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Divina Commedia: Inferno, Canto XX

 
Nella quarta bolgia dell’VIII cerchio, i due viandanti incontreranno gli indovini, per legge del contrappasso obbligati a camminare in avanti, ma con il capo girato in senso opposto, quindi come se camminassero all’indietro, dato che nella vita terrestre gli stessi sfidarono l’autorità divina nel tentativo di prevedere il futuro.

Vedendoli, in Dante la compassione prende la forma di lacrime che intensamente lo struggono, ricevendo, da parte di Virgilio, un paternale rimprovero avvallato dal fatto che mai ci si dovrebbe impietosire osservando quanto stabilito dalla grazia divina.

L’Alighieri in preda ad un istintivo senso di misericordia, cozza nell’immediato con il sarcastico e deciso atteggiamento che, nel canto precedente, egli manifestò infiammandosi nell’alterco avvenuto con Niccolò III, discorrendo di politiche questioni, lasciando intendere fra terzine le naturali e variegate sfaccettature d’una personalità poetica, sanguigna e meravigliosamente caritatevole, seppur a seconda del contesto e delle passioni solleticate.

Ma tant’è l’essere umano, caleidoscopico scrigno di sentimenti e sensazioni da esplodere sul mondo e che l’autore, in tal canto, tratteggia in quarantatré terzine delle quali un abbondante terzo vien dedicato alla descrizione della città natìa del suo amato Virgilio, quella Mantova originatasi tra lo scorrere di migliaia di corsi d’acqua riunitisi a stagno e fattisi rifugio della maga Manto, sul cui ossario, custodito dal pantano, venne eretta la città che, il vate ci tiene a sottolineare, non nacque sulla base di sortilegi (Mantüa l’appellar sanz’altra sorte).

Il lungo discorso del maestro divide in due il canto, lasciando alla prima parte l’incontro con gli antichi indovini, fra i quali Anfiarao, Tiresia, Arunte e, nella parte finale, Euripilo, Michele Scotto, Guido Bonatti ed Asdente.

Di rara bellezza è l’intima voglia d’ascolto che si coglie nella richiesta del maestro al proprio protetto quando, apprestandosi ad esporre l’origine della città sua natia, egli manifesta sincero desio che il discepolo lui presti la massima attenzione (onde un poco mi piace che m’ascolte), ricevendo pieno compiacimento dal suo fidente compagno di tragitto.

Luminoso pleniluinio concluderà il canto in generosa offerta di chiarore lunare.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XX • Bartolomeo di Fruosino (1366-1441), Inferno di Dante Alighieri, 1430/1435, Biblioteca Nazionale di Francia • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Bartolomeo di Fruosino (1366-1441)
Inferno di Dante Alighieri, 1430-1435 (dettaglio)
Biblioteca Nazionale di Francia

 

Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
3 de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.

L’autore della Commedia introduce al lettore la necessità di trovarsi a dover mettere in versetti un nuovo genere di pena (Di nova pena mi conven far versi) per dar materia (matera) al ventesimo canto della prima cantica (canzon), che riguarda le anime inabissate (ch’è d’i sommersi).

Io era già disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
6 che si bagnava d’angoscioso pianto;

Egli già si trova completamente pronto ed attento (Io era già disposto tutto quanto) a scrutare il fondo della quarta bolgia, a lui da poco apparso alla vista (a riguardar ne lo scoperto fondo), inumidito da atroce pianto (che si bagnava d’angoscioso pianto) degli spiriti ivi erranti;

e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
9 che fanno le letane in questo mondo.

e lì vi osserva anime (vidi gente) giungere (venir) dal circolare fossato (per lo vallon tondo), silenziose e piangenti (tacendo e lagrimando), marciando in maniera simile a coloro che stiano partecipando ad una processione liturgica (al passo che fanno le letane in questo mondo).

Come ’l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
12 ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,
ché da le reni era tornato ’l volto,
e in dietro venir li convenia,
15 perché ’l veder dinanzi era lor tolto.

E non appena lo sguardo di Dante scorre osservandoli un poco più in basso (Come ’l viso mi scese in lor più basso), ogni dannato (ciascun) gli appare incredibilmente (mirabilmente) rivolto al contrario (travolto) fra il mento e la cassa toracica (tra ’l mento e ’l principio del casso), poiché il viso è rivolto dalla parte dei reni (ché da le reni era tornato ’l volto), e i miserabili si vedono pertanto costretti a camminare come se andassero indietro (e in dietro venir li convenia), poiché la possibilità di guardare avanti gli è stata negata (perché ’l veder dinanzi era lor tolto).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XX • Maestro degli Antifonari di Padova, Indovini, miniatura su pergamena, Manoscritto Egerton, ca. 1340, British Library • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Maestro degli Antifonari di Padova, Gli Indovini
Manoscritto Egerton, ca. 1340
British Library

 

Forse per forza già di parlasia
si travolse così alcun del tutto;
18 ma io nol vidi, né credo che sia.

Alla tal vista, il pellegrino pensa possa essere successo che, a causa di paralisi (Forse per forza già di parlasia) a qualcuno sia capitato di contorcersi completamente in quel modo (si travolse così alcun del tutto); nonostante a lui non sia mai capitato di vederlo (ma io non vidi), tantomeno le crede possibile (né credo che sia).

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
21 com’io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
24 le natiche bagnava per lo fesso.

A questo punto l’Alighieri, nuovamente rivolto al lettore nella speranza che Dio gli consenta (Se Dio ti lasci, lettor) di trarre insegnamento dalla propria lettura (prender frutto di tua lezione), or pensi con le proprie facoltà (or pensa per te stesso), cercando d’immaginare come sarebbe stato possibile, per lo stesso poeta, non piangere (com’io potea tener lo viso asciutto) al veder da vicino una figura umana (quando la nostra immagine di presso vidi) talmente contorta, da bagnar, con le lacrime, le fessure delle natiche (le natiche bagnava per lo fesso).

Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
27 mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?

E sicuro che Dante pianga (Certo io piangea), poggiandosi ad una sporgenza (poggiato a un de’ rocchi) del pietroso ponte (duro scoglio), avvilito a tal punto da condurre la sua guida a rimproverarlo (sì che la mia scorta mi disse), chiedendogli s’egli sia ancora sciocco come tutti gli altri (Ancor se’ tu de li altri sciocchi).

Qui vive la pietà quand’è ben morta;
chi è più scellerato che colui
30 che al giudicio divin passion comporta?

Virgilio gli rammenta poi che, nell’oltretomba (Qui), il senso della pietà è non avere pietà (Qui vive la pietà quand’è ben morta); chi mai infatti sarebbe più incosciente di (chi è più scellerato che) colui che prova compassione (passion comporta) nei confronti di quanto è conseguenza della giustizia divina (che al giudicio divin)?

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
33 per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
E non restò di ruinare a valle
36 fino a Minòs che ciascheduno afferra.

Quindi il maestro intima al suo discepolo, per ben due volte, di rizzare il capo (Drizza la testa, drizza) e d’osservare colui al quale s’aprì la terra (vedi a cui s’aperse la terra) sotto i piedi, davanti agli occhi dei Tebani (a li occhi d’i Teban); i quali, vedendo la scena, gli gridarono in coro (per ch’ei gridavan tutti): “Anfiarao? Perchè abbandoni (lasci) la guerra?”. E lo stesso interruppe il suo precipitare negli abissi (non restò di ruinare a valle) una volta raggiunto Minosse (fino a Minòs), che tutti acchiappa (ciascheduno afferra).

Anfiarao appartenne alla schiera degli Argonauti e fu colui al quale Apollo diede in dono capacità divinatorie in base alle quali egli riuscì a prevedere che avrebbe trovato la morte nella guerra di Tebe; il tal conflitto bellico ebbe origine in quanto Polinice ed Eteocle, figli di Edipo, avevano stretto un accordo secondo cui avrebbero governato la città ad anni alterni, sennonché Eteocle, scaduto il suo periodo, si rifiutò di cedere il trono al fratello ed a conseguenza di ciò, fu organizzata la cosiddetta spedizione dei “Sette contro Tebe”, ovvero sette uomini ognuno dei quali con il compito di sfondare una delle sette porte della città.

Nel tentativo di non partecipare alla missione, nella quale secondo le sue previsioni sarebbe morto, Anfiarao trovò nascondiglio in un luogo conosciuto esclusivamente dalla moglie Erifile che, sedotta dal dono della collana di Armonia, ossia il mitologico gioiello che si narrava portasse sventura a chi lo indossasse, allora appartenente alla moglie di Polinice, rivelò a quest’ultimo dove si celasse il marito, che si trovò dunque costretto a rispettare incarico d’attaccare la porta di Omoloide. Come previsto, Anfiarao venne sconfitto e, datosi alla fuga, fu solo per intervento di Giove che riuscì a sottrarsi dall’uccisione per mano dei soldati tebani; difatti la divinità, per mezzo di una saetta, aprì lui un varco nella terra, rotolandolo direttamente nell’infernal regno, con tanto d’armatura e carretto, dinanzi ai piedi di Minosse.

Mira c’ ha fatto petto de le spalle;
perché volse veder troppo davante,
39 di retro guarda e fa retroso calle.

Virgilio suggerisce poi a Dante di ben soffermarsi sul suo capovolgimento fra spalle e petto (Mira c’ ha fatto petto de le spalle); in quanto proprio perché volle guardar avanti in maniera eccessiva (perché volse veder troppo davante) durante la vita, ora guarda indietro (di retro guarda), camminando nel verso opposto alla vista (e fa ritroso calle).

Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne,
42 cangiandosi le membra tutte quante;
e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
45 che rïavesse le maschili penne.

Il vate sprona poi il pellegrino a posar sguardo su Tiresia (vedi Tiresia), colui che variò le sue sembianze (mutò sembiante), quando da maschio fu trasformato in femmina (di maschio femmina divenne), cambiandosi completamente anche le membra (cangiandosi le membra tutte quante); e prima di recuperare (rïavesse) le maschili fattezze, gli toccò battere e ribattere (poi, ribatter li convenne) con un bastone (verga) le due serpi (li duo serpenti) avvolte.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XX • Pietro Muttoni detto della Vecchia (ca. 1602-1678), L'indovino Tiresia si trasforma in donna, metà XVII sec, Museo di Belle Arti di Nantes • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Pietro Muttoni detto della Vecchia (ca. 1602-1678)
L’indovino Tiresia si trasforma in donna, metà XVII sec.
Museo di Belle Arti di Nantes

 
Astrologo tebano della mitologia greca, Tiresia fu colui che, secondo le Metamorfosi di Ovidio, fu accecato da Giunone per aver sostenuto il parere di Giove in un dibattito fra i due: era infatti parer del re di tutti gli dèi che la donna, durante il coito, provasse maggior piacere rispetto all’uomo, opinione con fermezza negata dalla dea della Luna. Per sovvenir all’accidentale cecità di Tiresia, Giove gli concesse capacità di preveggenza. Sulla falsariga dell’ovidiana narrazione, l’Alighieri affida a Virgilio il racconto secondo cui la diatriba in cui s’intromise Tiresia, fu quella che lo portò a dividere con un bastone due serpi in fase d’accoppiamento, trovandosi poi cambiato nella biologia del proprio sesso; ritornò alla biologia d’origine in un secondo tempo quando, dopo sette anni, ridivise per una seconda volta l’accoppiata dei serpenti.

Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
48 lo Carrarese che di sotto alberga,
ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
51 e ’l mar non li era la veduta tronca.

Aronte è invece quello che al ventre di Tiresia s’accolla (Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga) dandogli le spalle, colui che, quand’era ancor vivente, ebbe come dimora (per sua dimora), una grotta (spelonca) tra i bianchi marmi (ebbe tra ’ bianchi marmi) dei monti di Luni, dove zappavano (ronca) i contadini carraresi residenti nella parte sottostante (lo Carrarese che di sotto alberga); pertanto, rimanendo Aronte in posizione sopraelevata, la vista del mare e delle stelle non gli era impedita (onde a guardar le stelle e ’l mar non li era la veduta tronca).

Personaggio della Farsaglia di Lucano, Aronte fu augure etrusco invitato a Roma al fin di prevedere l’esito della guerra civile fra Gneo Pompeo Magno e Gaio Giulio Cesare, nonché, più precisamente, aruspice, ovvero sacerdote deputato all’ispezione delle viscere di vittime sacrificali, esame inizialmente previsto per valutarne la purezza, in seguito utilizzato dai negromanti per scopi indiziari a sostegno di stregonerie. Fu appunto analizzando le interiora d’un toro, ch’egli predisse immense sciagura fra le romane mura, profetizzando la vittoria di Cesare.

E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
54 e ha di là ogne pilosa pelle,
Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si puose là dove nacqu’ io;
57 onde un poco mi piace che m’ascolte.

La guida indica poi al suo protetto una donna, colei alla quale le trecce sciolte ricoprono i seni (ricopre le mammelle), che al poeta non è dato di vedere (che tu non vedi), colei che, dalla parte nascosta alla vista (di là), ha quelle parti di pelle da peluria ricoperte e colei che fu Manto, la quale girovagò (cercò) per molte terre; in seguito (poscia) stabilendosi (si puose) proprio dove nacque Virgilio (là dove nacqu’ io); ragion per cui egli manifesta all’Alighieri il desiderio d’essere ascoltato (onde un poco mi piace che m’ascolte).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XX • Adolf von Stürler (1802-1881) La Divina Commedia di Dante Alighieri, Firenze, 1850, Collezione Wilhelm Reiners, Università di Colonia • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Adolf von Stürler (1802-1881) La Divina Commedia di Dante Alighieri, Firenze, 1850
Collezione Wilhelm Reiners, Università di Colonia

 
Essendo che il pellegrino vede i dannati in viso, consideratone il capovolgimento della testa, non gli è possibile visionare la parte anteriore del loro corpo, motivo per cui egli, come anticipatogli da Virgilio, non può vedere trecce, seni e peluria pubica di Manto.

Maga mitologica greca, probabile figlia del tebano Tiresia, che le tramandò la magica arte, Manto, citata da più poemi latini, in differenti connotazioni fisiche e versioni narrative, viene riposta fra terzine in aggancio a quelle che, secondo l’autore, furono le origini della città di Mantova, affidandone egli l’esposizione al gentil parlar del suo maestro.

Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
e venne serva la città di Baco,
60 questa gran tempo per lo mondo gio.
Suso in Italia bella giace un laco,
a piè de l’Alpe che serra Lamagna
63 sovra Tiralli, c’ ha nome Benaco.
Per mille fonti, credo, e più si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
66 de l’acqua che nel detto laco stagna.
Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
pastore e quel di Brescia e ’l veronese
69 segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
72 ove la riva ’ntorno più discese.
Ivi convien che tutto quanto caschi
ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
75 e fassi fiume giù per verdi paschi.
Tosto che l’acqua a correr mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
78 fino a Governol, dove cade in Po.
Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
ne la qual si distende e la ’mpaluda;
81 e suol di state talor esser grama.
Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
84 sanza coltura e d’abitanti nuda.
Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
87 e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
90 per lo pantan ch’avea da tutte parti.
Fer la città sovra quell’ossa morte;
e per colei che ’l loco prima elesse,
93 Mantüa l’appellar sanz’altra sorte.
Già fuor le genti sue dentro più spesse,
prima che la mattia da Casalodi
96 da Pinamonte inganno ricevesse.
Però t’assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
99 la verità nulla menzogna frodi».

Alla sentita narrazione del proprio maestro, l’autore della Commedia dedica quattordici terzine consecutive, esplicanti le origini della città di Mantova: Dopo la morte di suo padre (Poscia che ’l padre suo di vita uscìo) ed in seguito alla schiavitù della città sacra a Bacco (e venne serva la città di Baco), Manto se ne andò errando durevolmente per il mondo (questa gran tempo per lo mondo gio).

Lassù, nella bella Italia (Suso in Italia bella), ai piedi delle Alpi (a piè de l’Alpe) che chiudono (serra) le Germania (Lamagna) nei pressi del Tirolo (sovra Tiralli), c’è un lago di (giace un laco c’ ha) nome Benaco.

Credo che la zona tra Garda, la Valcamonica e le alpi Pennine (tra Garda e Val Camonica e Pennino), sia bagnata da più di un migliaio di corsi d’acqua (e più si bagna per mille fonti) che stagna nel succitato lago (detto laco).

Al centro dello stesso c’è un luogo dove il vescovo di Trento (Loco è nel mezzo là dove ’l trentino pastore), quello di Brescia e quello di Verona (quel di Brescia e ’l veronese) avrebbero facoltà di dare la benedizione (segnar poria), se percorressero quel tragitto (s’e’ fesse quel cammino).

Nella parte di sponda più bassa s’adagia (siede) Peschiera, splendida e potente fortezza (bello e forte arnese) dalla quale affrontare bresciani e bergamaschi (da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi), dove la riva divien più pianeggiante (ove la riva ’ntorno più discese).

Qui è ineluttabile si rovesci (Ivi convien che caschi) tutta l’acqua che non può esser contenuta nel bacino del Benaco (tutto ciò che ’n grembo a Benaco star non può), e che si faccia fiume scorrendo a valle (e farsi fiume giù) per verdi pascoli (paschi).

Non appena l’acqua si riavvia nella sua corsa (Tosto che l’acqua a correr mette co), non si chiama più Benaco, ma prende il nome di Mincio (non più Benaco, ma Mencio si chiama) fino a Governolo, dove infine si getta nel Po (fino a Governol, dove cade in Po).

Non ancora percorso un lungo tragitto (Non molto ha corso), il Mincio incontra un avvallamento (ch’el trova una lama), all’interno del quale s’espande (ne la qual si distende), impaludandolo (e la ’mpaluda); che solitamente, nel periodo estivo, diventa secca ed insalubre (e suol di state talor esser grama).

Perciò (Quindi), passando da quelle parti, la crudele (cruda) vergine vide, nel mezzo del pantano, una terra selvaggia e spopolata (sanza coltura e d’abitanti nuda).

Lì, per sfuggire al minimo contatto (per fuggire ogne consorzio) umano, si stanziò (ristette) con i suoi servi, dedita alle sue arti occulte (a far sue arti), e lì visse, lasciandovi il suo corpo esanime (e vi lasciò suo corpo vano).

In seguito, gli uomini che erano sparpagliati nei territori circostanti (Li uomini poi che ’ntorno erano sparti) si radunarono in quel luogo (s’accolsero a quel loco), ch’era reso inoppugnabile dalla fanghiglia sparsa ovunque (per lo pantan ch’avea da tutte parti).

Edificarono la città sulle ossa di Manto (Fer la città sovra quell’ossa morte); e in ricordo di colei che per prima aveva scelto quel luogo (per colei che ’l loco prima elesse), la chiamarono Mantova (Mantüa l’appellar) senza bisogno di d’affidarsi ad altri sortilegi (sanz’altra sorte).
 
Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XX • Mantova • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
 
Un tempo la popolazione fra le sue mura era più densa (Già fuor le genti sue dentro più spesse), prima che l’ingenuità di Alberto da Casalodi (che la mattia da Casalodi) si facesse trarre in inganno da Pinamonte dei Bonaccolsi (da Pinamonte inganno ricevesse).

Pertanto (Però) t’ammonisco in quanto (Però t’assenno che), se mai ti capitasse di sentire differenti racconti sulle origini della mia terra (se tu mai odi originar la mia terra altrimenti), nessuna menzogna danneggi la storia veritiera (la verità nulla menzogna frodi).

Alberto da Casalodi, anche detto “Alberto il Giovane”, fu politico della dinastia degli Ugonoidi, nato nel 1230 nella mantovana Casaloldo e destituito con l’inganno da Pinamonte Bonacolsi nel 1972, medesimo anno in cui quest’ultimo divenne signore di Mantova fino al 1291; a capo dei ghibellini della città, Pinamonte accrebbe il proprio potere a partire dal 1260, cavalcando le guerriglie tra fazioni fino alla presa del governo, alla quale seguì l’esilio di numerose personalità politiche ed aristocratiche, fra le quali, per l’appunto, lo stesso Alberto, di parte guelfa, con seguaci annessi.

E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
102 che li altri mi sarien carboni spenti.

Dopo attento ascolto, Dante rassicura (E io) il proprio maestro, affermando esser stato il suo discorso talmente inopinabile (i tuoi ragionamenti mi son sì certi) d’aver conquistato la sua fiducia a tal punto (e prendon sì mia fede), che altri racconti a riguardo avrebbero su di lui l’effetto di carboni spenti (che li altri mi sarien carboni spenti).

Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
105 ché solo a ciò la mia mente rifiede».

Il pellegrino prosegue poi chiedendogli (Ma dimmi) se, fra i dannati che procedono (Ma dimmi, de la gente che procede) di sotto, la sua guida ne veda alcuni degni di nota (se tu ne vedi alcun degno di nota); essendo che solo a ciò la sua attenzione si sia nuovamente rivolta (la mia mente rifiede).

Allor mi disse: «Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
108 fu – quando Grecia fu di maschi vòta,
sì ch’a pena rimaser per le cune –
augure, e diede ’l punto con Calcanta
111 in Aulide a tagliar la prima fune.
Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
l’alta mia tragedìa in alcun loco:
114 ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

Virgilio risponde allora (Allor mi disse) indicando uno spirito la cui barba scende dalle gote infin sulle spalle (Quel che da la gota porge la barba in su le spalle) brune, colui che, quando la Grecia si spopolò di maschi (fu di maschi vòta), che a malapena ne rimasero all’interno delle culle (sì ch’a pena rimaser per le cune), fu indovino (augure) e che, insieme a Calcante (con Calcanta), predisse alla flotta ormeggiata in Aulide il momento migliore (diede ’l punto) per salpare (a tagliar la prima fune).

Il suo nome fu (ebbe nome) Euripilo, e in tal modo lo racconta (e così ’l canta) il suo sommo poema (l’alta mia tragedìa) in qualche passaggio (in alcun loco): che Dante, afferma il vate, dovrebbe ben sapere, avendo letto l’opera completa (ben lo sai tu che la sai tutta quanta).

Mitico eroe tessalo, Euripilo fu colui che, giunto a Troia con una flotta di quaranta navi, ebbe, secondo virgiliana esposizione, ruolo di primo spicco nel far entrare il legnoso cavallo entro le troiane mura. Dalle parole che l’Alighieri attribuisce a Virgilio nel lungo discorso di cui sopra, s’evince che Euripilo sia stato dotato in qualche misura di capacità preveggenti, in compagnia del grande veggente Calcante, della città di Argo; tuttavia, per l’autore dell’Eneide l’eroe tessalo fu mero delegato, inviato ad interrogare l’oracolo di Apollo dai Greci, impossibilitati a salpare per violenti nubifragi, nel tentativo d’ingraziarsi gli déi.

Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
117 de le magiche frode seppe ’l gioco.

Quell’altro, tanto smagrito sui fianchi (che ne’ fianchi è così poco), fu Michele Scoto, che conobbe appieno il gioco della frodi magiche (che veramente de le magiche frode seppe ’l gioco).

Filosofo accademico, alchimista ed astrologo scozzese, Michele Scoto godette di notevole pretigio, alla corte siciliana di Federico II di Svevia, a cavallo fra il dodicesimo ed il tredicesimo secolo, grazie alle superbe doti scientifiche, unite a quelle di traduttore dell’opera aristotelica; dicerie a riguardo delle sue pratiche astrologiche, verosimilmente all’epoca da taluni ritenute comparabili a pratica di preveggenza, ne ombreggiarono ingiustamente la nomea.

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
120 ora vorrebbe, ma tardi si pente.

Il poeta può vedere (Vedi) Guido Bonatti; poi Asdente, il cui desiderio, ora, sarebbe quello di dedicarsi all’attività di calzolaio (ch’avere inteso al cuoio e a lo spago ora vorrebbe), ma il suo pentimento è tardivo (tardi si pente).

Guido Bonatti, di forlivese nascita, fu trattatista di astrologia medievale, astronomo ed astrologo di notevole fama, durante il tredicesimo secolo; oltre a ruoli ricoperti in qualità d’astrologo ufficiale d’eminenti personalità politiche, accrescimento di popolarità gli valse l’aver previsto la vittoria ghibellina di Montaperti.

Benvenuto, soprannominato “Asdente” per via della’ enorme dentatura, fu parmense maestro calzolaio, distinto biblista ed esperto di letteratura astrologica e profetica, trasformando in attività pratica entrambe le conoscenze: la profetica, a partire dal 1258, e l’astrologica nel divenir consulente ufficiale del vescovo di Parma.

A dispetto dell’esistenza degna di stima di entrambi, sia Bonatti che Asdente vengono giudicati negativamente dal verseggiatore toscano, al punto da venir collocati nell’infernali profondità; non è dato sapere se l’Alighieri sia stato a conoscenza di fatti non pervenuti tramite la storia e se, più semplicemente, abbia preferito porre accento sulle pratiche, a suo parere biasimevoli, dei due uomini, rispetto alle loro meritevoli condotte.

Vedi le triste che lasciaron l’ago,
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
123 fecer malie con erbe e con imago.

Dante osservi (Vedi) dunque le sciagurate (triste) donne che abbandonarono ago, spola e filo (che lasciaron l’ago, la spuola e ’l fuso), quindi la pratica delle attività domestiche, per divenir veggenti (e fecersi ’ndivine); preparando incantesimi (fece malie) con erbe magiche ed immagini (con imago) di cera.

Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
d’amendue li emisperi e tocca l’onda
126 sotto Sobilia Caino e le spine;
e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
129 alcuna volta per la selva fonda».

Quindi Virgilio sprona il suo protetto a venire via (Ma vienne), avendo ormai (ormai) la luna (Caino e le spine), esser giunta all’orizzonte (ché già tiene ’l confine d’amendue li emisperi) e toccar l’acque marine nei pressi di Siviglia (sotto Sobilia); e già la notte precedente (iernotte) la luna fu piena (tonda): molto bene ne dovrebbe rimembrare il pellegrino (ben ten de’ ricordar), afferma il maestro, considerato che proprio il chiarore lunare talvolta gli fu di vantaggio nella selva oscura (ché non ti nocque alcuna volta per la selva fonda).

130 Sì mi parlava, e andavamo introcque.

In tal modo gli parla, mentre non smettono di camminare.

E nel conversar i due viandanti oltrepassano il ventesimo canto e “Così di ponte in ponte, altro parlando che la mia comedìa cantar non cura, venimmo;”…
 
 
 
 

Immagine in evidenza:
Priamo della Quercia (1400-1467), Manoscritto Yates Thompson, 1444-1450, British Library