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Divina Commedia: Inferno, Canto XXI

 
Il camaleontico Dante alza il sipario sulla V Bolgia con ritmate terzine dagli aspri toni, vivacizzate dalla presenza di demoni la cui spietatezza è variegata da stravaganti e sgraziati atteggiamenti, a metà fra la goffaggine e la ritrosia, nella beffarda ed inalterabile condotta, tipica della loro indole.

Il poeta e la sua guida, dalla sommità del ponte che sovrasta la fossa, possono osservare i barattieri, anime imbroglione la cui pena è stare immersi nella pece, metaforicamente rappresentante il subdolo inganno dei loro traffici economici e di potere.

Ad affrontar il gruppo dei diavoli è un Virgilio deciso ed allo stesso tempo protettivo nei confronti del suo discepolo, che sprona a nascondersi in attesa dell’esito d’un sermone che, a differenza del confronto con i diavoli all’ingresso della città di Dite, ha esito positivo e vantaggioso per i due viandanti.

Il canto si srotola in successione fra versetti narranti peripezie, similitudini, esclamazioni, rimandi storici e singolare appellar diavoli i cui nomi, alquanto bizzarri, solleticano l’immaginazione a visualizzarne sembianze e strani versacci, non in ultimo, a chiusura del canto, un inaspettato cenno del capodiavolo, a loro tutti, che solamente l’estrosa stramberia innata all’Alighieri poteva concepire.

Intimo esordio, al primo versetto il poeta accenna al suo discorrere con il saggio maestro d’argomentazioni ch’egli decide di mantenere segrete ai suoi lettori (altro parlando), contenuto di sermone che già altre due volte è stato gelosamente custodito, la prima volta nel limbo (parlando cose che ’l tacere è bello), al centoquattresimo verso del IV canto, quindi sul margine del terzo cerchio (parlando più assai ch’i’ non ridico), al centotredicesimo verso del VI canto, rispettivamente in seguito all’incontro con i quattro sommi poeti e quindi argomentando sul giudizio universale.

Un miscelar delicatezza di parola, ironia, scurrilità, rozzezza e poetica, come si convien a chi tratta di poemi con infinito pathos, donandosi agli stessi e galoppando attraverso i secoli con invariata e seducente attrattiva.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXI • V Bolgia, La Comedia di Dante Alighieri con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544 (Rare Book & Manuscript Library, Columbia University) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
V Bolgia, La Comedia di Dante Alighieri con la noua espositione di Alessandro Vellutello, 1544
Rare Book & Manuscript Library
Columbia University

 

Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
3 venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando
restammo per veder l’altra fessura
di Malebolge e li altri pianti vani;
6 e vidila mirabilmente oscura.

Baciati dal chiarore lunare Dante e Virgilio, nel marciar fra il quarto ed il quinto ponte (Così di ponte in ponte venimmo), intimamente conversano d’altri argomenti, che l’Alighieri non svela nella sua Commedia (altro parlando che la mia comedìa cantar non cura); e i due poetanti, giunti sulla sommità (e tenavamo ’l colmo) della rocciosa passerella, ivi s’arrestano (quando restammo) per guardare (veder) un altro fossato delle (l’altra fessura di) Malebolge ed altri illusori lamenti (e li altri pianti vani); ed il pellegrino ne nota impressionato l’estrema oscurità (vidila mirabilmente oscura).

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
bolle l’inverno la tenace pece
9 a rimpalmare i legni lor non sani,
ché navicar non ponno – in quella vece
chi fa suo legno novo e chi ristoppa
12 le coste a quel che più vïaggi fece;
chi ribatte da proda e chi da poppa;
altri fa remi e altri volge sarte;
15 chi terzeruolo e artimon rintoppa -:
tal, non per foco ma per divin’arte,
bollia là giuso una pegola spessa,
18 che ’nviscava la ripa d’ogne parte.

La similitudine concretizzatasi nella mente del poeta rimanda al cantiere navale dei Veneziani (Quale ne l’arzanà de’ Viniziani) ove, nel periodo invernale (l’inverno), essendo che non possono navigare (ché navicar non ponno), bolle la vischiosa (tenace) pece, cospargendosi la stessa (a rimpalmare) sulle loro imbarcazioni deteriorate (i legni lor non sani), nel mentre c’è chi rimette a nuovo la propria barca (chi fa suo legno novo) e chi sigilla con la stoppa (ristoppa) il fasciame (le coste) a quella che viaggiò maggiormente (a quel che più vïaggi fece); chi inchioda da prua (ribatte da proda) e chi da poppa; chi fabbrica (fa) remi ed altri che avvolgono la canapa per le sartie (volge sarte); e ancora chi rappezza (rintoppa) il terzarolo (terzeruolo), vela di prua, chi invece l’artimone (artimon), vela di gabbia: similmente (tal), non a causa del fuoco (per fuoco), ma per effetto di giustizia divina (per divin’arte), sul fondo della quinta bolgia (là giuso) bolle (bollia) una densa (spessa) pece (pegola), che impiastriccia (’nviscava) interamente (d’ogne parte) le pietrose pareti (la ripa).

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
mai che le bolle che ’l bollor levava,
21 e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Dante può veder la pece (I’ vedea lei), senza tuttavia riuscire a scorger nulla al suo interno (ma non vedëa in essa), se non (mai che) le bolle, prodotte dal ribollio (che ’l bollor levava), gonfiarsi e poi riassestarsi come pressate (e gonfiar tutta, e riseder compressa).

Mentr’io là giù fisamente mirava
lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
24 mi trasse a sé del loco dov’io stava.

E mentre il pellegrino osserva attentamente verso il fondo della fossa (Mentr’io là giù fisamente mirava) il suo duca lo leva dalla postazione tirandolo verso di sé (lo duca mio mi trasse a sé del loco dov’io stava) ed affermando (dicendo): “Bada, bada!”.

Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
27 e cui paura sùbita sgagliarda,
che, per veder, non indugia ’l partire:
e vidi dietro a noi un diavol nero
30 correndo su per lo scoglio venire.

Quindi il suo protetto si volta (Allor mi volsi) come quell’uomo che rimandi il guardar ( l’uom cui tarda di veder) ciò da cui gli converrebbe (di veder quel che li convien) fuggire ed il cui timore immediatamente scema il coraggio (e cui paura sùbita sgagliarda), al punto che, pur desiderando vedere (per veder) non indugia a fuggire (’l partire): e dietro di loro nota un diavolo (vidi dietro a noi un diavol) nero avvicinarsi (venire) correndo su per il ponte.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXI • Salvador Dalí (1904-1989), Il diavolo nero, La Divina Commedia, Salani Arte e Scienze, 1965 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Salvador Dalí (1904-1989), Il diavolo nero
La Divina Commedia
Salani Arte e Scienze, 1965

 

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!
e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
33 con l’ali aperte e sovra i piè leggero!

In esclamazione d’apertura (Ahi), l’Alighieri ne descrive il feroce aspetto (quant’elli era ne l’aspetto), parendogli inoltre che l’atteggiamento dello stesso sia truce (e quanto mi parea ne l’atto acerbo), con ali spalancate e camminata leggera (con l’ali aperte e sovra i piè leggero).

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
carcava un peccator con ambo l’anche,
36 e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.

La spalla (L’omero) del diavolo, ch’è aguzza e pronunciata, carica un dannato per i glutei, ghermendolo per il tallone d’Achille (e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo).

Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
ecco un de li anzïan di Santa Zita!
39 Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
a quella terra, che n’è ben fornita:
ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
42 del no, per li denar, vi si fa ita».

Dalla cima del monte, il demonio si rivolge alle Malebranche (O Malebranche!) dicendo loro di aver lì condotto un membro del Consiglio degli degli anziani di Lucca (ecco un de li anzïan di Santa Zita!), raccomandando ai “colleghi” d’infilarlo sotto la pece (Mettetel sotto), mentr’egli ritornerà ancora nella suddetta città (ch’i’ torno per anche a quella terra), che è ben fornita di persone simili: infatti ogni uomo a Lucca è barattiere (ogn’uom v’è barattier) ad eccetto di (fuor che) Bonturo; per denaro (per li denar), nella cittadina il no diventa un sì (del no, per li denar, vi si fa ita).

Il termine Malebranche è nome collettivo al quale fanno capo i diavoli a guardia della quinta bolgia ed a persecuzione dei barattieri; gli appartenenti a tale schiera sono un moltitudine di numero indefinito e li caratterizzano brutali sembianze, colore nero, ali ed acuti artigli con i quali scuoiano atrocemente i penitenti. Il loro linguaggio è grottesco e scurrile, medesimi i loro atteggiamenti, perennemente volti a schernire e minacciare le loro vittime; fortemente iracondi ed indocili, cedono di frequente a provocazioni, bisticciando fra di loro e percuotendosi violentemente. Obbedienza li soggioga tuttavia a Malacoda, capodiavolo che li spedisce in attenta perlustrazione delle bolge, solitamente raggruppandoli in decine ed appellandoli un per uno tramite nome, a loro affibbiato nel pieno rispecchiarne le specifiche caratteristiche fisiche e caratteriali.

La baratteria di dantesca narrazione si riferisce a tutti coloro che, in vita, cedessero a corruzione a fini di guadagno; a differenza dei simoniaci, che l’Alighieri decise di relegare nella terza bolgia, i barattieri non vendevano cariche ecclesiastiche, bensì cariche pubbliche.

Fra il tredicesimo ed il quattordicesimo secolo, in molti comuni l’organo deputato alla legislazione, con annesse funzioni di controllo istituzionale ed amministrativo, veniva appellato Consiglio degli Anziani e con “anzïan di Santa Zita” ci si riferisce appunto ad un membro del Consiglio degli Anziani di Lucca, essendo Santa Zita la devota cristiana lucchese venerata dalla Chiesa cattolica, nonché patrona della cittadina toscana.

E nella medesima terra afferma di dover ritornare il diavolo che scarica un dannato nella pece, in quanto suolo, il lucchese, in cui i barattieri pullulavano fra traffici e peculati, ad eccezion d’uno, afferma in maniera ovviamente ironica il demonio, riferendosi allo sfrontato e cinico magistrato Bonaventura Dati, detto Bonturo, che si narra essere stato il principale barattiere della sua città, in auge fin alla cacciata dei lucchesi, avvenuta nel 1313 ad opera dei pisani, che ne causerà la fuga entro mura fiorentine.

Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
si volse; e mai non fu mastino sciolto
45 con tanta fretta a seguitar lo furo.

Quindi lo getta giù (Là giù ’l buttò), e torna indietro per il granitico ponte (lo scoglio duro); e lo fa in maniera così veloce che mai vi fu mastino liberato (sciolto) che inseguì il ladro (a seguitar lo furo) con tanta celerità (fretta).

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
ma i demon che del ponte avean coperchio,
48 gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
51 non far sopra la pegola soverchio».

Lo spirito dannato s’immerge (Quel s’attuffò), riemergendo avviluppato (e tornò su convolto); ma i demoni che stavano sotto il ponte, come se questo facesse loro da coperchio (ma i demon che del ponte avean coperchio) gli urlano contro (grado) che negli inferi (qui) non è esposto (non ha loco) il Santo Volto e che nella pece si nuota diversamente rispetto a come lo si fa nel Serchio (qui si nuota altrimenti che nel Serchio). Pertanto (Però) se lo stesso non vuol ricevere i loro graffi, dovrà evitare di fuoriuscir in superficie (non far sopra la pegola soverchio).

Poi l’addentar con più di cento raffi,
disser: «Coverto convien che qui balli,
54 sì che, se puoi, nascosamente accaffi».

Poi l’infilzano con più di cento fiocine (Poi l’addentar con più di cento raffi), lui dicendo (disser) che gli conviene ballare sotto la superficie (Coverto convien che qui balli), così, se vedrà gli riuscirà (sì che, se puoi), d’arrafferrar qualcosa di nascosto (nascosamente accaffi) come fece in vita.

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
fanno attuffare in mezzo la caldaia
57 la carne con li uncin, perché non galli.

In maniera del tutto simile (Non altrimenti) i cuochi (cuoci) fanno gettare (attuffare) la carne in mezzo al fuoco (la caldaia) dai loro inservienti (a’ lor vassalli) con degli uncini (con li uncin), perchè non galleggi (perché non galli).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXI • Maestro delle Vitae Imperatorum, Dante, Inferno, con commento di Guiniforte Barzizza, 1430-1450 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Maestro delle Vitae Imperatorum
Dante, Inferno, con commento di Guiniforte Barzizza, 1430-1450
Bibliothèque Nationale de France

 

Lo buon maestro «Acciò che non si paia
che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
60 dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
e per nulla offension che mi sia fatta,
non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
63 perch’altra volta fui a tal baratta.»

Il buon maestro sprona dunque il proprio discepolo (mi disse) ad accucciarsi (giù t’acquatta) dietro una sporgenza della roccia (dopo uno scheggio), che lo protegga (ch’alcun schermo t’aia) facendo in modo che non sembri che sia lì (Acciò che non si paia che tu ci sia);

poi raccomanda al pellegrino di non temere (non temer tu) per qualsiasi villanata stesso dovesse venirgli rivolta (e per nulla offension che mi sia fatta), in quanto son atteggiamenti da lui conosciuti ( ch’i’ ho le cose conte), in quanto un’altra volta fu coinvolto in simili diverbi (perch’altra volta fui a tal baratta).

Poscia passò di là dal co del ponte;
e com’el giunse in su la ripa sesta,
66 mestier li fu d’aver sicura fronte.

Poi passa oltre il capo del ponte (Poscia passò di là dal co del ponte); e com’egli giunge (e com’el giunse in su la ripa sesta) sulla sesta sponda (in su la ripa sesta), gli è vantaggioso il posseder franchezza (mestier li fu d’aver sicura fronte).

Con quel furore e con quella tempesta
ch’escono i cani a dosso al poverello
69 che di sùbito chiede ove s’arresta,
usciron quei di sotto al ponticello,
e volser contra lui tutt’i runcigli;
72 ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!

I diavoli sottostanti il ponticello (quei di sotto al ponticello) balzano fuori (usciron) con il medesimo impeto (Con quel furore) e fracasso (tempesta) tipici dei cani che escono (ch’escono i cani) saltando addosso al mendicante (a dosso al poverello), che, per lo spavento, si blocca a chieder l’elemosina nell’esatto punto in cui si trova (che di sùbito chiede ove s’arresta), indi puntano tutti i loro arpioni contro Virgilio (e volser contra lui tutt’i runcigli); ma il poeta grida (ma el gridò) che nessuno di loro sia meschino (Nessun di voi sia fello!).

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
traggasi avante l’un di voi che m’oda,
75 e poi d’arruncigliarmi si consigli».

E prima che i loro spuntoni lo colpiscano (Innanzi che l’uncin vostro mi pigli), il vate chiede che si faccia avanti qualcuno che lo ascolti (traggasi avante l’un di voi che m’oda), e dopo aver udito, lo stesso demonio deciderà se è il caso o meno di punzecchiarlo (e poi d’arruncigliarmi si consigli).

Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»:
per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi –
78 e venne a lui dicendo: «Che li approda?».

Tutti gridano affinché vada Malacoda (Tutti gridaron: «Vada Malacoda!): è per questo che, mentre gli altri rimangono fermi, un di loro si muove (per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi -) e si dirige verso il virgilian poeta, chiedendogli (e venne a lui dicendo) a cosa gli giovi il fatto che lui si avvicini (Che li approda?).

«Credi tu, Malacoda, qui vedermi
esser venuto», disse ’l mio maestro,
81 «sicuro già da tutti vostri schermi,
sanza voler divino e fato destro?
Lascian’andar, ché nel cielo è voluto
84 ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro.»

Il maestro esordisce chiedendogli (disse ’l mio maestro) se Malacoda davvero creda ch’egli sia giunto in quel luogo (qui vedermi esser venuto) noncurante (sicuro già) degli ostacoli che i diavoli gli avrebbero messo davanti (da tutti vostri schermi), senza esser mosso da volontà divina (sanza voler divino) e con favore della stessa (fato destro). Gli intima dunque di lasciar procedere lui ed il suo protetto (Lascian’andar), in quanto è volontà celeste (ché nel cielo è voluto) ch’egli a lui mostri (ch’i’ mostri altrui) quell’arduo percorso (questo cammin silvestro).

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
87 e disse a li altri: «Omai non sia feruto».

All’udir tali parole, l’alterigia del capodiavolo s’ammoscia dunque a tal punto (Allor li fu l’orgoglio sì caduto), da farsi cadere l’uncino a terra (ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi), poi dicendo ai propri compari (e disse a li altri) di non colpirlo, stando così le cose (Omai non sia feruto).

E ’l duca mio a me: «O tu che siedi
tra li scheggion del ponte quatto quatto,
90 sicuramente omai a me ti riedi».

Il duca richiama dunque il proprio discepolo (E ’l duca mio a me), nel frattempo accoccolatosi (O tu che siedi) quatto quatto fra i rocciosi spuntoni del ponte (tra li scheggion del ponte quatto quatto), invitandolo, considerando l’avvenuto chiarimento, a ritornare in tutta sicurezza al suo fianco (sicuramente omai a me ti riedi).

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;
e i diavoli si fecer tutti avanti,
93 sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;

Perciò il poeta si muove e si avvia celere accanto alla propria guida (Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto); e i diavoli gli si avvicinano tutti quanti (e i diavoli si fecer tutti avanti), al punto da fargli temere di non rispettare il patto appena avvenuto (sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto);

così vid’ ïo già temer li fanti
ch’uscivan patteggiati di Caprona,
96 veggendo sé tra nemici cotanti.

e così alla mente del pellegrino ritorna una sensazione già percepita nei fanti della guarnigione di Caprona (così vid’ ïo già temer li fanti di Caprona) quando, dopo aver patteggiato la resa (patteggiati), uscirono (ch’uscivan) dal castello, vedendosi attorniati da numerosi nemici (veggendo sé tra nemici cotanti).

La sensazione di paura alla quale si riferisce l’Alighieri è quella che provarono i fanti pisani quando, nell’agosto del 1292, dopo essersi arresi alle truppe guelfe, uscirono dalla rocca trovandosi a sfilare fra truppe nemiche e pertanto temendo che le stesse, armate, potessero attaccarli nonostante il precedente patteggiare; Dante lo ricorda in quanto presente come accerchiante di parte guelfa, rivivendo ora la situazione in capovolgimento di ruoli ed immedesimandosi nelle trepidazioni degli stessi fanti, delle quali anch’egli fu causa.

I’ m’accostai con tutta la persona
lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
99 da la sembianza lor ch’era non buona.

L’Alighieri s’accolla al suo duca per tutta la lunghezza della sua persona (I’ m’accostai con tutta la persona lungo ’l mio duca), senza distogliere lo sguardo (e non torceva li occhi) dai visi di quei demoni (da la sembianza lor), tutt’altro che rassicuranti (ch’era non buona).

Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,
diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
102 E rispondien: «Sì, fa che gliel’accocchi».

Gli stessi che, spianando gli arpioni (Ei chinavan li raffi), si dicono l’un l’altro (diceva l’un con l’altro): “Vuoi che lo punga?” – “sul groppone?” (Vuo’ che ’l tocchi? – in sul groppone?). Rispondendo (E rispondien): “Sì, fai in modo d’appioppargli un colpetto” (Sì, fa che gliel’accocchi).

Ma quel demonio che tenea sermone
col duca mio, si volse tutto presto
105 e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».

Ma il demonio che aveva conversato con il suo duca (Ma quel demonio che tenea sermone col duca mio), si volta immediatamente (si volse tutto presto), ammonendoli (e disse) ed intimando per ben due Scarmiglione di posar l’uncino (Posa, posa, Scarmiglione!).

Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
iscoglio non si può, però che giace
108 tutto spezzato al fondo l’arco sesto.

Poi rivolgendosi ai due poetanti (Poi disse a noi), dice loro ch’è impossibile proseguire da quel punto per le successive campate (Più oltre andar per questo iscoglio non si può), essendo che il sesto ponte è crollato sul fondo della rispettiva bolgia (però che giace tutto spezzato al fondo l’arco sesto).

E se l’andare avante pur vi piace,
andatevene su per questa grotta;
111 presso è un altro scoglio che via face.

Ma se ai due viandanti garba comunque andare avanti (E se l’andare avante pur vi piace), che gli stessi s’incamminino per il ciglio della roccia (andatevene su per questa grotta); che il successivo cavalcavia praticabile non è poi tanto lontano (presso è un altro scoglio che via face).

Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta,
mille dugento con sessanta sei
114 anni compié che qui la via fu rotta.

Proprio il giorno precedente (Ier), racconta Malacoda, cinque ore dopo l’ora di quel momento (più oltre cinqu’ore che quest’otta), sono stati milleduecentosessantasei anni (mille dugento con sessanta sei anni) esatti dal franar del ponte (anni compié che qui la via fu rotta).

Ossia dal sisma conseguente alla morte del Cristo ed alla sua discesa nell’oltretomba.

Io mando verso là di questi miei
a riguardar s’alcun se ne sciorina;
117 gite con lor, che non saranno rei».

Il capodiavolo dichiara d’esser sul punto di mandar alcuni dei suoi (Io mando verso là di questi miei) a controllar che nessun dannato fuoriesca dalla pece (a riguardar s’alcun se ne sciorina); invita dunque Dante e Virgilio ad aggregarsi al gruppo (gite con lor), rassicurandoli sul fatto che nessun di loro sarà crudele (che non saranno rei).

«Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
120 e Barbariccia guidi la decina.

Egli richiama dunque all’appello i prescelti alla mission d’accompagnatori, iniziando da (Tra’ ti avante cominciò elli a dire) Alichino e Calcabrina, e lui (tu), Cagnazzo; ed assegnando ruolo di conduttore (guidi) della decina a Barbariccia.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XXI • Maestro degli Antifonari di Padova, Manoscritto Egerton MS 943, XVI secolo • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Maestro degli Antifonari di Padova
Manoscritto Egerton MS 943, XVI secolo
British Library

 

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,
Cirïatto sannuto e Graffiacane
123 e Farfarello e Rubicante pazzo.

E s’aggreghino (vegn’oltre) Libicocco e Draghignazzo, Cirïatto zannuto (sannuto) e Graffiacane e ancor Farfarello ed il folle (pazzo) Rubicante.

Cercate ’ntorno le boglienti pane;
costor sian salvi infino a l’altro scheggio
126 che tutto intero va sovra le tane.»

In ultima istruzione, il capodiavolo raccomanda ai suoi seguaci d’ispezionare tutt’intorno il bollente vischio (le boglienti pane); raccomandando inoltre che i due poeti siano condotti sani e salvi fino al prossimo ponte (costor sian salvi infino a l’altro scheggio), quello che, integro, loro concederà di visitare, di campata in campata, le rimanenti bolge (che tutto intero va sovra le tane).

«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
diss’io, «deh, sanza scorta andianci soli,
129 se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.

L’intimorito pellegrino si rivolge al proprio maestro dichiarandosi dubbioso riguardo a ciò che sta osservando (Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?), manifestando il desiderio (diss’io) di continuare il tragitto in solitaria con Virgilio, senza scorta alcuna (deh, sanza scorta andianci soli), in quanto conoscendo il suo duca l’intero itinerario (se tu sa’ ir), egli non ritiene necessaria (ch’i’ per me non la cheggio) presenza d’un drappello d’accompagnamento.

Se tu se’ sì accorto come suoli,
non vedi tu ch’e’ digrignan li denti
132 e con le ciglia ne minaccian duoli?»

Egli aggiunge ch’essendo la sua guida tanto savia (Se tu se’ sì accorto come suoli), non è possibile che non s’accorga di come i demoni digrignino i denti (non vedi tu ch’e’ digrignan li denti) e di come, con quei loro sguardi intimidatori, preannuncino guai (ne minaccian duol).

Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
lasciali digrignar pur a lor senno,
135 ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».

Il vate risponde (Ed elli a me) tranquillizzando il suo protetto e manifestando volontà ch’egli nulla tema (Non vo’ che tu paventi); aggiungendo che lasci digrignar denti ai demoni secondo loro volontà (lasciali digrignar pur a lor senno), dato che il tal atteggiamento è rivolto alle anime dei dannati immersi nella pece (ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti).

Per l’argine sinistro volta dienno;
ma prima avea ciascun la lingua stretta
138 coi denti, verso lor duca, per cenno;

Dunque la comitiva s’incammina per l’argine sinistro (Per l’argine sinistro volta dienno); ma, prima di partire, ciascun dei demoni stringe la lingua fra i denti (ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti), guardando verso Malacoda, come ad attender il di lui cenno;

139 ed elli avea del cul fatto trombetta.

ed egli, poco elegantemente, dalle natiche emette flatulenza.

Ancor nella quinta bolgia, il passaggio di Canto del Dante lo vedrà osservar “già cavalier muover campo, e cominciare stormo e far lor mostra, e talvolta partir per loro scampo”…
 
 
 
 

Immagine in evidenza:
Maestro delle Vitae Imperatorum, Dante, Inferno, con commento di Guiniforte Barzizza, ed. 1430-1450
Bibliothèque nationale de France