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Divina Commedia: Inferno, Canto XXIX

Henry de Groux (1866-1930), Dante Alighieri, ca.1930

 
Profondamente commosso dalle sofferenze patite dai seminatori di discordia, Dante non riesce a distoglier da loro lo sguardo, ragion per cui vien prima rimproverato e poi spronato da Virgilio a proseguire, essendo il percorso ancora lungo e le ore a disposizione, al pari di sabbia in clessidra, diminuiscono vorticosamente.

L’Alighieri dunque, dando motivo della reazione all’eventualità che nella fossa potesse trovarvisi un suo parente, riprende cammino al seguito di Virgilio e i due poeti giungono così alla decima ed ultima Bolgia dei Malebolge, dove son relegate l’anime di coloro in vita furono falsari, fra i quali incontrano alcuni alchimisti, come Griffolino d’Arezzo e Capocchio.

Il Canto si srotola fra conversazioni, esplicazioni di generalità e rimandi ad altri personaggi senesi, incorreggibili dilapidatori di ricchezze; fulcro della seconda parte di terzine è la pratica alchimista, attraverso la quale il contrapasso, nell’incessante graffiarsi dei dannati, ricoperti da croste e piaghe, potrebbe evincerai dal riagganciare un metaforico variarsi le fisicità in similar maniera a come gli stessi alchimisti facessero contraffacendo metalli.

Nell’antica dottrina dell’accademico, filosofo, religioso e teologo Tommaso d’Aquino (1225-1274), il frate domenicano accennava ad un tipo d’alchimia detta “naturalis”, ovvero praticata nell’atto d’estrarre metalli nobili da minerali grezzi, ai tempi largamente accettata, a differenza dell’alchimia “sophistica”, ossia la modifica della struttura chimica dei metalli nobili a fini di guadagno, al contrario fermamente condannata.

Definizione teorica e differenza pratica che tuttavia, verso la fine del tredicesimo secolo, inizieranno a subire medesima persecuzione da parte dell’Inquisizione romana, in particolar modo pochi anni a seguire, sotto il pontificato di Giovanni XXII (1249-1334), in carica dal 1316 fino alla morte, che fu deciso oppositore ad ogni forma d’alchimia al punto da sancirne la pratica con pubblica bolla, datata 1317, indi perendo a fil di fiamme tutti coloro che, secondo la Chiesa cattolica, si dedicavano pratiche considerate in affinità con il demonio.

Il trattarne in Canto, da parte dell’autore, apre alla miriade di combinazioni possibili riguardo all’intenzioni sulle quali remoti e più recenti commentatori si son giocati l’interpretazione più sensata a svelar l’arcano, restando il fatto che nei meandri neuronali danteschi, unica certezza che rimane è la seducente e fascinosa potenza creativa del caleidoscopio ed acuto verseggiatore.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXIX • Xilografia Divina Commedia con commento di Cristoforo Landino, 1487 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Inferno, Canto XXIX
Divina Commedia con commento di Cristoforo Landino, 1487

 
 

La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie sì inebrïate,
3 che de lo stare a piangere eran vaghe.

La moltitudine d’anime (La molta gente) e le loro differenti (diverse) piaghe hanno a tal punto inumidito gli occhi del pellegrino (avean le luci mie sì inebrïate) d’esser gli stessi desiderosi d’abbandonarsi al pianto (de lo stare a piangere eran vaghe).

Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
perché la vista tua pur si soffolge
6 là giù tra l’ombre triste smozzicate?
Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
9 che miglia ventidue la valle volge.
E già la luna è sotto i nostri piedi;
lo tempo è poco omai che n’è concesso,
12 e altro è da veder che tu non vedi».

Ma Virgilio gli dice (mi disse): “Cosa ti soffermi a guardare (Che pur guate)? perché il tuo sguardo persevera nel soffermarsi (la vista tua pur si soffolge) laggiù fra i penosi spiriti mutilati?

Tu non ti sei comportato in simil maniera nelle (non hai fatto sì a l’) altre bolge; se tu credi di poterle conteggiare (se tu annoverar le credi), devi pensare (pensa) che il fossato (la valle) avvolge (volge) ventidue miglia.

E la luna si trova già (è) sotto i nostri piedi; il tempo che ci è concesso è poco ormai (omai), e tu hai altro da visionare (altro è da veder che tu non vedi).

La circonferenza esterna della bolgia, secondo quanto affermato dal mantovan poeta, misura ventidue chilometri, mentre, come verrà narrato nel canto successivo, quella interna misura esattamente la metà, ovvero undici chilometri; misure sulle quali, peraltro, si sono arrovellati remoti e più recenti commentatori e che potrebbero custodire in sè precisi riferimenti numerici, cabalistici, storici o d’altra arcana natura, nella complessità della progettazione dantesca a riguardo che, purtroppo, mai sarà dato di conoscere con certezza.

La posizione della luna origina premura in Virgilio in quanto, essendo verosimilmente iniziato il tragitto infernale al calar della notte del Venerdì Santo e dovendosi concludere entro ventiquattr’ore dal calar della notte del Sabato Santo, secondo i calcoli del maestro rimangono circa sei ore ancora a disposizione per ultimare l’intero percorso.

«Se tu avessi», rispuos’io appresso,
«atteso a la cagion per ch’io guardava,
15 forse m’avresti ancor lo star dimesso.»

Dante, rispondendo nell’immediato (rispuos’io appresso), afferma che se il vate avesse prestato attenzione (Se tu avessi atteso) alla motivazione per la quale egli stava fisso a guardare (la cagion per ch’io guardava), forse gli avrebbe concesso di soffermarsi ulteriormente (m’avresti ancor lo star dimesso).

Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, già faccendo la risposta,
18 e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
dov’io tenea or li occhi sì a posta,
credo ch’un spirto del mio sangue pianga
21 la colpa che là giù cotanto costa».

Mentre (Parte) il (lo) duca è in fase d’avvio (sen giva), ed il discepolo lo segue (e io retro li andava) a ruota, avendo già iniziato a rispondere (già faccendo la risposta), aggiunge (e soggiugnendo) dichiarando che in (Dentro a) quella bolgia (cava) dov’egli rivolgeva volutamente lo sguardo poco prima (dov’io tenea or li occhi sì a posta), crede si possa trovar uno spirito suo parente (credo ch’un spirto del mio sangue) ad espiar i propri peccati (pianga la colpa) che laggiù si pagan a caro prezzo (là giù cotanto costa).

Allor disse ’l maestro: «Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.
24 Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
ch’io vidi lui a piè del ponticello
mostrarti e minacciar forte col dito,
27 e udi’ ’l nominar Geri del Bello.

Allora il maestro (Allor disse ’l maestro) si raccomanda affinché il pensiero del poeta (lo tuo pensiero) da lì in poi (da qui innanzi) non si turbi più (Non si franga) per quel dannato (sovr’ello). Ch’egli lo direzioni altrove (Attendi ad altro) e che quello spirito dov’è (ed ei là si) rimanga; Virgilio confida poi d’aver visto quell’anima, ai piedi del ponte (ch’io vidi lui a piè del ponticello), additare l’Alighieri (mostrarti) e minacciarlo duramente (minacciar forte) con il (col) dito, inoltre udendolo esser chiamato (e udi’ ’l nominar) Geri del Bello.

Tu eri allor sì del tutto impedito
sovra colui che già tenne Altaforte,
30 che non guardasti in là, sì fu partito».

Ma il pellegrino era talmente e totalmente intimorito (Tu eri allor sì del tutto impedito) dalla visione di (sovra) colui che fu signor (colui che già tenne) d’Altaforte, da non guardar poco più (che non guardasti) in là, indi non vedendo l’uomo a lui imparentato, così che lo stesso si sia allontanato (sì fu partito), sfuggendo alla sua vista.

È Bertran de Born, ex signore di Autafort (odierno comune francese di Hautefort) “colui che già tenne Altaforte”, il provenzale poeta decapitato, con tanto di testa alla mano, la cui visione, in conclusion del precedente canto, sconvolse l’animo dantesco al punto da farlo restar fisso sulla sua immagine.

«O duca mio, la vïolenta morte
che non li è vendicata ancor», diss’io,
33 «per alcun che de l’onta sia consorte,
fece lui disdegnoso; ond’el sen gio
sanza parlarmi, sì com’ïo estimo:
36 e in ciò m’ ha el fatto a sé più pio.»

Invocando il suo duca (O duca mio), Dante gli spiega, secondo il suo parere (sì com’ïo estimo), d’esser la violenta morte del peccatore non ancora vendicata, da parte di qualche consanguineo (per alcun che de l’onta sia consorte), a provocar sdegno nel dannato (fece lui disdegnoso); pertanto lo stesso se n’è andato (ond’el sen gio) senza rivolger la minima parola al poeta (sanza parlarmi) che, dopo questo gesto (in ciò), si sente ancor più compassionevole nei suoi confronti (m’ ha el fatto a sé più pio).

Il fiorentino Geri del Bello, vissuto fra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo, fu lontano parente dell’Alighieri, probabilmente primo cugino di suo padre, Alighieri di Bellincione; considerato accanito piantagrane, taluni ne narrano l’assassinio per mano del consigliere comunale e console Brodaio Sacchetti (o di Sacchetto) e pare che la sua morte sia stata vendicata, da parte dei suoi nipoti, solamente ad un trentennio dal fatto di sangue, con l’omicidio d’un appartenente alla blasonata ed antica famiglia Sacchetti. sopraggiunta pace fra i due nuclei familiari avvenne in data, confermata da atto pubblico, riferibile all’anno 1342.

La compassione di Dante nei suoi confronti sta a metà strada tra il comprenderne il desiderio di giusta vendetta, peraltro largamente diffuso in tempi medievali, e la personale condanna nei confronti di qualsiasi atto di violenza che deturpi l’animo umano, in aperta contrapposizione alla volontà divina.

Così parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio l’altra valle mostra,
39 se più lume vi fosse, tutto ad imo.

Così parlando i due peregrini giungono fino al primo tratto (Così parlammo infino al loco primo tutto ad imo) di ponte da cui si potrebbe osservare la decima fossa (che de lo scoglio l’altra valle mostra), se solo vi fosse maggior luminosità (se più lume vi fosse).

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
42 potean parere a la veduta nostra,
lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean li strali;
45 ond’io li orecchi con le man copersi.

Quando i due giungono sulla sommità dell’ultima bolgia (Quando noi fummo sor l’ultima chiostra) di Malebolge, in modo che si possano veder coloro ch’ivi son reclusi (sì che i suoi conversi potean parere a la veduta nostra), diversi lamenti giungono all’udito dell’Alighieri come saette ch’abbiano gli strali ricoperti di tormento (saettarono me che di pietà ferrati avean li strali); pertanto Dante si copre le orecchie con le mani (ond’io li orecchi con le man copersi).

Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
48 e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
51 qual suol venir de le marcite membre.

Come il dolore che si concretizzerebbe (Qual dolor fora) se le malattie (i mali) degli ospedali di Valdichiana, di Maremma e di Sardegna (Sardigna), fra (tra ’l) luglio e (‘’l) settembre, venissero raggruppate tutte insieme (tutti ’nsembre) nel fossato, tale e quale è il fetore (puzzo) che ne fuoriesce (n’usciva), con un ritorno olfattivo del tutto simile a quello di corpi in putrefazione (qual suol venir de le marcite membre).

La Valdichiana, la Maremma e la Sardegna furono a quei tempi fortemente contagiate dalla malaria, che raggiunse i picchi d’infezione nella stagione estiva, appunto tra il mese di luglio e quello di settembre.

Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
54 e allor fu la mia vista più viva
giù ver’ lo fondo, là ’ve la ministra
de l’alto Sire infallibil giustizia
57 punisce i falsador che qui registra.

I due viandanti discendono percorrendo l’ultimo argine (Noi discendemmo in su l’ultima riva) del lungo ponte (scoglio), sempre verso (pur da man) sinistra; e allor la vista del pellegrino si fa più nitida (fu la mia vista più viva), giù verso il (ver’ lo) fondo, là dove la giustizia dell’Altissimo (là ’ve la ministra) punisce i falsari, qui relegandoli (registra).

Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
60 quando fu l’aere sì pien di malizia,
che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
63 secondo che i poeti hanno per fermo,
si ristorar di seme di formiche;
ch’era a veder per quella oscura valle
66 languir li spirti per diverse biche.

Il pellegrino crede che nemmeno tutta la popolazione ammalata di Egina offrirebbe la vista di cotanto strazio (Non credo ch’a veder maggior tristizia), suscitato dal visionar (ch’era a veder) attraverso (per) quell’oscura valle (vinca) il deperire degli spiriti ammassati in mucchi (languir li spiriti per diverse biche), quando in lei l’aria s’impegnò a tal punto (fu l’aere sì pien di malizia) che gli (li) animali, fino al più minuscolo vermiciattolo (infino al picciol vermo), stramazzarono (cascarono) tutti quanti, e poi le popolazioni (genti) antiche, in base a quanto testimoniato da remoti poeti (secondo che i poeti hanno per fermo), si rigerminarono (si ristorar di seme) dal seme delle formiche.

Accenno mitologico è proposto nel settimo delle Metamorfosi ovidiane ove si narra d’un’epidemia, provocata da una gelosa Giunone nell’isola e nella città di Egina, a cui conseguì la morte di tutti gli abitanti del posto, ad eccezion del re Eaco, figlio di Giove, che supplicò la paterna divinità di restituir lui il numero d’uomini corrispondente a quello d’una colonia di laboriose formiche contenute in una quercia; richiesta che il padre esaudì, dando origine alla popolazione dei Mirmidoni, il cui significato in lingua greca è, precisamente, “formica”.

Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
l’un de l’altro giacea, e qual carpone
69 si trasmutava per lo tristo calle.

Chi sopra (sovra) il (‘l) ventre e chi sopra (sovra) le spalle l’un dell’(de) altro giacciono le anime, e chi si trascina carponi per il misero fossato (trasmutava per lo tristo calle).

Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
72 che non potean levar le lor persone.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXIX • William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27

 
Passo su passo i due poetanti avanzano senza parlare (andavam sanza sermone), guardando e ascoltando i dannati (ammalati) incapaci di levarsi in piedi (che non potean levar le lor persone).

Io vidi due sedere a sé poggiati,
com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
75 dal capo al piè di schianze macolati;
e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
78 né a colui che mal volontier vegghia,
come ciascun menava spesso il morso
de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
81 del pizzicor, che non ha più soccorso;
e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
84 o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

Dante nota due anime sedute, appoggiate l’una sull’altra (Io vidi due sedere a sé poggiati), schiena su schiena, come due pentole affiancate nello scaldarsi (com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia) sul fuoco, dalla testa ai piedi ricoperti di croste (dal capo al piè di schianze macolati);

e non si rammenta d’aver mai visto far andare la striglia (non vidi già mai menare stregghia) così tanto velocemente, né allo stalliere che aspetti il fattore (a ragazzo aspettato dal segnorso), tantomeno al giovane aiutante che non abbia voglia di lavorare e non veda l’ora di finire per coricarsi (né a colui che mal volontier vegghia), come ognuno (ciascun) dei dannati dimena (menava) in continuazione (spesso) le unghie addosso allo scopo di grattarsi (de l’unghie sopra sé) per l’accanito fastidio del prurito (per la gran rabbia del pizzicor) che non trova sollievo alcuno (che non ha più soccorso);

E le unghie raspano (sì traevan giù l’unghie) la scabbia, come il coltello le squame della scardova (come coltel di scardova le scaglie) o di altro pesce che le abbia maggiormente ampie (più larghe l’abbia).

La scardova è un pesce d’acqua dolce, le cui squame sono molto grandi e robuste.

«O tu che con le dita ti dismaglie»,
cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
87 «e che fai d’esse talvolta tanaglie»,
dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
90 etternalmente a cotesto lavoro.»

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXIX • Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450, British Library • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450
British Library

 
Il duca interpella uno dei due che si stan praticamente consumando l’epidermide (O tu che con le dita ti dismaglie) con le dita, talvolta utilizzandole come fossero (che fai d’esse) delle tenaglie (tanaglie), chiedendogli di rivelar se all’interno di quella schiera di quei peccatori vi sia qualche italiano (dinne s’alcun Latino è tra costoro che son quinc’entro), augurando inoltre al suo interlocutore che le sue unghie gli siano eternamente durevoli al tal spellamento (se l’unghia ti basti etternalmente a cotesto lavoro).

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
93 «ma tu chi se’ che di noi dimandasti?»

Uno dei due spiriti risponde (rispuose l’un) piangendo, poi confermando di esser lui ed il suo compare (siam), che Virgilio vede tanto deteriorati (tu vedi sì guasti), in quel loco (qui), entrambi (ambedue) italiani (Latin); poi chiedendo lui stesso al vate chi egli sia (ma tu chi se’) che di lor dannati ha chiesto (noi dimandasti) generalità.

E ’l duca disse: «I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
96 e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».

Il duca risponde (E ’l duca disse) lui esser colui che discende (I’ son un che discendo) nell’oltretomba, di cerchio in cerchio (giù di balzo in balzo), accanto a codesta persona ancor vivente (con questo vivo), con il fine di mostrargli il regno infernale (e di mostrar lo ’nferno a lui intendo).

Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
99 con altri che l’udiron di rimbalzo.

Allora per i due peccatori termina il reciproco appoggio (si ruppe lo comun rincalzo), indi si separano e ciascun di loro, tremante, rivolge stupito sguardo all’Alighieri (tremando ciascuno a me si volse), insieme a tutti coloro (con altri) che, di rimbalzo, hanno udito (l’udiron) la rivelazione del vate.

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
dicendo: Dì a lor ciò che tu vuoli»;
102 e io incominciai, poscia ch’ei volse:
«Se la vostra memoria non s’imboli
nel primo mondo da l’umane menti,
105 ma s’ella viva sotto molti soli,
ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
108 di palesarvi a me non vi spaventi».

Il (lo) buon maestro s’affianca al suo protetto con estrema amorevolezza (a me tutto s’accolse), lui dicendo di porre qualsiasi quesito egli abbia in desiderio di rivolgere (Dì a lor ciò che tu vuoli); il discepolo (io), considerato il voler della sua guida (poscia ch’ei volse), inizia (incominciai) augurando ai due sciagurati che la loro memoria non si dilegui (Se la vostra memoria non s’imboli) sulla terra (nel primo mondo) dagli umani intelletti (da l’umane menti), al contrario ch’essa possa perdurare per molti anni (ma s’ella viva sotto molti soli), poi loro chiedendo di manifestarsi narrando chi siano (ditemi chi voi siete) e da che paese provengano (di che genti); egli poi li rassicura lor dicendo che non si facciano remora alcuna (non vi spaventi), nel palesarsi a lui (di palesarvi a me), a causa della loro avvilente e ripugnante (la vostra sconcia e fastidiosa) pena.

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
111 ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

Uno dei due risponde rivelando d’esser originario (Io fui) d’Arezzo, e che Albero da Siena lo fece condannare al rogo (mi fé mettere al foco); ma di non esser la causa della sua morte quella che lo condanna alla pena alla quale è sottoposto (ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena).

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
114 e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
perch’io nol feci Dedalo, mi fece
117 ardere a tal che l’avea per figliuolo.

Egli narra infatti che la verità sta nel fatto che lui stesso (Vero è ch’i’), in maniera scherzosa (parlando a gioco), disse ad Albero (dissi lui) d’esser in grado di volare (I’ mi saprei levar per l’aere a volo); di conseguenza costui (e quei), ch’era superbo e poco assennato (ch’avea vaghezza e senno poco), pretese che gli venisse insegnata la pratica del volo (volle ch’i’ li mostrassi l’arte); e solamente perché il fautor dello scherzo non fu ovviamente in grado d’eguagliarsi a Dedalo (perch’io nol feci Dedalo), indi non volando, Albero lo (mi) fece bruciare (ardere) da un tal che lo considerava un figliolo (a tal che l’avea per figliuolo).

L’aretino parlante fu Griffolino d’Arezzo (?-1272), alchimista dell’epoca che incontrò malasorte per la burla perpetrata al nobile senese, vissuto fra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo, Albero (o Alberto) da Siena, che dicerie volevano figliolo segreto del vescovo della città (tal che l’avea per figliuolo), alla cui intercessione lo stesso Albero si rivolse per porre fine al vita del falso volatore, tramite vendicativa pira.

Ma ne l’ultima bolgia de le diece
me per l’alchìmia che nel mondo usai
120 dannò Minòs, a cui fallar non lece».

Ma Minosse (Minòs), a cui non è concesso di sbagliare (a cui fallar non lece), lo condannò (me dannò) all’ultima bolgia delle dieci (de le diece), per l’attività d’alchimista ch’egli condusse in terra (per l’alchìmia che nel mondo usai).

E io dissi al poeta: «Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
123 Certo non la francesca sì d’assai!».

Dunque il pellegrino si rivolge alla sua poetica guida (E io dissi al poeta) chiedendole se possa mai esser esistito (Or fu già mai) un popolo (gente) tanto vanaglorioso (vana) quanto quello senese (come la sanese). Di certo nemmeno il popolo francese (Certo non la francesca) lo fu in misura maggiore (sì d’assai)!

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
rispuose al detto mio: «Tra’ mene Stricca
126 che seppe far le temperate spese,
e Niccolò che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
129 ne l’orto dove tal seme s’appicca;
e tra’ ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
132 e l’Abbagliato suo senno proferse.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXIX • Codex Altonensis, 1350-1410, Biblioteca Gymnasium Christianeum di Altona • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
La brigata spendereccia
Codex Altonensis, 1350-1410
Biblioteca Gymnasium Christianeum di Altona

 
A questo punto (Onde) l’altro lebbroso, all’udir il Dante (che m’intese), risponde alle sue parole (rispuose al detto mio): “Tranne (Tra’ mene) Stricca, che fu in grado di spendere morigeratamente (seppe far le temperate spese), e Niccolò che, per primo (prima), scoprì (discoverse) l’esoso utilizzo (la costuma ricca) dei chiodi di garofano nell’(ne)orto dove tal seme mette radici (s’appicca);

e tranne la brigata nella quale (in che) Caccia d’Asciano (d’Ascian) dissolse i vigneti (disperse la vigna) e gli ampi appezzamenti (la gran fonda), e in cui l’Abbagliato dissipò (proferse) il proprio (suo) senno.

Ma perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
135 sì che la faccia mia ben ti risponda:
sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l’alchìmia;
138 e te dee ricordar, se ben t’adocchio,

Ma affinché tu sappia chi ti sta dando tanta corda contro i senesi (perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi), aguzza lo sguardo verso di me (ver’ me l’occhio), in maniera che il volto ben ti torni (sì che la faccia mia ben ti risponda):

così potrai notare (sì vedrai) ch’io son l’anima (ombra) di Capocchio, che falsificai i (falsai li) metalli con l’alchimia; e te ne devi rimembrare (e te dee ricordar), se ben t’ho riconosciuto (t’adocchio),

139 com’io fui di natura buona scimia».

com’io fui un degno scimmiottatore della natura (di natura buona scimia)”.

Stricca fu indomito scialacquatore, probabile appartenente alla storica famiglia dei Salimbeni, e forse podestà di Bologna nel 1276, sarcasticamente indicato come autore di “temperate spese” e probabile fratello dell’altro uomo citato, Niccolò dei Salimbeni, storico personaggio della Siena duecentesca a cui Dante attribuì, forse in chiave metaforica, la scoperta dei chiodi di garofano ed il conseguente vizio allo smisurato utilizzo della dispendiosa spezia.

Caccianemico di messer Trovato degli Scialenghi, alias, Caccia d’Asciano e Bartolommeo de’ Folcacchieri, detto “l’Abbagliato”, appartennero entrambi alla cosiddetta “brigata spendereccia”, ovvero un raggruppamento d’una dozzina di membri, giovani appartenenti alle famiglie più benestanti che, all’epoca in cui Siena ancor poteva vantare supremazia economica rispetto a Firenze, si ridussero sul lastrico a suon di scellerate spese; fra di loro vi fu anche Lano da Siena, citato fra il centoquindicesimo ed il cenoventunesimo verso nel XIII canto infernale e relegato, fra suicidi e scialacquatori, nel secondo girone del settimo cerchio: “Ed ecco due da la sinistra costa, nudi e graffiati, fuggendo sì forte, che de la selva rompieno ogni rosta. Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!». E l’altro, cui pareva tardar troppo, gridava: «Lano, sì non furo accorte le gambe tue a le giostre dal Toppo!».”

Gli stessi redassero uno statuto che, a soldi finiti, venne sciolto; la casa in cui gli stessi eran soliti riunirsi, denominata “Consuma” era parte d’un edificio ancor oggi situato a Siena, in via Garibaldi.

Infine l’eretico, presumibilmente fiorentino, Capocchio, può anche esser compagni di studi dell’Alighieri, morto sul rogo, nel 1293, in quel di Siena, per la succitata alchimia sophistica.

Trentesimo canto s’aprirà sulla mitologica favella “Nel tempo che Iunone era crucciata per Semelè contra ’l sangue tebano, come mostrò una e altra fïata”…