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Divina Commedia: Inferno, Canto XXII

Jan van der Straet (1523-1605) Inferno, Canto XXII, 1587

 
Col pensiero al grottesco fare di Barbariccia nel richiamar il suo drappello, i due viandanti proseguono scortati dalla schiera lungo la ripa della quinta bolgia e lo sguardo del pellegrino è attirato dalla pece, dove incontro avviene con Ciampolo di Navarra, contemporaneamente alla conversazione con il quale s’alternano sanguinose gesta di diavoli inferociti nell’atto di scuoiarne le membra.

Il sipario calatosi nel precedente canto si rialza a nuovo spettacolo in cui il protagonista primo risulta essere l’imbroglio, quello del barattiere appena citato che, con ingegnoso gioco di scaltrezza, riesce a trarre in inganno gli stessi diavoli che nella tal bolgia stanno a punire coloro che a cavallo di truffa condussero la loro intera esistenza terrestre.

In un susseguirsi di terzine concitate e ravvivate da vocaboli che balzano fra le righe asprigni, grossolani e talvolta tragicomici, la versatilità dell’Alighieri esplode tra impareggiabile fantasia, indubbia padronanza stilistica e pungente ironia.

La doppiaggine di beffa architettata, sagacemente colorita dalla spigolosità di linguaggio, mai dimentica di mettere in primo piano colui che all’autore sta più a cuore, ovvero chi s’addentri fra le sue pagine ed a cui lo stesso non manca di lanciare messaggio diretto, coinvolgendolo da un lato nel bel mezzo di peripezie, fra comicità e goffaggine, dall’altro conducendolo, tramite rima vestita a parodia, ad un’acuta riflessione sulle debolezze umane e sulle karmiche conseguenze d’ogni azione. Simbolico, a riguardo, l’intreccio dei tre vocaboli finali, ovvero malizia, ludo e buffa (rispettivamente ai versi 107, 118,133); malizia fu infatti la molla sulla quale i barattieri tramarono le loro frodi e la medesima con la quale vengono abbindolati gli stessi demoni; l’impatto scenografico di tutto il canto si basa su un paradossale gioco di sottofondo, scacchiera sulla quale sfidarsi fra mosse di diavoli e spiriti dannati risucchiati dalla medesima spirale di negatività; in ultimo la beffa che travolge ogni proposito, avvilendo la presunzione di poterne sfuggire.

Fra il marasma generale, felino scatto del maestro e del suo discepolo vince su tutto, liberandoli dalla pressante scorta e lasciando loro proseguire cammino in assoluta libertà e leggerezza d’intesa.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXII • Jan van der Straet (1523-1605), Inferno, Canto XXII, 1587 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Jan van der Straet (1523-1605)
Inferno, Canto XXII, 1587

 

Io vidi già cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
3 e talvolta partir per loro scampo;

Ancor sorpreso dal volgare suono emesso da Barbariccia come cenno alla propria truppa, Dante rimembra d’aver visto, nel corso della sua esistenza, cavalieri mettersi in marcia (Io vidi già cavalier muover campo) ed iniziare ad attaccare (cominciare stormo), sfilando in parata (far lor mostra) e talvolta battendo in ritirata (partir per loro scampo);

corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
6 fedir torneamenti e correr giostra;

come rivolgendosi direttamente agli aretini (o Aretini) il poeta continua affermando d’aver visto soldati a cavallo in esplorazione della loro terra (corridor vidi per la terra vostra), e ancor d’aver osservato fior fior di scorribande (e vidi gir gualdane), sfide in tornei (fedir torneamenti) e singoli guerrieri sperimentarsi in giostra (e correr giostra);

Presumibilmente l’Alighieri fa riferimento all’assedio di Arezzo del 26 giugno 1288, la battaglia, denominata Giostra del Toppo, combattuta fra Arezzo e Siena, presso località Pieve al Toppo, alla quale può essere egli stesso abbia partecipato e che già fu nominata nella quarantesima terzina del tredicesimo canto dell’Inferno (Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”. E l’altro, cui pareva tardar troppo, gridava: “Lano, sì non furo accorte le gambe tue a le giostre dal Toppo!”.) narrando dello scialacquatore Lano da Siena che, nel suddetto conflitto a schiacciante vittoria aretina, perse la vita.

quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
9 e con cose nostrali e con istrane;

e il pellegrino, fra le varie scorrerie osservate, ebbe occasion d’udir tutto quanto ascoltando trombe, campane, tamburi (quando con trombe, e quando con campane, con tamburi) e avvertimenti tra roccaforti (con cenni di castella), con metodologie di tradizione locale o straniere (e con cose nostrali e con istrane);

né già con sì diversa cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
12 né nave a segno di terra o di stella.

ma mai gli capitò di veder (né già vidi) soldati a cavallo (cavalier) né fanti (né pedoni), tantomeno nave che s’aiuti orientandosi attraverso le coste (segno di terra) o con la luce delle stelle (o di stella), mettersi in moto (muover) sul bizzarro e grottesco gesto che il ventre di Malacoda fece riecheggiar a suon di cennamella.

La cennamella è una tipologia di strumento a fiato, affine alla cornamusa, che nel tredicesimo secolo affiancò altri strumenti in utilizzo militare.

Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
15 coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

I due poetanti camminano scortati dalla decina di demoni deputati al loro accompagnamento (Noi andavam con li diece demoni). Ahi che atroce (fiera) compagnia la ritiene Dante, tuttavia rassegnandosi al fatto che in chiesa si debba stare con i santi ed in taverna con i bricconi.

Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
18 e de la gente ch’entro v’era incesa.

Ma la concentrazione del poeta è esclusivamente rivolta alla pece (Pur a la pegola era la mia ’ntesa), al fin di comprendere ogni minimo accadimento all’interno della quinta bolgia (per veder de la bolgia ogne contegno) e di poter visionare i dannati immersi a bruciare (e de la gente ch’entro v’era incesa).

Come i dalfini, quando fanno segno
a’ marinar con l’arco de la schiena
21 che s’argomentin di campar lor legno,
talor così, ad alleggiar la pena,
mostrav’alcun de’ peccatori ’l dosso
24 e nascondea in men che non balena.

Come i delfini (dalfini) quando inarcando la schiena (con l’arco de la schiena) fanno cenno ai marinai (fanno segno a’ marinar) affinché gli stessi s’impegnino nel salvataggio della loro imbarcazione (che s’argomentin di campar lor legno) durante le burrasche, alla stessa maniera (talor così), per alleggerir (ad alleggiar) la pena, alcune anime peccatrici mostrano il dorso (mostrav’alcun de’ peccatori ’l dosso) poi nascondendosi in un battibaleno (e nascondea in men che non balena).

Nella cultura medievale, ruolo di prestigio nella fauna marina spettò ai delfini, ritenuti appunto fidenti aiutanti dei marinai in quanto, fuggendo in tutta velocità poco prima dell’arrivo di una tempesta, permettevano agli stessi di comprendere l’imminente cambiamento climatico, divenendo per questa ragione protagonisti di numerose leggende a riguardo.

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
27 sì che celano i piedi e l’altro grosso,
sì stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,
30 così si ritraén sotto i bollori.

Gli spiriti penitenti rimandano inoltre la mente dell’Alighieri al comportamento dei ranocchi, infatti, come gli stessi, in un fosso, stanno a filo d’acqua con il muso fuori (E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso stanno i ranocchi pur col muso fuori), nascondendo le zampe e la maggior parte del corpo (sì che celano i piedi e l’altro grosso), nello stesso modo stanno ovunque i dannati (sì stavan d’ogne parte i peccatori); ma all’avvicinarsi (ma come s’appressava) di Barbariccia, così si ritirano sotto il bollente (così si ritraén sotto i bollori) liquame.

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’elli ’ncontra
33 ch’una rana rimane e l’altra spiccia;

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXII • Maestro delle Vitae Imperatorum, Dante, Inferno, con commento di Guiniforte Barzizza, 1430-1450, Bibliothèque Nationale de France • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Maestro delle Vitae Imperatorum
Dante, Inferno, con commento di Guiniforte Barzizza, 1430-1450
Bibliothèque Nationale de France

 
Il pellegrino nota (’ vidi), ed al sol rammentarlo il cuor gli rabbrividisce (e anco il cor me n’accapriccia), un peccatore in attesa (uno aspettar), così come succede alle rane, quando una rimane dov’è e l’altra va sott’acqua (ch’una rana rimane e l’altra spiccia);

e Graffiacan, che li era più di contra,
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
36 e trassel sù, che mi parve una lontra.

e Graffiacane (Graffiacan), che gli si trova proprio davanti (che li era più di contra), gli trafigge con l’uncino (li arruncigliò) gli impiastricciati capelli (le ’mpegolate chiome) e lo tira su (trassel sù) in tal modo che a Dante sembra assumere le sembianze (che mi parve) d’una lontra.

I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
sì li notai quando fuorono eletti,
39 e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.

Il poeta conosce già il nome di tutti quanti i diavoli (I’ sapea già di tutti quanti ’l nome), avendoli notati quando furono scelti (sì li notai quando fuorono eletti) e, poiché gli stessi si chiamavano fra di loro ( e poi ch’e’ si chiamaro), aveva prestato attenzione per apprenderne (attesi come) il nominativo.

«O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
42 gridavan tutti insieme i maladetti.

Tutti insieme i maledetti (tutti insieme i maladetti) demoni gridano (gridavan tutti insieme) a Rubicante, incitandolo a scuoiar la disgraziata anima con i propri artigli (fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!).

E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
che tu sappi chi è lo sciagurato
45 venuto a man de li avversari suoi».

E l’Alighieri chiede dunque al suo maestro s’egli possa far in modo (E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi) di sapere chi sia (che tu sappi chi è) lo sciagurato ch’è caduto nelle mani del nemico (venuto a man de li avversari suoi).

Lo duca mio li s’accostò allato;
domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose:
48 «I’ fui del regno di Navarra nato.
Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
che m’avea generato d’un ribaldo,
51 distruggitor di sé e di sue cose.
Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
quivi mi misi a far baratteria,
54 di ch’io rendo ragione in questo caldo».

Il suo duca gli si accosta dunque di lato (Lo duca mio li s’accostò allato), chiedendogli chi sia stato in vita (domandollo ond’ei fosse) ed egli risponde (e quei rispose) d’esser natio del regno di Navarra.

Sua madre, che lo aveva concepito con uno scapestrato (Mia madre, che m’avea generato d’un ribaldo) che distrusse se stesso ed il suo patrimonio con le sue mani (distruggitor di sé e di sue cose), quindi suicida e scialacquatore, lo pose a servizio da un nobiluomo (a servo d’un segnor mi puose).

In un secondo momento egli entrò alla corte del buon re Tebaldo II di Navarra (Poi fui famiglia del buon re Tebaldo); e qui iniziò a praticare (quivi mi misi a far) attività di baratteria, della quale sconta la pena in quel bollore (di ch’io rendo ragione in questo caldo).

Sulle reali generalità del dannato in questione non vi è notizia alcuna, se non un nome, Ciampolo, riportato da antichi commentatori, oltre a quanto narrato in Commedia dall’Alighieri, ovvero che l’uomo sarebbe stato a servizio del re Tebaldo II di Navarra, politico spagnolo in carica dal 1253 al 1270 e nipote acquisito di Carlo d’Angiò; oltre che re, Tebaldo, anche detto “il Giovane”, fu quinto conte di Champagne e durante il suo regno ostacolò l’attività commerciale ghibellina sul suolo francese.

E Cirïatto, a cui di bocca uscia
d’ogne parte una sanna come a porco,
57 li fé sentir come l’una sdruscia.

E Ciriatto (Cirïatto), dalla cui bocca fuoriesce, da entrambe le parti, una zanna come quella di un cinghiale (a cui di bocca uscia d’ogne parte una sanna come a porco), lo addenta facendogli sperimentar come ne basti una sola per scuoiarlo (li fé sentir come l’una sdruscia).

Tra male gatte era venuto ’l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia
60 e disse: «State in là, mentr’io lo ’nforco».

Fra male gatte s’è cacciato il topo (Tra male gatte era venuto ’l sorco), pensa Dante in similitudine; ma Barbariccia protegge il dannato con le braccia dicendo (ma Barbariccia il chiuse con le braccia e disse) ai demoni di stare indietro fintanto ch’egli lo tiene inforcato modo (State in là, mentr’io lo ’nforco).

E al maestro mio volse la faccia;
«Domanda», disse, «ancor, se più disii
63 saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».

Poi Barbariccia volge lo sguardo al maestro (E al maestro mio volse la faccia), dicendogli (disse) di porre ancor qualche quesito allo spirito, se lo desidera, prima che qualche altro diavolo lo squarti (Domanda ancor, se più disii saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia).

Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino
66 sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
poco è, da un che fu di là vicino.
Così foss’io ancor con lui coperto,
69 ch’i’ non temerei unghia né uncino!».

Quindi il duca intima al Navarrese di dirgli (Or dì) se, fra le altre canaglie sotto la pece (de li altri rii), egli conosca qualcuno che sia italiano (conosci tu alcun che sia latino sotto la pece?). L’anima risponde affermandosi d’essersi allontanato da poco (E quelli: «I’ mi partii poco è) da un tale che fu di quei dintorni (da un che fu di là vicino), rammaricandosi nel frattempo di non esser ancora con lui immerso nella pece (Così foss’io ancor con lui coperto), in quanto ora non sarebbe intimorito, e lacerato, da artigli ed arpioni (ch’i’ non temerei unghia né uncino!).

E Libicocco «Troppo avem sofferto»,
disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
72 sì che, stracciando, ne portò un lacerto.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXII • William Blake (1757-1827), Illustrations to Dante's Divine Comedy, 1826-27 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William Blake (1757-1827)
Illustrations to Dante’s Divine Comedy, 1826-27

 
Ma improvvisamente Libicocco, affermando (disse) infastidito d’aver eccessivamente pazientato (Troppo avem sofferto), gli afferra un braccio con il rampino (e preseli ’l braccio col runciglio), in maniera (sì) che, violentemente strappando (stracciando), ne dilania un lembo (ne portò un lacerto).

Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
75 si volse intorno intorno con mal piglio.

Anche (anco) Draghignazzo vuole uncinarlo alle gambe (i volle dar di piglio
giuso a le gambe); pertanto il capogruppo (onde ’l decurio) Barbariccia lancia loro minacciose occhiate tutt’intorno (loro si volse intorno intorno con mal piglio).

Quand’elli un poco rappaciati fuoro,
a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
78 domandò ’l duca mio sanza dimoro:
«Chi fu colui da cui mala partita
di’ che facesti per venire a proda?».
81 Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
84 e fé sì lor, che ciascun se ne loda.

In seguito al calmarsi degli stessi (Quand’elli un poco rappaciati fuoro), il duca, senza attendere oltre (’l duca mio sanza dimoro), chiede al Navarrese (domandò a lui), che ancora sta osservando (ch’ancor mirava) la sua ferita, chi sia colui con il quale poco prima ha rimpianto di non esser rimasto sotto la pece, per giungere a riva (Chi fu colui da cui mala partita di’ che facesti per venire a proda?). Ed egli risponde (Ed ei rispuose) che l’anima di cui chiede il poeta fu frate Gomita (quel) di Gallura, covo d’ogni inganno (vasel d’ogne froda) che tenne in pugno (ch’ebbe in mano) i nemici del suo signore (di suo donno), trattandoli in maniera tale (e fé sì lor), che ognun di loro ancora se ne appaga (ciascun se ne loda).

Danar si tolse e lasciolli di piano,
sì com’e’ dice; e ne li altri offici anche
87 barattier fu non picciol, ma sovrano.

Da loro prese del denaro (Danar si tolse) e li liberò di sotterfugio (e lasciolli di piano), in base a quand’egli racconta (sì com’e’ dice); ed anche nell’esercitar altri ruoli pubblici (e ne li altri offici) fu barattiere di non poco conto (barattier fu non picciol), ma sopraffino (sovrano).

Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
90 le lingue lor non si sentono stanche.

Suo abituale compagno (Usa con esso), sotto la pece, è messer Michele (Michel) Zanche di Logudoro; e i due, quando iniziano a parlare della Sardegna, mai si stancano di farlo (e a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche).

Frate Gomita fu politico vissuto nel tredicesimo secolo e cancelliere di Ugolino, o Nino, Visconti, politico di parte guelfa e potente giudice di Gallura; della cieca fiducia di cui godeva approfitto appunto il frate, liberando i nemici del suo signore ch’erano stati incarcerati, sotto compenso pecuniario.

Michele Zanche fu nobile politico sassarese governatore del giudicato sardo di Loguidoro, una della quattro circoscrizioni in cui era suddivisa all’epoca l’isola sarda; svolse il tal incarico sotto re Enzo di Svevia, anche detto di Sardegna o di Hohenstaufen, ed alla morte dello stesso, seppur non vi siano notizie precise a riguardo, sembrerebbe aver usurpato il giudicato forse sposandone la vedova e comunque conducendo esistenza sulla base di baratterie conseguenti alle sue cariche pubbliche.

Risulta ovvio che, secondo concezione dantesca in base a queste informazioni, Michele Zanche e Frate Gomita non si stanchino mai di discorrere dei loro intrallazzi avvenuti nella medesima terra.

Omè, vedete l’altro che digrigna;
i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
93 non s’apparecchi a grattarmi la tigna».

A questo punto il Navarrese si rammarica (Omè) invitando il vate ad osservare il digrignare d’uno dei diavoli (vedete l’altro che digrigna), confidandogli ch’egli continuerebbe volentieri la conversazione (i’ direi anche), ma temendo (ma i’ temo) che il diavolo s’appresti a fargli del male (ch’ello non s’apparecchi a grattarmi la tigna).

E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
96 disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».

Allora il gran capo (E ’l gran proposto), rivolgendosi (vòlto a) al demoniaco Farfarello, che straluna gli occhi nella brama di uncinare (che stralunava li occhi per fedire), gli intima (disse) di farsi immediatamente da parte (Fatti ’n costà), appellandolo “malvagio uccello”.

«Se voi volete vedere o udire»,
ricominciò lo spaürato appresso,
99 «Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
102 e io, seggendo in questo loco stesso,
per un ch’io son, ne farò venir sette
quand’io suffolerò, com’è nostro uso
105 di fare allor che fori alcun si mette.»

Riprendendo a parlare al loro fianco (ricominciò appresso), il terrorizzato (lo spaürato) spirito dice ai due viandanti che se è in lor desiderio vedere o ascoltare toscani o lombardi (Se voi volete vedere o udire Toschi o Lombardi), lui stesso li farà emergere dalla pece (io ne farò venire);

ma, affinché ciò avvenga, è necessario che la truppa dei Malebranche se ne stia un poco in disparte (stieno i Malebranche un poco in cesso), per far sì che le anime non abbiano a temere la loro vendetta (sì ch’ei non teman de le lor vendette); Navarrese afferma dunque che se ne rimarrà dove si trova (e io, seggendo in questo loco stesso), e per uno ch’è lui (per un ch’io son), ne farà venir su ben sette, fischiando (quand’io suffolerò), com’è loro abitudine fare per avvisarsi ogniqualvolta qualcuno fuoriesca dalla superficie (com’è nostro uso di fare allor che fori alcun si mette).

Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
108 ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».

All’udir tale proposta (a cotal motto) Cagnazzo leva il muso e scuote il capo (levò ’l muso,
crollando ’l capo) sarcasticamente affermando (disse) quanto sia astuta la trovata di Navarrese (Odi malizia ch’elli ha pensata) per riuscire rituffarsi giù (per gettarsi giuso) nella pece.

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: «Malizioso son io troppo,
111 quand’io procuro a’ mia maggior trestizia».

Pertanto il dannato (Ond’ei), che conosce ogni tipo di raggiro (ch’avea lacciuoli a gran divizia), la tenta rispondendo (rispuose) che dovrebbe esser davvero una canaglia nel desiderar di procurare (quand’io procuro) maggiori pene (maggior trestizia) ai suoi compagni (a’ mia).

quand’io procuro a’ mia maggior trestizia».
a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
114 io non ti verrò dietro di gualoppo,
ma batterò sovra la pece l’ali.
Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
117 a veder se tu sol più di noi vali».

Al che, l’unico demonio pronto ad accettare la sfida sembra essere Alichino (Alichin) il quale, non contenendosi (non si tenne), dunque in contrasto con il resto della truppa (di rintoppo a li altri), dice a Navarrese (disse a lui) che se si tufferà nella pece (Se tu ti cali), al contrario di quanto appena promesso, lui stesso non lo inseguirà galoppando (io non ti verrò dietro di gualoppo) sul bollente miscuglio, ma volerà a filo della superficie (ma batterò sovra la pece l’ali), riacciuffandolo a mezz’aria. Poi, intima ai propri compari d’allontanarsi dal ciglio (Lascisi ’l collo) ed imboscarsi tutti insieme dietro l’argine (e sia la ripa scudo), per verificare se davvero il dannato sarà più furbo di loro (a veder se tu sol più di noi vali).

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l’altra costa li occhi volse,
120 quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.

Nuovamente rivolgendosi a chi legga (O tu che leggi) la sua Commedia, il fiorentin verseggiatore anticipa al lettore l’imminente ascolto d’una nuova farsa (udirai nuovo ludo): tutti rivolgono lo sguardo verso il terrapieno (ciascun da l’altra costa li occhi volse), per primo (quel prima), proprio colui ch’era più restio ad accettare (ch’a ciò fare era più crudo), ovvero Cagnazzo.

Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
123 saltò e dal proposto lor si sciolse.

Il Navarrese coglie l’attimo (ben suo tempo colse); indi, mentre nessuno lo vede, punta i piedi al terreno (fermò le piante a terra), poi, in quel preciso istante (e in un punto) salta (saltò), divincolandosi (si sciolse) dalla presa del capodiavolo (dal proposto lor).

Di che ciascun di colpa fu compunto,
ma quei più che cagion fu del difetto;
126 però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXII • Gustave Doré (1832-1883), La visione dell'Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri, trad. Henry Francis Cary (1772-1844), 1889 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
La visione dell’Inferno, Purgatorio e Paradiso di Dante Alighieri, a cura di Henry Francis Cary (1772-1844), 1889

 

Di quanto accaduto si sentono tutti tremendamente in colpa (Di che ciascun di colpa fu compunto), soprattutto chi è stato il maggior responsabile (ma quei più che cagion fu del difetto), ossia Alichino; perciò si leva in volo (però si mosse) gridando: “Ti ho acciuffato!” (Tu se’ giunto!).

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
non potero avanzar; quelli andò sotto,
129 e quei drizzò volando suso il petto:
non altrimenti l’anitra di botto,
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
132 ed ei ritorna sù crucciato e rotto.

Ma a poco gli serve (Ma poco gli valse) quel grido: poiché le sue ali non riescono a battere in velocità la paura (ché l’ali al sospetto non potero avanzar) del Navarrese; lo stesso s’immerge (quelli andò sotto) in toto in un battibaleno e ad Alichino non rimane che riprendere quota (volando) drizzando in su (suso) il petto: similmente si comporta l’anatra (non altrimenti l’anitra) quando, alla vista del falco che s’avvicina (’l falcon s’appressa), immediatamente (di botto) si tuffa ed il rapace (ei) ritorna su indispettito (crucciato) e spossato (rotto).

Irato Calcabrina de la buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
135 che quei campasse per aver la zuffa;

Incollerito (Irato) dalla beffa (de la buffa), Calcabrina vola nell’immediato raggiungendo Alichino (volando dietro li tenne) e fortemente sperando (invaghito) che il Navarrese riesca a salvarsi (campasse), proprio per poter azzuffarsi (aver la zuffa) con il diavolo;

e come ’l barattier fu disparito,
così volse li artigli al suo compagno,
138 e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.

e non appena scomparso il barattiere (e come ’l barattier fu disparito) sotto il bitume, egli direziona i propri artigli verso (così volse li artigli al) il suo compagno, ghermendolo sopra il fossato (e fu con lui sopra ’l fosso ghermito).

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
141 cadder nel mezzo del bogliente stagno.

Ma Alichino è sparviere di razza (Ma l’altro fu bene sparvier grifagno) ben addestrato ad artigliar a sua volta (ben lui), ed entrambi (amendue) precipitano (cadder) nel bel mezzo del bollente (bogliente) acquitrino (stagno).

Lo caldo sghermitor sùbito fue;
ma però di levarsi era neente,
144 sì avieno inviscate l’ali sue.

La rovente temperatura (Lo caldo) del vischioso fosso funge da divisore (sghermitor sùbito fue); ma il tentativo di rimettersi in volo (di levarsi) è nullo (era neente), dal tanto che le loro ali si sono imbrattate (sì avieno inviscate l’ali sue) di catrame.

Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne fé volar da l’altra costa
147 con tutt’i raffi, e assai prestamente
di qua, di là discesero a la posta;
porser li uncini verso li ’mpaniati,
150 ch’eran già cotti dentro da la crosta.

Barbariccia, affranto insieme a tutti gli altri demoni (con li altri suoi dolente), ne invia in volo quattro (quattro ne fé volar), sulla riva opposta (da l’altra costa), con tutti i loro artigli (raffi), e celermente (assai prestamente) gli stessi discendono verso la postazione da raggiungere (discesero a la posta), disponendosi di qua e di là; poi porgendo gli uncini agli impantanati (porser li uncini verso li ’mpaniati), che già si sono abbrustoliti nell’interno della (ch’eran già cotti dentro da la) crosta.

151 E noi lasciammo lor così ’mpacciati.

La guida ed il suo protetto ne approfittano dunque per lasciarli (E noi lasciammo lor) così impelagati (’mpacciati).

In repentina fuga dai diavoleschi bisticci, Dante e Virgilio si dirigono in marcia fra la quinta e la sesta bolgia “Taciti, soli, senza compagnia (…) l’un dinanzi e l’altro dopo, come frati minor vanno per via”…