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Divina Commedia: Inferno, Canto XXV

Bartolomeo Pinelli (1781-1835), Inferno, Cerchio VIII, 1825

 
Il maestro ed il suo discepolo, in ultima tappa alla settima bolgia, incontrano le anime di coloro che in tal fossato sono relegati in quanto in vita furono ladri.

Sul dileguarsi di Vanni Fucci, che dopo aver imprecato contro il divino si dilegua, le prime terzine presentano Caco, personaggio della mitologia tradizionale romana che l’Alighieri delinea in aggancio agli antichi poeti latini, non mancando di personalizzarne la sua visione, donandogli sembianze di centauro ed affibbiandolo alle costole del Fucci.

Ma è in proseguir di canto che l’immaginazione dantesca concepisce cruente ed inimmaginabili metamorfosi reciproche, ovvero di coppia fra dannati, protagonisti delle quali sono tutti ladri fiorentini: Agnolo Brunelleschi, fusosi con un rettile a sei zampe, sotto gli sguardi impietriti di altri due compagni; il Guercio, entrato in osmosi con un serpentello individuabile in tal Buoso (forse Donati), con s’inverte la fisicità; poi, appena accennati, Cianfa Donati e, in conclusion di canto, Puccio dei Galigai, lo Sciancato, l’unico a non subir mutazioni.

La penna dantesca si sbizzarrisce in una creatività impareggiabile e colorita, in aggiunta ad un pizzico di vanto che l’autore non manca di far notare nel paragonarsi agli antichi colleghi di penna latini, portando su un palmo di mano l’assolutà novità di quanto da lui narrato, risultando allo stesso tempo estremamente umile e garbato nel rivolgersi al lettore per scusarsi qualora il suo inchiostro, nella concitazione del racconto, sia caduto in leggera confusione.

È un Dante frizzantemente ed argutamente balzante fra l’autore ed il pellegrino, in una sorta di vissuto durante il quale egli, di tanto in tanto, sembri avere il desiderio di metter capo fuori dal palco, per interagir con il suo amato e rispettato pubblico.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXV • Jan van der Straet (1523-1605), Inferno, Canto XXV, 1587 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Jan van der Straet (1523-1605)
Inferno, Canto XXV, 1587

 

Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
3 gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».

Non appena terminato il suo discorso (Al fine de le sue parole il ladro), Vanni Fucci, il ladro, gesticola volgarmente (le mani alzò con amendue le fiche), gridando: “Toh (Togli), Dio, poiché a te le faccio (ch’a te le squadro)!”

Il gesto compiuto dal dannato, conosciuto già da Egizi, Etruschi e Romani, era in origine compiuto come atto propiziatorio e apotropaico, ma tale significato col tempo smarrì, assumendo distante e triviale valore: caduto in disuso, ma largamente menzionato in letteratura, nonché raffigurato in pittura, consisteva nel chiudere la mano a mo di pugno, inserendo il pollice tra indice e medio, facendo così allusione all’organo sessuale femminile ed era appunto detto “far le fiche”, nel caso del Fucci, mostrandole (squadro) a Dio.

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’una li s’avvolse allora al collo,
6 come dicesse “Non vo’ che più diche”;
e un’altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
9 che non potea con esse dare un crollo.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXV • Francesco Scaramuzza (1803-1886), Vanni Fucci • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Francesco Scaramuzza (1803-1886), Vanni Fucci

 
Da questo momento in poi (Da indi in qua), l’Alighieri afferma essergli state (mi fuor) le serpi molto care (amiche), in quanto essendosi avvolte, la prima al collo del dannato (perch’una li s’avvolse allora al collo), quasi nell’intento di manifestargli (come dicesse) il desiderio di zittirlo (Non vo’ che più diche);

e la seconda (altra) di nuovo avvinghiandolo (e rilegolollo) alle braccia, riannodandosi (ribadendo sé stessa) talmente stretta sul davanti (sì dinanzi), in maniera da impedirgli (che non potea) qualsiasi movimento (dare un crollo) con le stesse mani (con esse).

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,
12 poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi?

Dante impreca contro Pistoia (Ahi Pistoia, Pistoia), augurandosi che la città decreti (ché non stanzi) di ridursi in cenere lei stessa (d’incenerarti), in maniera da non risorgere mai più (sì che più non duri), in quanto le sue cattive azioni superano di gran lunga quelle dei suoi antenati (poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi).

Il riferimento agli avi riaggancia il militare e senatore romano Lucio Sergio Catilina (108 a.C.-62 a.C.), colui che, nella battaglia di Pistoia (62 a.C.), storicamente conosciuta come la congiura di Catilina, tentò di rovesciare la Repubblica romana allo scopo d’instaurare una dittatura, dalle cui truppe si narrava discendessero pistoiesi e fiesolani.

Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
15 non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.

Per nessuno di tutti i cupi cerchi infernali (Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri) fin al momento visitati, al poeta mai è capitato di veder uno spirito tanto sprezzante nei confronti del divino (non vidi spirto in Dio tanto superbo), non lo fu nemmeno colui che cadde dalle mura di Tebe (non quel che cadde a Tebe giù da’ muri).

Si rimembra Capaneo, il mitologico gigante di cui s’è raccontato nel XIV canto, tramite la spiegazione della mantovana guida al suo protetto: “Quei fu l’un d’i sette regi ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti sono al suo petto assai debiti fregi” (Inferno, Canto XIV, vv. 78-82).

El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
18 venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?».

Vanni fugge senza proferir altra parola (El si fuggì che non parlò più verbo); e il pellegrino vede giungere (io vidi venir) un centauro colmo d’ira (pien di rabbia), a gran voce chiedendosi dove si sia cacciato l’incallito (chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?») dannato.

Maremma non cred’io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
21 infin ove comincia nostra labbia.

L’Alighieri nota sulla sua schiena una tale moltitudine di vipere (quante bisce elli avea su per la groppa), che gli arrivano fino a dove inizia la parte umana (infin ove comincia nostra labbia) del suo fisico, indi alla vita, da creder che la Maremma non possa averne così tante (Maremma non cred’io che tante n’abbia).

Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
24 e quello affuoca qualunque s’intoppa.

Sopra (Sovra) le spalle, dietro la nuca (da la coppa), gli sosta un drago (li giacea un draco), con l’ali aperte, che incendia chiunque gli intralci la strada (e quello affuoca qualunque s’intoppa).

Lo mio maestro disse: «Questi è Caco
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
27 di sangue fece spesse volte laco.

Il maestro dice (disse) trattarsi di (Questi è) Caco, colui che, in una grotta del monte (sotto ’l sasso di) Aventino, si compiacque frequentemente nel compiere numerosi omicidi (di sangue fece spesse volte laco).

Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
30 del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse
33 gliene diè cento, e non sentì le diece».

Egli non ebbe lo stesso destino dei sui fratelli (Non va co’ suoi fratei per un cammino) a causa del (per lo) furto che fece in maniera fraudolenta (frodolente), della (del) grande mandria (armento) a lui vicina (ch’elli ebbe a vicino);

Per cui (onde), le sue malefatte (opere biece) s’interruppero (cessar) sotto la mazza d’Ercole (d’Ercule), che gli diede (gliene diè) forse cento bastonate, ma lui perì prima della decima (e non sentì le diece).

Figlio dell’antico dio romano, signore del fuoco e della lavorazione dei metalli, Vulcano (il greco Efesto), Caco fu personaggio della mitologia classica di cui trattarono numerosi autori latini.

Virgilio lo volle un gigante sputa fiamme che si rese protagonista del furto di bestiame appartenente al forzuto Ercole (il greco Eracle), da lui sottratto al custode Gerione, l’alata fiera che, citata fra il XVI ed il XVII Canto, condusse in volo i due viandanti dal VII all’VIII Cerchio; la morte di Caco sopraggiunge per mano dello stesso Ercole, secondo Virgilio ed altri poeti per strangolamento, a vision d’Ovidio invece a colpi di mazza.

Intrecciando dunque le remote versioni di differenti poeti, l’autore della Commedia aggiunge nota di personale fantasia nell’immaginare Caco un centauro, quasi a richiamare, con la sua indole violenta e spietata, il gruppo dei suoi simili, puniti come violenti contro il prossimo, nel primo girone del VII cerchio infernale.

Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
e tre spiriti venner sotto noi,
36 de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
per che nostra novella si ristette,
39 e intendemmo pur ad essi poi.

Mentre Virgilio parla (che sì parlava), ed il centauro si volatilizza (el trascorse), tre spiriti marciano sotto di loro (venner sotto noi) e né lui né il duca se ne accorgono (de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse), se non quando li sentono gridar verso di loro chiedendo chi siano (Chi siete voi).

Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
42 che l’un nomar un altro convenette,
dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento
45 mi puosi ’l dito su dal mento al naso.

Dante non li riconosce (Io non li conoscea); ma poi succede (ei seguette), come capita che avvenga per pura casualità (come suol seguitar per alcun caso), che a uno di loro tre baleni in mente di chiamare un quarto spirito per nome (l’un nomar un altro convenette), dicendo: “Cianfa dove sei rimasto (fia rimaso)?” Motivo per cui (per ch’io), per far sì che il duca presti attenzione (acciò che ’l duca stesse attento), il poeta si pone il dito al volto (mi puosi ’l dito su dal mento al naso).

Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
48 ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.

Come più volte accaduto, l’autore della Commedia si rivolge al lettore lui confidando che s’egli non volesse creder a quanto lui andrà raccontando (Se tu se’ or, lettore, a creder lento ciò ch’io dirò), egli non si stupirà (non sarà maraviglia), poiché quanto visto (ché io che ’l vidi) anche lui stesso a malapena l’ha potuto credere (a pena il mi consento).

Com’io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
51 dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.

Mentre il pellegrino tiene fisso lo sguardo verso l’anime (Com’io tenea levate in lor le ciglia), un rettile con sei zampe (un serpente con sei piè) si lancia contro uno di loro (dinanzi a l’uno) avvinghiandolo in toto (dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia).

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
54 poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue
57 e dietro per le ren sù la ritese.

Con la zampa di mezzo gli avvolge la pancia (Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia) e con quelle anteriori gli afferra le braccia (e con li anterïor le braccia prese); poi addentandogli entrambe le guance (poi li addentò e l’una e l’altra guancia); in seguito distende le zampe posteriori verso le cosce (li diretani a le cosce distese) del peccatore, quindi v’infila la coda (e miseli la coda tra ’mbedue) e gliela ridistende su per i reni (dietro per le ren sù la ritese).

Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
60 per l’altrui membra avviticchiò le sue.

Mai edera s’attorcigliò ad un albero in simil maniera (Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì), come la raccapricciante bestia (come l’orribil fiera) s’avviluppò alle membra dello sciagurato (per l’altrui membra avviticchiò le sue).

Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
63 né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
66 che non è nero ancora e ’l bianco more.

Poi s’appiccicano come (s’appiccar, come di) se siano fatti (fossero stati) di calda cera e miscelano il loro (e mischiar lor) colore a tal punto, che nessuno dei due appare com’era precedenza (né l’un né l’altro già parea quel ch’era): come succede che, a seguito della fiamma (innanzi da l’ardore), verso la parte superiore della carta (per lo papiro suso) sale (procede) un alone scuro (color bruno) che ancora non è nero, ma non è più nemmeno bianco (che non è nero ancora e ’l bianco more).

Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
69 Vedi che già non se’ né due né uno».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXV • William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante's Divine Comedy, 1826-27 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William Blake (1757-1827)
Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27

 
Gli altri due dannati stanno a guardare (Li altri due ’l riguardavano) ed ognuno di loro (ciascuno) grida: “Ahimè, Agnello, come ti modifichi! Guarda che non sei più un unico individuo, ma non ancora due (Omè, Agnel, come ti muti! Vedi che già non se’ né due né uno)”.

L’epiteto “Agnel” è probabilmente riferibile ad Agnello, o Agniolo, Brunelleschi, aristocratico fiorentino e ladro anzitempo.

Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
72 in una faccia, ov’eran due perduti.

Ormai due teste son diventate una (Già eran li due capi un divenuti), quando appaiono due sembianze differenti su un unico volto (n’apparver due figure miste in una faccia), dove le precedenti si sono perdute (ov’eran due perduti).

Fersi le braccia due di quattro liste
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
75 divenner membra che non fuor mai viste.

Dai quattro arti s’originano due braccia (Fersi le braccia due di quattro liste); poi le cosce insieme alle) con le gambe, poi il ventre e il torace (’l ventre e ’l casso) si trasformano (divenner) in membra sconosciute (che non fuor mai viste).

Ogne primaio aspetto ivi era casso
due e nessun l’imagine perversa
78 parea; e tal sen gio con lento passo.

Ogni precedente fattezza è cancellata (Ogne primaio aspetto ivi era casso): la degenere immagine (l’imagine perversa) finale appare (parea) come due e nessuno (nessun); e tale creatura se ne va a (e tal sen gio con) passo lento.

Come ‘l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
81 folgore par se la via attraversa,
sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
84 livido e nero come gran di pepe;
e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
87 poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Come il (‘l) ramarro, sotto la calura estiva (gran fersa dei dì canicular), sembra una saetta (folgore par) nell’attraversar la strada (se la via attraversa), cambiando cespuglio (cangiando sepe), così sembra (sì pareva) un irato (acceso) serpentello che giunge (venendo) verso i ventri (l’epe) degli (de li) altri due dannati, livido e nero come un granello (gran) di pepe; e a uno di loro trafigge (a l’un di lor trafisse) quella parte dalla quale arriva il nostro primo nutrimento (quella parte onde prima è preso nostro alimento), ossia l’ombelico; poi cade a terra (cadde giuso) disteso davanti (innanzi) a lui.

Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
90 pur come sonno o febbre l’assalisse.

Lo spirito trafitto lo osserva, senza nulla dire (Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse); anzi, fisso sui piedi (co’ piè fermati), sbadiglia (sbadigliava), come assalito da (pur come l’assalisse) sonno o febbre.

Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
93 fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.

Il dannato ed il rettile si scrutano a vicenda (Elli ’l serpente e quei lui riguardava); entrambi emettono intenso fumoso vapore (fummavan forte), uno dalla (l’un per la) piaga e l’altro dalla (per la) bocca, e il fumo si mischia (’l fummo si scontrava).

Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
96 e attenda a udir quel ch’or si scocca.
Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
99 converte poetando, io non lo ’nvidio;
ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
102 a cambiar lor matera fosser pronte.

L’Alighieri si concede un paragone letterario con più autori: “Taccia ormai (omai) Lucano quando narra del mistero (là dov’e’ tocca del misero) di Sabello e di Nasidio, e aspetti di sentire quant’or verrà narrato (e attenda a udir quel ch’or si scocca).

Taccia Ovidio di Cadmo e d’Aretusa, perché se, nelle sue opere (poetando), trasforma lui in serpe e lei in fonte (ché se quello in serpente e quella in fonte converte), io non provo invidia nei suoi confronti (lo ’nvidio); poiché mai trasformò due creature l’una di fronte all’altra (ché due nature mai a fronte a fronte non trasmutò) in maniera che entrambe fossero predispose a cambiare la loro natura (sì ch’amendue le forme a cambiar lor matera fosser pronte).

Il mistero con il quale l’autore della Commedia vorrebbe mettere a tacere Lucano, parla di tal Sabello, morso al polpaccio da un serpente mentre attraversava il deserto libico, quindi disintegratosi nelle ossa; destino avverso quanto quello di Nasidio che, anch’esso addentato da un rettile rovente, si gonfia fin quasi ad esplodere.

Metamorfosi in serpente ed in fonte immagina invece Ovidio per Cadmo ed Aretusa, tuttavia, afferma l’Alighieri, mai raggiungendo, nelle sue Metamorfosi, trasfigurazioni in reciprocità come quelle riportate dal verseggiatore fiorentino, ragion per cui, il poeta, oltre che a non provare invidia nei suoi confronti, sembra superbamente vantarsi della propria superiorità in tal contesto argomentativo.

Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
105 e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXV • Maestro delle Vitae Imperatorum, Dante, Inferno, con il Commento di Guiniforte Barzizza. 1430-1450, Bibliothèque Nationale de France • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Maestro delle Vitae Imperatorum
Dante, Inferno, con il Commento di Guiniforte Barzizza. 1430-1450
Bibliothèque Nationale de France

 
Uomo ed animale adottano in contemporanea tal metodo (Insieme si rispuosero a tai norme) di trasformazione, quindi il rettile biforcando la coda (che ’l serpente la coda in forca fesse) e il dannato ferito congiungendo insieme i piedi (e ’l feruto ristrinse insieme l’orme).

Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
108 non facea segno alcun che si paresse.

Gambe e cosce s’appiccicano così intensamente (s’appiccar sì) fra di loro (seco stesse) che, in pochi istanti (’n poco), il segno di giuntura scompare completamente (non facea segno alcun che si paresse).

Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
111 si facea molle, e quella di là dura.

Simultaneamente la coda bifida della serpe assume le sembianze (Togliea la coda fessa la figura) che lo spirito sta abbandonando (che si perdeva là) e la sua pelle s’intenerisce mentre, in simultanea, l’altra si fa (si facea molle, e quella di là) più dura.

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
114 tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Il pellegrino nota le braccia dell’umano ritirarsi dentro le (Io vidi intrar le braccia per l’) ascelle, e le due zampe anteriori della bestia (e i due piè de la fiera), che son corte (ch’eran corti), allungarsi tanto quanto s’accorciano (tanto allungar quanto accorciavan) quelle del peccatore.

Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l’uom cela,
117 e ’l misero del suo n’avea due porti.

Poi le zampe posteriori (Poscia li piè di rietro), avvolgendosi (insieme attorti), divengono organo genitale maschile (diventaron lo membro che l’uom cela), ed allo stesso tempo, il membro del dannato si suddivide in due parti (e ’l misero del suo n’avea due porti).

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
120 per l’una parte e da l’altra il dipela,
l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
123 sotto le quai ciascun cambiava muso.

Nel frattempo il fumo avvolge entrambi di nuovo colore (Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela di color novo), generando la crescita di pelo nell’uno e levandolo dall’altro (e genera ’l pel suso per l’una parte e da l’altra il dipela), quindi uno dei due si alza e l’altro cade a terra (l’un si levò e l’altro cadde giuso), al contempo mai togliendosi di dosso i maligni sguardi (non torcendo però le lucerne empie), sotto i quali ciascun di loro muta le fattezze del viso (sotto le quai ciascun cambiava muso).

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
e di troppa matera ch’in là venne
126 uscir li orecchi de le gote scempie;
ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
129 e le labbra ingrossò quanto convenne.

Colui ch’è ritto in piedi (Quel ch’era dritto), ritira il volto verso (il trasse ver’) le tempie e dalla parte di carne in abbondanza (di troppa matera ch’in là venne), dalle gote che n’erano sprovviste (uscir li orecchi de le gote scempie), fuoriescono delle orecchie;

invece in colui che sta disteso (di quel soverchio), ciò che di eccedente non si è ritirato e s’è mantenuto (ciò che non corse in dietro e si ritenne), forma un naso nel volto (fé naso a la faccia) ed ingrossa la bocca quanto necessario (le labbra ingrossò quanto convenne).

Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
132 come face le corna la lumaccia;
e la lingua, ch’avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
135 ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXV • Priamo della Quercia (1400-1467), Yates Thompson 36, 1444-1450, British Library • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Priamo della Quercia (1400-1467)
Yates Thompson 36, 1444-1450
British Library

 
A colui che giace a terra (Quel che giacëa), s’affusola il viso (il muso innanzi caccia) e le orecchie si ritirano nella (li orecchi ritira per la) testa, proprio come fa la lumaca quando ritira le corna (face le corna la lumaccia);

e la lingua, che poco prima era unita e pronta a parlare (ch’avëa unita e presta prima a parlar), si divide in due parti (si fende), mentre quell’altra ch’era bipartita (e la forcuta) nella bestia si unisce (ne l’altro si richiude); e il fumo cessa (e ’l fummo resta).

L’anima ch’era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
138 e l’altro dietro a lui parlando sputa.

L’anima trasformatasi in bestia (ch’era fiera divenuta), sibilando scappa per la bolgia (suffolando si fugge per la valle), e l’altro la segue parlandogli e sputandole addosso (dietro a lui parlando sputa).

Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
141 com’ ho fatt’io, carpon per questo calle».

Poi gli rivolge le spalle appena formatesi (Poscia li volse le novelle spalle), dicendo all’altro (e disse a l’altro): “Voglio (I’ vo’) che Buoso corra, come feci io stesso (com’ ho fatt’io), a carponi per questo fossato (carpon per questo calle)”.

Così vid’io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
144 la novità se fior la penna abborra.

In questo modo Dante vede i ladri della settima bolgia (Così vid’io la settima zavorra) cambiare e subire metamorfosi (mutare e trasmutare); ed il poeta a questo punto si scusa (e qui mi scusi) se la sua penna possa essere stata un tantino (fior) confusa (abborra), portando a giustificazione di ciò l’estrema novità dei fatti da narrare.

E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l’animo smagato,
147 non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
150 che venner prima, non era mutato;

E nonostante (E avvegna che) gli occhi del pellegrino siano alquanto smarriti (li occhi miei confusi) ed il suo animo scombussolato (smagato), quegli spiriti tanto guardinghi non possono fuggire (non poter quei fuggirsi tanto chiusi) senza ch’egli non ne riconosca alla perfezione (ch’i’ non scorgessi ben) Puccio Sciancato; ed è l’unico (ed era quel che sol), dei tre compari ch’eran lì poco prima (di tre compagni che venner prima), a non aver subito mutazioni (non era mutato);

151 l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

l’altro è quello per cui lei (l’altr’era quel che tu), Gaville, piange (piagni).

Gaville, borgo di Valdarno di Sopra, si diceva ancor versasse lacrime provocate da ritorsioni ad opera di familiari di Francesco Cavalcanti, ucciso dagli uomini risedenti nel succitato villaggio; l’assassinato, di cui si hanno scuse notizie, sembra godesse di cariche pubbliche a lui concesse da un certo Messer Buoso e ai due individui l’Alighieri destina uno scambio di pelle, immaginando il Cavalcanti, detto il “Guercio”, come rettile in baratto di fattezze con lo stesso Buoso.

Il terzo spirito, lo Sciancato, fu il ladruncolo Puccio dei Galigai; il succitato Agnello Brunelleschi, miscelatosi con la bestia a sei zampe, fu ladro fin dell’infanzia e, in opera dantesca, e tra in osmosi con l’adirato serpentello, verosimilmente Cianfa, abile ladro, in particolar modo di mandrie e botteghe.

In passaggio di canto e bolgia, l’Alighieri apre terzina rimproverando la sua Firenze: “Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande che per mare e per terra batti l’ali, e per lo ‘nferno tuo nome si spande!”…