Divina Commedia: Paradiso, Canto III

Francesco Scaramuzza (1803-1886), Dante, Paradiso, Canto III, 1873

 
Dopo aver ascoltato da Beatrice la lunga e precisa esposizione del fenomeno relativo alle macchie lunari, Dante apre il Canto a lei rivolgendo sguardo, ma, nel mentre, attirando la sua attenzione l’apparir di talune anime beate ch’egli, sul momento, dato il loro evanescente aspetto, erroneamente crede siano riflesse, per questo voltandosi a cercarle dietro di sé e con tal gesto suscitando tenero e comprensivo sorriso da parte dell’adorata sua guida, la quale lo rassicura sull’istante, poi consigliandogli di cimentare quegli spiriti senza timore alcuno.

Seguendo alla lettera il suo suggerimento, l’Alighieri apre quindi al suo primo discorrere con anime beate, in esse avendo il piacere di cortesemente colloquiare con Piccarda Donati, la stessa, in un secondo momento, indicandogli l’imperatrice Costanza d’Altavilla e informandolo della presenza, in Cieli superiori, di santa Chiara d’Assisi, al cui Ordine Piccarda aderì in corso di terrena esistenza.

L’occasione di poter intrattenersi con lei si rivela preziosa nel suo spiegare al pellegrino appartener ella, come peraltro anticipato da Beatrice, agli Angeli e spiriti che mancarono ai voti, destinati al primo Cielo, quello della Luna, poi fornendo al poeta benaccette delucidazioni riguardo ai gradi di beatitudine, inoltre focalizzandosi sull’essenziale virtù della carità, amore divino che regola ogni sentimento dei beati.

Infine, dopo aver spiegato quali furono i voti non onorati da lei e Costanza, Piccarda svanisce intonando in canto, fra sorrisi, l’Ave Maria, Dante seguendola con lo sguardo per quanto possibile, poi nuovamente e con emozione perdendosi in quello dell’amata, calando il sipario sulle terzine il suo far totalmente inebetito dal suo emanar splendore, ma certo, come sempre, d’esser approdato al porto più sicuro e desiato.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto III • Salvador Dalí (1904-1989), Piccarda Donati, 1965 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Salvador Dalí (1904-1989), Piccarda Donati, 1965

 

Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,
di bella verità m’avea scoverto,
3 provando e riprovando, il dolce aspetto;

Quel sole, che tempo prima (pria) aveva scaldato a Dante il (mi scaldò ’l) petto d’amore, gli ha palesato la soave bellezza (m’avea scoverto di bella il dolce aspetto) della verità, dimostrando il vero e confutando il falso (provando e riprovando);

Il “sol” è metafora per indicare Beatrice e la locuzione “provando e riprovando” si riaggancia alla metodologia aristotelica da lei utilizzata, nel precedente Canto, per argomentare all’Alighieri sulle macchie lunari, sebben, in verità, la concatenazione scientifica corretta sarebbe ‘riprovando e provando’, ovverosia prima demolendo l’errore e poi confermando la realtà dei fatti.

e io, per confessar corretto e certo
me stesso, tanto quanto si convenne
6 leva’ il capo a proferer più erto;

e Dante (io), per confessare d’esser stato rettificato e persuaso (corretto e certo me stesso), alza la testa (leva’ il capo), raddrizzandola (più erto) per quel tanto che conviene (quanto si convenne) al fin di parlare (a proferer) con lei;

L’Alighieri, in ossequioso riguardo, non s’azzarda a drizzare il capo oltre la distanza a lui opportuna per rivolgersi alla donna amata.

ma visïone apparve che ritenne
a sé me tanto stretto, per vedersi,
9 che di mia confession non mi sovvenne.

ma gli si manifesta (apparve) una visione che lo calamita a tal punto (ritenne a sé me tanto stretto), al suo vederne (per vedersi), da fargli obliare la sua (non mi sovvenne di mia) confessione.

Quali per vetri trasparenti e tersi,
o ver per acque nitide e tranquille,
12 non sì profonde che i fondi sien persi,
tornan d’i nostri visi le postille
debili sì, che perla in bianca fronte
15 non vien men forte a le nostre pupille;

Come da (Quali per) vetri trasparenti e tersi, o attraverso (ver) acque nitide e tranquille, non tanto (sì) profonde da non poterne vedere (che sien persi) i fondali (fondi), si riflettono (tornan) i contorni (le postille) dei (d’i) nostri volti (visi) tanto diafani (debili sì), che una perla su (in) una fronte di pelle chiarissima (bianca) non sarebbe percepita con minor difficoltà (vien men forte) dai nostri occhi (a le nostre pupille);

Antichi canoni di bellezza prevedevano che le donne avessero un lattiginoso incarnato, evidenziato da una chioma raccolta in una rete, legata da un nastro, ed una perla che da lui pendeva sulla fronte, in una sorta di tono su tono.

tali vid’io più facce a parlar pronte;
per ch’io dentro a l’error contrario corsi
18 a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.

similmente Dante vede alcuni volti (tali vid’io più facce) che paion esser desiderosi (pronte) di (a) parlare; ragion per cui egli (per ch’io) cade (corsi) nel malinteso opposto (dentro a l’error contrario) a quello che fece scoccare (ch’accese) l’amore tra l’uomo e la sorgente fonte (’l fonte).

Sùbito sì com’io di lor m’accorsi,
quelle stimando specchiati sembianti,
21 per veder di cui fosser, li occhi torsi;

Non appena accortosi degli spiriti (Sùbito sì com’io di lor m’accorsi), confondendoli per immagini riflesse (quelle stimando specchiati sembianti), il poeta si gira indietro (li occhi torsi) per veder chi siano (di cui fosser);

L’equivoco “quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte” è il ritenere reale, da parte di Narciso, la sua immagine riflessa nelle acque, innamorandosene; l’Alighieri cade invece in antitetico fallo, reputando rifratte figure vere.

Personaggio della mitologia greca, trattato da più autori, il bellissimo Narciso, secondo il mito riportato da Ovidio, era solito sdegnare l’interesse, nei suoi confronti, di qualsiasi giovane lo corteggiasse, sennonché, un giorno, l’ennesima amante respinta, adirata, si rivolse alla dea della vendetta, Nemesi, chiedendole che l’avvenente ragazzo potesse innamorarsi di se stesso.

Giunto ad una fonte, egli s’infatuò perdutamente dalla sua immagine riflessa nell’acqua, reputandola reale, quindi irrimediabilmente morendo nel costante e disperato tentativo d’abbracciarla e, dopo essersi adagiato in piena spossatezza, morendo, quindi il suo corpo trasformandosi in un fiore di gialla corolla e candidi petali, per l’appunto, il narciso.

e nulla vidi, e ritorsili avanti
dritti nel lume de la dolce guida,
24 che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

e nulla vede, dunque rivolge nuovamente lo sguardo innanzi (ritorsili avanti) a sé, fissandolo nella luminosità della (de la) sua dolce Beatrice (guida) la quale (che), sorridendo, scintilla ardentemente nei (arde ne li) suoi santi occhi.

«Non ti maravigliar perch’io sorrida»,
mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
27 poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,
ma te rivolve, come suole, a vòto:
vere sustanze son ciò che tu vedi,
30 qui rilegate per manco di voto.

Ella dice a Dante (mi disse): “Non stupirti (ti maravigliar) del fatto (perch’) ch’io sorrida del tuo puerile pensiero (coto), dato che (poi) esso non è ancor totalmente ancorato (poi lo piè non fida) alla verità (sopra ’l vero), ma ti rigira (te rivolve) a vuoto (vòto), come avviene solitamente (suole) in questi frangenti: quelle (ciò) che tu vedi sono vere anime (sustanze), confinate (rilegate) nel Cielo della Luna (qui) per aver mancato ai voti (manco di voto).

Però parla con esse e odi e credi;
ché la verace luce che le appaga
33 da sé non lascia lor torcer li piedi».

Pertanto (Però) parla con loro (esse), credendo a tutto quanto udirai (e odi e credi); poiché (ché) la verità fatta di quel bagliore (ché la verace luce) che le permea, appagandole (appaga), non consente loro di allontanarsi dalla stessa (da sé non lascia lor torcer li piedi)”.

Ai beati, essendo irraggiamenti della verità assoluta dell’Altissimo, non è possibile mentire.

E io a l’ombra che parea più vaga
di ragionar, drizza’ mi, e cominciai,
36 quasi com’uom cui troppa voglia smaga:

E l’’Alighieri (io) s’orienta (drizza’ mi) verso l’anima (a l’ombra) che par maggiormente smaniosa (parea più vaga) di conversare (ragionar), iniziando (e cominciai) a parlare, come colui che venga soggiogato da eccesso di brama (quasi com’uom cui troppa voglia smaga):

Il pellegrino, spinto da smodata smania, s’appresta ad aprir bocca come intimorito dalla situazione, per lui completamente nuova.

«O ben creato spirito, che a’ rai
di vita etterna la dolcezza senti
39 che, non gustata, non s’intende mai,
grazïoso mi fia se mi contenti
del nome tuo e de la vostra sorte».
42 Ond’ella, pronta e con occhi ridenti:

“O ben creato spirito, che irradiato (a’ rai) di vita eterna percepisci (senti) la dolcezza che, qualora non provata (gustata), è impossibile comprendere (non s’intende mai), mi sarebbe (fia) gradito (grazïoso) se m’accontentassi rivelandomi come ti chiami (mi contenti del nome tuo) e riguardo alla tua condizione (de la vostra sorte)”. Ond’ella, sollecita (pronta) e con occhi ridenti:

Tangibile è la garbata delicatezza con la quale Dante avanza la sua prima richiesta.

«La nostra carità non serra porte
a giusta voglia, se non come quella
45 che vuol simile a sé tutta sua corte.

“La nostra carità non chiude (serra) porte a un retto desiderio (giusta voglia), al pari di (se non come) quella che vuole la sua corte simile a sé.

Ciò “che vuol simile a sé tutta sua corte” è ovviamente la carità del Padre Eterno.

I’ fui nel mondo vergine sorella;
e se la mente tua ben sé riguarda,
48 non mi ti celerà l’esser più bella,
ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
che, posta qui con questi altri beati,
51 beata sono in la spera più tarda.

Sulla terra io fui una suora (I’ fui nel mondo vergine sorella); e se la tua memoria (mente) ben si scandaglia (sé riguarda), il mio esser più bella non ti celerà la mia identità (mi), ma mi riconoscerai nella persona di (ch’i’ son) Piccarda, che, qui relegata (posta) con questi altri beati, beata sono nel Cielo (in la spera) più lento (tarda).

Di Piccarda Donati, vissuta a metà del tredicesimo secolo, narrò il fratello Forese, su sprone dell’Alighieri, in quarta e quinta terzina del ventiquattresimo Canto di Purgatorio: “Ma dimmi, se tu sai, dov’è Piccarda; dimmi s’io veggio da notar persona tra questa gente che sì mi riguarda”. “La mia sorella, che tra bella e buona non so qual fosse più, trïunfa lieta ne l’alto Olimpo già di sua corona”.

Nata da Simone Donati, fu clarissa nel convento di Monticelli; nel 1285 venne rapita dal fratello Corso e costretta al matrimonio con il rozzo Rossellino della Tosa, della patrizia famiglia fiorentina dei Tosinghi, alleata con i Donati nel sostegno della fazione politica dei guelfi neri; leggenda vuole che la gentil donna abbia supplicato l’Onnipotente allo scopo di non consumare il matrimonio, ascoltata dallo stesso nel ricevere una forma lebbrosa fulminate che la condusse a miglior vita.

La “spera più tarda” è il Cielo della Luna e, come già esposto nel preambolo al primo Canto di codesta Cantica, quello meno distante dalla sfera terrestre, che ruota più lentamente di tutti gli altri Cieli.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto III • Giorgio Giulio Clovio (1498-1578), Dante e Beatrice trasportati sulla Luna, XVI secolo • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Giorgio Giulio Clovio (1498-1578), Dante e Beatrice trasportati sulla Luna, XVI secolo

 

Li nostri affetti, che solo infiammati
son nel piacer de lo Spirito Santo,
54 letizian del suo ordine formati.

I (Li) nostri sentimenti, che divampano solamente (solo infiammati son) nel compiacere (piacer) lo Spirito Santo, s’allietano (letizian) nel conformarsi al (formati del) suo ordine.

È nella carità divina, rappresentata dal Santissimo Spirito, che confluiscono, soddisfacendo lo stesso, gli impulsi emozionali di tutte le anime beate.

E questa sorte che par giù cotanto,
però n’è data, perché fuor negletti
57 li nostri voti, e vòti in alcun canto».

E codesto grado di beatitudine (questa sorte) che pare così in basso (giù cotanto), per questo ci è stato destinato (n’è data), perché rimasero incompiuti i (fuor negletti li) nostri voti, e in talune parti (alcun canto) inadempiuti (vòti).

Ond’io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
vostri risplende non so che divino
60 che vi trasmuta da’ primi concetti:

Dante dunque (Ond’io) a lei: “Nelle vostre lodevoli sembianze (Ne’ mirabili aspetti vostri) risplende una parvenza divina (non so che divino) che muta la vostre originarie fattezze (vi trasmuta da’ primi concetti):

però non fui a rimembrar festino;
ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
63 sì che raffigurar m’è più latino.

per questo (però) non son stato (fui) solerte (festino) nel ricordare (a rimembrar); ma or mi giova quanto da te dettomi (or m’aiuta ciò che tu mi dici), per modo (sì) che riconoscerti (raffigurar) m’è più semplice (latino).

Il vocabolo “latino”, essendo inteso come ‘italiano’ restituisce il senso di familiarità, da cui la raggiunta semplicità nel discernere i lineamenti di Piccarda, conosciuta in vita dall’autore.

Ma dimmi: voi che siete qui felici,
disiderate voi più alto loco
66 per più vedere e per più farvi amici?».

Ma dimmi: voi che siete qui felici, desiderate una più elevata sede (alto loco) per vedere maggiormente (più) Dio e per meglio interagire con lui (più farvi amici)?

L’Alighieri pone questa domanda nella probabile convinzione che l’intensità della beatitudine sia direttamente proporzionale all’altezza dei Cieli ed alla loro vicinanza al Creatore.

Con quelle altr’ombre pria sorrise un poco;
da indi mi rispuose tanto lieta,
69 ch’arder parea d’amor nel primo foco:

Piccarda, dapprima (pria) sorride lievemente (un poco) insieme alle altre anime (Con quelle altr’ombre); quindi risponde a Dante con cotal lietezza (da indi mi rispuose tanto lieta), da sembrar ardere d’amore nello Spirito Santo (ch’arder parea d’amor nel primo foco):

«Frate, la nostra volontà quïeta
virtù di carità, che fa volerne
72 sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.

“Fratello (Frate), la virtù della carità cheta (quïeta) la nostra volontà, per modo da farci desiderare solamente ciò che abbiamo (che fa volerne sol quel ch’avemo), senza assetarci oltremodo (e d’altro non ci asseta).

Se disïassimo esser più superne,
foran discordi li nostri disiri
75 dal voler di colui che qui ne cerne;

Se anelassimo (disïassimo) esser collocate più in alto (superne), le nostre ambizioni (li nostri disiri) sarebbero (foran) discordi dal volere di colui che qui ci distribuisce per cernita (ne cerne);

Con l’espressione “colui che qui ne cerne” s’identifica ovviamente l’Ente Supremo.

che vedrai non capere in questi giri,
s’essere in carità è qui necesse,
78 e se la sua natura ben rimiri.

cosa che vedrai non accadere (capere) in queste sfere celesti (questi giri), s’essere in stato di carità è qui ineludibile (necesse), e se ben rifletti (rimiri) sulla natura della stessa carità (sua).

Chi s’attiene alla carità di Dio, non può discostarsi dalla di Lui volontà, perciò l’Alighieri non potrà mai vedere il verificarsi d’eventuali insubordinazioni nei nove Cieli, peraltro sottostando alla stessa anche i penitenti di Purgatorio ed Inferno.

Anzi è formale ad esto beato esse
tenersi dentro a la divina voglia,
81 per ch’una fansi nostre voglie stesse;

Anzi è intrinseco a questo stato di beatitudine (formale ad esto beato esse) adeguarsi al disegno divino (tenersi dentro a la divina voglia), poiché il nostro stesso volere converge in quell’unico decreto (per ch’una fansi nostre voglie stesse);

sì che, come noi sem di soglia in soglia
per questo regno, a tutto il regno piace
84 com’a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.

cosicchè (sì che), la modalità con la quale veniamo scaglionati fra i vari Cieli del Paradiso (come noi sem di soglia in soglia per questo regno), a tutto il regno dei beati è gradita (piace) come al sovrano (com’a lo re) che orienti il nostro volere al suo (’n suo voler ne ’nvoglia).

E ’n la sua volontade è nostra pace:
ell’è quel mare al qual tutto si move
87 ciò ch’ella crïa o che natura face».

E nella (’n la) sua volontà (volontade) risiede (è) la nostra pace: ella è quel mare verso cui propende (al qual tutto si move) tutto ciò ch’ella ha creato (crïa) o che la natura attua (face)”.

Chiaro mi fu allor come ogne dove
in cielo è paradiso, etsi la grazia
90 del sommo ben d’un modo non vi piove.

Allora Dante comprende (Chiaro mi fu) come qualsiasi zona celeste (ogne dove in cielo) sia beatitudine (è paradiso), sebben (etsi) la grazia del Signore (sommo) non venga irrorata in maniera uniforme (ben d’un modo non vi piove).

Ma sì com’elli avvien, s’un cibo sazia
e d’un altro rimane ancor la gola,
93 che quel si chere e di quel si ringrazia,
così fec’io con atto e con parola,
per apprender da lei qual fu la tela
96 onde non trasse infino a co la spuola.

Ma analogamente a come si verifica (sì com’elli avvien), quando d’un alimento (s’un cibo) ci si sazia e d’un altro rimane ancor la voglia (gola), che d’uno (quel) si chiede (chere) e dell’altro (quel) si ringrazia, così fa l’Alighieri (fec’io) con gesti (atto) e con parole, per apprender da lei qual’è (fu) la tela della quale (onde) non abbia tratto a capo (trasse infino a co) la spola (spuola).

Incantevole allegoria per mezzo della quale Dante chiede a Piccarda quale sia il voto in vita non abbia completato appieno.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto III • Federico Zuccari (1540-1609), Divina Commedia, 1586-1588 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Federico Zuccari (1540-1609), Divina Commedia, 1586-1588

 

«Perfetta vita e alto merto inciela
donna più sù», mi disse, «a la cui norma
99 nel vostro mondo giù si veste e vela,
perché fino al morir si vegghi e dorma
con quello sposo ch’ogne voto accetta
102 che caritate a suo piacer conforma.

Piccarda in risposta all’Alighieri: “Edificante esistenza (Perfetta vita) e sommi meriti (alto merto) annoverano in un Cielo superiore (inciela più sù) una donna, in riferimento alla cui regola (norma) giù nel vostro mondo s’indossano abiti e veli (si veste e vele) monacali, affinché fin in punto di morte (perché fino al morir) si vegli (vegghi) e si dorma accanto a (con) quello sposo che accondiscende (accetta) qualsiasi (ogne) voto che la virtù della carità renda conforme ai suoi propositi (caritate a suo piacer conforma).

La “donna più sù” è santa Chiara d’Assisi (1193/1994-1253) la quale, insieme al religioso e poeta san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226), fondò l’ordine cattolico delle Clarisse.

Lo “sposo” è il Cristo.

Dal mondo, per seguirla, giovinetta
fuggi’ mi, e nel suo abito mi chiusi
105 e promisi la via de la sua setta.

Sulla terra (Dal mondo), per seguirla, me ne fuggii (fuggi’ mi) in giovanissima età (giovinetta), e nel suo abito mi chiusi, impegnandomi a seguire la regola del suo Ordine (e promisi la via de la sua setta).

Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
108 Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

Poi alcuni uomini, più al male che al bene avvezzi (usi), mi rapirono fuori dall’amabile convento (de la dolce chiostra): Iddio sol può sapere come in seguito proseguì la mia esistenza (si sa qual poi mia vita fusi).

E quest’altro splendor che ti si mostra
da la mia destra parte e che s’accende
111 di tutto il lume de la spera nostra,
ciò ch’io dico di me, di sé intende;
sorella fu, e così le fu tolta
114 di capo l’ombra de le sacre bende.

E quest’altro spirito sfolgorante (splendor) che t’appare al mio lato destro (ti si mostra da la mia destra parte) e che s’illumina di tutta la luce del nostro Cielo (tutto il lume de la spera nostra), ben assimila (intende) ciò ch’io dico di me, come riguardasse lei stessa (di sé); fu una suora (sorella), e alla stessa maniera (così) le fu tolta dal capo l’ombra delle sacre bende.

Le “sacre bende” simbolizzano il velo.

Ma poi che pur al mondo fu rivolta
contra suo grado e contra buona usanza,
117 non fu dal vel del cor già mai disciolta.

Ma dopo esser stata ricondotta (poi che fu rivolta) al mondo contro la sua volontà (contra suo grado) e contro qualsivoglia integra moralità (contra buona usanza), giammai si disunì dal suo velo interiore (non fu dal vel del cor già mai disciolta).

Quest’è la luce de la gran Costanza
che del secondo vento di Soave
120 generò ’l terzo e l’ultima possanza».

Questo è lo spirito luminoso della grande (Quest’è la luce de la gran) Costanza che dall’unione con il (del) secondo imperatore (vento) di Svezia (Soave) generò il terzo e ultimo rappresentante (possanza).

Trattasi della sovrana Costanza d’Altavilla (1154-1198), o Costanza I di Sicilia, moglie del “secondo vento di Soave”, vale a dire il Re di Germania e Sicilia, oltre che Sacro Romano Imperatore, Enrico VI di Hohenstaufen (1165-1197), o Enrico IV di Svevia e madre del “terzo”, ossia Federico Ruggero di Hohenstaufen (1194-1250), conosciuto come Federico II di Svevia.

Le nozze obbligate tra Costanza ed Enrico IV, celebrate nel 1185, furono strategicamente volute dal di lui padre, all’epoca Imperatore del Sacro Romano Impero, Federico I di Hohenstaufen (1122 circa – 1190), celebre al nome di Federico Barbarossa, allo scopo d’incorporare ai propri possedimenti il regno normanno dell’Italia meridionale.

Federico II viene nominato da Farinata al centodiciannovesimo versetto del decimo Canto infernale: “qua dentro è ’l secondo Federico”, mentre di suo figlio Manfredi di Hohenstaufen (1232-1266), o di Svevia o di Sicilia, traccia il terzo Canto di Purgatorio, in trentottesima terzina: “Io son Manfredi, nepote di Costanza imperatrice”.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto III • Filippo Pelagio Palagi (1775-1860), Imperatrice Costanza promette la corona di Sicilia al figlio Federico, 1810 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info

Filippo Pelagio Palagi (1775-1860), Imperatrice Costanza promette la corona di Sicilia al figlio Federico, 1810


 

Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
Maria’ cantando, e cantando vanio
123 come per acqua cupa cosa grave.

Così parla Piccarda a Dante (parlommi), indi iniziando a recitare ‘Ave, Maria’ cantando, e continuando a cantare (cantando) svanendo (vanio) come un greve oggetto (cosa grave) che affondi in acque profonde (per acqua cupa).

La vista mia, che tanto lei seguio
quanto possibil fu, poi che la perse,
126 volsesi al segno di maggior disio,
e a Beatrice tutta si converse;
ma quella folgorò nel mïo sguardo
129 sì che da prima il viso non sofferse;

Lo sguardo dell’Alighieri (La vista mia), che tanto la segue (lei seguio) per quanto sia concesso alle sue facoltà (possibil fu), dopo averla persa di vista (poi che la perse), si volge all’oggetto primo del suo desiderio (volsesi al segno di maggior disio), e su (a) Beatrice completamente polarizzandosi (tutta si converse); ma la donna folgora nel di lui (quella folgorò nel mïo) sguardo con così tanta intensità in modo (sì) che, dapprincipio (da prima), Dante non è in grado di sostenerne (sofferse) la vista (il viso);

130 e ciò mi fece a dimandar più tardo.

e ciò lo porta a posticipare i suoi quesiti (mi fece a dimandar più tardo).

Stordito sul passaggio fra il terzo ed il quarto Canto, Dante, “Intra due cibi, distanti e moventi d’un modo, prima si morria di fame, che liber’omo l’un recasse ai denti…”
 
 
 
 

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