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Divina Commedia: Inferno, Canto XXX

Jean Louis Ernest Meissonier (1815-1891), Dante

 
Ancor peregrinando all’interno della decima Bolgia, i due viandanti incontreranno i falsari di persona, nell’ordine di Gianni Schicchi e Mirra, i falsari di monete nello spirito di maestro Adamo, infine i falsari di parola nella anime di Sinone e dalla moglie di Putifar.

Il Canto si apre con magnificenza di narrazione mitologica, in uno sfarzoso ed incessante susseguirsi di miti delineati sulle loro storie in terzine dal ritmo incalzante ed antico.

Dopo aver conversato con differenti dannati, l’interesse dantesco viene catturato da una verbale quanto tragicomica zuffa tra Sinone e maestro Adamo, nella quale botta e risposta balzano su ben ventun versi nella penultima parte di Canto, la cui conclusione fuoriesce invece dalle sagge parole di Virgilio che, dapprima innervositosi per l’eccessivo interesse di Dante nel seguitar con attenzione l’intera diatriba, lo rimprovera aspramente, tuttavia poi rabbonbendosi sull’evidente costernazione del suo protetto, il cui mutismo risulta più eloquente di mille scuse.

L’intesa fra i due poetanti si rivela concretamente sincera, mai mancando il vate di condurre il proprio discepolo sulla retta via, senza risparmiargli durezza di tono qualora ciò si riveli necessario a risveglio del di lui buon senso; l’Alighieri si rivela abilissimo autore nell’affidar al suo maestro l’enunciazione di verità a lui molto care, pertanto sapientemente sottolineate in un doppio ruolo in cui poeta e pellegrino s’intersecano, mai prevaricando l’un sull’altro, tuttavia calamitando son reciprocamente nel proporre al lettore concetti ben chiari e definiti, scritti e vissuti a testimonianza del fatto che non si possa concepir il pellegrino obliandosi del poeta, e viceversa.

Contribuisce all’intensità del testo un linguaggio i cui toni variano stile e volume, or raffinandosi pacatamente, or divenendo maggiormente crudi ed acuti, filando la completezza d’una sintassi che s’eleva ad esperienza sensoriale da vivere come racconto e stimolo di riflessione, ancor magnificamente attuale per i temi trattati, in aggiunta alla possibilità di concedersi un sorriso, sui versi più dilettevoli, comunque custodi di grandi verità.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXX • Jan Van der Straet (1523-1605), Inferno, Canto XXX • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Jan Van der Straet (1523-1605), Inferno, Canto XXX

 

Nel tempo che Iunone era crucciata
per Semelè contra ’l sangue tebano,
3 come mostrò una e altra fïata,
Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
6 andar carcata da ciascuna mano,
gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli
la leonessa e ’ leoncini al varco»;
9 e poi distese i dispietati artigli,
prendendo l’un ch’avea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
12 e quella s’annegò con l’altro carco.

All’epoca in cui Giunone (Nel tempo che Iunone) era incollerita (crucciata) contro la stirpe tebana (contra ’l sangue tebano) a causa di (per) Semele, come dimostrò più d’una volta (mostrò una e altra fïata), Atamante divenne talmente disequilibrato (divenne tanto insano) che, vedendo la moglie andar con i due figli entrambi in braccio (carcata da ciascuna mano), gridò di tendere (Tendiam) le reti affinché lui potesse acchiappare (sì ch’io pigli) la leonessa e i leoncini al varco; e poi distese gli spietati (dispietati) artigli, catturando, dei due pargoli, quello che si chiamava (prendendo l’un ch’avea nome) Learco, facendolo volteggiare (e rotollo) e percuotendolo contro un masso (e percosselo ad un sasso); così la donna (e quella) annegò con l’altro figlio (con l’altro carco).

Il primo accenno mitologico rimanda alla storia, tratta dalle Metamorfosi ovidiane, di Samele, figlia di Armonia e del fondatore di Tebe, Cadmo, la quale, in quanto amante di Giove e futura madre della creatura con lui concepita, che nascerà sotto il nome di Bacco, sobillò la gelosia di Giunone che, per vendicarsi, la carbonizzò, poi accanendosi sul cognato Adamante, re di Orcomeno e sposo della terza sorella di Semele, in quanto la stessa colpevole, agli occhi di Giunone, d’aver accudito di nascosto Bacco. Lasciato in balia della Furia Tesifone e dopo aver perso completamente il senno, Adamante scambiò la moglie Ino per una leonessa con due cuccioli di leone, giungendo di conseguenza a massacrar il piccolo Learco contro una roccia e causando istinto suicida nella moglie, alla quale non restò altra alternativa che gettarsi in mare, dove annegò insieme all’altro figlio, Malicerta.

E quando la fortuna volse in basso
l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
15 sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
18 e del suo Polidoro in su la riva
del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come cane;
21 tanto il dolor le fé la mente torta.

E quando la sorte (fortuna) capovolse (volse in basso) la grandiosità (altezza) del popolo troiano (de’ Troian), le cui ambizioni erano smisurate (che tutto ardiva), cosicché regno e sovrano insieme furono annientati (sì che ’nsieme col regno il re fu casso), l’avvilita, compassionevole e prigioniera (trista, misera e cattiva) Eucuba, dopo aver visto (poscia che vide) morta Polissena e disperatamente accortasi (si fu la dolorosa accorta) del suo Polidoro sulla sponda del mare (in su la riva del mar), esagitata si mise a latrare come un cane, dal tanto che il dolore la sconvolse mentalmente (tanto il dolor le fé la mente torta).

Seconda tappa narrativa s’apre, anch’essa carpita da medesima fonte letteraria, sul decadimento del potente del superbo regno troiano e sulla vedova di Priamo, Eucuba, la quale, imprigionata e letteralmente sconvolta dall’aver assistito all’assassinio della figlia Polissena e dal ritrovamento del cadavere del suo ultimo figlio Polidoro, emise urlo di dolore simile ad un latrato canino.

Ma né di Tebe furie né troiane
si vider mäi in alcun tanto crude,
24 non punger bestie, nonché membra umane,
quant’io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
27 che ’l porco quando del porcil si schiude.

Ma nemmeno le furie dei tebani o dei troiani si videro mai in qualcuno aizzarsi con tanta efferatezza (Ma né di Tebe furie né troiane si vider mäi in alcun tanto crude), nell’infierire su animali o corpi umani (non punger bestie, nonché membra umane), al pari di quelle che l’Alighieri vede materializzarsi in due spiriti pallidi e nudi (quant’io vidi in due ombre smorte e nude), che mordono (mordendo) e corrono (correvan) nella medesima maniera del maiale quando fuoriesce dal porcile (di quel modo che ’l porco quando del porcil si schiude).

L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l’assannò, sì che, tirando,
30 grattar li fece il ventre al fondo sodo.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXX • William-Adolphe Bouguereau (1825-1905), Dante e Virgilio all'Inferno, 1850 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William-Adolphe Bouguereau (1825-1905), Dante e Virgilio all’Inferno, 1850

 
Una delle due anime si catapulta su (L’una giunse a) Capocchio, azzannandolo (l’assannò) sulla nuca (in sul nodo del collo), così che, trascinandolo (tirando), gli fa grattar tutto il ventre sul pietroso suolo (al fondo sodo) della bolgia.

E l’Aretin che rimase, tremando
mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
33 e va rabbioso altrui così conciando».

E Griffolino d’Arezzo (l’Aretin che rimase) tremante (tremando) si rivolge a Dante (mi disse) svelando l’identità di quello spirito dedito al male in capo a (Quel folletto è) Gianni Schicchi, che marcia adirato, nel frattempo conciando gli atri in quel modo (e va rabbioso altrui così conciando).

«Oh», diss’io lui, «se l’altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
36 a dir chi è, pria che di qui si spicchi.»

Il poeta incalza l’aretino (Oh) dicendogli (diss’io lui) che non gli sia di disturbo (non ti sia fatica), sempre che l’altro “folletto” non gli (ti) ficchi i (li) denti addosso (a dosso), di rivelargli chi sia (a dir chi è) prima che da lì si dilegui (pria che di qui si spicchi).

Ed elli a me: «Quell’è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
39 al padre, fuor del dritto amore, amica.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXX • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 
Il peccatore gli risponde (Ed elli a me) esser quella l’anima antica della sciagurata (scellerata) Mirra, che, in maniera incestuosa (fuor del dritto amore), divenne amante (amica) di suo (al) padre.

Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
42 come l’altro che là sen va, sostenne,
per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
45 testando e dando al testamento norma».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXX • Maestro delle Vitae Imperatorum, Dante, Inferno, con commento di Guiniforte Barzizza, 1430-1450, Bibliothèque Nationale de France • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Maestro delle Vitae Imperatorum
Dante, Inferno, con commento di Guiniforte Barzizza, 1430-1450
Bibliothèque Nationale de France

 
La stessa arrivò dunque a commetter peccato a lui unendosi (Questa a peccar con esso così venne) dopo dopo aver sofisticato la propria identità (falsificando sé in altrui forma), al pari di quell’altro che se ne sta andando (come l’altro che là sen va), che, con gran faccia tosta (sostenne), per accaparrarsi la miglior giumenta della scuderia (per guadagnar la donna de la torma), si fece passare per (falsificare in sé) Buoso Donati, facendo testamento testamento al suo posto e poi registrandolo secondo la legge (dando al testamento norma).

Verosimilmente vissuto nel tredicesimo secolo, Gianni Schicchi dei Cavalcanti pare fosse un giovane scriteriato che le prime interpretazioni della Commedia vollero identificare come protagonista d’una novella in un ben organizzato scambio d’identità: essendo infatti che il benestante Buoso Donati, rimasto vedovo e senza figli, fosse in procinto di morire, lo Schicchi, d’accordo con il nipote di Buoso, tal Simone, si calò nelle vesti del Donati per ingannare il notaio e redigere testamento a favore del compare, lui stesso intestandosi una meravigliosa giumenta.

Ulteriore prelievo dalle Metamorfosi anche la novella di Mirra, giovane innamorata del suo stesso padre, il re di Cipro Cinira, per unirsi incestuosamente con il quale la stessa, in complicità con la nutrice, ubriacando l’inconsapevole re e confondendo i suoi lineamenti nell’oscurità notturna, a lui si concesse più volte fingendo d’esser altra donna e rimanendo gravida di Adone; dopo la scoperta dell’inganno, alla futura madre non restò che fuggire dall’istinto omicida del padre, spossata a tal punto da chiedere agli dei di poter scomparire sia dal mondo dei vivi che da quello dei morti. La richiesta venne esaudita e la donna subì metamorfosi, divenendo un albero che trasuda pianto, sotto forma d’essenza profumata, dalla corteccia.

E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
48 rivolsilo a guardar li altri mal nati.

E dopo (poi) che i due furibondi (rabbiosi), sui quali il pellegrino ha tenuto fisso lo sguardo (sovra cu’ io avea l’occhio tenuto), se ne sono andati (fuor passati), egli lo rivolge verso gli altri falsari (rivolsilo a guardar li altri mal nati).

Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
51 tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.

L’Alighieri vede uno (Io vidi un) che sembrerebbe fatto a mo di liuto (a guisa di lëuto), se solamente egli (pur ch’elli) avesse l’inguine (l’anguinaia) mutilato (tronca) delle gambe (da l’altro che l’uomo ha forcuto).

La grave idropesì, che sì dispaia
le membra con l’omor che mal converte,
54 che ’l viso non risponde a la ventraia,
faceva lui tener le labbra aperte
come l’etico fa, che per la sete
57 l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.

La pesante (grave) idropisia (idropesì) che a tal punto snatura (sì dispaia) le membra a causa dei liquidi organici mal distribuiti (con l’omor che mal converte), così che il volto non corrisponde al ventre dilatato (che ’l viso non risponde a la ventraia), lo porta a mantener (faceva lui tener) le labbra aperte come fa il tisico (l’etico) il quale (che), per la sete, tiene il labbro inferiore verso il mento e quello superiore come raggrinzito verso l’alto (l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte).

L’idropisia (idropesì) è termine indicante la raccolta di liquido trasudatizio nel tessuto sottocutaneo; il tisico (l’etico) è colui che si trova affetto da tubercolosi cavitaria.

«O voi che sanz’alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo»,
60 diss’elli a noi, «guardate e attendete
a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
63 e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

L’uomo dalla forma di liuto dice quindi ai due viandanti (diss’elli a noi): “O voi che vi trovate nel regno infernale (che siete nel mondo gramo) senza pena alcuna ed io non ne conosco la ragione (non so io perché), osservate e fate attenzione (guardate e attendete) alla misera condizione (a la miseria) del maestro Adamo; da vivo, mi fu concesso d’aver in abbondanza ogni cosa desiderata (io ebbi assai di quel ch’i’ volli), e adesso (ora), me misero (lasso)!, sto in bramosia (bramo) di un piccolo goccio (gocciol) d’acqua.

Li ruscelletti che d’i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
66 faccendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
69 che ’l male ond’io nel volto mi discarno.

I piccoli ruscelli (ruscelletti) che dalle verdeggianti colline casentinesi (d’i verdi colli del Casentin) discendono giù fino all’(discendon giuso in) Arno, lasciando il loro letti freschi ed umidi (faccendo i lor canali freddi e molli), mi stanno perennemente fissi davanti (sempre mi stanno innanzi), e non inutilmente (indarno), poiché (ché) la loro visualizzazione (l’imagine lor vie) m’angustia d’arsura piu di quanto la malattia mi scavi nel viso rendendolo scarno (più m’asciuga che ’l male ond’io nel volto mi discarno).

La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’io peccai
72 a metter più li miei sospiri in fuga.

La severa (rigida) giustizia divina che m’opprime (mi fruga) trae origine dal luogo (tragge cagion del loco) ov’io peccai, per intensificare il mio sospirare (a metter più li miei sospiri in fuga).

Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
75 per ch’io il corpo sù arso lasciai.

In quel posto (Ivi) vi è il castello di Romena, la dov’io falsificai (falsai) la lega metallica al cui suggello l’immagine di San Giovanni Battista (suggellata del Batista); motivo per cui il mio corpo venne arso al rogo (per ch’io il corpo sù arso lasciai).

Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
78 per Fonte Branda non darei la vista.

Ma se dovesse capitarmi di vedere l’esecrabile anima (s’io vedessi qui l’anima trista) di Guido o D’Alessandro o del loro fratello (di lor frate), non sostituirei il piacere della loro vista nemmeno con quella di Fontebranda (per Fonte Branda non darei la vista).

Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
81 ma che mi val, c’ho le membra legate?

L’anima di uno dei tre si trova già all’interno di questo fossato (Dentro c’è l’una già), sempre che quanto vanno dicendo gli spiriti idrofobi che la girano, corrisponda a verità (se l’arrabbiate ombre che vanno intorno dicon vero); ma a cosa mi serve (che mi val) saperlo, essendo io invalidato nelle membra (c’ho le membra legate)?

S’io fossi pur di tanto ancor leggero
ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,
84 io sarei messo già per lo sentiero,
cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch’ella volge undici miglia,
87 e men d’un mezzo di traverso non ci ha.

S’io possedessi quel tantin di leggerezza (S’io fossi pur di tanto ancor leggero) che mi consentisse (ch’i’ potessi) d’avanzare (andare) di un’oncia al secolo (in cent’anni), già mi sarei incamminato (io sarei messo già per lo sentiero), cercandolo (cercando lui) fra questi indecorosi dannati (gente sconcia), con tutto che la Bolgia ha una lunghezza circolare (con tutto ch’ella volge) di undici miglia, per una larghezza non inferiore al mezzo miglio (e men d’un mezzo di traverso non ci ha).

Io son per lor tra sì fatta famiglia;
e’ m’indussero a batter li fiorini
90 ch’avevan tre carati di mondiglia.»

Io mi trovo per colpa loro (Io son per lor) fra questa schiera di dannati (tra sì fatta famiglia); perch’essi mi spronarono a foggiare fiorini (e’ m’indussero a batter li fiorini) che contenessero tre ventiquattresimi di mondezza (ch’avevan tre carati di mondiglia)”.

Maestro Adamo fu falsario, presumibilmente inglese, la cui ultima attività fu svolta nel laboratorio casentinese dei conti Guidi di Romena, più precisamente Guido II, Alessandro I un terzo fratello; abilissimo nel coniare monete false, in particolar modo tagliandone la purezza con materiali meno nobili, come ad esempio il rame, nessuno si accorse delle sue falsificazioni fino ad un incendio avvenuto nel palazzo di Borgo San Lorenzo, dove risiedeva l’uomo incaricato all’immissione delle monete sul mercato. Scoperto dunque l’ingannevole deposito, lo stesso venne arrestato e torturato, quindi confessò e, di conseguenza, anche maestro Adamo fu catturato ed entrambi finirono la loro esistenza sul rogo.

E io a lui: «Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ’l verno,
93 giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».

Dante chiede dunque a maestro Adamo (E io a lui) chi siano i due miserevoli (tapini), fumanti come mani bagnate durante l’inverno (che fumman come man bagnate ’l verno), che s’accalcano (giacendo) stretti al suo fianco destro (a’ tuoi destri confini).

«Qui li trovai – e poi volta non dierno -»,
rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
96 e non credo che dieno in sempiterno.

Il falsario risponde (rispouose) d’averli trovati lì (Qui li trovai) quando fu catapultato in quella fenditura (quando piovvi in questo greppo), e che da allora gli stessi non si siano mai mossi (e poi volta non dierno) e che lui crede mai si muoveranno per l’eternità (e non credo che dieno in sempiterno).

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
l’altr’è ’l falso Sinon greco di Troia:
99 per febbre aguta gittan tanto leppo.»

Una delle due anime è colei è la menzognera (L’una è la falsa) che accusò Giuseppe (Gioseppo); l’altro è il bugiardo Sinone (l’altr’è ’l falso Sinon) greco di Troia: per febbre putrida (aguta) emanano immenso fetore (tanto leppo).

La “falsa ch’accusò Gioseppo” fu la celebre sposa di Putifar, capitano della guardia del faraone, la quale accusò il puritano Giuseppe d’averla sedotta, mentre diretta seduttrice fu, al contrario, la stessa; il “falso Sinon” fu invece un astuto ipocrita che si finse abbandonato dai propri compagni di patria allo scopo d’intenerire i troiani ed a convincerli a far entrare in città il celeberrimo cavallo di Troia, ricevendo addirittura cittadinanza onoraria da parte del re Priamo.

E l’un di lor, che si recò a noia
forse d’esser nomato sì oscuro,
102 col pugno li percosse l’epa croia.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXX • Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Priamo della Quercia (1400-1467)
Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450

 
All’udir quale parole, uno di loro due (E l’un di lor), Sinone, probabilmente (forse) risentito (che si recò a noia) d’esser descritto in maniera tanto spregevole (d’esser nomato sì oscuro), con un (col) pugno gli percuote (li percosse) la pancia protesa (l’epa croia).

Quella sonò come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
105 col braccio suo, che non parve men duro,
dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
108 ho io il braccio a tal mestiere sciolto».

La stessa risuona con suono simile a quello di (Quella sonò come fosse) un tamburo; e maestro (mastro) Adamo gli (li) percuote (percosse) a sua volta il volto con il (suo) braccio, in modo altrettanto violento (che non parve men duro), lui dicendo: “Nonostante mi sia precluso (Ancor che mi sia tolto) il movimento di alcune parti del mio corpo che son grevi (lo muover per le membra che son gravi), per quanto riguarda il malmenare (a tal mestiere) ho il braccio ancor scattante (sciolto).

Ond’ei rispuose: «Quando tu andavi
al fuoco, non l’avei tu così presto;
111 ma sì e più l’avei quando coniavi».
E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:
ma tu non fosti sì ver testimonio
114 là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
disse Sinon; «e son qui per un fallo,
117 e tu per più ch’alcun altro demonio!».
«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
120 «e sieti reo che tutto il mondo sallo!»
«E te sia rea la sete onde ti crepa»,
disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
123 che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!»
Allora il monetier: «Così si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
126 ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
129 non vorresti a ’nvitar molte parole».

Pertanto Sinone risponde (Ond’ei rispuose) e fra i due inizia un concitato ed esilarante battibecco: “Nel condurti al rogo (Quando tu andavi al fuoco), non le avevi tanto sbrigliate (non l’avei tu così presto); ma lo erano, e maggiormente, quando eri dedito al coniare (ma sì e più l’avei quando coniavi)”.

E l’idrofobo (idropico): “Tu stai dicendo la verità, riguardo a questi fatti (Tu di’ ver di questo), ma tu non fosti testimone sincero (ma tu non fosti sì ver testimonio), laddove (là ’ve), a Troia, ti fu richiesto di affermare il vero (del ver fosti a Troia richesto).

Ribatte Sinone (Disse Sinon): “S’io affermai (dissi) il falso, e tu falsificasti (falsasti) il conio, io mi trovo qui per un’unica colpa (son qui per un fallo), mentre tu per peccati che superano quelli di qualsiasi (e tu per più ch’alcun altro) demonio!”

Colui che ha il ventre rigonfio risponde (quel ch’avëa infiata l’epa rispuose): “Rimembrati (Ricordati), impostore (spergiuro), del cavallo e ti sia irritante (siete reo) che tutto il mondo lo sappia (sallo)!”

Risponde il greco (disse ’l Greco): “E a te sia molesta (rea) la sete per la quale (onde) ti si fende (crepa) la lingua, e l’acqua marcia che ti fa sollevare la pancia fin sopra gli occhi (che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa)!”

Allora il falsario (monetier): “Ugualmente (Così) si squarcia la tua bocca per la tua malattia, com’è solito (per tuo mal come suole); sicché (ché), s’io (s’i’) ho sete e gli umori m’imbottiscono (omor mi rinfarcia), tu hai arsura e mal di testa (l capo che ti duole) a tal punto che per leccar acqua di fonte (lo specchio di Narcisso) non ti faresti certamente pregar più di tanto (non vorresti a ’nvitar molte parole)”.

Lo “specchio di Narcisso” all’acqua di fonte, quella in cui, di nuovi citando le Metamorfosi, Narciso si specchiò innamorandosi di se stesso e poi trasformandosi nell’omonimo fiore.

Ad ascoltarli er’io del tutto fisso,
quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
132 che per poco che teco non mi risso!».

Il poeta è fortemente preso dall’ascoltar i due (Ad ascoltarli er’io del tutto fisso), quando il (’l) maestro gli dice (mi disse) che s’egli starà ancora un poco a guardare così attentamente (Or pur mira), rischia che lui stesso possa adirarsi nei suoi confronti (che per poco che teco non mi risso)!

Quand’io ’l senti’ a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
135 ch’ancor per la memoria mi si gira.

Al sentir il tono rabbioso della ramanzina a lui rivolta (Quand’io ’l senti’ a me parlar con ira), il pellegrino si volta verso Virgilio (volsimi verso lui) con tal vergogna, che ancora fra la memoria il ricordo è ben vivo (ch’ancor per la memoria mi si gira).

Qual è colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
138 sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
tal mi fec’io, non possendo parlare,
che disïava scusarmi, e scusava
141 me tuttavia, e nol mi credea fare.

E come (Qual è) colui che sia in procinto di sognar danni a lui stesso rivolti (che suo dannaggio sogna) e che per questo, durante la fase onirica si trovi a desiderar che quanto sta sognando sia solo un sogno (che sognando desidera sognare), così (sì) ch’egli si trovi a desiderare (agogna) quello che è come se non fosse (quel ch’è, come non fosse), similmente si comporta Dante (tal mi fec’io), impossibilitato (non possendo) a parlare, pur desiderando scusarsi (che disïava scusarmi), ciononostante scusandosi comunque (e scusava me tuttavia), pur non rendendosi conto di farlo (e non mi credea far).

«Maggior difetto men vergogna lava»,
disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
144 però d’ogne trestizia ti disgrava.

Il maestro lo rassicura dicendogli (disse ’l maestro) che colpe maggiori si lavano con minor vergogna (Maggior difetto men vergogna lava) e che pertanto il discepolo si sgravi d’ogni rimorso a riguardo (però d’ogne trestizia ti disgrava).

E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
se più avvien che fortuna t’accoglia
147 dove sien genti in simigliante piato:

La savia sua guida ricorda al suo protetto di non dimenticarsi del fatto ch’egli gli sarà sempre accanto (E fa ragion ch’io ti sia sempre allato) qualora dovesse nuovamente avvenire che il fato (se più avvien che fortuna) lo rimetta di fronte (t’accoglia) a situazioni dove si trovino anime importante in simili baruffe (dove sien genti in simigliante piato):

148 ché voler ciò udire è bassa voglia.»

Poiché (ché) voler udire tali alterchi è volgare desio (ché voler ciò udire è bassa voglia).

Passaggio di canto sarà staffetta sulla quale l’Alighieri modificherà linguaggio, ben consapevole del fatto che “… medesma lingua pria mi morse, sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, e poi la medicina mi riporse”…