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Divina Commedia: Inferno, Canto XXXIV

Giovanni da Modena (ca.1379 – ca.1455), Inferno, 1410, Basilica di San Petronio, Bologna

 
Sulla conclusione della dantesca invettiva contro i Genovesi, Virgilio preannuncia al discepolo l’arrivo dei vessilli di Lucifero, invitandolo a guardar davanti a sé, con immediato ascolto a riguardo da parte del poeta il quale, scrutando da troppo lontano e complice l’oscurità dell’atmosfera, gli par di vedere qualcosa di simile a un gigantesco mulino dalle roteanti pale, proteggendosi pertanto dietro le spalle della sua adorata guida.

I due viandanti così continuano il loro peregrinare addentrandosi nella quarta ed ultima zona del Cocito, la Giudecca, ove i traditori dei benefattori sono ingabbiati nel ghiaccio, in differenti posizioni.

Indi l’agghiacciante visione del demonio, che mulino non era, per la quale l’autore della Commedia, in fidente, intimo ed onesto dialogo con i propri lettori, manifesta l’impossibilità scrivere del proprio stato d’animo, oscillante in insolita dimensione di fronte all’orripilante creatura stagliatasi davanti al suo sguardo impietrito; essa è bestiale, mostruosa e gigantesca, brutale testa dalle tre facce nelle cui rispettive bocche si disperano l’apostata Giuda Iscariota ed i congiurati Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino.

Ad interrompere l’innaturale stato di sospensione di Dante è un Virgilio accorto e determinato, spronante il proprio protetto a stringerglisi al collo e tenersi pronto a gettarsi nel roccioso ed oscuro varco, adiacente al demonio, approfittando della sua apertura alare per aggrapparsi alle costole della raccapricciante bestia e scivolar di sotto.

Il mostruoso e repellente Lucifero è l’ultimo atto di coraggio da compiere, per i due peregrini, temerariamente raggiungendo le di lui villose zampe ed indi capovolgendosi per risalire verso la superficie terrestre, essendo il diavolo in posizione capovolta rispetto alla stessa, quindi percorrendo il sotterraneo cunicolo al centro della terra dal quale fuoriuscire con rinsavente, sospiro di sollievo, “a riveder le stelle”.

Termina qui dunque l’infernal tragitto, percorso da un pellegrino in stretta connessione all’autore in una sottile concatenazione di ruoli che palpita tra narrazione e realistica sensazione di vissuti, come se il tal viaggio fosse stato realmente effettuato.

Rara e mirabile la capacità di costruirne concretezza di racconto rigorosamente visibile alle menti lettrici, lor riuscendo a far percepir la tetra atmosfera del luogo a partir dai primi passi all’interno dell’oscura selva nella quale immedesimarsi smarriti, rendendo martellanti sui timpani i tormenti dei dannati e quasi lasciando nelle gambe la stanchezza del disagevole e duraturo marciare, nonché gettando nell’interiorità d’ognuno la possibilità d’individuar la personale distanza dalla retta via.

Esplosion di fantasia, eccelsa cultura, padronanza linguistica, infaticabile impegno ed un pizzico di ribelle visionarieria rendono onore al fiorentin verseggiatore nel suo fissare ad inchiostro un’ineffabile, fenomenale ed impareggiabile carrellata d’esistenziali condotte e lor conseguenze, magistralmente srotolando ogni Canto sulla descrizione delle pene subite in fede alla legge del contrappasso, ovvero il principio regolatore in base al quale i peccatori subiscono l’espiazione delle loro colpe, tramite tormento, per similitudine o per contrasto alle stesse, in una sorta di legge del taglione di matrice storico-religiosa, dall’Alighieri puntigliosamente cucita addosso ai personaggi della Commedia, in assoluta dedizione all’autorità divina, con decisa dose di sadismo in base alla quale, superata la porta dell’Inferno (I-II Canto) e successivo accesso all’ Antinferno, rispettivamente scontano i loro tormenti gli Ignavi (III Canto), che corrono perennemente inseguendo un’insegna, nel frattempo morsi da vespe e mosconi: avendo in vita evitato di fare scelte, sono destinati all’anonimato; totalmente sprovvisti d’ideali, seguono qualsiasi stendardo; non avendo avuto stimoli, sono perennemente punti da insetti.

Attraversando l’Acheronte si giunge indi al Limbo, ove stanno gli Spiriti magni (I Cerchio, IV Canto), che rimangono sospesi nell’eterno desiderio di vedere Dio: in quanto in vita privi di fede e verità, son privati della visione divina.

Procedendo per l’Alto Inferno s’incontrano: gli Incontinenti, ovvero coloro che in vita sottomisero la ragione all’impulso, suddivisi in cinque Cerchi, nei quali sottostanno a dannazione:

Lussuriosi (II Cerchio, V Canto):

Un infernale e travolgente vento li fa volare senza interruzione alcuna: come in vita vissero in balia dei sensi, allo stesso modo sono trasportati da impetuose bufere.

Golosi (III Cerchio, VI Canto)):

Sono immersi nel fango e costretti sotto una gelida e putrida pioggia, graffiati da Cerbero: ingordi in vita, vengono esasperati nei cinque sensi, inoltre appagando l’avidità di Cerbero per quanto furono avidi loro stessi.

Prodighi e Avari (IV Cerchio, VII Canto):

Spingono enormi massi con il petto, gli uni verso gli altri, scontrandosi nell’eternità, insultandosi e riprendendo il percorso a ritroso: si sforzano enormemente nel rotolar sassi come si prodigarono nell’accumular ricchezze e si rimproverano reciprocamente le malefatte che nascosero.

Iracondi e Acidiosi (V Cerchio, VII-VIII Canto):

Sono posti nelle acque dello Stige, sotto una fonte bollente: gli iracondi, immersi in parte, espiano quella che fu la loro fumante ira tra i fumi della palude Stigia, malmenandosi a vicenda, mentre gli accidiosi stanno completamente sommersi come lo furono dall’indolenza.

Il tragitto prosegue per la Città di Dite, che immette nel Basso Inferno, ove son relegati coloro che peccarono di conscia malizia e pervertimento di ragione, primi fra i quali gli Eretici ed Epicurei (VI Cerchio, IX, X, XI Canto), che stanno rinchiusi in sepolcri infuocati: vengono ustionati dal fuoco come lo furono dal rogo, imprigionati nelle tombe in rispetto alla fede che tradirono e resi ciechi alla percezione del presente come in vita accecarono le proprie capacità intellettive.

Il settimo cerchio comprende tutti i Violenti, ripartiti in tre Gironi, a partir dai violenti contro il prossimo (1° Girone, XII Canto) che, imprigionati nelle cocenti acque del Flegetonte, vengono bersagliati dalle saette dei centauri ad ogni tentativo di fuga: ricevono la medesima violenza che riservarono al prossimo.

Quindi i violenti contro se stessi (2° Girone, XIII Canto), fra i quali le anime dei peccatori suicidi stanno intrappolate in nocchiuti e velenosi arbusti, sanguinanti sotto i morsi della arpie: volontari interruttori della propria esistenza, la metamorfosi in vegetali rappresenta la trasformazione in una forma vivente inferiore all’umana; mentre gli scialacquatori corrono rincorsi e lacerati da oscure ed ingorde cagne: subiscono il medesimo scempio che riservarono ai loro beni materiali.

Infine i violenti contro Dio (3° Girone, XIV, XV, XVI, XVII Canto), che si trovano nudi ed abbandonati in una vasta distesa di sabbia bollente, coloro che furono violenti contro Dio son inoltre soggetti all’incessante azione di un’ustionante pioggia di fuoco: i bestemmiatori giacciono supini, raccogliendo appieno infuocate fiammelle e divenendo essi stessi bersaglio della giustizia divina, cosi come in vita ricoprirono Dio di bestemmie; i sodomiti corrono senza mai fermarsi; gli usurai stanno raggomitolati su se stessi in ricordo dell’essere rimasti vita natural durante seduti al banco, procacciando guadagni illegittimi.

Attraversata la ripa scoscesa (XVII Canto), su giunge all’ottavo Cerchio, denominato Malebolge ed a sua volta frazionato in dieci Bolge degradanti, all’interno delle quali espiano le proprie colpe i Fraudolenti, fra cui:

Ruffiani e Seduttori (1° Bolgia, XVIII Canto):

Nudi, corrono ininterrottamente e nel mentre vengono frustrati dai diavoli; la vergogna della loro pena è rapportata alla loro ignobile condotta terrestre.

Adulatori (2° Bolgia, XVIII Canto):

Sono penosamente immersi nello sterco, insudiciati al pari di quanto s’imbrattarono moralmente.

Simoniaci (3° Bolgia, XIX Canto):

Rimangono conficcati sottosopra nella roccia, con i piedi al di fuori, sottoposti alle fiamme; intascando denaro in vita, ora son essi stessi incassati e lo sono a testa in giù in quanto, in tal modo agendo, capovolsero la legge divina.

Indovini (4° Bolgia, XX Canto):

Marciano all’indietro con il capo invertito; ostinati nel voler prevedere il futuro durante l’esistenza, ora son costretti a guardarsi all’indietro.

Barattieri (5° Bolgia, XXI-XXII Canto):

Immersi nella pece bollente ed uncinati da demoni guardiani al primo tentativo di fuga; giacciono in liquido vischioso quanto lo fu la loro opera, illecita ed ingannevole.

Ipocriti (6° Bolgia, XXIII Canto):

Camminano sopportando il greve peso di dorate cappe, rivestite di piombo; la falsità con la quale raggirarono il prossimo, ora si concretizza nell’ingannevole apparenza di mantelle placcate.

Ladri (7° Bolgia, XXIV-XXV Canto):

La loro infinita corsa, a piedi nudi e braccia bloccate sulla schiena, è tormentata dal morso delle serpi e gli stesso capita subiscano orribili metamorfosi; come l’astuzia fu il mezzo prediletto dagli stessi utilizzato a fin di male, in egual maniera vengono addentati dai serpenti, simboli per antonomasia di furbizia e le loro mani sono bloccate in quanto nel mondo ampiamente utilizzate per furto.

Consiglieri fraudolenti (8° Bolgia, XXVI-XXVII Canto):

Errano per la bolgia all’interno d’appuntite fiamme dalla forma di lingua; come i loro consigli provocarono disastri, essi stessi son ora vittime del loro stesso agire.

Seminatori di discordia (9° Bolgia, XXVIII-XXIX Canto):

Vengono in continuazione amputati dalla spada de diavoli; vengono smembrati similmente a come in vita provocarono deleterie divisioni con il lor malvagio comportarsi.

Falsari (10° Bolgia, XXIX-XXX Canto):

Le loro fattezze sono orribilmente trasfigurate da terribili piaghe e malattie; sono storpiati in maniera corrispondente a quanto stravolsero la realtà delle cose.

È il pozzo dei giganti (XXX Canto) a collegar l’ultima Bolgia al nono Cerchio, lì ove son confinati i Traditori, distribuiti in quattro Zone e seconda che lo siano stati nei confronti dei parenti (1° Zona, XXXII Canto), della patria (2° Zona, XXXII-XXXIII Canto), degli ospiti (3° Zona, XXXIII Canto) o dei benefattori (4° Zona, XXXIV Canto).

Tutti i traditori, seppur in posizioni differenti rispetto alla Zona d’appartenenza, sono incastonati nel ghiaccio del Cocito; il gelo li colpisce come gli stessi fecero manifestando freddezza di cuore nei confronti delle persone tradite.

Infine il terrificante Lucifero, tra le cui fauci scontano il lor aver tradito l’autorità religiosa e politica, tre fra i più grandi traditori della storia, or squarciati nel peggior dei modi da colui che fu il primo traditore per eccellenza, come loro stessi furono nei confronti delle istituzioni assolute, originate dal divino per il bene dell’umanità tutta.

Natural burella sarà infine pietrosa viscera della terra attraverso la quale porsi a staffetta tra l’infernal regno ed il Purgatorio, nel porsi alle spalle doloroso quanto illuminante cammino fra i peggiori vizi dell’uomo e le conseguenze derivate dal suo agire al di fuori della ragione.

Un graduale e fascinoso immergersi fra pagine di Canti straordinariamente tessuti fra rime come farebbe il miglior sarto con le stoffe più pregiate, intrecciando vocaboli come setosi fili in sublime modalità stilistica, ricamando scenari or cupi e tenebrosi, or crudi e vendicativi, or divertenti e sarcastici, or solenni e seriosi, ma superbamente cuciti come vesti sull’anima nella sagace e minuziosa esplorazione che superbamente ne ha saputo fare l’Alighieri, lasciando un pizzico d’umiltà fra le righe al suo ardimentoso esporsi al mondo nelle proprie debolezze, in fiduciosa speranza di sovvenire alle stesse tramite la preziosa guida dell’adorato e savio Virgilio, misericordioso al suo cuore ed a quello d’ogni lettore che ne abbia percepito lo stringer di mano al punto da dispiacersene nel lasciarla, benché solamente fino allo sfogliar di prossima Cantica, in devota consacrazione del dantesco poeta alle Muse: “Ma qui la morta poesì resurga, o sante Muse, poi che vostro sono; e qui Calïopè alquanto surga, seguitando il mio canto con quel suono di cui le Piche misere sentiro lo colpo tal, che disperar perdono”.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXXIV • Incisione di Cornelis Galle I (1576-1650), tratta dal disegno di Ludovico Cigoli Cardi (1559-1613), 1595 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Incisione di Cornelis Galle I (1576-1650)
tratta dal disegno di Ludovico Cigoli Cardi (1559-1613), 1595

 

«Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira»,
3 disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».

“Avanzano le insegne del re dell’inferno (Vexilla regis prodeunt inferni) verso di noi; pertanto tu guarda bene davanti a te (però dinanzi mira) se ti riesce di riconoscerlo (se tu ’l discerni)”, dice il maestro al suo discepolo (disse ’l maestro mio).

“Vexilla regis produent” fu il verso d’incipit dell’originario inno professionale, ai tempi composto dal poeta veneto, nonché biografo di santi, Venanzio Oriorio Clemenziano Fortunato (530 d.C.-609 d.C.), vescovo di Poitiers, quando, verso la fine del sesto secolo, una scheggia del legno della Vera Croce venne donato dall’imperatore d’Oriente Giustiniano II alla cittadina francese e la cui accoglienza avvenne al canto del succitato inno; l’aggiunta del genitivo “inferni” rende infausto l’originale solennità del versetto, ribaltandone la sacralità.

A dirigersi vero i due poeti in realtà non è Lucifero in persona, bensì il vento prodotto dallo svolazzar delle sue ali, preannunciandone la nefasta ed imminente apparizione.

Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
6 par di lungi un molin che ’l vento gira,
veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
9 al duca mio, ché non lì era altra grotta.

Come quando si leva (spira) una fitta (grossa) nebbia, o quando nel nostro emisfero si fa notte (l’emisperio nostro annotta), e sembra di scorger in lontananza un mulino che vien girato dal vento (par di lungi un molin che ’l vento gira), a Dante allora (allotta) par di vedere una struttura simile (veder mi parve un tal dificio; poi, a causa del (per lo) vento si protegge dietro al suo duca (mi ristrinsi retro al duca mio), lì non essendoci altro riparo (ché non lì era altra grotta).

Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte eran coperte,
12 e trasparien come festuca in vetro.

L’Alighieri già si trova (Già era) nel punto in cui tutti i peccatori sono totalmente ricoperti (dove l’ombre tutte eran coperte) dal ghiaccio, e s’intravedono (trasparien) come pagliuzze nel (festuca in) vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
15 altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.

Talune giacciono distese (Altre sono a giacere); altre stanno erette (erte), chi con la testa (quella col capo) in alto, chi con i piedi (e quella con le piante), altre ancora con il viso agli stessi rivolto (volto a’ piè rinverte), come a formare un (com’) arco, e timorosamente il poeta ne trasla in versi (con paura il metto in metro).

Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
18 la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
21 ove convien che di fortezza t’armi».

Una volta inoltratisi i due viandanti verso il punto (Quando noi fummo fatti tanto avante) ritenuto adatto dal suo maestro per lui mostrar (ch’al mio maestro piacque di mostrarmi) la creatura che in origine portava meravigliose sembianze (la creatura ch’ebbe il bel sembiante), egli si leva dalla vista del proprio protetto (d’innanzi mi si tolse), facendolo sostare (e fé restarmi) e lui dicendo: “Ecco Dite, ed ecco il luogo (il loco) ove ti convien armarti d’immane coraggio (di fortezza t’armi)”.

“Dite” è uno degli appellativi con i quali viene appellato il re delle tenebre e che l’autore della commedia utilizza come sinonimo di Satana, inoltre affibbiando il tal nome alla città da lui immaginata sul ciglio del Basso Inferno, alla ventitreesima terzina dell’ottavo Canto, pullulante di peccatori e stuolo diavoli: “Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, s’appressa la città c’ha nome Dite, coi gravi cittadin, col grande stuolo”.

Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
24 però ch’ogne parlar sarebbe poco.

Quindi il pellegrino si raggela e s’ammutolisce, poi rivolgendosi al lettore affinché lo stesso non gli chieda come ciò si avvenuto (com’io divenni allor gelato e fioco nol dimandar, lettor), poich’egli non lo scriverà (ch’i’ non lo scrivo), essendo che qualsiasi narrazione sarebbe vana (però ch’ogne parlar sarebbe poco).

Io non mori’ e non rimasi vivo;
pensa oggimai per te, s’ hai fior d’ingegno,
27 qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

Dante si percepisce fra l’esser vivo e l’esser morto (Io non mori’ e non rimasi vivo); e di nuovo come parlando a colui che lo legga gli chiede, a queso punto, d’immaginar da sé (pensa oggimai per te), se possegga un poco (s’ hai fior) d’ingegno, com’egli possa essersi trovato sospeso fra l’assenza della vita e della morte (qual io divenni, d’uno e d’altro privo).

Lo ’mperador del doloroso regno
da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
30 e più con un gigante io mi convegno,
che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
33 ch’a così fatta parte si confaccia.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXXIV • Henry John Stock (1853-1930), Dante e Virgilio incontrano Lucifero, 1922 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Henry John Stock (1853-1930), Dante e Virgilio incontrano Lucifero, 1922

 
L’imperatore del dolente (Lo ’mperador del doloroso) regno fuoriesce dalla vita in su dalla superficie ghiacciata (da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia); e maggiormente il discepolo si proporziona ad un gigante (più con un gigante io mi convegno), di quanto i giganti stessi non facciano con le braccia di Lucifero (che i giganti non fan con le sue braccia): che valuti dunque il lettore stesso quanto sia grande nell’insieme (vedi oggimai quant’esser dee quel tutto) l’orrida creatura se paragonata a quell’unica parte (ch’a così fatta parte si confaccia).

“Lo ’mperador del doloroso regno” richiama in antinomia “quello imperador che là su regna” con il quale, al centoventicinquesimo verso del primo Canto infernale, si designa Dio, unico imperante su tutto il creato.

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
36 ben dee da lui procedere ogne lutto.

S’egli fu così bello quant’ora (S’el fu sì bel com’elli è ora) è brutto, e ciononostante osò sfidar con gli occhi il suo creatore (contra ’l suo fattore alzò le ciglia), giusto dev’essere che da lui provenga ogni male (ben dee da lui procedere ogne lutto).

Lucifero era infatti considerato il più bello, virtuoso e splendente di tutti gli angeli; se la contrapposizione della sua bruttezza si manifesta in maniera inversamente proporzionale a come fu, ecco allor non impossibile immaginarne lo spaventoso ed atroce aspetto, testimone d’una giustizia divine che, in apice di contrappasso, restituisce in contrasto la peggior delle pene.

Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’io vidi tre facce a la sua testa!
39 L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
42 e sé giugnieno al loco de la cresta:
e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
45 vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.

Oh qual stupore provoca nel poeta (quanto parve a me gran maraviglia) il notarne tre facce sulla (quand’io vidi tre facce a la) sua testa! Una frontale (L’una dinanzi), ch’è purpurea (e quella era vermiglia); e le altre son due, aggiuntive (l’altr’eran due, che s’aggiugnieno) a questa e sovrapposte nella metà d’ogni (sovresso ’l mezzo di ciascuna) spalla, poi unite fra loro nella zona occipitale, là dove han la cresta gli animali (e sé giugnieno al loco de la cresta): la destra appare all’Alighieri d’un color giallognolo (e la destra parea tra bianca e gialla); la sinistra sembra della medesimo color di pelle (a vedere era tal) caratteristico a coloro che provengono dalla regione in cui il Nilo scende a valle (quali vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla).

Il riferimento è alla popolazione etiope, di conseguenza la faccia sinistra è molto scura.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
48 vele di mar non vid’io mai cotali.

Dalla parte inferiore d’ognuna d’esse fuoriescono (Sotto ciascuna uscivan) due grand’ali, proporzionate alla mole del (quanto si convenia a tanto) mostruoso uccello: grandi a tal punto da non aver mai visto, il pellegrino, vele di mare altrettanto immense (vele di mar non vid’io mai cotali).

Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
51 sì che tre venti si movean da ello:
quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
54 gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.

Le ali non hanno piume (non avean penne), piuttosto rassomigliano a quelle d’un pipistrello (ma di vispistrello era lor modo); e le stesse sventolano (quelle svolazzava), facendo in modo (sì) che tre venti s’originino dalle stesse (si movean da ello): quindi ghiacciando l’intero Cocito ( Cocito tutto s’aggelava). La diavolesca creatura piange (piangëa) con sei occhi, e gocciola lacrime (gocciava ’l pianto) da (per) tre menti, mescolate a sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
57 sì che tre ne facea così dolenti.

In ciascuna delle tre bocche (da ogne bocca) Lucifero dilania con i (dirompea co’) denti un peccatore, a mo di (a guisa) gramola (maciulla), in maniera da tormentarne tre (sì che tre ne facea così dolenti) in un sol colpo.

La “maciulla”, anche detta gramola, è apparecchio atto alla separazione, nella canapa e nel lino, delle fibre tessili dalle legnose.

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
60 rimanea de la pelle tutta brulla.

Per il dannato intrappolato nella bocca centrale (A quel dinanzi) l’esser morso è un nonnulla (il mordere era nulla) rispetto all’esser graffiato (verso ’l graffiar), tanto che talvolta la schiena gli rimane totalmente spellata (rimanea de la pelle tutta brulla).

«Quell’anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
63 che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

Il maestro rivela (disse ’l maestro) al suo protetto che lo spirito lassù soggetto a (Quell’anima là sù c’ha) maggior pena, in vita fu (è) Giuda Iscariota (Scarïotto), conficcato nelle fauci con il capo e dimenantesi al di fuori con (che ’l capo ha dentro e fuor mena) le gambe.

Il celeberrimo Giuda Iscariota, uno dei dodici apostoli di Gesù che, secondo narrazione del Nuovo Testamento, dal vangelo secondo Matteo, lo tradì meschinamente per la somma di trenta denari, baciandolo per farlo riconoscere.

De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
66 vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
69 è da partir, ché tutto avem veduto».

Degli (De li) altri due che invece stanno a testa in giù (c’hanno il capo di sotto), quindi con le gambe nella demoniaca bocca, quello ciondolante, con la nera faccia (pende dal nero ceffo) è Bruto: Virgilio incita Dante ad osservar (vedi) com’egli si contorce (storce), senza spiccicar parola (e non fa motto!); e l’altro, che appare tanto possente (par sì membruto) è Cassio. Il vate prosegue ricordando al discepolo esser la notte alle porte (Ma la notte risurge), e che si debba ormai riprendere il cammino (oramai è da partir), dato che tutto ciò che c’era da vedere i due viandanti ha visto (ché tutto avem veduto).

Marco Giunio Bruto (85 a.C.-42 a.C.), oratore, filosofo, studioso Gaio Cassio Longino (87 a.C.-42 a.C.), furono i due politici romani promotori della congiura che condusse alla morte, nel 44 a.C., una delle personalità più influenti della storia, ovvero lo scrittore, oratore, politico, ex console, dittatore, militare e pontefice massimo Gaio Giulio Cesare.

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
72 e quando l’ali fuoro aperte assai,
appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
75 tra ’l folto pelo e le gelate croste.

Dante s’avvinghia dunque al collo del vate (il collo li avvinghiai), secondo il suo volere (Com’a lui piacque); e lo stesso nel frattempo aspetta tempo e luogo favorevoli (ed el prese di tempo e loco poste), poi, al raggiungimento d’una considerevole ampiezza dell’apertura alare (e quando l’ali fuoro aperte assai), s’attacca all’irsuto torace della bestia; poi discendendo, di ciocca in ciocca (di vello in vello giù discese poscia), nel ristretto spazio tra il (’l) folto pelo e le pareti ghiacciate (gelate croste).

Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
78 lo duca, con fatica e con angoscia,
volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
81 sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.

Quando i due scalatori raggiungono il punto dove la coscia s’articola, all’altezza del bacino (Quando noi fummo là dove la coscia si volge, a punto in sul grosso de l’anche), quindi vicino all’articolazione femorale, il (lo) duca, con sforzo ed affanno (con fatica e con angoscia), rivolge la testa dov’egli aveva le gambe (volse la testa ov’elli avea le zanche), ovvero si capovolge, e s’aggrappa alla peluria come un arrampicatore (e aggrappossi al pel com’om che sale), dando all’Alighieri l’iniziale impressione d’essere in procinto di ritornare agli inferi (sì che ’n inferno i’ credea tornar anche).

«Attienti ben, ché per cotali scale»,
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso,
84 «conviensi dipartir da tanto male».

Il maestro, ansimando per la stanchezza, raccomanda al suo protetto (disse ’l maestro, ansando com’uom lasso) di tenersi ben stretto (Attienti ben), in quanto è attraverso (per) tali (cotali) animalesche scale che i due peregrini devono risalire per uscire dall’infernal regno (conviensi dipartir da tanto male).

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
e puose me in su l’orlo a sedere;
87 appresso porse a me l’accorto passo.

Poi fuoriesce tramite una spaccatura rocciosa (uscì fuor per lo fóro d’un sasso) e posa il pellegrino seduto sul ciglio (puose me in su l’orlo a sedere); quindi raggiunge il poeta con prudente andatura (appresso porse a me l’accorto passo).

Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
90 e vidili le gambe in sù tenere;

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXXIV • Commedia, Codex Altonensis, ca. 1360 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Commedia, Codex Altonensis, ca. 1360

 
A quel punto Dante leva lo sguardo (Io levai li occhi) credendo di (e credetti) vedere Lucifero nella medesima posizione di prima (com’io l’avea lasciato), invece notandolo gambe all’insù (e vidili le gambe in sù tenere);

e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
93 qual è quel punto ch’io avea passato.

e se il discepolo rimane dunque disorientato (e s’io divenni allora travagliato), lo pensino le persone ignoranti (la gente grossa il pensi), che non han ben compreso (che non vede) qual è quel punto dal quale egli è transitato (ch’io avea passato).

Completamente perso nella confusione del suo non comprendere ciò che gli verra poi reso comprensibile dalla sua sapiente guida, Dante s’unisce umilmente all’ignoranza di coloro che non intendono nell’immediato, non avendo afferrato lui stesso il concetto.

«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
96 e già il sole a mezza terza riede».

Il maestro lo sprona (disse ’l maestro) ad alzarsi (Lèvati sù in piede): essendo ancor lungo il l’itinerario e disagevole il percorso (la via è lunga e ’l cammino è malvagio), e già il sole si trova a metà della terza ora (a mezza terza riede).

Nei conteggi medievali, la “mezza terza” era l’ora compresa fra l’alba e la metà della mattinata, sicché, secondo tal interpretazione, sarebbero circa le 7:30.

Non era camminata di palagio
là ’v’eravam, ma natural burella
99 ch’avea mal suolo e di lume disagio.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXXIV • Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450

 
La zona dove si trovano i due poetanti non concede fluente cammino come lo sarebbe in una stanza di palazzo (Non era camminata di palagio là ’v’eravam), ma naturale interstizio (natural burella) dal terreno, scosceso ed oscuro (ch’avea mal suolo e di lume disagio).

«Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio», diss’io quando fui dritto,
102 «a trarmi d’erro un poco mi favella:
ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,
105 da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».

L’Alighieri, una volta alzatosi (quando fui dritto), chiede (diss’io) dunque al suo maestro (maestro mio) se, prima d’uscir definitivamente dall’inferno (ch’io de l’abisso mi divella), egli possa fornirgli delucidazioni al fin di sciogliergli alcuni dubbi (a trarmi d’erro un poco mi favella), quali: dov’è finita la ghiacciaia (ov’è la ghiaccia?), come Lucifero abbia potuto capovolgersi in tal maniera (e questi com’è fitto sì sottosopra?) ed infine come sia riuscito il sole a passar da sera a mattina in così breve tempo (da sera a mane ha fatto il sol tragitto?).

Ed elli a me: «Tu imagini ancora
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi
108 al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.

Il saggio conducente spiega al suo protetto (Ed elli a me) il probabile immaginar da parte sua d’esser ancora dall’altra parte, rispetto al centro della terra (Tu imagini ancora d’esser di là dal centro), là dove il vate s’afferrò al vello (ov’io mi presi al pel) del turpe verme (del fermo reo) che trafora il globo terrestre (che ’l mondo fóra).

Di là fosti cotanto quant’io scesi;
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto
111 al qual si traggon d’ogne parte i pesi.

Da quella parte invece il poeta si trovò solamente mentre il duca era in fase di discesa (Di là fosti cotanto quant’io scesi); quand’invece lo stesso si capovolse (quand’io mi volsi), il pellegrino oltrepassò il (tu passasti ’l) punto in cui convergono tutti i pesi provenienti del mondo (al qual si traggon d’ogne parte i pesi).

“’l punto al qual si traggon d’ogne parte i pesi” è il punto centrale di gravità terrestre, secondo i dettami della fisica aristotelica; il baricentro gravitazionale sarebbe dunque corrispondente alla cintola di Lucifero.

E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
114 coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
tu haï i piedi in su picciola spera
117 che l’altra faccia fa de la Giudecca.

Pertanto ora Dante (E se’ or) è giunto sotto l’emisfero (l’emisperio) che si trova in contrapposizione (ch’è contraposto) a quello che s’erge sopra le terre emerse (quel che la gran secca coverchia), e sotto la cui sommità (’l cui colmo) venne immolato (consunto fu) l’uomo (uom) che nacque e visse senza peccato (senza pecca); in sostanza il discepolo sosta sopra un minuscolo tondo (tu haï i piedi in su picciola spera) roccioso ch’è la controfaccia della (che l’altra faccia fa de la) Giudecca.

Il ghiaccio del Cocito non è scomparso, ma sta semplicemente sotto il disco su cui Dante poggia i piedi, ma nell’emisfero opposto.

Qui è da man, quando di là è sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
120 fitto è ancora sì come prim’era.

Da questa parte (Qui) è mattina (da man), quando dall’altra (di là) è sera; e costui (questi), che dei due escursionisti si fece pelosa scala (che ne fé scala col pelo), è ancor conficcato come lo era prima (fitto è ancora sì come prim’era).

La velocità del sole è attribuibile al cambio d’emisfero; Lucifero non ha variato la sua posizione, ma son semplicemente i due poeti ad essersi capovolti per oltrepassare emisfero e risalire.

Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
123 per paura di lui fé del mar velo,
e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
126 quella ch’appar di qua, e sù ricorse».

Infatti Lucifero precipitò sull’emisfero australe dal regno celeste (Da questa parte cadde giù dal cielo); e la terraferma (terra), che precedentemente affiorava nel medesimo emisfero (che pria di qua si sporse) per timor del demonio s’inabissò (per paura di lui fé del mar velo), per riemergere nell’emisfero boreale (e venne a l’emisperio nostro); e probabilmente (forse), per scongiurare qualsiasi contatto con lo stesso (per fuggir lui), quella ch’appar di qua svuotò di sé questo tratto (lasciò qui loco vòto), e in sù si ritrasse (ricorse).

La terra ritratta, come già esplicato nell’introduzione all’opera, venne a formare il monte del Purgatorio.

Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
129 che non per vista, ma per suono è noto
d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
132 col corso ch’elli avvolge, e poco pende.

Alle parole del maestro l’Alighieri riflette sul fatto che vi sia un luogo, alla fine della burella (è la giù), distante dal demonio tanto quanto la sotterranea intercapedine (da Balzebù remoto tanto quanto la tomba si distende), che si percepisce prima con l’udito, rispetto alla vista, grazie al suono (che non per vista, ma per suono è noto) d’un ruscelletto che quivi discende attraverso la fenditura d’una roccia (per la buca d’un sasso), che lo stesso ha solcato (ch’elli ha roso), con il suo flusso sinuoso (col corso ch’elli avvolge), e di lieve pendenza (e poco pende).

“Balzebù” è l’evangelico Beelzebub, che letteralmente significa “il signore delle mosche”, una divinità cananea che, nella concezione rabbinica, è sinonimico del demonio.

Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
135
e sanza cura aver d’alcun riposo,
salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
138 che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.

Il duca ed il suo protetto (Lo duca e io), per quell’arcano tragitto (quel cammino ascoso) avanzano nel dirigersi verso la parte luminosa del pianeta (nel chiaro mondo); e, senza preoccuparsi in alcun modo di prender respiro (e sanza cura aver d’alcun riposo), risalgono (salimmo sù), lui davanti ed il suo discepolo dietro (el primo e io secondo), fintantoché il pellegrino (tanto ch’i’), per mezzo d’un tondo pertugio, inizia ad intravedere (vidi) alcune delle bellezze (cose belle) donate dal cielo (che porta ’l ciel).

139 E quindi uscimmo a riveder le stelle.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXXIV • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 
E quindi Dante e Virgilio escono (uscimmo) a riveder le stelle.

“Stelle” sarà il vocabolo conclusivo d’ogni Cantica, quasi in una sorta di speranza che mai svanisce, rivelandosi ogni volta più luminosa e vicina.

Giunti alla fine loro cammino infernale, un secondo tragitto viene intrapreso, in balzo di Cantica, nel costante tendere alla spiritual purezza: “Per correr miglior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, che lascia dietro a sé mar sì crudele; e canterò di quel secondo regno dove l’umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno”…