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Divina Commedia: Inferno, Canto XXIII

Henry de Groux (1867–1930)

Henry de Groux (1867–1930), Dante aux enfers (dettaglio), 1899

 
In fuga dai Malebranche, i due viandanti procedono silenziosi in fila indiana e la mente del pellegrino è devastata dal timore che i demoni li possano raggiungere e ghermire, ragion per cui, confidandosi con il maestro, sollievo ritrova nell’apprendere che anch’egli prova gli stessi suoi timori sulla scia dei quali, alla vista dei demoni che s’avvicinano in volo, il vate prende fra le sue e braccia il discepolo e, avvolgendolo con materno e protettivo abbraccio, si lancia giù per il pendio.

Scivolando come impazziti, i due poeti arrivano nella sesta bolgia, dove la legge del contrappasso s’accanisce sugli ipocriti, per l’eternità gravandoli del peso d’una tonaca costruita in piombo, ma dorata sull’esterno, a metaforizzare l’ipocrisia che, nelle persone che ne sono travolte, si nasconde sotto ingannevole apparenza positiva.

Fra gli stessi l’Alighieri avrà occasione di conversare con Frate Catalano, colui che in vita operò approfittando del proprio ruolo istituzionale a proprio vantaggio.

A sconvolgere la vista della guida e del suo discepolo son due dannati crocifissi, Caiphas ed il suocero Annas, che presero parte alla condanna del Cristo alla crocifissione.

Entrambi gli incontri richiamano alla mente del poeta due argomenti a lui tanto cari, ovvero la contrapposizione tra guelfi e fiorentini che infiammò la sua adorata Firenze e la sciagurata corruzione ecclesiastica che s’abbattè sulla città.

Al termine d’ogni dialogo, il canto si chiude con accento sul tarlo di Virgilio che, apprendendo del crollo del ponte sopra di loro, che Malacoda gli aveva invece assicurato fosse transitabile, si rende conto d’essere stato schernito dal capodiavolo, reagendo in maniera evidentemente amareggiata ed infastidita, nella bellezza caratteriale tipica dell’essere umano che Dante non manca mai di sottolineare.

A burla s’aggiunge sarcasmo quando Frate Catalano, percependo il cruccio del sommo poeta, rincara la dose affermando aver udito della tendenza a mentire di Malacoda nella sua Bologna, all’epoca sede per eccellenza nell’Università e di numerose scuole teologiche, pertanto quasi a deriderlo ulteriormente per la sua dabbenaggine.

I due viandanti se ne andranno come son venuti, un dietro l’altro, il maestro palesemente stizzito ed il suo protetto a ruota, sentitamente dispiaciuto.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXIII • La comedia di Dante Aligieri con la nova espositione di Alessandro Vellvtello, 1544, Rare Book & Manuscript Library, Columbia University • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
La comedia di Dante Aligieri con la nova espositione di Alessandro Vellvtello, 1544
Rare Book & Manuscript Library
Columbia University

 

Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
3 come frati minor vanno per via.

In silenzio (Taciti), soli e senza la diavolesca scorta (senza compagnia) appena lasciata, Dante ed il vate proseguono il loro cammino (n’andavam) uno davanti all’altro (l’un dinanzi e l’altro dopo), come son soliti camminare i francescani (come frati minor vanno per via).

Vòlt’era in su la favola d’Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
6 dov’el parlò de la rana e del topo;
ché più non si pareggia “mo” e “issa”
che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
9 principio e fine con la mente fissa.

Il pensiero del pellegrino riguardo alla precedente zuffa (lo mio pensier per la presente rissa) fra Calabria ed Alichino, lo rimanda con la mente alla favola d’Esopo (Vòlt’era in su la favola d’Isopo) dov’egli narrava d’una rana e d’un topo (dov’el parlò de la rana e del topo);

in quanto (ché), secondo la riflessione del poeta, gli avverbi “adesso” e “ora” (mo” e “issa”), sebbene del medesimo significato, non si eguagliano tanto quanto (più non si pareggia) riescono a farlo la rissa con la fiaba (che l’un con l’altro fa), se ben si riesce a paragonarne attentamente (se ben s’accoppia con la mente fissa) l’inizio (principio) e la fine.

L’autore della Commedia aggancia dunque in un’acuta similitudine i protagonisti della fiaba ed i due diavoli nelle disperata rincorsa del Navarrese.

La fiaba de Il Topo e la Ranocchia, generalmente attribuita all’antico scrittore e favolista greco Esopo (620 a.C. circa-564 a.C.), narra d’un topo che si trovò in difficoltà ad attraversare un corso d’acqua e che ricevette proposta d’aiuto da una ranocchia; la stessa, travestendo d’altruismo la sua volontà d’inganno, gli propose di trasportarlo sulla sua groppa, legando a sé una zampa dell’ingenuo topolino, ma, una volta giunta al centro del fosso, immergendosi nel tentativo d’affogarlo. Il topo, per sopravvivere, iniziò ad agitarsi sulla superficie dell’acqua a tal punto d’esser notato da un nibbio che sorvolava il quale, planando, lo prese con i suoi artigli e lo trascinò in volo, ovviamente trainando anche la rana a lui legata.

Ai tempi dell’Alighieri, la suddetta fiaba veniva proposta aglio scolari all’interno del Liber Aesopi, ovvero un testo di favole esopiche in versi latini, scritto dall’arcivescovo di Palermo, Gualtiero Anglico, o Waltherus Anglicus, poeta inglese vissuto nel dodicesimo secolo, sulla cui identità vi siano a tutt’oggi ancora molti pareri discordi.

E come l’un pensier de l’altro scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
12 che la prima paura mi fé doppia.

E come da un pensiero se ne origina per associazione un altro (come l’un pensier de l’altro scoppia), così, nella mente di Dante, da quello ne nasce un successivo (così nacque di quello un altro poi), raddoppiando i suoi timori iniziali (che la prima paura mi fé doppia).

Io pensava così: «Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa
15 sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.

Il pellegrino pensa infatti (Io pensava così) che, a causa sua e di Virgilio, i diavoli sian stati scherniti dal danno e dalla beffa in una tal maniera (sono scherniti con danno e con beffa sì fatta), da credere (credo) che per loro (che lor) sia stato molto tediante (nòi).

Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
18 che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa».

E se la rabbia che hanno provato s’unisce alla collera loro innata (Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa), rimugina preoccupato il poeta, gli stessi seguiranno i due viandanti con maggior crudeltà (ei ne verranno dietro più crudeli), più di quella del cane che addenta la lepre (che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa).

Già mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
21 quand’io dissi: «Maestro, se non celi
te e me tostamente, i’ ho pavento
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
24 io li ’magino sì, che già li sento».

Perciò l’Alighieri si sente rizzare completamente i peli (Già mi sentia tutti arricciar li peli) dal terrore (de la paura), continuando a volgersi indietro attentamente (stava in dietro intento), finché dice (quand’io dissi) al suo maestro che s’egli non s’adopera per far sì ch’entrambi si nascondano velocemente (Maestro, se non celi te e me tostamente), lui stesso teme (i’ ho pavento) che i Malebranche li bracchino (d’i Malebranche). I due poetanti li han già alle calcagna (Noi li avem già dietro); e Dante già li immagina a tal punto (io li ’magino sì), da sentirseli già addosso (che già li sento).

E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,
l’imagine di fuor tua non trarrei
27 più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.

Il vate (E quei) risponde che, se fosse uno specchio (S’i’ fossi di piombato vetro), non sarebbe tanto celere nel riflettere l’immagine esteriore (l’imagine di fuor tua non trarrei più tosto a me) del pellegrino, di quanto non lo stia facendo nel cogliere le sue immagini interiori (che quella dentro ’mpetro), ovvero l’atroce ed immediatamente il suo percepibile sbigottimento.

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
con simile atto e con simile faccia,
30 sì che d’intrambi un sol consiglio fei.

Egli aggiunge che, proprio in quello stesso momento (Pur mo), i pensieri del suo protetto incontrano i suoi (venieno i tuo’ pensier tra ’ miei), con medesimo intento (simile atto) e contenuto (faccia), tanto da far lui prender una decisione sulla scia d’entrambi (sì che d’intrambi un sol consiglio fei).

S’elli è che sì la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
33 noi fuggirem l’imaginata caccia».

A condizion che la parte destra dell’argine non sia troppo ripida (S’elli è che sì la destra costa giaccia), in maniera da poter discender nella bolgia successiva (che noi possiam ne l’altra bolgia scendere), i due fuggiranno dalla caccia che turba la loro immaginazione (noi fuggirem l’imaginata caccia).

Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
36 non molto lungi, per volerne prendere.

Ancora il vate non ha terminato di esporre la sua intenzione (Già non compié di tal consiglio rendere), che l’Alighieri vede i demoni giungere ad ali spiegate (ch’io li vidi venir con l’ali tese) ed ormai vicini (non molto lungi), fermamente intenzionati a ghermire il maestro ed il suo discepolo.

Lo duca mio di sùbito mi prese,
come la madre ch’al romore è desta
39 e vede presso a sé le fiamme accese,

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXIII • William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante's Divine Comedy, 1826-27 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William Blake (1757-1827)
Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27

 

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
42 tanto che solo una camiscia vesta;
e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
45 che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.

Cosicché il duca prende prontamente il poeta in braccio (Lo duca mio di sùbito mi prese), come la madre che si desti al rumor (come la madre ch’al romore è desta) d’un incendio, vedendo (e vede) le fiamme accese vicine (presso a sé), prendendo il figlioletto (che prende il figlio) e scappando senza mai fermarsi (e fugge e non s’arresta), curandosi più del pargolo che di se stessa (avendo più di lui che di sé cura), al punto da non aver tempo d’indossar nemmeno una camicia (tanto che solo una camiscia vesta); e quindi si fionda giù per la sponda della pietrosa ripa (e giù dal collo de la ripa dura), abbandonandosi supino (supin si diede) al roccioso pendio (a la pendente roccia) che cinge la bolgia seguente da uno dei due lati (che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura).

Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
48 quand’ella più verso le pale approccia,
come ’l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra ’l suo petto,
51 come suo figlio, non come compagno.

Mai così speditamente s’è gettata (Non corse mai sì tosto) l’acqua per un condotto (per doccia) a far ruotar un mulino sulla terraferma (a volger ruota di molin terragno), quando s’avvicina il più possibile alle pale (quand’ella più verso le pale approccia), come il maestro per quell’argine (come ’l maestro mio per quel vivagno), portandosi Dante sopra il suo petto (portandosene me sovra ’l suo petto), come se fosse suo figlio e non solamente un compagno di viaggio.

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
54 sovresso noi; ma non lì era sospetto:

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXIII • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell'Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri, a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri
a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 

ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
57 poder di partirs’indi a tutti tolle.

E non appena i suoi piedi son giunti sul suolo della bolgia (A pena fuoro i piè suoi giunti al letto del fono giù), ecco i diavoli raggiungere la sponda (ch’e’ furon in sul colle) sopra di loro (sovresso noi); ma lì non vi è più nulla da temere (ma non lì era sospetto): dato che il voler divino (ché l’alta provedenza) li volle (che lor volle) posizionare a guardia della quinta bolgia (porre ministri de la fossa quinta), a lor tutti ha levato la possibilità di spostarsi altrove (poder di partirs’indi a tutti tolle).

Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
60 piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

Nel sesto fossato (Là giù) i due viandanti trovano (trovammo) dei dannati dipinti (una gente dipinta) che marciano tutt’intorno molto lentamente (che giva intorno assai con lenti passi), piangendo e, nell’aspetto, affaticati ed affranti (piangendo e nel sembiante stanca e vinta).

Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
63 che in Clugnì per li monaci fassi.

Gli spiriti indossano tonache (Elli avean cappe) con cappucci abbassati (bassi) davanti agli (dinanzi a li) occhi, della stessa fattura con la quale vengono confezionate quelle dei monaci di Cluny (fatte de la taglia che in Clugnì per li monaci fassi).

L’abbazia benedettina di Cluny, in Borgogna, è la casa madre per l’ordine religioso dei cluniacensi che, secondo medievali tendenze, erano soliti ostentare i loro averi indossando preziosissime e pavoneggianti tuniche.

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
66 che Federigo le mettea di paglia.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXIII • Marquis Franz von Bayros (1866-1924), Inferno, Canto XXIII, 1921 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Marquis Franz von Bayros (1866-1924)
Inferno, Canto XXIII, 1921

 
All’esterno sono (Di fuor son) dorate, al punto d’abbagliar (sì ch’elli abbaglia) la vista all’osservarle; ma, internamente (dentro), son fatte tutte di piombo, e pesanti a tal punto (gravi tanto) che, al paragone, quelle che imposte da Federico II sembravano leggere come la paglia (che Federigo le mettea di paglia).

Da narrazione guelfa, parrebbe che l’imperatore Federico II obbligasse i colpevoli d’offese alla corona ad indossare talari di piombo, poco prima di venire messi a fuoco dentro un bollente pentolone.

Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
69 con loro insieme, intenti al tristo pianto;

“Oh mantello eternamente gravoso!” (Oh in etterno faticoso manto!), esclama il pellegrino. Poi lui ed il vate s’incamminano a sinistra (Noi ci volgemmo ancor pur a man manca) insieme alle anime (con loro insieme), concentrati sul loro miserabile lamento (intenti al tristo pianto);

ma per lo peso quella gente stanca
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
72 di compagnia ad ogne mover d’anca.

ma, a causa di quel peso (per lo peso) addosso, quegli spiriti spossati (quella gente stanca) proseguono così lentamente (venìa sì pian), che la savia guida ed il suo protetto (che noi), ad ogni passo (ad ogne mover d’anca), si ritrovano a fianco di nuove anime (eravam nuovi di compagnia).

Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi
alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
75 e li occhi, sì andando, intorno movi».

Dunque il poeta chiede al suo duca (Per ch’io al duca mio) che faccia il possibile, facendo girare il suo sguardo (e li occhi intorno movi) durante il tragitto (sì andando), per trovare qualcuno (Fa che tu trovi alcun) che si possa riconoscere per opere o per nominativo (ch’al fatto o al nome si conosca).

E un che ’ntese la parola tosca,
di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
78 voi che correte sì per l’aura fosca!
Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».
Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,
81 e poi secondo il suo passo procedi».

Ed un dannato che (E un che), al parlar dell’Alighieri, ne riconosce l’accento toscano (’ntese la parola tosca), da dietro (di retro) i due poetanti (a noi) grida (gridò): “Rallentate il passo (Tenete i piedi), voi che correte in tal modo (sì) per l’oscurità (l’aura fosca)! Può esser che tu possa saper da me quello che hai chiesto (Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi)”. Quindi (Onde) il duca si volge verso Dante e gli dice (’l duca si volse e disse) d’attendere (Aspetta) e di procedere al ritmo dello spirito (e poi secondo il suo passo procedi).

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de l’animo, col viso, d’esser meco;
84 ma tardavali ’l carco e la via stretta.

Sicché il pellegrino s’arresta (Ristetti) e nota due dannati (e vidi due) mostrar, con l’espressione del volto (col viso), una gran premura di raggiungerlo (d’esser meco); ma li rallenta nel proposito il peso del saio (ma tardavali ’l carco) ed il sentiero ristretto (e la via stretta).

Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
87 poi si volsero in sé, e dicean seco:
«Costui par vivo a l’atto de la gola;
e s’e’ son morti, per qual privilegio
90 vanno scoperti de la grave stola?».

Una volta arrivati al fianco del poeta (Quando fuor giunti), lo scrutano in assoluto silenzio (mi rimiraron sanza far parola) con lo sguardo alquanto di traverso (assai con l’occhio bieco); poi, guardandosi fra di loro (poi si volsero in sé) e parlandosi (e dicean seco), riferendosi all’Alighieri, si confidano fra di loro dicendosi che, notandone l’attività di respiro (a l’atto de la gola), a loro sembra che sia vivo (Costui par vivo); indi chiedendosi per qual privilegio ciò possa avvenire, qualora invece il maestro ed il suo discepolo siano morti (e s’e’ son morti), perché invece marcino sprovvisti della greve mantella (vanno scoperti de la grave stola).

Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio
de l’ipocriti tristi se’ venuto,
93 dir chi tu se’ non avere in dispregio».

Poi, rivolgendosi a Dante appellandolo “toscano” (O Tosco), gli rivelano (Poi disser me) d’esser arrivato (se’ venuto) nella confraternita (collegio) dei miserabili ipocriti (de l’ipocriti tristi) e lo spronano a render manifesta la sua identità (dir chi tu se’), senza remora alcuna (non avere in dispregio).

E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto
sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
96 e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
quant’i’ veggio dolor giù per le guance?
99 e che pena è in voi che sì sfavilla?».

Dunque il pellegrino risponde loro (E io a loro) d’esser (I’ fui) nato e cresciuto nella grande città (a la gran villa) sopra il (sovra ’l) bel fiume d’Arno, e d’esser nell’oltretomba con il medesimo corpo di sempre (e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto), ovvero vivente.

Egli chiede poi ai due spiriti chi siano (Ma voi chi siete), coloro a cui tanta sofferenza, quanta lui stesso vede, fa sgorgare copiose lacrime sulle gote (a cui tanto distilla quant’i’ veggio dolor giù per le guance) e quale sia la loro pena (e che pena è in voi) che produce cotanto sfavillio (che sì sfavilla), tramite l’abito.

E l’un rispuose a me: «Le cappe rance
son di piombo sì grosse, che li pesi
102 fan così cigolar le lor bilance.

Uno dei due risponde al poeta (E l’un rispuose a me) esser quelle tonache arancioni (Le cappe rance) talmente piene (Le cappe rance son sì grosse) di piombo, da far scricchiolar le stesse anime come i pesi fan cigolar le bilance (che li pesi fan così cigolar le lor bilance).

Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
105 nomati, e da tua terra insieme presi
come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
108 ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».

La narrazione prosegue narrando le origini bolognesi dei due dannati, che frati godenti furono (Frati godenti fummo, e bolognesi); lo spirito parlante afferma d’essersi chiamato Catalano ed il suo compare Loderingo (io Catalano e questi Loderingo nomati), in coppia assunti dal comune di Firenze (e da tua terra presi) con incarico di pacificatori (per conservar sua pace), ruolo che, solitamente, veniva ricoperto da un’unica persona (come suole esser tolto un uom solingo); e ciò che fecero ancor si può ancor vedere nelle vicinanze della torre del Gardingo (ch’ancor si pare intorno dal Gardingo).

I due frati furono Catalano di Guido dei Malvolti e Loderingo degli Andalò dei Carbonesi, entrambi convocati da Bologna a Firenze per assumere ruolo arbitrale allo scopo di favorire uno stato di pace nella città, dopo la sconfitta ghibellina nella Battaglia di Benevento del 1266, quindi completando la fuoriuscita dalla città sia delle fazioni ghibelline che delle truppe tedesche a loro sostegno; divenendo poi gli stessi pedine politiche nelle mani del pontefice Clemente VI, oltre ad accanirsi sui ghibellini a suon di espulsioni e sequestri, astutamente s’avvantaggiarono del loro ruolo di podestà, facendo leva sulla propria predisposizione all’ipocrisia che ne mosse le azioni a fini di personal guadagno, a discapito dell’interesse pubblico. Inizialmente fedeli alla propria missione, la cacciata ghibellina nella quale s’adoperarono ancora si poteva vedere nelle macerie delle abitazioni degli Uberti, ammassate attorno all’antica torre lombarda del Guardingo, tuttavia gli stessi, di famiglia guelfa il Catalano, ghibellina il Loderingo, di frequente s’impegnarono al fine di conciliare le opposte fazioni bolognesi a proprio vantaggio, arrivando, una volta divenuti rettori di Firenze, a sostenere le varie corporazioni di mestiere con concessioni istituzionali a loro personalissima discrezione e conseguente beneficio.

Io cominciai: «O frati, i vostri mali…»;
ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
111 un, crucifisso in terra con tre pali.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXIII • Yan Dargent (1824-1899), La Divine Comédie, traduction de Artaud de Montor, 1925 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Yan Dargent (1824-1899)
La Divine Comédie, traduction de Artaud de Montor, 1925

 
L’Alighieri risponde (Io cominciai) iniziando in tono invocativo ad appellare i frati in merito ai loro mali (O frati, i vostri mali…), tuttavia improvvisamente interrompendo il proprio parlare (ma più non dissi) alla vista d’un dannato crocifisso al suolo (ch’a l’occhio mi corse un, crucifisso in terra) con tre pali.

Quando mi vide, tutto si distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
114 e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
mi disse: «Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
117 porre un uom per lo popolo a’ martìri.

L’anima inchiodata a terra, alla vista del poeta (Quando mi vide) inizia a contorcersi, ansimando (soffiando) sospiri nella (ne la) barba; e Frate Catalano (e ’l frate Catalan), notando l’atteggiamento dantesco (ch’a ciò s’accorse), si rivolge al pellegrino lui dicendo (mi disse) che quell’inchiodato (Quel confitto) sul quale egli ha posato sguardo (che tu miri), fu colui che convinse i farisei (consigliò i Farisei) del fatto che fosse meglio sacrificare un unico uomo al martirio, rispetto ad un intero popolo (che convenia porre un uom per lo popolo a’ martìri).

I dannati crocefissi furono il sacerdote Caiphas ed il suocero Annas, ovvero coloro che deliberarono affinché il tribunale di Ponzio Pilato incriminasse Gesù come unico colpevole, risparmiando dal giudizio l’intera popolazione e poi sobillando la stessa allo scopo di prosciogliere il ladrone Barabba, personaggio biblico del quale, nei giorni della passione di Cristo, venne richiesta la scarcerazione in cambio della crocifissione di colui che si dichiarava figlio di Dio.

Attraversato è, nudo, ne la via,
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
120 qualunque passa, come pesa, pria.

Egli si trova nudo, sdraiato di traverso sul percorso (Attraversato è ne la via), come Dante può ben vedere (come tu vedi), ed è ovvio che lo stesso (ed è mestier ch’el) senta il peso (come pesa) di chiunque gli passi sopra (qualunque passa), prima (prima) che sia passato, ossia durante l’intero passaggio.

E a tal modo il socero si stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
123 che fu per li Giudei mala sementa».

E in ugual (a tal) modo sta a penare (si stenta) suo suocero (il suocero) nella medesima bolgia (in questa fossa), e gli (li) altri partecipanti alla riunione (dal concilio) che per gli ebrei (li Giudei) fu sciagurata malasorte (mala semente).

L’ignobile colpa il fiorentino imputa a Caiphas e ad Annas è quella d’aver ipocritamente sacrificato la vita di Gesù per tutelare i privilegi derivanti dall’appartenere alla corporazione sacerdotale; l’aver impedito con il tal gesto che il popolo ebraico venisse prediletto da Dio, gli stessi si trovano ora nella condizione di dover sopportare il carico di tutta l’ipocrisia del mondo, venendo calpestati per l’eternità.

Allor vid’io maravigliar Virgilio
sovra colui ch’era disteso in croce
126 tanto vilmente ne l’etterno essilio.

Dunque il discepolo nota Virgilio trasalire (Allor vid’io maravigliar Virgilio) osservando da sopra colui ch’è (sovra colui ch’era) disteso in croce a patir con cotanta viltà la perenne dannazione (tanto vilmente ne l’etterno essilio).

Poscia drizzò al frate cotal voce:
«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
129 s’a la man destra giace alcuna foce
onde noi amendue possiamo uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
132 che vegnan d’esto fondo a dipartirci».

Poi (Poscia) il vate rivolge al frate le tali parole (drizzò al frate cotal voce): “Non vi dispiaccia, sempre che vi sia permesso (se vi lece), dirci se, a destra, vi sia un qualche valico (s’a la man destra giace alcuna foce) dal quale (onde) noi due (ambedue) possiamo uscire da qui (uscirci), per non esser obbligati a far sì che i Malebranche (sanza costrigner de li angeli neri) di nuovo giungano per farci venire fuori da questo fossato (che vegnan d’esto fondo a dipartirci)”.

Rispuose adunque: «Più che tu non speri
s’appressa un sasso che da la gran cerchia
135 si move e varca tutt’i vallon feri,
salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;
montar potrete su per la ruina,
138 che giace in costa e nel fondo soperchia».

Frate Catalano dunque risponde (Rispuose adunque) che, più vicino di quanto Virgilio possa sperare, vi è una serie di ponti in pietra (Più che tu non speri s’appressa un sasso) che parte (si move) dal confine delle Malebolge (da la gran cerchia) ed oltrepassa (varca) tutti i raccapriccianti (feri) fossati (vallon), a parte quello in cui si trovano in quanto, essendo crollato, non sovrasta la bolgia (salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia); ad ogni modo i due viandanti potranno risalire le macerie (montar potrete su per la ruina) che si appoggiano all’argine (che giace in costa), ammucchiatesi sul fondo (nel fondo soperchia).

Lo duca stette un poco a testa china;
poi disse: «Mal contava la bisogna
141 colui che i peccator di qua uncina».

Il duca rimane per qualche istante a capo chino (Lo duca stette un poco a testa china); poi affermando (disse): “Colui che uncina i peccatori nell’altra bolgia (i peccatori di qua uncina), non ci ha raccontato la storia giusta (Mal contava la bisogna)”.

Il maestro è fortemente amareggiato in quanto si sente esser stato beffeggiato da Malacoda, dato che lo stesso, mentre affidava i due poetanti alla scorta di dieci diavoli, gli aveva assicurato, mentendo, che l’unico ponte crollato fosse esclusivamente quello fra la quinta e la sesta bolgia: “Più oltre andar per questo iscoglio non si può, però che giace tutto spezzato al fondo l’arco sesto. E se l’andare avante pur vi piace, andatevene su per questa grotta; presso è un altro scoglio che via face” (Inferno, Canto XXI, vv. 106-111).

E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
144 ch’elli è bugiardo e padre di menzogna».

Il frate (E ’l frate) risponde narrando d’aver a suo tempo sentito raccontare (Io udi’ già dire), a Bologna, di molti vizi appartenenti al diavolo in questione (del diavol vizi assai), fra i quali, per l’appunto, egli sentì dire (tra ’ quali udi’) esser lo stesso un bugiardo (ch’elli è bugiardo), nonché maestro (padre) di menzogna.

Appresso il duca a gran passi sen gì,
turbato un poco d’ira nel sembiante;
147 ond’io da li ’ncarcati mi parti’

Subito dopo (Appresso) il duca se ne va (sen gì) celermente (a gran passi), lievemente (un poco) turbato nell’aspetto (nel sembiante); pertanto il pellegrino (ond’io) si discosta (mi parti’) dai gravati spiriti (da li ’ncarcati)

148 dietro a le poste de le care piante.

seguendo le orme suoi cari piedi (dietro a le poste de le care piante).

All’imminente giunger nella settima bolgia, “In quella parte del giovanetto anno che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra e già le notti al mezzo dì sen vanno…”