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Divina Commedia: Inferno, Canto XXVIII

Franz von Stuck (1863-1928), Inferno, 1908

 
Lasciato Guido di Montefeltro sulla conclusa narrazione di come il diavolo e San Francesco si contesero la sua anima, i due viandanti proseguono su per il ponte e giungono alla penultima Bolgia, la nona, ove incontreranno gli spiriti di coloro che furono seminatori di discordia, peccatori la cui pena prevista è l’esser smembrati e suddivisi dalla spada d’un demone, così come in vita provocarono divisioni politiche, religiose e familiari.

Primo incontro è quello con il profeta Maometto, completamente sventrato, dal volto fino alle natiche, che renderà riconoscibile ai due poeti il genero, oltre a professar la morte d’un frate; ulteriore predizione fuoriesce dalla bocca del secondo dannato interlocutore, ovvero Pier della Medicina che, con solamente un orecchio, il naso amputato e la gola tagliata, poco prima di predire la morte di due gentiluomini fiorentini, afferra per la mandibola colui che fu il tribuno della plebe, nell’oltretomba afono per amputazione della lingua, il quale, in vita, spronò Cesare all’intraprender guerra civile contro Pompeo.

Ultime due conversazioni avvengono rispettivamente con il politico Mosca dei Lamberti, privato delle mani e sanguinante dai polsi, e con il poeta provenzale Bertran de Born, la cui agghiacciante visione del suo marciar decapitato, con tanto di testa parlante fra le mani, sorretta come fosse una lanterna, scuote profondamente Dante, lasciandolo incredibilmente attonito.

Interessante è il capovolgimento di vocaboli all’interno della stessa frase che l’Alighieri prese in prestito allo storico Giovanni Villani (1280-1348), riportandola come leggendaria affermazione del Mosca: secondo remote cronache fiorentine, fra le quali appunto quella dello stesso Villani, correva l’anno 1216 quando il rissoso Buondelmonte dei Buondelmonti, per riparare all’accoltellamento di un componete della patrizia ed antica famiglia degli Amidei, s’impegnò a maritarsi con la nipote dell’uomo da lui pugnalato, tuttavia non presentandosi il giorno delle nozze ed aggravando la sua situazione con l’abbandono della sposa sull’altare.

Al fin di decidere il da farsi, gli Amidei convocarono la congrega della quale faceva parte anche il Mosca che, dopo vani tentativi dei partecipanti di trovare una soluzione unanimemente condivisa, propose l’assassinio del promesso sposo in fuga, proponendo la sua idea in un perentorio ed inequivocabile: “Cosa fatta capo ha”, il cui significato di contesto d’una volta compiuta un’azione, immodificabile, più non se ne dicesse ed il Villani in tal forma sintattica la riportò, fornendo inconsapevolmente a Dante la base sulla quale modificarla a proprio piacimento, rendendola “Capo ha cosa fatta” troneggiante autoritaria sul centosettesimo versetto.

Ad aleggiar invece gran parte di codesto canto in maniera imperiosa è la crudità di termini dal poeta intrecciati in rime che danno corpo a macabre e lugubri visualizzazioni, dalle quali il sempiterno ciclo espiatorio si materializza nel rassegnato circolar dei peccatori, a cui si rimarginano le lacerazioni ad ogni giro per poi subirne di nuove una volta giunti al capolinea.

Un contrappasso urlante compassione, che stavolta l’autore decide apertamente di scrivere come termine a chiusura di canto in una sorta di potente e vendicativo marchio d’inchiostro su carta e pelle, in cui il confine tra la personale devozione alla giustizia divina ed un lieve sadismo si fa sottile filo interpretativo, nel frattempo gettato come sale su ferite aperte.

Schiettezza scrittoria e ritmata poetica che si contendono accese terzine e s’offrono al lettore in mille possibilità di lettura, seppur unite nella capacità di togliere il fiato sbuffando stupore.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXVIII • Jan van der Straet (1523-1605), Inferno, Canto XXVIII, 1587 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Jan van der Straet (1523-1605), Inferno, Canto XXVIII, 1587

  

Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
3 ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?

In ouverture di canto, l’Alighieri si pone a quesito su chi potrebbe (poria) mai riportare esaustivamente (dicer a pieno), sia pure (pur) con parole in prosa (sciolte), del sangue e delle piaghe ch’egli ha appena visto, per raccontarne (narrar) più volte.

Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
6 c’ hanno a tanto comprender poco seno.

Ogni lingua certamente (certo) verrebbe (verrai) meno, al tal compito, per la capacità umana di linguaggio (nostro sermone) e per la mente, che hanno ridotta predisposizione a comprendere la tal visione (c’ hanno a tanto comprender poco seno).

S’el s’aunasse ancor tutta la gente
che già, in su la fortunata terra
9 di Puglia, fu del suo sangue dolente
per li Troiani e per la lunga guerra
che de l’anella fé sì alte spoglie,
12 come Livïo scrive, che non erra,
con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
15 e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
18 dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;
e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
21 il modo de la nona bolgia sozzo.

Se anche s’adunassero tutti coloro (S’el s’aunasse ancor tutta la gente) che già, nella perseguitata terra del sud Italia (in su la fortunata terra di Puglia), versarono il loro sangue (fu del suo sangue dolente) a causa dei Romani (per li Troiani) e per la lunga guerra che d’anelli fece un gran bottino (de l’anella fé sì alte spoglie), come scrive Livio, che non commette errori (non erra), in unione ai caduti sul campo (con quella che sentio di colpi doglie) per osteggiare Roberto (contastare a Ruberto) il Guiscardo; e a lor s’unissero le altre vittime le cui ossa ancora si raccolgono a Ceprano (l’altra il cui ossame ancor s’accoglie a Ceperan), nel luogo (là) dove ogni barone pugliese si macchiò di tradimento (là dove fu bugiardo ciascun Pugliese fu bugiardo), e là a (da) Tagliacozzo, dove il vecchio Alardo giunse a vittoria (vinse) grazie alla sua saggezza (sanz’arme); e se anche ogni cadavere mostrasse il suo corpo trafitto o mozzato (qual forato suo membro e qual mozzo), non vi sarebbe possibilità alcuna d’eguagliare (d’aequar sarebbe nulla) la raccapricciante (sozzo) immagine (il modo) della (de la) nona bolgia.

Il dantesco autore esordisce con varie e mirate citazioni in riferimento alla moltitudine di conflitti battagliati nel Mezzogiorno, all’epoca geopoliticamente definito “terra di Puglia”, con esclusione delle isole, ove la “lunga guerra” citata si riferisce alla seconda guerra punica, combattuta fra Roma e Cartagine fra il 218 ed il 201/202 a.C. I Romani vengon definiti “Troiani” in richiamo alla lor discendenza dall’eroe mitologico Enea; attingendo a narrazioni dello storico romano Tito Livio (59 a.C.-17 d.C.), intra terzine s’accenna del malloppo d’anelli (l’anella) che lo stesso Annibale, a titolo di consistenza dimostrativa del massacro, fece spedire a Cartagine dopo averli sfilati agli sfortunati soldati che trovarono morte sul campo.

Le numerose vittime delle quali il poeta immagina l’unione a paragone dei dannati, furono protagonisti di carneficine avvenute or nel contrastare il condottiero normanno Roberto il Guiscardo (1015-1085), che dal 1059, fino all’anno prima di morire, si rese protagonista di sanguinarie conquiste nell’Italia meridionale, or quelle nella cittadina laziale di Cepperano, l’odierna Ceprano, in cui i baroni pugliesi ivi posti a difesa da Manfredi di Hohenstaufen, alias di Svevia o di Sicilia, (1232-1266), ultimo sovrano della Dinastia Sveva del Regno di Sicilia, lo stesso regnante tradirono nel 1266, lasciando passare per il ponte omonimo il re angioino Carlo I, post mortem suo successore al trono, permettendone l’assedio della città; solo due anni dopo, lo stesso d’Angiò prevalse con le sue milizie, nella battaglia di Tagliacozzo, sulle fazioni ghibelline capitanate all’epoca dal duca di Svevia, nonché re predecessore di Manfredi, Corradino di Hohenstaufen (1252-1268): consigliere di Carlo I fu “il vecchio Alardo”, ovvero il condottiero francese Erard de Valery (1220 circa-1277) il quale, esperto di tecniche militari ed a conoscenza dell’inferiorità numerica delle truppe angioine, ne impostò gli schieramenti in maniera da ottener ingegnosa vittoria (sanz’arme).

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così non si pertugia,
24 rotto dal mento infin dove si trulla.

Dante racconta di non aver mai visto (Già) il fondo d’una botte (veggia) la quale, per aver perso la doga centrale (mezzul) o la (laterale), appare squartata in tal modo (così non si pertugia), com’egli vede (com’io vidi) un dannato, spaccato (rotto) dal mento fino a dove fuoriescono flatulenze (infin dove si trulla), indi fin all’ano.

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
27 che merda fa di quel che si trangugia.

Tra le gambe pendono le budella (pendevan le minugia); in evidenza appaiono (pareva) le interiora (la corata) e lo stomaco (’l tristo sacco) che trasforma in escrementi (che merda fa) ciò che si magia (di quel che si trangugia).

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi e con le man s’aperse il petto,
30 dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!
vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
33 fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXVIII • Salvador Dalì (1904-1989), Maometto, La Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Salvador Dalí (1904-1989), Maometto
La Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965

 
Mentre il poeta sta sguardo fisso scrutando ogni parte del peccatore (Mentre che tutto in lui veder m’attacco), costui lo guarda (guardommi) e s’apre il petto con le mani (con le man s’aperse il petto), dicendo: “Ora guarda come mi lacero («Or vedi com’io mi dilacco)! Guarda com’è tranciato Maometto (vedi come storpiato è Mäometto)! Davanti (Dinanzi) a me se ne (sen) va piangendo Alì, dilaniato (fesso) sul viso, dal mento fino alla fronte (al ciuffetto).

Nel decider di relegare Maometto fra i seminatori di discordia e non fra gli eretici, verosimilmente Dante fu tra coloro che ritennero vera la diceria medievale secondo cui Maometto (571 d.C.-632 d.C.) fosse stato cardinale di fede cristiana, poi fondatore dell’Islam sulla scia della delusione conseguita al non aver ottenuto carica di papato; al suo fianco il vate toscano pone il di lui cugino e genero ‘Ali ibn Abi Talib (599 d.C.-661d.C.), quarto califfo dell’Islam e primo Imam degli Sciiti.

E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
36 fuor vivi, e però son fessi così.

E tutti gli (li) altri che vedi qui, seminatori di discordia (seminator di scandalo) e di scissione (scisma) furono in vita (fuor vivi), ed è per questa ragione che son squarciati in questo modo.

Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
39 rimettendo ciascun di questa risma,
quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
42 prima ch’altri dinanzi li rivada.

Dietro di noi c’è (è) un diavolo che ci strazia (n’accisma) con cotanta crudeltà (sì crudelmente), sottomettendo ogni spirito di questo gruppo (rimettendo ciascun di questa risma) al taglio della (de la) sua spada, ad ogni completamento del circolare e dolente giro (quand’avem volta la dolente strada); pertanto le ferite giungono a cicatrizzazione (però che le ferite son richiuse) prima che chiunque vi si trovi di fronte ( ch’altri dinanzi li rivada).

Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
forse per indugiar d’ire a la pena
45 ch’è giudicata in su le tue accuse?».

Ma tu chi sei (se’) che dal ponte (Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio) osservi (muse), forse per ritardare (indugiar) di sottoporti alla (d’ire a la) pena che ti è destinata in base ai tuoi peccati (ch’è giudicata in su le tue accuse)?

«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,
rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;
48 ma per dar lui esperïenza piena,
a me, che morto son, convien menarlo
per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
51 e quest’è ver così com’io ti parlo.»

Indi il maestro risponde (rispuose ’l mio maestro) affermando esser il suo protetto ancor vivente (Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena) e ch’egli non ha nessuna colpa che lo stia avviando all’espiazione (a tormentarlo) della stessa (né colpa ’l mena); ma per offrirgli conoscenza esaustiva (dar lui esperïenza piena), a Virgilio stesso, ch’è invece (son) morto, è dato di condurlo (convien menarlo) nelle profondità (qua giù), del regno infernale (lo ’nferno), di cerchio in cerchio (di giro in giro); il duca poi sottolinea a Maometto che quanto gli sta dicendo corrisponde a verità (e quest’è ver) così com’è vero il fatto che gli stia parlando (com’io ti parlo).

Più fuor di cento che, quando l’udiro,
s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
54 per maraviglia, oblïando il martiro.

Un centinaio abbondante d’anime, all’udir le parole del vate (Più fuor di cento che, quando l’udiro), s’arrestano sul fondo della bolgia a fissarlo meravigliati (s’arrestaron nel fosso a riguardarmi per maraviglia), dimenticando (oblïando) per un attimo il loro martirio (martiro).

«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
57 s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
60 ch’altrimenti acquistar non saria leve».

Il peccatore in risposta, riferendosi al discepolo: “Ora (Or) tu che forse rivedrai (vedra’) il sole a (in) breve, dovrai dire a frate Dolcino (Or dì a fra Dolcin ) che dunque si premunisca d’armi (s’armi), e di cibo a sufficienza (sì di vivanda), poiché morsa (stretta) della neve non consegni vittoria al vescovo di Novara (Noarese), vincita che in altro modo sarebbe difficoltoso ottenere (ch’altrimenti acquistar non saria leve).

“Fra Dolcin” fu Dolcino Tornielli (1250 circa-1307), o da Novara, frate predicatore fondatore del movimento che da lui prese nome, detto appunto dei Dolciniani, d’ispirazione Francescana ed Apostolica; perseguito dalle frotte dei vescovi di Vercelli e Novara, fu catturato sui monti biellesi in preda a freddo e fame, quindi condannato al rogo dall’inquisizione dopo accusa d’eresia. Discepolo del fondatore della setta cristiana degli Apostolici Gherardo Segarelli da Parma (1240 circa-1300), ne ereditò la conduzione quando lo stesso venne arso vivo e costantemente coltivò intima speranza di ritorno della Chiesa ai valori originari di semplicità e povertà, motivo per cui non è dato comprendere perchè sembrerebbe destinato anch’esso alla nona bolgia, nonostante ideali collimanti ai danteschi.

Poi che l’un piè per girsene sospese,
Mäometto mi disse esta parola;
63 indi a partirsi in terra lo distese.

Maometto rivolge queste parole al pellegrino (Mäometto mi disse esta parola) dopo aver sospeso un piede nell’intenzione d’andarsene (Poi che l’un piè per girsene sospese); indi lo posa a terra per allontanarsi (indi a partirsi in terra lo distese).

Un altro, che forata avea la gola
e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
66 e non avea mai ch’una orecchia sola,
ristato a riguardar per maraviglia
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
69 ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,
e disse: «O tu cui colpa non condanna
e cu’ io vidi in su terra latina,
72 se troppa simiglianza non m’inganna,
rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
75 che da Vercelli a Marcabò dichina.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXVIII • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri, a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 
Un’altr’anima, con la gola trafitta (che forata avea la gola) ed il (’l) naso tagliato (tronco) infin sotto le ciglia e non ha più d’(e non avea mai ch’) un’orecchio, fermatosi insieme agli altri ad osservare per lo stupore (ristato con li altri a riguardar per maraviglia), davanti agli (innanzi a li) altri apre la trachea (aprì la canna), in ogni sua parte esterna ricoperta di sangue (ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia), poi dicendo (e disse): “O tu che non sei soggetto ad alcuna pena per colpa (cui colpa non condanna) e che sei colui ch’io conobbi in Italia (cu’ io vidi in su terra latina), sempre che l’eventuale tuo estremo somigliar a qualcun’altro non m’inganni (se troppa simiglianza non m’inganna), ricordati (rimembriti) di Pier da Medicina, qualora tornassi a vedere la dolce terra (se mai torni a veder lo dolce piano) che da Vercelli a Marcabò degrada (dichina).

Il degrado tra la città di Vercelli ed il castello di Marcabò indica la zona della Pianura Padana; la fortezza, situata sul delta del Po, fu eretta dai veneziani nel 1260 allo scopo di dominare la navigazione fluviale sul ramo di Primaro del fiume.

Per quanto riguarda invece il citato Pier da Medicina, non si hanno a disposizione notizie storiche certe che permettano di conoscerne le generalità, se non quanto riportato da un remoto commentatore, che lo volle colpevole di scissione fra gli abitanti di Bologna ed i despoti romagnoli.

E fa sapere a’ due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
78 che, se l’antiveder qui non è vano,
gittati saran fuor di lor vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
81 per tradimento d’un tiranno fello.

E fai sapere ai due migliori uomini di (fa sapere a’ due miglior da) Fano, sia a Messner Guido ed anche (e anco) ad Angiolello, che, se il nostro prevedere (l’antiveder) qui non è ingannevole (vano), essi verranno gettati dalla loro nave (gittati saran fuor di lor vasello) e messi in due sacchi con zavorre (mazzerati) nei pressi di (presso a la) Cattolica per aver tradito un brutale tiranno (per tradimento d’un tiranno fello).

Il “tiranno fello” sarebbe Malatestino I Malatesta (?-1317), condottiero italiano, signore di Rimini, nel canto precedente citato con il padre al quarantaseiesimo verso (E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio), che nella stessa città avrebbe inviato, anche se la vicenda, al di fuori della narrazione in Commedia, è storicamente sconosciuta, due dei più influenti politici di Fano, Guido del Cassero e Angiolello da Carignano, per poi farli gettare a mare sulla via del ritorno, dopo averli fatti rinchiudere in due sacchi tarati.

Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
84 non da pirate, non da gente argolica.

Tra l’isola di Cipro (Cipri) e quella di Maiorca (Maiolica) mai Nettuno vide un delitto simile (sì gran fallo), né ad opera di pirati (non da pirate), tantomeno per mano di briganti greci (non da gente argolica).

Quel traditor che vede pur con l’uno,
e tien la terra che tale qui meco
87 vorrebbe di vedere esser digiuno,
farà venirli a parlamento seco;
poi farà sì, ch’al vento di Focara
90 non sarà lor mestier voto né preco».

Quel traditore (traditor) che vede solamente con un occhio (pur con l’uno), e che domina la città (tien la terra) che il tale al mio fianco (qui meco) vorrebbe non aver mai visto (di vedere esser digiuno), li spronerà a venire a parlare con lui (farà venirli a parlamento seco); poi farà sì che sia inutile agli stessi far voto o pregare affinché il vento di Focara (ch’al vento di Focara non sarà lor mestier voto né preco) sia loro clemente.

Malatestino era anche detto “dall’occhio”, per via d’una parziale cecità.

E io a lui: «Dimostrami e dichiara,
se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
93 chi è colui da la veduta amara».

L’Alighieri, al peccatore rivolgendosi (E io a lui), chiede gli venga dimostrato e dichiarato (Dimostrami e dichiara), s’egli desidera che di lui stesso il poeta narri nel mondo terrestre (se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella), chi sia (è) colui al quale la veduta di Rimini fu insopportabile (da la veduta amara).

Allor puose la mano a la mascella
d’un suo compagno e la bocca li aperse,
96 gridando: «Questi è desso, e non favella.

Quindi il dannato piglia la (Allor puose la mano a la) mascella d’un suo compagno e gli apre (li aperse) la bocca, gridando: “È questo qui, e non può parlare (Questi è desso, e non favella).

Questi, scacciato, il dubitar sommerse
in Cesare, affermando che ’l fornito
99 sempre con danno l’attender sofferse».

Costui (Questi), scacciato, sciolse ogni dubbio (il dubitar sommerse) in Cesare, affermando che chi si sente pronto per agire (che ’l fornito) a rimandar l’azione ogni volta ne ottiene in cambio dolente danneggiamento (con danno l’attender sofferse)”.

Oh quanto mi pareva sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
102 Curïo, ch’a dir fu così ardito!

A Dante quanto appare scombussolato Curione (Oh quanto mi pareva sbigottito Curïo) con la lingua tranciata in gola (tagliata ne la strozza), proprio lui che fu sempre tanto pronto all’articolare parole (ch’a dir fu così ardito)!

Trattasi di Gaio Scribonio Curione (90 a.C.-49 a.C.), politico romano in amicizia e sostegno prima a Gneo Pompeo Magno (106 a.C.-48 a.C.), poi a Gaio Giulio Cesare (101 a.C.-44 a.C), egli spronò quest’ultimo alla guerra civile romana, combattuta fra il 49 ed il 45 a.C., rendendo i due uomini avversari.

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
105 sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
gridò: «Ricordera ’ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
108 che fu mal seme per la gente tosca».

E uno che ha mozzate entrambe le mani (un ch’avea l’una e l’altra man mozza), alzando nell’oscurità i moncherini (levando i moncherin per l’aura fosca), e di conseguenza insudiciandogli il sangue il volto (sì che ’l sangue facea la faccia sozza), grida (gridò): “Ricordati (Ricordera ’ti) anche del Mosca, che, me misero (lasso!), disse: “Capo ha cosa fatta”, e che provocò immenso dolore ai toscani (fu mal seme per la gente tosca).

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;
per ch’elli, accumulando duol con duolo,
111 sen gio come persona trista e matta.

Ed il pellegrino aggiunge (E io li aggiunsi) che ciò fu lo sfacelo della sua famiglia (E morte di tua schiatta); pertanto il peccatore (per ch’elli), sommando dolore a dolore (accumulando duol con duolo), si allontana (sen gio) come persona affranta e dissennata (trista e matta).

Mosca dei Lamberti (fine XII secolo-1243), fu politico e condottiero italiano di cui l’Alighieri chiese notizie a Ciacco all’ottantesimo verso del sesto canto (… Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca… ), la cui dannazione è conseguenza al suo consigliar, nel 1216, durante un’assemblea di corporazione della quale era membro, il vendicar uno sgarbo perpetrato ai danni della famiglia Amidei ad opera dell’attaccabrighe fiorentino Buondelmonte de’ Buondelmonti (?-1216) suggerendone l’assassinio, che di lì a poco si concretizzò in mezzo ad una strada.

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
e vidi cosa ch’io avrei paura,
114 sanza più prova, di contarla solo;
se non che coscïenza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom francheggia
117 sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Poi l’Alighieri si sofferma ad osservar il drappello (Ma io rimasi a riguardar lo stuolo) di dannati, e vede (vidi) una cosa ch’egli avrebbe timore di riportare come unica fonte (ch’io avrei paura di contarla solo), senza adduzion di prove (sanza più prova); se non fosse che la buona fede (se non che coscïenza), ovvero la sana (buona) compagnia che rinfranca l’uomo (l’uom francheggia) sotto la protezione della propria integrità morale (l’asbergo del sentirsi pura), lo rassicura (m’assicura).

Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
120 andavan li altri de la trista greggia;
e ’l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
123 e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

Egli dunque vede con estrema nitidezza (Io vidi certo), e al narrarne di nuovo gli par di vederlo (ancor par ch’io ’l veggia), un busto decapitato (sanza capo) marciar insieme ed in ugual maniera a tutti gli (andar sì come andavan li) altri appartenenti alla miserevole schiera (de la trista greggia); lo stesso tiene (e tenea), a penzolo come fosse una lanterna (pesol con mano a guisa di lanterna), il (’l) capo reciso (tronco) per i capelli (per le chiome): e la ciondolante testa fissa i due viandanti loro dicendo (e quel quel mirava noi e dicea): “Ahimè (Oh me)!”.

Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
126 com’esser può, quei sa che sì governa.

Egli fa luce a sé di se stesso (Di sé facea a sé stesso lucerna), e sono (ed eran) due in uno e uno in due; come ciò sia possibile (esser può), lo sa colui che così ha diposto che sia (quei sa che sì governa), ossia Dio.

Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ’l braccio alto con tutta la testa
129 per appressarne le parole sue,
che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
132 vedi s’alcuna è grande come questa.

Una volta raggiunta la base del ponte (Quando diritto al piè del ponte fue), lo sciagurato alza il (levò ’l) braccio in alto con capo a seguito (tutta la testa) al fin d’avvicinare le sue parole ai due poetanti (per appressarne le parole sue), che furono (fuori): “Tu che, respirando (spirando), indi ancor vivente, girovaghi osservando (vai veggendo) i morti, adesso guarda la mia terribile pena (Or vedi la pena molesta): e poi vedi se n’esista una (vedi s’alcuna) che sia grande come questa.

E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
135 che diedi al re giovane i ma’ conforti.

E perché tu possa narrar di me ( di me novella porti), sappi ch’io sono Bertran de Born (ch’i’ son Bertram dal Bornio), colui che diede (diedi) al giovane re malevoli consigli (i ma’ conforti).

Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
Achitofèl non fé più d’Absalone
138 e di Davìd coi malvagi punzelli.

Io fui causa di ribellione tra padre e figlio (feci il padre e ’l figlio in sé ribelli); peggio non fece (non fé più) Achitofèl aizzando Ablasone contro suo padre (d’Absalone e di) Davìd con i suoi meschini stimoli (coi malvagi punzelli).

Abile cavaliere e poeta francese, Bertran de Born (1140-1215) fu immensamente devoto al principe Enrico d’Inghilterra, al punto da stimolarne astio nei confronti del padre Enrico II, re d’Inghilterra e duca d’Aquitania; padre e figlio erano rispettivamente nominati “re giovane” e “re vecchio”.

Il paragone biblico rimanda ad Achitofél, consigliere del secondo re d’Israele, David (1040 a.C. circa-970 a.C. Circa), che ne sobillò il figlio Assalone all’estrema ribellione; destino avverso mosse le fila al contrario, facendo in modo che fu lo stesso figlio a perire per mano omicida durante uno scontro con le truppe reali. Il re David s’era raccomandato che le sue milizie risparmiassero il figlio; disobbedendo agli ordini, il generale lo trafisse uccidendolo, gettando il padre nella disperazione più assoluta e conducendo in seguito al suicidio, verosimilmente per insopportabile rimorso, lo stesso Achitofél.

Perch’io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
141 dal suo principio ch’è in questo troncone.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXVIII • Yan Dargent (1824-1899), La Divine Comédie, traduction de Artaud de Montor, 1925 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Yan Dargent (1824-1899)
La Divine Comédie, traduction de Artaud de Montor, 1925

 
Avendo io stesso diviso (Perch’io parti’) persone tanto saldamente congiunte (così giunte), porto il mio cervello (cerebro) separato (partito), povero me!, dal midollo spinale (suo principio) ch’è in questo busto troncato (troncone).

142 Così s’osserva in me lo contrapasso».

In tal maniera s’evidenzia in me il contrappasso”.

Per la prima ed unica volta nel corso dell’opera, l’autore della Commedia riporta il termine “contrappasso” e sullo stesso si commuove a tal punto in attraversamento di canto da narrar che “La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie sì inebrïate, che de lo stare a piangere eran vaghe”…