente (ch’uscì del fonte) da cui ogni verità (ond’ogne ver) deriva; tale da chetare, appagandoli (puose in pace), entrambi i desideri di sapere di Dante.

L’espressione “ondeggiar del santo rio” è incantevole ed ossequiosa metafora atta a rappresentare l’oratoria torrentizia di Beatrice, zampillante direttamente da Dio, depositario supremo d’ogni veridicità.

«O amanza del primo amante, o diva»,
diss’io appresso, «il cui parlar m’inonda
120 e scalda sì, che più e più m’avviva,
non è l’affezion mia tanto profonda,
che basti a render voi grazia per grazia;
123 ma quei che vede e puote a ciò risponda.

“O amore (amanza) dell’Altissimo (del primo amante); o divina (diva)”, dice Dante subito dopo (diss’io appresso), “il cui parlar mi pervade (m’inonda) e scalda a tal punto (sì), da infinitamente ravvivarmi (che più e più m’avviva), la mia riconoscenza (l’affezion) non è abbastanza (tanto) profonda da esser in grado di rendervi degna gratitudine per ogni vostra misericordia concessami (che basti a render voi grazia per grazia); ma colui che tutto vede e tutto può (puote), a ciò provveda.

Io veggio ben che già mai non si sazia
nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra
126 di fuor dal qual nessun vero si spazia.

Io ben constato (veggio) come giammai (che già mai non) si soddisfi (sazia) il nostro intelletto, se non illuminato dalla verità al di là della quale nessuna verità ha ragion d’esistere (se ’l ver non lo illustra di fuor dal qual nessun vero si spazia).

Il “ver di fuor dal qual nessun vero si spazia“ è la verità della Rivelazione, inglobante in sé tutte le altre.

Posasi in esso, come fera in lustra,
tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
129 se non, ciascun disio sarebbe frustra.

Il nostro intelletto s’adagia (Posasi) in quella verità (esso), come una belva nella tana (fera in lustra), non appena la raggiunge (tosto che giunto l’ha); e può raggiungerla (giugner puollo): in caso contrario (se non), ogni desiderio di sapere (ciascun disio) sarebbe vano (frustra).

Nasce per quello, a guisa di rampollo,
a piè del vero il dubbio; ed è natura
132 ch’al sommo pinge noi di collo in collo.

È sulla scia della tal sete di conoscenza (per quello) che, ai piedi della verità (a piè del vero), a mo’ (guisa) di germoglio (rampollo), s’origina (Nasce), il dubbio; ed è insita alla natura umana la nostra elevazione (pinge noi) alla verità suprema (ch’al sommo) d’altura in altura (di collo in collo).

Essendo il “collo” la cresta collinare, il significato della locuzione sarebbe ‘di grado in grado’, a specificare quanto l’avvicinamento alla verità suprema avvenga, per l’appunto, gradatamente.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto IV • Giovanni di Paolo di Grazia (1398-1482), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Giovanni di Paolo di Grazia (1398-1482)
Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450

 

Questo m’invita, questo m’assicura
con reverenza, donna, a dimandarvi
135 d’un’altra verità che m’è oscura.

Ciò mi stimola (questo m’invita), ciò mi fortifica (m’assicura) nel chiedervi (a dimandarvi) con deferenza (reverenza), signora (donna), d’un’altra verità che m’è arcana (oscura).

Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi
ai voti manchi sì con altri beni,
138 ch’a la vostra statera non sien parvi».

Io desidero (vo’) sapere se l’uomo possa appagare i Cieli (può sodisfarvi) controbilanciando l’inosservanza (manchi) ai voti tramite altre opere di bene (con altri beni), tali che sulla (sì ch’a la) vostra stadera (statera) non siano (sien) di poco conto (parvi)”.

La “statera” è la bilancia a due piatti solitamente assunta a immagine di giustizia al di fuori dei tribunali.

Beatrice mi guardò con li occhi pieni
di faville d’amor così divini,
141 che, vinta, mia virtute diè le reni,
142 e quasi mi perdei con li occhi chini.

Beatrice osserva Dante con gli occhi talmente ricolmi (pieni) di faville d’amore e talmente (così) divini, che, sopraffatta (vinta), la sua facoltà visiva se la batte in ritirata (mia virtute diè le reni), mentr’egli quasi si smarrisce a sguardo chino (e quasi mi perdei con li occhi chini).

L’espressione “diè le reni” è presumibilmente una metafora militare dei tempi equivalente al ‘darsela a gambe’.

La donna amata riaprirà le danze lui dicendo: “S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore di là dal modo che ’n terra si vede, sì che del viso tuo vinco il valore…”
 
 
 
 

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