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Divina Commedia: Paradiso, Canto II

Virgilio Faini (1872-1973), Divina Commedia illustrata, Paradiso, 1917

 
L’autore della Commedia esordisce con una sentita esortazione nei confronti dei propri lettori, incalzandoli a farsi da parte ed a rinunciare alla lettura della terza Cantica qualora non fossero adeguatamente dotati d’intelletto e sapienza a riguardo, essendo la rotta poetica ch’egli si sta per intraprendere alquanto ignota.

Quindi Dante e Beatrice iniziano ad ascendere verso il Cielo della Luna ad una velocità supersonica direttamente proporzionale alla smania della visione di Dio, frattanto all’Alighieri parendo impossibile che il suo corpo in carne ed ossa riesca a penetrare nella dimensione in cui si trova con la sua amata, mistero la cui chiarezza appartiene all’Altissimo, oltre all’aggiunto enigma della sua Incarnazione, del quale si godrà al suo cospetto, sulla terra potendolo fare in maniera spirituale, attraverso la fede.

La risalita via etere prosegue e il pellegrino chiede a Beatrice delucidazioni su “li segni bui” che si notano sulla superficie lunare ed ella, dopo aver lui chiesto d’esprimere una sua prima valutazione, gli riferisce essere sbagliata e, per la bellezza di trenta terzine consecutive, delinea al suo protetto l’intero percorso della virtù celeste fra i vari Cieli, portandolo a conoscenza della reale origine delle macchie lunari e le sue parole chiudendo sipario.

Il Canto, in cui inizialmente questioni dottrinali sembrano esser protagoniste, scivola rapidamente su un poetico sfondo in cui aprirsi all’apprendimento di nozioni sulle virtù celesti, in una sorta didascalica introduttiva e che, sussurrate dalla voce di Beatrice, assumono una connotazione universale intrisa di dolcezza, quella utilizzata dalla donna nel prendere per mano il suo protetto e condurlo fra stelle, sempre più avvicinandolo alla grazia tanto attesa.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto II • Jean-Paul Aubé (1837-1916), Dante Alighieri, 1879 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Jean-Paul Aubé (1837-1916), Dante Alighieri, 1879

 

O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
3 dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
6 perdendo me, rimarreste smarriti.

O voi che, nel desiderio d’ascoltarmi, con la vostra minuscola (in piccioletta) barca vi siete messi in coda (seguiti) dietro al mio vascello (legno) che, poetando (cantando), solca (varca) le acque, tornate a riveder i litorali dai quali avete salpato (li vostri liti): non avventuratevi nel mare (vi mettete in pelago), poiché (ché), perdendomi (perdendo me), potrebbe esser (forse) che vi smarriate voi stessi (rimarreste smarriti).

Ammonimento fa da incipit al Canto, l’Alighieri infatti dichiarando che solo lettori degnamente dotati di brillante ingegno ed adeguata cultura risultano idonei al seguirlo, considerato il suo seguire nuove rotte poetiche ed il conseguente rischio, per chi gli si accodi, di perdersi se non ben dotato.

L’allegoria della barca in acque sconosciute è una sorta di richiamo tra un verseggiatore fiorentino ad un eroe mitologico acheo, ovvero tra Dante, guidato alla beatitudine per concessione divina, in contrapposizione al mitologico Ulisse, protagonista d’un viaggio terminato in un fatale naufragio, per aver osato sfidar decreti celesti nello spingersi oltre le Colonne d’Ercole, come per sua voce narrato a partir dal novantesimo verso del ventiseiesimo Canto infernale, fino a conclusion dello stesso, per ben diciotto terzine.

L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
9 e nove Muse mi dimostran l’Orse.

L’acque nelle quali sto per addentrarmi (ch’io prendo), giammai furon navigate (non si corse); che Minerva spira nelle mie vele, che Apollo mi scorti (conducemi) e che le nove Muse m’indichino la rotta verso la Stella polare (mi dimostran l’Orse).

Di benevolo auspicio saranno la dea della saggezza e delle eroiche virtù, Minerva, per mezzo suo soffiar venti favorevoli, il dio della poesia Apollo al timone e infine le tanto invocate Muse ad orientar verso la giusta direzione.

Voialtri pochi che drizzaste il collo
per tempo al pan de li angeli, del quale
12 vivesi qui ma non sen vien satollo,
metter potete ben per l’alto sale
vostro navigio, servando mio solco
15 dinanzi a l’acqua che ritorna equale.

Voi pochi altri, che ambiste (drizzaste il collo) per tempo all’eterno sapere (al pan de li angeli), del quale sulla terra (qui) ci si può nutrire per tutto il corso dell’esistenza (vivesi), senza mai saziarsene (non sen vien satollo), ben potete avventurarvi (metter) con la vostra nave (navigio) in l’alto mare (sale), rimanendo (servando) nella mia scia (solco) dinanzi al punto in cui l’acqua ritorna uguale (equale).

Que’ glorïosi che passaro al Colco
non s’ammiraron come voi farete,
18 quando Iasón vider fatto bifolco.

Quei gloriosi che giunsero nella Colchide (passaro al Colco) non si meravigliarono (s’ammiraron) tanto quanto (come) faretre voi, nell’osservar (quando videro) Giasone (Iasón) sperimentarsi come contadino (fatto bifolco).

Esclusivamente chi nel corso della sua esistenza abbia nutrito il proprio sapere filosofico illuminato dalla verità eterna, vale a dire quel “pan de li angeli” che alle creature angeliche appunto compete, oltre che a pochissimi uomini, è all’altezza di leggere la terza Cantica, fra le cui rime si stupiranno, proprio come avvenne per i “glorïosi” Argonauti al visionar il loro ammiraglio, Giasone, nell’intento di domar due tori semimetallici e porli ad arare, essendo questa la seconda d’alcune prove previste da superare per la conquista del famigerato vello d’oro, di cui si decanta fra l’ottantaseisimo e il novantaseisimo versetto del diciottesimo Canto dell’Inferno: «Quelli è Iasón, che per cuore e per senno li Colchi del monton privati féne. Ello passò per l’isola di Lenno poi che l’ardite femmine spietate tutti li maschi loro a morte dienno. Ivi con segni e con parole ornate Isifile ingannò, la giovinetta che prima avea tutte l’altre ingannate. Lasciolla quivi, gravida, soletta; tal colpa a tal martiro lui condanna; e anche di Medea si fa vendetta».

La concreata e perpetüa sete
del deïforme regno cen portava
21 veloci quasi come ’l ciel vedete.

L’insita (La concreata) e perenne (perpetüa) smania (sete) del regno a Dio conforme (deïforme) fa ascendere il pellegrino e la donna amata (cen portava) con una velocità simile a quella riscontrabile nel moto celeste (veloci quasi come ’l ciel vedete).

Il moto celeste a cui l’Alighieri riferisce con quel “vedete”, rimanda ad una concezione puramente mentale del moto, considerando che alla vista le distese celesti appaiono assolutamente immobili ed è metafora verosimilmente utilizzata per rendere l’idea di quanto il bramar la visione divina acceleri la risalita.

Beatrice in suso, e io in lei guardava;
e forse in tanto in quanto un quadrel posa
24 e vola e da la noce si dischiava,
giunto mi vidi ove mirabil cosa
mi torse il viso a sé; e però quella
27 cui non potea mia cura essere ascosa,
volta ver’ me, sì lieta come bella,
«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
30 «che n’ ha congiunti con la prima stella».

Beatrice guarda in su (suso), mentre Dante (e io) guarda lei; e all’incirca nel medesimo tempo che una freccia (forse in tanto in quanto un quadrel) impiega nel conficcarsi in un bersaglio (posa), volare e scoccarsi (si dischiava) dal legno dell’arco (da la noce), egli arriva (giunto mi vidi) ove una meravigliosa (mirabil) visione (cosa) calamita il suo sguardo (mi torse il viso a sé); pertanto (e però) colei alla quale il discepolo non può celare qualsivoglia sensazione (quella cui non potea mia cura essere ascosa), rivoltasi verso di lui (volta ver’ me), tanto gaia quanto (sì lieta come) bella, lo sprona (mi disse) a rivolgere profonda gratitudine (Drizza la mente grata) a (in) Dio per aver permesso loro di sopraggiungere con il pianeta che ruota nel primo Cielo (la prima stella).

La celerità dell’ascesa è paragonata al brevissimo intervallo di tempo coperto da un dardo fra il momento della scocca e il piantarsi a segno e i due sono entrati nel Cielo della Luna.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto II • William Dyce (1806-1864), Dante and Beatrice • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
William Dyce (1806-1864), Dante and Beatrice

 

Parev’a me che nube ne coprisse
lucida, spessa, solida e pulita,
33 quasi adamante che lo sol ferisse.

All’Alighieri sembra d’essere avvolto in una (Parev’a me che ne coprisse) nube luccicante (lucida), spessa, solida e levigata (pulita), come un diamante tagliato dal sole (quasi adamante che lo sol ferisse).

Per entro sé l’etterna margarita
ne ricevette, com’acqua recepe
36 raggio di luce permanendo unita.

L’eterna perla (margarita) dona accoglienza alla coppia (ne ricevette), come l’acqua recepisce (recepe) un raggio solare (di luce) restando compatta (permanendo unita).

Dante e Beatrice sono penetrati all’interno del corpo del pianeta lunare, del quale il poeta descrive come una nube diamantina.

S’io era corpo, e qui non si concepe
com’una dimensione altra patio,
39 ch’esser convien se corpo in corpo repe,
accender ne dovria più il disio
di veder quella essenza in che si vede
42 come nostra natura e Dio s’unio.

Se l’Alighieri è (era) un corpo in carne ed ossa, e sulla terra (qui) non si concepisce (concepe) come una dimensione spaziale possa reggerne (patio) un’altra, ch’è quanto accade quando (ch’esser convien se) un corpo s’introduce (repe) in un altro, questo dovrebbe maggiormente ardere in noi (accender ne dovria più) il desiderio (disio) di vedere quell’essenza nella quale si può osservare (in che si vede) come si congiungono (s’unio) la natura umana (nostra) e quella di Dio.

Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
non dimostrato, ma fia per sé noto
45 a guisa del ver primo che l’uom crede.

Nell’Empireo (Lì) si potrà riscontrare (vedrà) ciò che sperimentiamo (tenem) attraverso (per) la fede, ma ciò non avverrà per deduzione razionale (ragionamento), bensì si paleserà (ma fia per sé noto) come verità irrefutabile sulla quale l’umanità basa tutte le sue attività conoscitive (a guisa del ver primo che l’uom crede).

L’incredibile situazione descritta da Dante sull’integrazione dei corpi, proprio in quanto difficilmente comprensibile dovrebbe accrescere ancor più la mira di arrivare in Paradiso e finalmente osservare e capire il mistero dell’Incarnazione del Cristo, sulla terra saggiata esclusivamente per atto di fede.

Io rispuosi: «Madonna, sì devoto
com’esser posso più, ringrazio lui
48 lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.

Al precedente sprone di Beatrice, l’Alighieri risponde (Io rispuosi): “Mia Signora (Madonna), col massimo della devozione a me possibile (sì devoto com’esser posso più), ringrazio il Padre Eterno (lui) che (lo qual) dal mondo terrestre (mortal) mondo m’ha rimosso (remoto).

Per decreto divino Dante non è più soggetto alla legge di gravità e manifesta assoluta riconoscenza a riguardo.

Ma ditemi: che son li segni bui
di questo corpo, che là giuso in terra
51 fan di Cain favoleggiare altrui?».

Ma ditemi: cosa sono le macchie scure (che son li segni bui) di questo astro (corpo), che laggiù sulla (là giuso in) terra stimolano taluni (fan altrui) a favoleggiare di Caino?”.

Le ombrose chiazze che della luna si vedono dalla terra, hanno spesso portato gli uomini ad originare credenze popolari, come quella di Caino che starebbe in esilio notturno sulla sfera lunare e sarebbe causa delle stesse, di lui già parlando Virgilio nella quarantaduesima terzina del ventesimo Canto infernale: “Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine d’amendue li emisperi e tocca l’onda sotto Sobilia Caino e le spine”.

Secondo la leggenda, dopo aver assassinato il fratello Abele, Caino si rifugiò in una grotta, proteggendosi dagli animali con dei fasci di spine, gli stessi che, quando alla sua morte l’uomo venne destinato al regno infernale durante il giorno e in esilio sulla luna durante la notte, egli continua a portare sulle spalle e quando dalla terra sì guarda la luna, questi apparirebbero come macchie plumbee sulla sua superficie.

Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra
l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali
54 dove chiave di senso non diserra,
certo non ti dovrien punger li strali
d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
57 vedi che la ragione ha corte l’ali.

Beatrice sorride abbondantemente (Ella sorrise alquanto), poi spiegando all’Alighieri (mi disse) che se l’atto percettivo (S’elli) fa cadere in errore (erra) il giudizio degli uomini (l’oppinïon d’i mortali), quando l’esperienza sensibile (dove chiave di senso) non schiude (disserra) la verità, certo è che ormai (omai) non dovrebbero più sforacchiarlo le frecce dello stupore (ti dovrien punger li strali d’amirazione), poiché (poi) egli ha già constatato (vedi) che quando la ragione fa affidamento sui (dietro ai) sensi, il suo volo è breve (ha corte l’ali).

Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso
60 credo che fanno i corpi rari e densi».

Quindi la donna lo invita a confidargli le sue opinioni a riguardo (Ma dimmi quel che tu da te ne pensi)”. E Dante (io): “Ciò che quassù ci appare differente (Ciò che n’appar qua sù diverso), credo sia causato dalla variazione di spessore e densità degli astri (che fanno i corpi rari e densi)”.

Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso
nel falso il creder tuo, se bene ascolti
63 l’argomentar ch’io li farò avverso.

Ed ella: “Ti renderai conto (vedrai) sicuramente (Certo) di quanto la tua valutazione (il creder tuo) ampiamente (assai) affondi nell’inesattezza (sommerso nel falso), se ascolti con attenzione (ben) le mie argomentazioni in antitesi (l’argomentar ch’io li farò avverso).

La spera ottava vi dimostra molti
lumi, li quali e nel quale e nel quanto
66 notar si posson di diversi volti.

L’ottavo Cielo (La spera ottava) vi manifesta (mostra) molti astri (lumi) i (li) quali, sia in lucentezza che in dimensione (e nel quale e nel quanto), si possono notare in differenti aspetti (di diversi volti).

Se raro e denso ciò facesser tanto,
una sola virtù sarebbe in tutti,
69 più e men distributa e altrettanto.

Qualora rarità e densità fossero l’unica ragione (facesser tanto) di ciò, a (in) tutti loro sarebbe comune un’unica (una sola) virtù, ripartita (distributa) in misura maggiore, minore oppure uguale (più e men distributa e altrettanto).

Virtù diverse esser convegnon frutti
di princìpi formali, e quei, for ch’uno,
72 seguiterieno a tua ragion distrutti.

Ma virtù diverse derivano dai (esser convegnon frutti) princìpi formali, e quest’ultimi (quei), tranne (for ch’) uno, s’annullerebbero a conseguenza del tuo ragionamento (seguiterieno a tua ragion distrutti).

La “spera ottava” è difatti il Cielo delle Stelle Fisse, dove gli astri presentano caratteristiche di qualità e quantità diverse fra loro e se fosse, come sostenuto dall’Alighieri, che la differenziazione derivi dall’intervallarsi di rarità e densità, allora le stesse dovrebbero possedere un’unica virtù, ma così non essendo, la dantesca supposizione è inesatta in partenza.

Ancor, se raro fosse di quel bruno
cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte
75 fora di sua materia sì digiuno
esto pianeto, o, sì come comparte
lo grasso e ’l magro un corpo, così questo
78 nel suo volume cangerebbe carte.

In aggiunta (Ancor), se la cagione prima di quella tonalità bruna (quel bruno) di cui chiedi (che tu dimandi) fosse la rarefazione (raro), la Luna (esto pianeto) sarebbe (fora) a tal punto carente (sì digiuno) della propria massa (di sua materia), o da parte a parte (d’oltre in parte in fora), oppure, similmente (o, sì come) a quanto un corpo distribuisce la parte grassa dalla magra (comparte lo grasso e ’l magro), da variare il suo spessore come fosse un libro in base a come lo si sfogli (così questo nel suo volume cangerebbe carte).

Se ’l primo fosse, fora manifesto
ne l’eclissi del sol, per trasparere
81 lo lume come in altro raro ingesto.

Se fosse vera la prima ipotesi (Se ’l primo fosse), ciò si manifesterebbe (fora manifesto) nell’(ne l’)eclissi solare (del sol), per il trapassare dei suoi raggi (trasparere lo lume) come avviene in qualsivoglia corpo rarefatto (altro raro ingesto).

Questo non è: però è da vedere
de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,
84 falsificato fia lo tuo parere.

E questo non è: perciò resta da valutare la seconda teoria (però è da vedere de l’altro); e qualora avvenga (e s’elli avvien) ch’io smantelli anche quella (l’altro cassi), sarà comprovata l’inattendibilità del tuo assunto (falsificato fia lo tuo parere).

Se veramente la Luna fosse bucherellata da parte a parte in alcuni punti, durante l’eclissi i raggi solari l’attraverserebbero; ciò non avvenendo, poiché il fenomeno sarebbe facilmente evidente, la prima congettura dell’Alighieri è confutata e Beatrice s’appressa a contestargli anche la seconda.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto II • William Cave Thomas (1820-1896), Dante in Paradiso • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
William Cave Thomas (1820-1896), Dante in Paradiso

 

S’elli è che questo raro non trapassi,
esser conviene un termine da onde
87 lo suo contrario più passar non lassi;

Se fosse (S’elli è) che codesta rarefazione (questo raro) non trivelli (trapassi) completamente il pianeta lunare, dovrebbe esserci almeno uno strato (esser conviene un termine) dal quale il fenomeno opposto (da onde lo suo contrario) impedisca (non lassi) alla luce d’oltrepassare (più passar);

e indi l’altrui raggio si rifonde
così come color torna per vetro
90 lo qual di retro a sé piombo nasconde.

e su quello strato il raggio solare rimbalzerebbe (indi l’altrui raggio si rifonde) così come un colore si riflette in un (torna per) vetro piombato sulla parte retrostante (lo qual di retro a sé piombo nasconde).

Il “vetro lo qual retro a sé piombo nasconde” è lo specchio.c

Or dirai tu ch’el si dimostra tetro
ivi lo raggio più che in altre parti,
93 per esser lì refratto più a retro.

Adesso tu ribatterai (Or dirai) che il (lo) raggio (ch’el), negli strati interni (ivi) appare più fosco rispetto alla superficie della Luna (si dimostra tetro più che in altre parti), essendo che la zona di riflessione è maggiormente arretrata (per esser lì refratto più a retro).

Da questa instanza può deliberarti
esperïenza, se già mai la provi,
96 ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’arti.

Da questo reclamo (Da questa instanza) ti potrà svincolare un esperimento (può deliberarti esperïenza), ch’è abituale sorgente del sapere umano (esser suol fonte ai rivi di vostr’arti), allorché vorrai provarla (se già mai la provi).

Le raggiunte conoscenze umane passano solitamente attraverso la sperimentazione scientifica.

Tre specchi prenderai; e i due rimovi
da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
99 tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

Dovrai prendere (prenderai) tre specchi: due posizionati rispetto a te alla medesima distanza (da te d’un modo), e l’altro, più indietro (rimosso), per modo che tu lo veda (li occhi tuoi ritrovi) in mezzo ai (tr’ambo li) primi due.

Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
ti stea un lume che i tre specchi accenda
102 e torni a te da tutti ripercosso.

Mettendoti dinnanzi (Rivolto) ad essi, adoperati affinché alle tue spalle (fa che dopo il dosso) tu abbia una luce (ti stea un lume) che colpisca (accenda) i tre specchi e ti si rifletta addosso (torni a te ripercosso) da parte di tutti e tre.

Ben che nel quanto tanto non si stenda
la vista più lontana, lì vedrai
105 come convien ch’igualmente risplenda.

Ancorché (Ben che) l’immagine (la vista) dello specchio più lontano non avrà la medesima estensione quantitativa (nel quanto tanto) delle altre due, in esso appurerai che la stessa, nonostante tutto, avrà eguale splendore (lì vedrai come convien ch’igualmente risplenda).

A seguito dell’esperimento, dante può valutare come il raggio riflesso dallo specchio più distante, sebben differente per estensione della luce, non varierà minimamente nel grado di chiarezza della stessa e questo inficia anche il secondo presupposto di Dante.

Or, come ai colpi de li caldi rai
de la neve riman nudo il suggetto
108 e dal colore e dal freddo primai,
così rimaso te ne l’intelletto
voglio informar di luce sì vivace,
111 che ti tremolerà nel suo aspetto.

Ora, come la materia prima (suggetto) della (de la) neve si sveste sia del biancore che della freddezza suoi propri (riman nudo e dal colore e dal freddo primai) per effetto delle percosse dei cocenti raggi (come ai colpi de li caldi rai), così sei rimasto tu (rimaso te) nell’(ne l’)intelletto, ch’io voglio plasmare (informar) d’una luce così viva (sì vivace), che al (nel) suo comparire (aspetto) ti tremolerà negli occhi.

In una meravigliosa similitudine con l’acqua (suggetto de la neve) che ritorna al suo stadio primordiale, Beatrice si compiace del fatto che la mente del suo protetto possa essersi affrancata dall’errore, or pronta per esser permeata di nuova luce.

Dentro dal ciel de la divina pace
si gira un corpo ne la cui virtute
114 l’esser di tutto suo contento giace.

All’interno del cielo dell’immobilità soprannaturale (Dentro dal ciel de la divina pace) ruota (si gira) un corpo nella cui virtù (ne la cui virtute) giace l’essere di tutto quanto contiene (suo contento).

Beatrice spiega che all’interno dell’Empireo ruota il Nono Cielo, o Primo Mobile, nella cui virtù motoria è inglobata l’essenza universale, quindi lo stesso contiene i Cieli e la terra.

Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,
quell’esser parte per diverse essenze,
117 da lui distratte e da lui contenute.

Il Cielo sottostante (seguente), ch’è ricolmo di stelle (c’ha tante vedute), suddivide (parte) quell’essere in differenti costellazioni (per diverse essenze), da lui separate (distratte) e da lui contenute.

Al di sotto sta l’ottavo, ch’è il Cielo delle Stelle Fisse, stipato di stelle alle quali lo stesso effonde quanto a sua volta assorbito dal Primo Mobile.

Li altri giron per varie differenze
le distinzion che dentro da sé hanno
120 dispongono a lor fini e lor semenze.

I rimanenti Cieli (Li altri giron), per aggiuntive differenziazioni (varie differenze), dispongono le distinzioni da loro introiettate (che dentro da sé hanno) secondo loro primarie finalità (a lor fini) e le loro virtù seminali (lor semenze).

Questi organi del mondo così vanno,
come tu vedi omai, di grado in grado,
123 che di sù prendono e di sotto fanno.

Queste sfere dell’universo operano in tal modo (Questi organi del mondo così vanno), come da te puoi ormai appurare (tu vedi omai), ovvero che, di grado in grado, ciò che recepiscono dal cielo sovrastante di sù prendono), poi propagano (e fanno) a quello di sotto.

I rimanenti sette Cieli, una volta ricevuta la virtù dal Cielo delle stelle Fisse, la dispongono secondo molteplici finalità, in ordine discendente.

Riguarda bene omai sì com’io vado
per questo loco al vero che disiri,
126 sì che poi sappi sol tener lo guado.

E guarda con attenzione la modalità con la quale (Riguarda bene omai sì com’io) m’avvicino, tramite quest’ultimo passaggio (vado per questo loco) alla verità (al vero) che tu desideri (desiri) raggiungere, per modo che in seguito tu sappia marciare da solo per l’ultima parte di tragitto (sì che poi sappi sol tener lo guado).

L’Alighieri viene spronato da Beatrice ad ascoltare con estrema attenzione l’ultimo passaggio del suo sermone, al fin di giungere da sé alla verità finale.

Lo moto e la virtù d’i santi giri,
come dal fabbro l’arte del martello,
129 da’ beati motor convien che spiri;

Il (Lo) moto e l’influsso d’i santi giri (la virtù delle sfere celesti) dipendono per forza di cose dagli angeli motori (da’ beati motor convien che spiri), come dal fabbro dipende la maestria (l’arte) del martello;

Rotazione e influenza del Cieli soggiacciono al controllo delle intelligenze angeliche di riferimento, al pari di come la capacità del martello dipenda dalla mano del fabbro.

e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,
de la mente profonda che lui volve
132 prende l’image e fassene suggello.

e il Cielo che s’abbellisce di molte costellazioni (’l ciel cui tanti lumi fanno bello), prende l’impronta (image) dall’angelica intelligenza (de la mente profonda) che lo muove (lui volve) e se ne fa (fassene) suggello.

Il “ciel cui tanti lumi fanno bello” è sempre quello delle Stelle Fisse, il quale assunta l’impronta del Primo Mobile, quindi dei Cherubini, la stampa sui Cieli che si trovano al di sotto.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto II • Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Franz von Bayros (1866-1924), Illustrazioni per la Divina Commedia di Dante, 1921

 

E come l’alma dentro a vostra polve
per differenti membra e conformate
135 a diverse potenze si risolve,
così l’intelligenza sua bontate
multiplicata per le stelle spiega,
138 girando sé sovra sua unitate.

E come l’anima interna alla (l’alma dentro a) vostra polvere si disloca (risolve) in (per) differenti organi (membra), deputati a (conformate) diverse funzioni (potenze), così l’angelica intelligenza irradia e moltiplica (spiega multiplicata) la sua bontà (bontate) per le varie stelle, ruotando se stessa sopra la propria unità (girando sé sovra sua unitate).

L’anima e l’intelligenza motrice vengono paragonate nelle loro funzione d’incrementare, frazionare e collocare una predisposizione o una virtù.

Virtù diversa fa diversa lega
col prezïoso corpo ch’ella avviva,
141 nel qual, sì come vita in voi, si lega.

Tale virtù, così diversificata (diversa) origina (fa) diverse leghe col prezioso corpo ch’ella ha creato (avviva), nel quale, al pari (sì come) della vita in voi, si fonde (lega).

Per la natura lieta onde deriva,
la virtù mista per lo corpo luce
144 come letizia per pupilla viva.

Grazie alla (Per la) natura lieta dalla quale (onde) deriva, questa virtù miscelata (mista) riluce (luce) in tutto il corpo (per lo) come la gioia (letizia) luccica nella vivacità degli occhi (per pupilla viva).

La lega che viene a crearsi tra virtù divina e materia del corpo è differente a seconda sia del corpo stesso che del diletto appartenente all’intelligenza da cui deriva, che andrà a risplendere nell’astro come la felicità nelle pupille.

Da essa vien ciò che da luce a luce
par differente, non da denso e raro;
147 essa è formal principio che produce,
148 conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro».

Da essa proviene (vien) la variazione di luminosità da stella a stella (ciò che da luce a luce par differente), non da fluttuazione di densità (denso e raro); essa è la causa sostanziale (formal principio) che produce, conformemente alla propria (conforme a sua) bontà, l’opacità (lo turbo) e la limpidezza (’l chiaro).

È pertanto da tale virtù e dalla molteplicità di leghe alle quali la stessa dà origine, e non da oscillazioni di “denso e raro”, che susseguono le variazioni di luminosità, indi anche le macchie lunari.

Beatrice, sorgente di sapere, in balzo di Canto riapparirà in metafora di “Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, di bella verità m’avea scoverto, provando e riprovando, il dolce aspetto…”