Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

Divina Commedia: Paradiso, Canto I

Divina Commedia, curata da Ludovico Dolce, 1555

 
Dall’Eden al Paradiso il passaggio di Dante avviene per trasumanazione, vale a dire l’acquisizione della natura divina, dopo aver oltrepassato quella umana.

La sua struttura riaggancia l’aristotelica cosmologia geocentrica di derivazione tolemaica, concezione secondo cui al centro dell’universo sarebbe situata la terra, attorno alla quale ruotano nove sfere concentriche, ovvero i nove cieli, posti a graduatoria di perfezione e gratitudine in maniera esponenziale e direttamente proporzionale alla loro vicinanza nei confronti dell’Altissimo.

Gli stessi sono suddivisi in base a tre Gerarchie, di tre Cieli ciascuna, secondo concetto morale in linea agli altri due regni, ovvero radunando nei primi tre più vicini alla sfera terrestre, gli spiriti mondani; nel quarto, quinto e sesto, gli spiriti attivi e nei restanti, gli spiriti contemplativi. Nel complesso, secondo la seguente disposizione, in ordine ascendente di perfezione:

III Gerarchia

1° Cielo, Luna:
Angeli e spiriti che mancarono ai voti

2° Cielo, Mercurio:
Arcangeli e spiriti attivi per desiderio di gloria

3° Cielo, Venere:
Principati e spiriti amanti


II Gerarchia:

4° Cielo, Sole:
Potestà e spiriti sapienti

5° Cielo, Marte:
Virtù e spiriti militanti

6° Cielo, Giove:
Dominazioni e spiriti giusti


I Gerarchia:

7° Cielo, Saturno:
Troni e spiriti contemplativi

8° Cielo, Stelle fisse:
Cherubini nel trionfo di Cristo, Maria e Beati

9° Cielo, Primo mobile:
Serafini nel trionfo degli Angeli
 
Gli angeli appartenenti alla terza Gerarchia, indirizzano il loro sguardo direttamente all’Ente Supremo; quarto, quinto e sesto ordine contribuisce alla realizzazione dei disegni divini; infine gli angeli inclusi nella prima gerarchia collaborano direttamente con gli atti del Signore nel suo rivolgersi al divenire del cosmo e dell’umanità.

Fra il Primo Mobile ed estraneo al sistema dei cieli, delle stelle e del tempo, v’è l’Empireo, che tutto comprende, nonché permanente dimora degli angeli, un’infinito luogo intriso di pace, amore, luce e serenità, nel quale s’adagia la Candida Rosa, a sua volta suddivisa in quattro Zone e schiusa intorno al trono dell’Onnipotente; gli stessi abbandonano la loro sede solamente per incontrare l’Alighieri, raggiungendolo nel cielo che fu maggiormente influente durante la loro esistenza.

Le anime beate a lui si manifestano sotto forma di pure e luminose essenze, in soli due casi assumendo sembianze umane, ovvero nel primo cielo e nell’Empireo ed è proprio in quest’ultimo, una volta raggiunto il centro della Candida Rosa, che il pellegrino verrà caritatevolmente e con amorevolezza affidato alla guida di San Bernardo, pur la Beata rimanendo presente, affinché il suo poeta prediletto s’avvii alla tanto attesa contemplazione del Padre Eterno e della Santissima Trinità.

Per giungere fin al Paradiso Terrestre al discepolo venne affiancato Virgilio, simbolo della Ragione, a risanarne l’intelletto allo scopo di ricondurlo alla “diritta via”; quindi furono la Teologia e la Grazia della fede, rappresentate dalla donna amata, a permettergli di proseguire verso il Creatore, non essendo possibile intraprendere tal percorso con il sol mezzo della ragione umana; in ultima tirata starà ora a San Bernardo assumer le veci di paterno conduttore, per giungere alla visione divina essendo necessaria la contemplazione mistica dell’estasi, metaforicamente impersonata dal Santo di Chiaravalle il quale, preso per mano il novello discepolo, ne orienterà il passo verso la sperimentazione della pura beatitudine, grazie all’intercessione della Beata Vergine.
 

Paradiso

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto I • Michelangelo Caetani (1804-1882), Ordinamento del Paradiso, La materia della Divina commedia di Dante Alighieri dichiarata in VI tavole, 1855 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Michelangelo Caetani (1804-1882), Ordinamento del Paradiso
La materia della Divina commedia di Dante Alighieri dichiarata in VI tavole, 1855

 
Nell’incipit di terza ed ultima Cantica l’Alighieri esordisce asserendo d’esser stato nell’Empireo, ma di non poterne tratteggiar esperienza in maniera completa dato l’indebolirsi della memoria al graduale avvolgersi nella visione di Dio, ragion per cui egli, accingendosi a scrivere l’ultima parte del suo poema, oltre alle Muse precedentemente invocate supplica la benevola influenza del dio Apollo, nell’intento di meritarsi la tanto ambita corona d’alloro.

L’esperienza s’apre sullo sguardo di Beatrice fisso al sole, atteggiamento che ispira il suo protetto a fare altrettanto, rimanendo di stucco nel riuscire a sostenerne la luminosità, evento che sulla terra dagli umani non sarebbe mai realizzabile, mentre nell’Eden le facoltà vengono miracolosamente ampliate e ciò permette a Dante di godere dell’immenso chiarore celeste, talmente scintillante da far sembrare che in cielo ci siano due sfere solari.

Ritornato ad osservare la sua amata, il pellegrino sente improvvisa in sé una voglia di mutare natura, ecco dunque ch’egli si percepisce “trasumanar”, ovvero passa dalla natura umana a quella divina, iniziando l’ascesa ai Cieli accanto a Beatrice, che lo informa di quanto sta accadendo, in lui suscitando un intenso dubbio che lo spinge a chiederle com’egli possa leggiadramente vagare per “corpi levi”.

Sulla scia d’un caritatevole sospiro, la donna gli espone l’armonioso ordine che regola ogni punto del Paradiso disciplinando il moto di tutte le cose create, a ciascuna d’esse prestabilendo una posizione e una meta, itinerario di viaggio che, tuttavia, il celeberrimo libero arbitrio può variare, qualora ci si lasci sedurre dalle materialità.

Prima di nuovamente posare i suoi occhi all’orizzonte celeste, Beatrice rammenta all’Alighieri il suo esse stato spogliato dei suoi peccati, motivo per il quale non debba apparirgli strano il suo ascendere, all’opposto sarebbe inverosimile il contrario.

L’Alighieri si prepara dunque ad affrontare la sua ultima tratta verso la grazia, per mano di colei alla quale i suoi occhi son rimasti inebriati, fra devozione e romanticismo.
 

Canto I

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto I • Divina Commedia, Paradiso, a cura di Ludovico Dolce (1508-1568), 1555, 1° edizione con l'attribuzione del titolo secondo definizione di Boccaccio • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info

Divina Commedia a cura di Ludovico Dolce (1508-1568), Gabriele Giolito De Ferrari & fratelli, Venezia, 1555, prima edizione con l’attribuzione del titolo secondo definizione di Boccaccio


 

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
3 in una parte più e meno altrove.

La gloria di Dio, motore primo d’ogni cosa (colui che tutto move), permea l’intero creato (per l’universo penetra), risplendendo ovunque, in alcune parti maggiormente che in altre (e risplende in una parte più e meno altrove).

La grandezza d’Iddio apre in piena magnificenza il primo Canto, in ogni parte spargendosi a testimonianza del suo essere.

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
6 né sa né può chi di là sù discende;

Nel cielo (ciel) che più s’impregna della sua luminosità (de la sua luce prende) si ritrova Dante (fu’ io), osservando (e vidi) cose che chi da lassù (di là sù) discende né sa, tantomeno è in grado (né può) riportare (ridire);

Il “ciel che più de la sua luce prende” è l’Empireo, il decimo cielo che tutti gli altri nove cieli comprende, visitando il quale l’Alighieri si percepisce nell’immediato impossibilitato a descriverne in maniera dettagliata e realistica ed anche fosse, gli sarebbero idonei gli strumenti linguistici a disposizione.

perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
9 che dietro la memoria non può ire.

poiché, tanto più s’appressa all’oggetto del suo desiderio (perché appressando sé al suo disir), la mente umana (nostro intelletto) vi s’immerge a tal punto (si profonda tanto), da risultare inattuabile alla capacità mnemonica tenergli il passo (che dietro la memoria non può ire).

La vicinanza al divino è inversamente proporzionale alla reminiscenza.

Veramente quant’io del regno santo
ne la mia mente potei far tesoro,
12 sarà ora materia del mio canto.

Nondimeno (Veramente) quanto del Paradiso Dante è riuscito a memorizzare (quant’io del regno santo ne la mia mente potei far tesoro), sarà ora materia delle sue terzine (del suo mio canto).

Nonostante tutto, l’Alighieri tenterà di trascrivere quel poco che gli è rimasto indelebile alla mente.

O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
15 come dimandi a dar l’amato alloro.

Egli dunque procede in speranzosa invocazione: O magnanimo Apollo (buono Appollo), per l’ultima Cantica (a l’ultimo lavoro) fa di me quel ricettacolo (fammi sì fatto vaso) delle tue virtù (del tuo valor), in misura di quanto da te richiesto per concedere (come dimandi a dar) l’amato alloro.

Come narrato nelle ovidiane Metamorfosi, Apollo, mitologico dio greco del sole, della medicina e della guarigione, della musica e del tiro con l’arco, s’invaghì perdutamente di Dafne, la più bella delle Naiadi, ninfe d’acqua dolce, la quale, colpita da Cupido con una freccia di piombo che provocava avversione, lo respinse, nel tentativo di sfuggirgli, durante un appassionato inseguimento, pregando il padre Peneo, divinità fluviale, e la madre Gea, dea primordiale della terra, di mutare le sue sembianze, indi venendo trasformata in una pianta d’alloro; ciò non impedì ad Apollo di continuare ad amarla, seguitando il suo sentimento nell’adorarla anche nel suo nuovo aspetto, considerandola sacra e rendendola un sempreverde, nonché delle sue foglie decidendo d’onorare il capo degli uomini protagonisti delle migliori imprese.

Dalla maggior parte degli autori greci, a dir il vero Dafne veniva in realtà considerata figlia del dio fluviale Ladone e della naiade Creusa.

Infino a qui l’un giogo di Parnaso
assai mi fu; ma or con amendue
18 m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.

Fin ad ora (Infino a qui) mi fu sufficiente (assai) un solo (l’un giogo) del (di) monte Parnaso; ma adesso (or), per addentrarmi nell’ultima parte di lavoro rimasto (intrar ne l’aringo rimaso), necessito (m’è uopo) dell’assistere d’entrambi (con amendue).

Il Sommo ritiene che per addentrarsi degnamente nella terza Cantica, gli siano necessari tanto i benevoli influssi delle Muse a dimora sul Parnaso, quanto quelli di Apollo.

Entra nel petto mio, e spira tue
sì come quando Marsïa traesti
21 de la vagina de le membra sue.

Entra nel mio petto, ed ispirami tu (spira tue) così (sì) come quando sguainasti (traesti) Marsia dal tegumento (de la vagina) delle sue membra.

La sua supplica alla divinità aggancia l’episodio del satiro Marsia che, sconfitto da Apollo in una gara di flauto, dallo stesso venne scuoiato vivo, sempre secondo quanto riportato nelle pagine delle Metamorfosi.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto I • Bartolomeo Manfredi (1582-1622), Apollo e Marsia, 1616-20 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Bartolomeo Manfredi (1582-1622), Apollo e Marsia, 1616-20

 

O divina virtù, se mi ti presti
tanto che l’ombra del beato regno
24 segnata nel mio capo io manifesti,
vedra’ mi al piè del tuo diletto legno
venire, e coronarmi de le foglie
27 che la materia e tu mi farai degno.

O divina potenza (virtù), se t’elargisci a me (mi ti presti) quel tanto che mi permetta di palesare (io manifesti) la fugace impronta (l’ombra) del Paradiso (beato regno) che s’è incisa nella mia memoria (segnata nel mio capo), potrai vedermi (vedra’ mi) giungere (venire) ai piedi (al piè) del tuo albero (legno) prediletto (diletto) e coronarmi di quelle frasche (de le foglie) delle quali m’avrete reso meritevole (mi farai degno) tu e il contenuto del mio Canto (la materia).

Il “tuo diletto legno” è la succitata pianta d’alloro.

Sì rade volte, padre, se ne coglie
per trïunfare o cesare o poeta,
30 colpa e vergogna de l’umane voglie,
che parturir letizia in su la lieta
delfica deïtà dovria la fronda
33 peneia, quando alcun di sé asseta.

Così raramente (Sì rade volte), padre, capita che si colgano fronde d’alloro (se ne coglie) perché (per) o imperatore (cesare) o poeta acclamino un trionfo (trïunfare), per colpa e vergogna delle (de l’) umane mire (voglie), che dovrebbe scaturire gaiezza (dovria parturir letizia), nella divinità (deïtà) di Delfi (delfica), quando l’alloro di Peneo (la fronda peneia) viene bramato da qualcuno (alcun di sé asseta).

Dante appella Apollo, titolare del santuario di Delfi, “padre”, lasciandosi andare in una sorta di familiare confidenza nel dirgli quanto dovrebbe compiacersi per il fatto che qualcuno aspiri a quelle foglie d’alloro, del Peneo padre di Dafne, a lui tanto care, essendo che a causa dell’attrazione umana nei confronti dei beni materiali, succede raramente che si celebrino glorie trionfali.

Poca favilla gran fiamma seconda:
forse di retro a me con miglior voci
36 si pregherà perché Cirra risponda.

Un’immensa (gran) fiamma segue (seconda) un fioco sfavillio (Poca favilla): forse dopo di (di retro a) me altri con miglior voci pregheranno (si pregherà) affinché Apollo (perché Cirra) risponda.

Le “miglior voci” voci sono da taluni chiosatori, in maggioranza, attribuite a futuri poeti, da altri a cori di beati e angeli.

“Cirra” è il giogo del Parnaso sul quale siede lo stesso Apollo.

Surge ai mortali per diverse foci
la lucerna del mondo; ma da quella
39 che quattro cerchi giugne con tre croci,
con miglior corso e con migliore stella
esce congiunta, e la mondana cera
42 più a suo modo tempera e suggella.

Il sole (la lucerna del mondo) sorge all’umanità (Surge ai mortali) in differenti punti dell’orizzonte (per diverse foci); ma da quello (quella) in cui (che) quattro cerchi s’intersecano (giugne) dando origine a tre croci, la sfera solare entra in congiunzione (esce congiunta) con la miglior orbita (corso) e con la costellazione (stella) più favorevole (migliore), plasmando (e tempera) e uniformando (suggella) la pasta del mondo (mondana cera) della sua corroborante vitalità (più a suo modo).

I “quattro cerchi” e le “tre croci” sono rispettivamente l’equatore, l’eclittica, il coluro equinoziale e l’orizzonte astronomico; intersecandosi i primi tre con quest’ultimo, si formerebbero tre croci nel punto in cui il sole si leva in prossimità dell’equinozio di primavera; la costellazione è quella dell’Ariete.

La sfera terrestre è simbolicamente considerata come un amalgama da sagomare.

Fatto avea di là mane e di qua sera
tal foce, e quasi tutto era là bianco
45 quello emisperio, e l’altra parte nera,
quando Beatrice in sul sinistro fianco
vidi rivolta e riguardar nel sole:
48 aguglia sì non li s’affisse unquanco.

La tal foce del sole di là ha (avea) originato la mattina (Fatto mane) e di qua la sera, e la quasi totalità (tutto) di quell’emisfero (quello emosperio) di là è (era) illuminato (bianco), mentre (e) l’altra parte è oscurato (nera), quando l’Alighieri vede (vidi) Beatrice rivolta a sinistra (in sul sinistro fianco), nell’atto d’osservare il (e riguardar nel) sole: nemmeno un aquila lo fissò mai in quel modo (aguglia sì non li s’affisse unquanco).

Le espressioni “di là” e “di qua” stanno a rappresentare il Purgatorio e le terre emerse, in quanto il poeta ancor si trova sull’estrema vetta dello stesso; è presumibilmente mezzogiorno sul promontorio, dato il suo esser così “bianco”, diametralmente sarà mezzanotte nel “nero” di Gerusalemme.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto I • Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-1941 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Amos Nattini (1892-1985), Divina Commedia, 1912-1941

 

E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
51 pur come pelegrin che tornar vuole,
così de l’atto suo, per li occhi infuso
ne l’imagine mia, il mio si fece,
54 e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.

E al pari di (sì) come il raggio riflesso (secondo) è solito (suole) uscir da quello incidente (del primo) e risalire in sù (suso), proprio (pur) come il pellegrino (pelegrin) che desidera ritornare (tornar vuole), così dal gesto della donna (de l’atto suo), che attraverso (per li) gli occhi a Dante s’è marchiato (infuso) nell’immaginazione (ne l’imagine mia), deriva (si fece) il suo (mio), per modo ch’egli stesso abbia a fissare lo sguardo (fissi li occhi) al sole, al di là delle umane possibilità (oltre nostr’uso).

Colui che completata la visita ad un luogo sacro poi aneli il ritorno, metaforizza un raggio riflesso, in direzione opposta a quello incidente; la similitudine si srotola sull’Alighieri il quale, osservata Beatrice, un attimo dopo ne emula l’azione, egli stesso girandosi verso il sole e riuscendo a guardarlo come solitamente non è fattibile dall’apparato visivo umano.

Molto è licito là, che qui non lece
a le nostre virtù, mercé del loco
57 fatto per proprio de l’umana spece.

Nell’Eden (là) sono lecite molte cose (Molto è licito là), che in terra (qui) sono inibite alle umane facoltà (non lece a le nostre virtù), grazie a quel luogo (mercé del loco) creato a misura (fatto per proprio) della (de l’) specie (spece) umana.

Il pianeta, essendo stato creato a misura d’uomo, allo stesso offre competenze limitate, rispetto al Paradiso Terrestre, ove l’inattuabile diventa eseguibile.

Io nol soffersi molto, né sì poco,
ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
60 com’ ferro che bogliente esce del foco;

Dante non ne sopporta la vista per parecchio tempo (Io nol soffersi molto), ma nemmeno per troppo (né sì) poco, per modo che non gli sia negato veder il sole sfavillare tutt’intorno (ch’io nol vedessi sfavillar dintorno), come un (com’) ferro che, cocente (bogliente), sia appena fuoriuscito dal fuoco (esce del foco);

e di sùbito parve giorno a giorno
essere aggiunto, come quei che puote
63 avesse il ciel d’un altro sole addorno.

e immediatamente (di sùbito) sembra (parve) che al giorno s’aggiunga (essere aggiunto a) giorno, come se il Creatore (quei che puote) abbia (avesse) adornato (addorno) il cielo d’un altro sole.

Beatrice tutta ne l’etterne rote
fissa con li occhi stava; e io in lei
66 le luci fissi, di là sù rimote.

Beatrice rimane (stava) con lo sguardo totalmente fisso (tutta fissa con li occhi) nelle sfere celesti (ne l’etterne rote); e l’Alighieri (io) in lei fissa i suoi occhi (le luci fissi), avendoli rimossi (rimote) dal sole (di là sù).

Dante getta i suoi occhi in quelli amati, a lor appiccicandosi.

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
69 che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.

Nell’osservarla (Nel suo aspetto) l’Alighieri dentro di sé diviene (mi fei) tale (tal) e quale (qual) a come divenne (si fé) Glauco nel mangiar (gustar de) l’erba che lo rese consorte di destino (’l fé consorto) con le divinità marine (in mar de li altri dèi).

Sempre le Metamorfosi raccontano come Glauco, un pescatore della storica regione greca di Beozia, notò come i pesci appena pescati riprendessero vita, mangiando una particolare erba cresciuta sul litorale e poi rituffandosi fra l’onde; l’uomo ne rimase a tal punto incuriosito da voler assaggiar lui stesso quell’arcana erbetta, sull’istante nascendo in lui l’indomabile voglia di vivere nel mare, in seguito tramutato in divinità marina dagli dèi.

Egualmente Dante sente smuoversi dentro di lui l’aspirazione di mutar natura, al sol guardar la sua beata.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto I • Glauco Tritone, incisione di Cornelis Bloemaert II (ca.1603-1692), su opera di Pierre Brebiette (1598-ca. 1650) • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info

Glauco Tritone, incisione di Cornelis Bloemaert II (ca.1603-1692), su opera di Pierre Brebiette (1598-ca. 1650)


 

Trasumanar significar per verba
non si poria; però l’essemplo basti
72 a cui esperïenza grazia serba.

L’atto del trasumanare (Trasumanar) non si può (poria) spiegare a parole (significar per verba); pertanto (però) Dante s’auspica che quest’esempio sia sufficiente (l’essemplo basti) a colui al quale (cui) la grazia abbia riserbato (serba) quest’esperienza.

“Trasumanar” è dunque il celebre termine dall’Alighieri espressamente coniato al fin di rappresentare il passaggio dalla natura umana a quella divina, ma data la difficoltà nel delinearlo con precisione, il lettore cristiano s’accontenti della misericordia a lui concessa nel suo poter goder direttamente dell’esperienza quando sarà il suo momento e, frattanto, nel poterne almeno leggere l’esempio accennato.

S’i’ era sol di me quel che creasti
novellamente, amor che ’l ciel governi,
75 tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.

Dante si rivolge a Dio: S’io in tal momento ero solo quanto per ultimo (novellamente) originasti, tu, amore che governi il Cielo (’l ciel) e m’elevasti con la tua luce (col tuo lume mi levasti), lo sai (’l sai)

Ciò che venne “novellamente” concepito è l’ultimo passaggio in cui mano divina adagiò l’anima nel corpo mortale.

Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
78 con l’armonia che temperi e discerni,
parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
81 lago non fece alcun tanto disteso.

Quando la rotazione (rota) celeste tu rendi eterna (sempiterni), essendo desiderato, attirò la mia attenzione (a sé mi fece atteso) con la melodia (l’armonia) che accordi (temperi) e stabilisci (discerni), allor una parte di (del) cielo m’apparve (parvemi) talmente (tanto) infiammata dai raggi solari (acceso de la fiamma del sol), che pioggia o fiume mai formarono un lago di cosiffatta distensione (non fece alcun tanto disteso).

È così vasta la porzion di cielo arsa dal sole, che mai pioggia torrenziale o corso d’acqua esondato diedero origine ad un lago di simili dimensioni.

La novità del suono e ’l grande lume
di lor cagion m’accesero un disio
84 mai non sentito di cotanto acume.

La novità di quella (del) musica e quella luce smisurata (’l grande lume) accendono nell’Alighieri (m’accesero) una smania (un disio) di scoprirne la ragione (di lor cagion), da non averla mai provata (sentito) con cotanto acume.

Ond’ella, che vedea me sì com’io,
a quïetarmi l’animo commosso,
87 pria ch’io a dimandar, la bocca aprio
e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso
col falso imaginar, sì che non vedi
90 ciò che vedresti se l’avessi scosso.

Quindi Beatrice (Ond’ella), leggendo la sua interiorità come lui stesso (che vedea me sì com’io), al fin di chetargli (a quïetarmi) il (l’) turbato (commosso) animo, anticipa i suoi quesiti (pria ch’io a dimandar), iniziando lei stessa a parlare (la bocca aprio e cominciò): “Sei tu stesso a renderti stolto (ti fai grosso) con un errata teoria (col falso imaginar), dunque (sì che) non vedendo (vedi) ciò che vedresti se te la scrollassi di dosso (l’avessi scosso).

Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
93 non corse come tu ch’ad esso riedi».

Tu non ti trovi (se’) più nel Paradiso Terrestre (in terra), così (sì) come tu credi; mai fulmine (ma folgore), affrancandosi dalla propria sede (fuggendo il proprio sito), fu tanto celere (non corse) come te che vi stai ritornando (tu ch’ad esso riedi).”

Beatrice spiega a Dante come lui stesso sti ritornando alla sua dimora celesta con la velocità d’una saetta, erroneamente immaginando d’esser ancora nell’Eden.

S’io fui del primo dubbio disvestito
per le sorrise parolette brevi,
96 dentro ad un nuovo più fu’ inretito

Se l’Alighieri è stato alleggerito (S’io fui disvestito) della prima perplessità (del primo dubbio) tramite (per) le sorridenti (sorrise) e brevi parole (parolette) di Beatrice, all’interno d’un ulteriore (dentro ad un nuovo) dubbio viene maggiormente irretito (più fu’ inretito).

e dissi: «Già contento requïevi
di grande ammirazion; ma ora ammiro
99 com’io trascenda questi corpi levi».

e dice (disse): “La mia immane meraviglia (di grande ammirazion) s’è ormai serenamente ammansita (Già contento requïevi); ma ora mi stupisco (ammiro) di com’io possa trascendere (trascenda) questi corpi leggeri (levi).

I “corpi levi” sono le sfere dell’aria e il fuoco, che Dante, dotato di corpo in carne ed ossa, non si capacita di riuscire ad ascendere, trapassandoli con incomprensibile leggerezza.

Ond’ella, appresso d’un pïo sospiro,
li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
102 che madre fa sovra figlio deliro,
e cominciò: «Le cose tutte quante
hanno ordine tra loro, e questo è forma
105 che l’universo a Dio fa simigliante.

Ond’ella, dopo aver emesso un indulgente (appresso d’un pïo) sospiro, volge lo sguardo all’Alighieri (li occhi drizzò ver’ me) alla maniera d’una (con quel sembiante che) madre nel guardare (fa sovra) il figlio delirante (deliro), e riprende a parlare (cominciò): “Tutte quante le cose sono rapportate tra loro (hanno) in base a un determinato ordine, e questa è la forma che rende (fa) l’universo a somiglianza di (simigliante a) Dio.

Beatrice sembra aver perso del tutto quell’iniziale atteggiamento perentorio e biasimevole mantenuto durante il primo incontro con il suo protetto, a lei condotto da Virgilio, all’opposto apparendo materna, caritatevole, paziente e disponibile.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Paradiso, Canto I • Giovanni di Paolo di Grazia (1398-1482), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450 • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Giovanni di Paolo di Grazia (1398-1482)
Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450

 

Qui veggion l’alte creature l’orma
de l’etterno valore, il qual è fine
108 al quale è fatta la toccata norma.

In quest’ordine (Qui) le creature elevate (alte) vedono (veggiono) l’impronta del Padre Eterno (l’orma de l’etterno valore), il quale (qual) è il fine ultimo a cui si riferisce il suddetto principio (al quale è fatta la toccata norma).

La donna fornisce a Dante un’accurata ed esauriente spiegazione sull’ordine celeste a cui sono sottoposte tutte le cose create; le “alte creature” sono probabilmente gli angeli e gli uomini d’insigne intelletto i quali, dotate di razionalità, sono in grado di scorgere il segno divino, bene primo a cui tendere.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline
tutte nature, per diverse sorti,
111 più al principio loro e men vicine;

Nell’ordine da me accennato (Ne l’ordine ch’io dico) cooperano (sono accline) tutte le cose create (nature), ognuna alla sua maniera (per diverse sorti), in base alla rispettiva vicinanza all’Ente Supremo (più al principio loro e men vicine);

onde si muovono a diversi porti
per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
114 con istinto a lei dato che la porti.

quindi (onde) le stesse si muovono secondo diverse mete (a diversi porti) per la grandezza dell’universo (per lo gran mar de l’essere), e ciascuna provvista (con) d’un personale istinto a lei innato, che le orienta (porti).

Ogni creatura sosta ha posizioni prestabilite e regolate dalla distanza che intercorre tra loro e Dio, inoltre muovendosi sospinta da un intrinseco istinto.

Questi ne porta il foco inver’ la luna;
questi ne’ cor mortali è permotore;
117 questi la terra in sé stringe e aduna;

Codesto impulso (Questi) indirizza (ne porta) il fuoco verso il cielo della (foco inver’ la) luna; codesto impulso (questi) infonde il moto (è permotore) nell’anima sensitiva (ne’ cor mortali); codesto impulso (questi) compatta al centro (in sé stringe e aduna) la terra;

Il movimento smuove ogni creazione, ad esempio sospingendo le fiamme verso il primo cielo; i “cor mortali” sono quelli degli animali.

né pur le creature che son fore
d’intelligenza quest’arco saetta,
120 ma quelle c’hanno intelletto e amore.

e l’arco di questo istinto non saetta solamente (pur) le creature che possiedono anima irrazionale (son fore d’intelligenza), ma anche quelle che sono dotate (c’hanno) d’intelletto e amore.

La provedenza, che cotanto assetta,
del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
123 nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;

La provvidenza (provedenza) divina, che appronta (assetta) tale (cotanto) assetto cosmico, rende pacifico (fa quieto), nella costante immobilità della sua luce (del suo lume), il cielo (’l ciel) nel quale (qual) ruota (si volge) il più lesto (quel c’ha maggior fretta) dei cieli.

e ora lì, come a sito decreto,
cen porta la virtù di quella corda
126 che ciò che scocca drizza in segno lieto.

e proprio lassù (lì), ora, come bersaglio per noi decretato (a sito decreto), ci conduce (cen porta) la forza (la virtù) di quella corda dell’arco che dirige (drizza) tutto ciò che scocca alla meta di felicità (in segno lieto).

Beatrice informa l’Alighieri del loro imminente dirigersi, sospinti dal loro impulso, verso il traguardo delle beatitudine.

Vero è che, come forma non s’accorda
molte fïate a l’intenzion de l’arte,
129 perch’a risponder la materia è sorda,
così da questo corso si diparte
talor la creatura, c’ha podere
132 di piegar, così pinta, in altra parte;

In verità (Vero è che), come di frequente (molte fiate) la forma non collima (s’accorda) con il proposito dell’artista (a l’intenzion de l’arte), qualora al rispondere (perch’a risponder) la materia sia riluttante (è sorda), così talvolta (talor) si discosta (diparte) dal percorso per lei previsto (da questo corso) la creatura alla quale è in dote il potere (c’ha podere) di variar (piegar) tragitto in altra direzione (parte), benché instradata al cielo (così pinta);

e sì come veder si può cadere
foco di nube, sì l’impeto primo
135 l’atterra torto da falso piacere.

e così (sì) come si può veder cadere una folgore (foco di) dalla nube, similmente l’impulso connaturato al bene (sì l’impeto primo) può inviarla verso la terra (l’atterra) se distorto (torto) da piacere illusorio (falso).

Viene ripreso il concetto del libero arbitrio, con relative conseguenze per chi devi dalla via prescritta.

Non dei più ammirar, se bene stimo,
lo tuo salir, se non come d’un rivo
138 se d’alto monte scende giuso ad imo.

Non devi più sorprenderti (ammirar), se bene intendo (stimo), della tua ascesa (lo tuo salir), se non nella misura in cui (come) ti stupisca un torrente (d’un rivo) che scenda (scende) giù a valle (giuso ad imo) da un elevato (d’alto) monte.

Maraviglia sarebbe in te se, privo
d’impedimento, giù ti fossi assiso,
141 com’a terra quïete in foco vivo».

Dovresti viceversa meravigliarti (Maraviglia sarebbe in te) se, libero del peccato (privo d’impedimento), temporeggiassi di sotto (giù ti fossi assiso), come (com’) ti sbalordirebbe una fiamma viva (in foco vivo) statica (quïete) al suolo (a terra).”

142 Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

Quindi (Quinci) Beatrice rivolge (rivolse) lo sguardo (viso) verso il (inver’ lo) cielo.

In piena allegoria marittima l’autore accoglierà i propri lettori in apertura di Canto: “O voi che siete in piccioletta barca, desiderosi d’ascoltar, seguiti dietro al mio legno che cantando varca”…