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Divina Commedia: Inferno, Canto XXVI

Henry John Stock (1853-1930), Dante, 1882

 
Ancor esterrefatto dai metamorfici processi visionati nella settima bolgia, Dante, dopo breve invettiva contro la città Firenze, riprende la scalata e raggiunge la successiva fossa, il cui fondo è tappezzato d’innumerevoli fiammelle.

Al loro interno bruciano gli spiriti dei consiglieri fraudolenti che, per legge del Contrappasso, subiscono i tormenti a loro volta provocati in vita ingannando il prossimo.

Dipartita fiammella attira l’attenzione del pellegrino; all’interno della stessa stanno le anime dei due eroi greci Ulisse e Dïomede, unite nella pena come lo furono nell’attività di peccatori, di cui l’autore della Commedia ricorda l’astuzia nel manomettere il cavallo di Troia, riempiendolo di guerrieri; indi il furto del Palladio, ovvero la statua che raffigurava la dea greca Atena (Minerva per i Romani), o Pallade, e ch’era venerata come protettrice della città, motivo per cui alla sua sottrazione venne attribuita la sconfitta della stessa; infine l’abbandono di Deidamia, da parte di un giovane Achille incalzato da Ulisse stesso.

Ultima parte di canto è dedicata inoltre alla narrazione, per bocca dello stesso Ulisse, del viaggio ch’egli intraprese sull’onda della brama di visitare le parti più recondite del pianeta.

Affidando centralità all’eroe greco nel descrivere le conseguenze della superbia umana e del suo coinvolgere altre persone nelle proprie ambizioni, l’Alighieri di nuovo sottolinea un concetto a lui molto caro, ovvero la predominanza che la virtù sempre deve avere sull’intelletto, allo scopo di divenirne redine attraverso la quale frenarsi nell’eccesso degli impulsi, sforzandosi di perseguire il bene, tramite la ricerca della verità.

Relegando Ulisse alle Malebolge è evidente quanto l’Alighieri gli attribuisca la grave colpa d’aver sfidato la volontà divina nell’oltrepassar le colonne di Ercole, in epoca medievale ritenute limiti assolutamente invalicabili all’uomo, plagiando i propri compagni per raggiungere un traguardo da lui stesso prefissato.

Medesimo percorso di ricerca della verità è quello in cui il poeta è in procinto d’orientarsi verso la giusta direzione, tracciando meraviglioso parallelismo fra il solcar proibite onde da parte di Ulisse, con ciurma a seguito, e lo smarrimento dantesco nel mezzo del cammin della sua vita che, fortunatamente affidandosi alla guida del suo adorato Virgilio, avrà esito migliore.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXVI • VIII Bolgia, La Comedia di Dante Alighieri con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544, Rare Book & Manuscript Library, Columbia University • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
VIII Bolgia, La Comedia di Dante Alighieri con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544
Rare Book & Manuscript Library
Columbia University

 

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
che per mare e per terra batti l’ali,
3 e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

L’Alighieri inveisce sarcasticamente contro la sua Firenze affinché goda (Godi, Fiorenza) d’esser talmente (poi che se’ sì) grande da volare (batti l’ali), incalzante per mare e per terra, tuttavia oltre ad aver nomea dilagante nell’infernal regno (e per lo ‘nferno tuo nome si spande)!

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
6 e tu in grande orranza non ne sali.

Il poeta rammenta infatti d’aver trovato (trovai), fra i ladri (Tra li ladron) della precedente bolgia, cinque tali (cotali), tutti fiorentini (tuoi cittadini), dei quali si vergogna (onde mi ven vergogna), e ciò non porta di certo onore alla stessa città (e tu in grande orranza non ne sali).

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
9 di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.

Ma se i sogni fatti all’alba son veritieri (Ma se presso al mattin del ver si sogna), la stessa potrà udire (tu sentirai), di lì a breve, di quel che Prato, per non accennar ad altre città (non ch’altri), le augura (t’agogna).

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
12 ché più mi graverà, com’ più m’attempo.

E se questo presagio s’avverasse immediatamente (già fosse), non avverrebbe comunque troppo presto (non saria per tempo). Magari avvenisse (Così foss’ei), dato che così dovrà essere (da che pur esser dee), poiché quanto più il pellegrino invecchierà (com’ più m’attempo), maggiormente gli peserà (com’ più m’attempo) sull’animo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
15 rimontò ’l duca mio e trasse mee;

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXVI • Maestro delle Vitae Imperatorum, Dante, Inferno, con il Commento di Guiniforte Barzizza. 1430-1450, Bibliothèque Nationale de France • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Maestro delle Vitae Imperatorum
Dante, Inferno, con il Commento di Guiniforte Barzizza, 1430-1450
Bibliothèque Nationale de France

 
Quindi i due poetanti si reincamminano (Noi ci partimmo) e il (’l) il duca, traendo Dante a sé (trasse mee), risale (rimontò) su per la rocciosa gradinata (per le scalee), il scender precedentemente la quale (a scender pria) li aveva fatti impallidire;

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra’ rocchi de lo scoglio
18 lo piè sanza la man non si spedia.

poi (e) proseguendo per il solitario percorso, tra schegge e sporgenze (rocchi) della roccia (de lo scoglio), il piede (lo piè) necessita d’aiuto della mano (man), in quanto, senza lo stesso, non sarebbe in grado di procedere (non si spedia), causa lìimpervia pendenza.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
21 e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
24 m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

Dunque l’Alighieri rimembra che in quel frangente s’addolorò (Allor mi dolsi) e di nuovo si duole (ora mi ridoglio) ripensando a ciò che vide (quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi), frenando l’ingegno più di quanto sia solito fare (e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio), per non correre il rischio ch’esso non sia guidato dalla virtù (perché non corra che virtù nol guidi); in modo (sì) che, se favorevole influsso degli astri (stella bona) o grazia divina (miglior cosa) gli han donato il bene (m’ ha dato ’l ben) dell’intelletto, egli stesso non se ne privi (ch’io stessi nol m’invidi).

Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
27 la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
30 forse colà dov’e’ vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
33 tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.

Quante son le lucciole che, riposandosi sulla collina (ch’al poggio si riposa) il contadino (’l villan) vede giù per la vallata (vallea), forse proprio nello stesso punto (colà) in cui poco prima ha vendemmiato ed arato (dov’e’ vendemmia e ara), nel periodo (tempo) in cui colui che illumina il pianeta (’l mondo schiara), il sole, ci nasconde di meno (a noi tien meno ascosa) la sua faccia, quindi d’estate, nell’orario in cui (come) la mosca lascia il posto alla (cede a la) zanzara, ossia al crepuscolo: di cotante (tante) fiamme risplende per intero (tutta risplenderà) l’ottava bolgia, così (sì) come il poeta distingue (com’io m’accorsi) non appena raggiunta una postazione dalla quale poter vedere fino in fondo (tosto che fui là ’ve ’l fondo parea).

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
36 quando i cavalli al cielo erti levorsi,
che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
39 sì come nuvoletta, in sù salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
42 e ogne fiamma un peccatore invola.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXVI • Amos Nattini (1892-1985), I consiglieri fraudolenti, La Divina Commedia, 1912-1941 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Amos Nattini (1892-1985), I consiglieri fraudolenti
La Divina Commedia, 1912-1941

 
E come (qual) colui che, vendicandosi (vengiò) con gli orsi, vide il (’l) carro d’Elia alla partenza (al dipartire), quando i cavalli si levarono (levorsi) alti (erti) nel cielo, al punto da non poterli seguire con lo sguardo (che nol potea sì con li occhi seguire) e riuscendo solamente a scorgere un’unica fiamma (ch’el vedesse altro che la fiamma sola) elevarsi in su come una nuvoletta, similmente (tal) si muove (move) ciascuna fiamma nel profondo del fossato (per la gola del fosso), in maniera da non mostrar ciò ch’essa custodisce (ché nessuna mostra ’l furto), e ogni (ogne) lingua di fuoco nasconde un peccatore.

Colui che “si vengiò con li orsi” fu il profeta Eliseo, discepolo ed in seguito successore di Elia, di cui si narra nel Secondo libro dei Re; schernito da un gruppo di giovincelli per la sua calvizie, ne fece sbranare una quarantina da un coppia di orsi. Il paragone con la fiamma si riferisce all’osservare di Eliseo il carro di fuoco con il quale Elia venne rapito e sollevato al cielo; essendo anche gli stessi cavalli trainanti fatti di fuoco, la vista di Eliseo non potè che notare una fiammella ascendente, custodente il suo maestro come quelle nella bolgia nascondono al loro interno i peccatori.

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
45 caduto sarei giù sanz’esser urto.

Il pellegrino sta sopra il ponte a guardare (Io stava sovra ’l ponte a veder), sporgendosi in avanti (surto) a tal punto che s’egli non avesse aggrappato uno spuntone roccioso (sì che s’io non avessi un ronchion preso), sarebbe precipitato di sotto (caduto sarei giù) senz’essere stato urtato (sanz’esser urto).

E ’l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
48 catun si fascia di quel ch’elli è inceso».

E (’l) il duca, che lo vede tanto attento (che mi vide tanto atteso), gli spiega (disse) che all’interno dei fuochi ci sono degli spiriti (Dentro dai fuochi son li spirti); ciascuno di loro (catun) s’avvolge (si fascia) del fuoco che lo brucia (di quel ch’elli è inceso).

«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
51 che così fosse, e già voleva dirti:
chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
54 dov’Eteòcle col fratel fu miso?»

Dante risponde al suo maestro («Maestro mio», rispuos’io) affermando d’esserne maggiormente certo dopo averlo ascoltato (per udirti son io più certo); ma d’aver intuito (ma già m’era avviso) che così fosse e già volendo lui chieder (voleva dirti) chi vi sia all’interno di quel fuoco che si vede dipartito (chi è ’n quel foco che vien sì diviso) nella parte superiore (di sopra) della fiamma e che sembra (par) sollevarsi (surger) dalla pietra (de la pira) funebre dove fu sistemato Eteocle con il fratello (dov’Eteòcle col fratel fu miso) Polinice.

Secondo remote narrazioni d’antichi autori, il corpo senza vita di Eteocle venne posto a bruciare insieme a quello del fratello Polinice e la fiamma si divise in due a simbolizzare l’odio fra loro preesistente durante. Personaggi mitologici greci, nacquero dall’incestuoso rapporto fra Giocasta (l’omerica Epicasta) ed il figlio Edipo, ragion per cui, per maledizione sulla stirpe tebana, i fratelli vissero in perenne astio per il predominio sulla città di Tebe.

Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
57 a la vendetta vanno come a l’ira;

Virgilio gli risponde (Rispuose a me) esser martirizzati in quella fiamma (Là dentro si martira) Ulisse e Dïomede, dannati in coppia nella vendetta (e così insieme a la vendetta) tanto quanto insieme commisero gli stessi peccati (vanno come a l’ira);

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
60 onde uscì de’ Romani il gentil seme.

e dentro la loro (da la lor) fiamma si piange (geme) l’agguato del cavallo (caval) che spalancò (fé) la porta di Troia, dalla quale uscì Enea, gentil progenitore (seme) dei (de’) Romani.

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
63 e del Palladio pena vi si porta».

All’interno del fuoco si piange anche l’inganno (Piangevisi entro l’arte) nei confronti di Deïdamìa che, seppur già morta, ancor si strazia per Achille (si duol d’Achille); e del Palladio s’espia il furto (pena vi si porta).

Nell’Achilleide di Stazio si narra di un giovanissimo Achille che, per esser risparmiato alle atrocità della guerra, venne travestito da donna dalla madre Teti, dea del mare, e poi affidato al re dell’isola di Sciro, alla cui figlia Deïdamia, Achille si rivelò e tra i due sbocciò amore frutto del quale fu Pirro. Trovato e smascherato da Ulisse, da questi venne incitato a ingaggiar combattimento ricevendo inoltre ingiunzione di abbandonar l’amata, così rimasta con afflizione in cuore per la sua partenza.

«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego
66 e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
69 vedi che del disio ver’ lei mi piego!»

L’Alighieri chiede (diss’io) al suo maestro, pregandolo e ripregandolo intensamente (assai ten priego e ripriego), nel desiderio che le sue preghiere ne valgan migliaia (che ’l priego vaglia mille) (sempre che le anime possano parlare da dentro quelle fiammelle (S’ei posson dentro da quelle faville), di non impedirgli d’attendere (che non mi facci de l’attender niego) fintantoché (fin che) la fiamma biforcuta (cornuta) non l’abbia avvicinato (qua vegna); egli sprona il vate a notare quanto, dalla brama, egli tenda verso di lei (vedi che del disio ver’ lei mi piego!).

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
72 ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
75 perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».

Il duca risponde dicendo al suo discepolo (Ed elli a me) quanto la sua (tua) preghiera sia degna d’immensa lode (molta loda), ragion per cui egli l’accetta (e io però l’accetto); ma spronandolo poi affinché il suo parlare si limiti (ma fa che la tua lingua si sostegna).

Inoltre raccomanda al suo protetto che lasci parlare lui stesso (Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto), avendo ben intuito cos’egli desideri (ch’i’ ho concetto ciò che tu vuoi); gli spiriti in questione potrebbero rivelarsi schivi (ch’ei sarebbero schivi), in quanto greci, forse riconoscendo la parlata di Dante (forse del tuo detto).

Di medievale fama fu l’altezzosità dei greci, che il virgilian vate tenta di oltrepassare decidendo di parlare al posto del pellegrino, in quanto certo d’una maggior benevolenza da parte loro, dovuta al fatto d’averne decantato le gesta nel suo sommo poema.

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
78 in questa forma lui parlare audivi:
«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
81 s’io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
84 dove, per lui, perduto a morir gissi».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXVI • François Maurice Roganeau (1883-1973), Ulisse e Diomede, Les Grandes Œuvres, Pages Célèbres Illustrées, Henri Laurens, 1912 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
François Maurice Roganeau (1883-1973), Ulisse e Diomede
Les Grandes Œuvres, Pages Célèbres Illustrées
Henri Laurens, 1912

 

Dopo esser giunta la fiammella nel punto in cui al duca sembrò opportuno, sia come tempistica che come luogo (Poi che la fiamma fu venuta quivi dove parve al mio duca tempo e loco), il poeta lo sente (lui audivi) parlare in tal maniera (in questa forma): “O voi che vi trovate in due all’interno di un’unica fiamma (siete due dentro ad un foco), s’io, durante la mia vita (mentre ch’io vissi), ho guadagnato meriti da voi (meritai di voi), se presso di voi acquisii grandi o piccole azioni lodevoli (s’io meritai di voi assai o poco) quando nel mondo scrissi elevati (li alti) versi, fermatevi (non vi movete); ma uno di voi due narri (l’un di voi dica) dove, da parte sua (per lui), se ne andò (gissi) a morir perdutamente (perduto).

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
87 pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
90 gittò voce di fuori e disse: «Quando

Al che, il corno più alto (maggior) dell’antica fiamma inizia a scuotersi (cominciò a crollarsi) borbottando (mormorando), proprio (pur) come quella che viene scossa dal vento (cui vento affatica); allorché (indi), agitando (menando) qua e là la punta (cima), come fosse una lingua parlante (la lingua che parlasse), getta (gittò) all’esterno (di fuori) la voce dicendo:

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
93 prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
96 lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
99 e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
102 picciola da la qual non fui diserto.

“Quando m’allontanai (diparti’) da Circe, che mi sequestrò (sottrasse me) più d’un anno nei pressi di (là presso a) Gaeta, prima che in tal modo Enea nominasse (sì Enëa la nomasse) il promontorio, né la tenerezza per mio (dolcezza di) figlio, Telemaco, né la dedizione (pieta) per il mio vecchio padre, Laerte, né l’amore dovuto (debito) a mia moglie Penelope al fin di rasserenarla (lo qual dovea Penelopè far lieta) dopo la lunga attesa, poterono prevalere (vincer potero) sull’ardente brama, a me intrinseca (dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi), di conoscere il mondo (a divenir del mondo esperto), i vizi e le virtù dell’umanità (e de li vizi umani e del valore); ma mi avventurai (misi me) nell’alto mare aperto con una sola imbarcazione (sol con un legno) e con quella ristretta schiera di compagni (con quella compagna picciola) dalla quale non ero stato abbandonato (da la qual non fui diserto).

Circe fu la celebre maga mitologica greca che “presso a Gaeta”, ovvero sulla spiaggia del monte Circeo, si narrava attirasse i navigatori, per poi trasformarli in animali; Ulisse fi trattenuto nella sua abitazione per più d’un anno, poi riuscendo a liberare se stesso e l’intero suo equipaggio.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
105 e l’altre che quel mare intorno bagna.

Vissi ambedue le coste (L’un lito e l’altro) del Mediterraneo occidentale, fino alla (infin la) Spagna, al Marocco (fin nel Morrocco), all’isola di Sardegna (d’i Sardi) e tutte le altre isole bagnate dallo stesso mare (l’altre che quel mare intorno bagna).

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
108 dov’Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
111 da l’altra già m’avea lasciata Setta.

Io e i miei compagni ci eravamo ormai invecchiati ed indeboliti (Io e’ compagni eravam vecchi e tardi) quando giungemmo (venimmo) allo stretto di Gibilterra (a quella foce stretta), lì dove Ercole aveva posato le sue colonne (dov’Ercule segnò li suoi riguardi) affinché (acciò) gli uomini non superassero quel limite (che l’uom più oltre non si metta); alla mia destra avevo lasciato Siviglia (da la man destra mi lasciai Sibilia), dall’altra parte, a sinistra, ormai stava alle spalle Ceuta (da l’altra già m’avea lasciata Setta).

“O frati” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
114 a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
117 di retro al sol, del mondo sanza gente.

– O fratelli (frati) – dissi – che per centomila pericoli avete raggiunto il limite occidentale (per cento milia perigli siete giunti a l’occidente), a questo tanto breve lembo d’esistenza sensibile che ci rimane (a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente) non vogliate impedir la conoscenza (negar l’esperïenza) del mondo sconosciuto (senza gente), seguendo la rotta del sole (di retro al sol) verso occidente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
120 ma per seguir virtute e canoscenza».

Considerate la vostra naturale vocazione (semenza): non nasceste per (fatti non foste a) viver come bruti, ma allo scopo di perseguir (per seguir) virtù e conoscenza (virtute e canoscenza).

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
123 che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
126 sempre acquistando dal lato mancino.

Con questa minuscola orazione (orazion picciola), resi i (li) miei compagni talmente smaniosi (sì aguti) d’intraprendere il tal viaggio (al cammino), che, in seguito (poscia), a malapena (a pena) sarei riuscito a trattenerli; volta dunque la nostra poppa a levante (nel mattino), dei (de’) remi facemmo ali al folle volo, sempre direzionandoci verso sinistra (acquistando dal lato mancino).

L’espressione “ali al folle volo” è verosimile rimando all’azzardato volo del mitologico Icaro che, avvicinandosi troppo al sole con ali attaccate al proprio copro con della cera, inevitabilmente, alloscioglimento della stessa, precipitò in mare sotto il disperato ed incredulo sguardo del padre Dedalo, inventore delle stesse.

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
129 che non surgëa fuor del marin suolo.

Tutte le costellazioni dell’emisfero australe già si mostravano nella (stelle già de l’altro polo vedea la) notte, mentre il boreale era ormai talmente (e ’l nostro tanto) basso, da non sorger nemmeno dall’orizzonte (che non surgëa fuor del marin suolo).

La posizione descritta indica l’aver ormai oltrepassato ampiamente l’equatore.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
132 poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
135 quanto veduta non avëa alcuna.

Da che avevamo intrapreso la rotta (poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo), la luce sulla parte inferiore della (lo lume era di sotto da la) luna s’era accessa cinque volte ed altrettante volte spenta (racceso e tante casso), quando ci (n’) apparve una montagna, resa oscura dalla lontananza (bruna per la distanza), che mi sembrò talmente (e parvemi alta tanto) alta da non averne mai vista una di simili dimensioni (quanto veduta non avëa alcuna).

La montagna di cui Ulisse racconta è la sommità del Purgatorio.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
138 e percosse del legno il primo canto.

Noi ci entusiasmammo (allegrammo), ma celermente l’entusiasmo volse in disperazione (e tosto tornò in pianto); poiché (ché) dalla nuova terra s’originò un turbine di vento (un turbo nacque) che andò a sbattere sulla parte anteriore delle barca (e percosse del legno il primo canto).

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
141 e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

Per tre volte la fece vorticare con l’insieme dell’ (il fé girar con tutte l’) acque; alla (a la) quarta volta le fece levar la poppa in alto (suso) ed inabissare la prua (la prora ire in giù), secondo volontà divina (com’altrui piacque),

142 infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».

fino a che il mare non si richiuse sopra di noi (infin che ’l mar fu sovra noi richiuso)”.

A fine racconto ed a sfoglio di pagina fra un canto e l’altro, la fiamma d’Ulisse si raddrizza chetandosi “per non dir più, e già da noi sen gia con la licenza del dolce poeta, quand’un’altra, che dietro a lei venìa…”