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Divina Commedia: Inferno, Canto XVII

 
In ultima tappa nel terzo girone del VII cerchio, Dante e Virgilio aprono il canto con l’agghiacciante e puzzolente vista di Gerione, una mostruosa creatura che sale in volo dal basso Inferno la cui unica sembianza umana appartiene al suo viso, “faccia d’uom giusto”, sovrastante un possente corpo simile a quello d’un drago dalla coda di scorpione.

Nella mitologia greca Gerione ha il potere di mutare spesso forma, risultando difficile da combattere; nella Commedia, pur mantenendo l’immane forza caratteristica peculiare che lo rende invincibile, la ben definita corporeità è concepita dall’Alighieri come emblema della frode, ovvero il peccato che viene punito nelle dieci bolge del cerchio successivo, l’VIII, detto le Malebolge.

I due viandanti lo raggiungeranno nel seguente canto, dopo aver attraversato la ripa scoscesa in volo, planando circolarmente trasportati dallo stesso Gerione che, nelle doppie fattezze, ben ricalca il simbolo dell’inganno, portando viso degno di fiducia, poi celante un corpo velenoso ed appestante il mondo con il suo lezzo.

Prima di cavalcarne la groppa, il poeta incontra alcuni dannati, seduti e sottoposti ad atroce pena sotto la pioggia infuocata, dalla quale tentano di proteggersi dimenando le braccia; trattasi degli usurai, colpevoli di violenza contro l’arte, avendo nella loro vita tratto facile ed abbondante guadagno tramite l’inganno, senza dedicarsi alle sacre fatiche del lavoro.

Dopo breve conversazione il pellegrino raggiunge il suo maestro, esplodendogli il cuore di terrore al solo pensiero di calarsi nel vuoto sulla schiena della serpentina bestia, trovando poi il coraggio di salire, pur bramando un rincuorante abbraccio, desiderio che il duca capta, senza che il suo discepolo abbia a manifestarlo, pertanto cingendolo a rassicurante protezione.

La zelante descrizione del proprio sgomento che Dante riesce a ricamare fra terzine è meravigliosa similitudine in aggancio alla mitologia, quasi arrivando a rendere palpabile il suo tremore ed allo stesso tempo conducendo il lettore fra peripezie di divinità, infine ammarandolo in allentato e tondeggiante declino, al soffio del vento.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XVII. Jan van der Straet (1523–1605), Mappa del basso inferno, 1587 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Jan van der Straet (1523–1605)
Mappa del basso inferno,1587

 
 

«Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
3 Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!»

La strana figura apparsa a Dante si mostra come una bestia (Ecco la fiera) dalla coda appuntita (aguzza), in grado di oltrepassare montagne e sfondare le resistenze belliche (che passa i monti e rompe i muri e l’armi). Ecco dunque colei che invade l’intero mondo con il suo terribile fetore (che tutto ‘l mondo appuzza).

La furia con la quale la stessa giunge è metafora di frode, quell’inganno che riesce a distruggere ogni cosa e che porta addosso il nauseante lezzo dei peccati più orrendi.

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda,
6 vicino al fin d’i passeggiati marmi.

Così gliela descrive Virgilio iniziando a parlare (Sì cominciò lo mio duca a parlarmi); poi lo stesso le fa segno d’approdare (e accennolle che venisse a proda), vicino al termine dei rocciosi bordi percorribili (vicino al fin d’i passeggiati marmi).

E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
9 ma ’n su la riva non trasse la coda.

Dunque quella lurida immagine della frode (E quella sozza imagine di froda) giunge (sen venne), ma sulla sponda (’n su la riva) poggia testa e busto (e arrivò la testa e ’l busto), senza posar (non trasse) la coda.

La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
12 e d’un serpente tutto l’altro fusto;

La sua faccia è simile a quella d’un gentiluomo (La faccia sua era faccia d’uom giusto), altrettanto bonaria è la sua apparenza (tanto benigna avea di fuor la pelle), e tutto il resto del corpo ha le sembianze d’una serpe (d’un serpente tutto l’altro fusto);

due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
15 dipinti avea di nodi e di rotelle.

Ha due artigli pelosi (branche pelose) fin sotto le ascelle (insin l’ascelle); il dorso (lo dosso) e il petto ed entrambi i suoi fianchi (ambedue le coste) son decorati (dipinti avea) di nodi e di rotelle).

L’inganno vien concepito come un groviglio, un qualcosa di confuso, una specie di labirinto della mente.

Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
18 né fuor tai tele per Aragne imposte.

Queste decorazioni son di vari colori (Con più color), sia nel fondo che nel rilievo (sommesse e sovraposte), impareggiabile tramatura che né Tartari né Turchi furono mai in grado d’ordir (non fer mai) negli loro tappeti (drappi), tantomeno simili tele furono mai intrecciate (né fuor tai tele) da Aracne (per Aragne).

Il paragone prende a riferimento la maestria degli artigiani orientali i cui tappeti persiani, capolavori di tessitura, secondo la rimata comparazione, mai avrebbero raggiunto la complessità e l’intensità di colore dei decori della fiera, che tantomeno furono eguagliati dalle tele di Aracne, la giovane di Lidia della quale Ovidio narrò la sfida al telaio che la stessa lanciò contro Minerva (per la mitologia greca Atena), divinità romana della saggezza e della guerra virtuosa, ossia per giuste cause, nonché protettrice degli artigiani. Aracne, giovane della ionica città di Colofone, possedeva notevole abilità nella tessitura e le sue capacità erano tali dall’aver diffuso la convinzione, fra le ninfe Napee, che la stessa avesse appreso l’arte direttamente da Minerva, diceria al suo orgoglio sgradita a tal punto da indurla ad affermare il contrario, ovvero d’esser stata lei insegnante della dea e conducendosi tramite eccessiva superbia a sfidare la divinità in duello, come si evince fra il quarantanovesimo ed il sessantaquattresimo verso del sesto libro delle Metamorfosi:

Stupite le Napee dicean fra loro,
Con si gran studio ella il suo studio osserva,
E mesce cosi ben la seta, e l’oro,
E tutto quel, che l’arte amplia, e conserva,
Che mostra ben che dal celeste choro
Discesa ad insegnarle sia Minerva.
Ella superba il nega, e tiensi offesa,
D’haver da si gran Dea quell’arte appresa.

Venga dicea la Dea saggia, e pudica,
S’osa di starmi al par, qui meco in prova,
Che con ogni sua industria, ogni fatica,
Troverà l’arte mia più rara, e nova.
Buona fu già la sua scientia antica,
Ma ’l mio lavor l’uso moderno approva.
E se meglio la Dea vuol, ch’ io gliel mostri,
Armisi, e comparisca, e meco giostri.

In corso di sfida, alla perfezione della sua tela Minerva non resistette e, con ira, dopo averla distrutta, colpì Aracne con una spola, poi trasformandola in un ragno e costringendola a filare in eterno con la bocca, a condanna per la sua arroganza verbale.

Come talvolta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
21 e come là tra li Tedeschi lurchi
lo bivero s’assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
24 su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.

La bestia ignobile (la fiera pessima) sta posizionata (si stava) sul bordo di pietra (su l’orlo ch’è di pietra) che racchiude il sabbione infuocato (e ’l sabbion serra), alla stessa maniera (così) di come talvolta stanno a riva le zattere (chiatte), con una parte sommersa ed una parte sulla sponda (che parte sono in acqua e parte in terra), e come in germanico suolo (là), fra quei ghiottoni tedeschi (Tedeschi lurchi), il castoro (lo bivero) s’acquatta (s’assetta), immerso per metà, per tender agguato (a far sua guerra) alle proprie prede.

Secondo medievali descrizioni zoologiche raccolte nei bestiari, ovvero compendi descrittivi, tipici dell’epoca, dei comportamenti animali, teorie peraltro certificate da Pietro Alighieri, magistrato e critico letterario figlio di Dante e Gemma Donati, strategia di cattura dei castori era quella d’appostarsi immobile fra acqua e riva, attirando la preda tramite secrezioni dalla coda e quindi ghermendola all’improvviso.

Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
27 ch’a guisa di scorpion la punta armava.

La coda della fiera guizza completamente nel vuoto (Nel vano tutta sua coda guizzava), arrotolando in su (torcendo in sù) il velenoso uncino (la velenosa forca) che arma la sua punta (la punta armava) similmente ad uno scorpione (ch’a guisa di scorpion).

Lo duca disse: «Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
30 bestia malvagia che colà si corca».

Il duca dice (lo duca disse) al poeta che ora convenga (Or convien) che i due si avvicinino un poco (che si torca la nostra via un poco insino) a quell’infame (malvagia) bestia che in quel punto sta coricata (che colà si corca).

Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
33 per ben cessar la rena e la fiammella.

Pertanto i due discendono verso il lato destro del cornicione (Però scendemmo a la destra mammella), proseguendo di appena dieci passi sulla sua estremità (e diece passi femmo in su lo stremo), per attentamente evitare (per ben cessar) la sabbia (rena) e la pioggia infuocata (fiammella).

Dall’inizio del loro cammino, i due poetanti hanno sempre percorso i vari livelli in senso orario e questa è la seconda volta che la direzione s’inverte; la prima volta accadde fra gli eretici, nel sesto cerchio, nel penultimo verso del nono canto: “E poi ch’a la man destra si fu vòlto”. Secondo alcune interpretazioni, i dieci passi potrebbero simbolizzare le dieci bolge, che Dante e Virgilio si apprestano a visitare.

E quando noi a lei venuti semo,
poco più oltre veggio in su la rena
36 gente seder propinqua al loco scemo.

Ed una volta giunti a lei (E quando noi a lei venuti semo), poco più in là (oltre), sul sabbione (in su la rena), l’Alighieri nota delle anime (veggio gente) sedute al limite (seder propinqua) del precipizio (al loco scemo).

Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena
esperïenza d’esto giron porti»,
39 mi disse, «va, e vedi la lor mena.
Li tuoi ragionamenti sian là corti;
mentre che torni, parlerò con questa,
42 che ne conceda i suoi omeri forti.»

Qui (Quivi) il maestro esorta il proprio discepolo (mi disse) ad andare verso di loro, (va) per verificare la loro condizione (e vedi la lor mena), affinché (Acciò) la sua conoscenza di quel girone sia completa (che tutta piena esperïenza d’esto giron porti). Ma che il suo conversar non si dilunghi (Li tuoi ragionamenti sian là corti); durante l’attesa del pellegrino (mentre che torni), Virgilio parlerà con la bestia (parlerò con questa), perchè si renda disponibile ad offrir loro le sue prestanti spalle (che ne conceda i suoi omeri forti) per trasportarli.

Così ancor su per la strema testa
di quel settimo cerchio tutto solo
45 andai, dove sedea la gente mesta.

Così Dante s’avvia (andai) in solitaria (tutto solo) ancor percorrendo il bordo estremo (su per la strema testa) di quel settimo cerchio, dove siedono (sedea) gli spiriti dannati (la gente mesta).

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
di qua, di là soccorrien con le mani
48 quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
non altrimenti fan di state i cani
or col ceffo or col piè, quando son morsi
51 o da pulci o da mosche o da tafani.

Il dolore esplode lacrimando fuori dai loro occhi (Per li occhi fora scoppiava lor duolo); da ogni parte (di qua, di là) si proteggono (soccorrien) con le mani, sia dal piovente fuoco (quando a’ vapori) che dalla sabbia rovente (e quando al caldo suolo): proprio come (non altrimenti) d’estate fanno (fan di state) i cani, or con il muso (col ceffo) or con la zampa (col piè), quando son morsi o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
ne’ quali ’l doloroso foco casca,
54 non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi
che dal collo a ciascun pendea una tasca
ch’avea certo colore e certo segno,
57 e quindi par che ’l loro occhio si pasca.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XVII. Gli usurai (miniatura ferrarese, sec. XV) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gli usurai (miniatura ferrarese, sec. XV)

 
Il poeta, dopo averne scrutato attentamente i volti (Poi che nel viso a certi li occhi porsi), sui quali il dolente fuoco si scaglia (ne’ quali ’l doloroso foco casca), sfigurandoli, non ne riconosce nemmeno uno (non ne conobbi alcun); tuttavia nota (ma io m’accorsi) che dal collo di ognuno (a ciascun) pende (pendeva) una borsa (tasca) con un determinato colore ed un certo stemma (ch’avea certo colore e certo segno), di cui il loro sguardo pare nutrirsi (e quindi par che ’l loro occhio si pasca), dal continuo fissar quella “tasca”.

E com’io riguardando tra lor vegno,
in una borsa gialla vidi azzurro
60 che d’un leone avea faccia e contegno.

E non appena Dante giunge fra loro osservando con più attenzione (E com’io riguardando tra lor vegno), vede (vidi) una borsa di sfondo giallo (in una borsa gialla) ed una sagoma azzurra (azzurro) con sembianze e posa araldica d’un leone.

Lo stemma descritto, a tutt’oggi scolpito sulle mura del palazzo pretorio di Arezzo, appartenne all’antica e ricca famiglia fiorentina dei Gianfigliazzi, banchieri e commercianti le cui finanze s’accrebbero notevolmente e con celerità, a partire da alcune insolvenze del vescovo di Fiesole, poi accresciutesi grazie alla loro espansa attività d’usura, mite nei tassi in suol fiorentino, mostruosamente elevata negli stessi in quel di Francia.

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
vidine un’altra come sangue rossa,
63 mostrando un’oca bianca più che burro.

Poi, scorrendo avanti il proprio sguardo (procedendo di mio sguardo il curro), il pellegrino vede un’altra borsa (vidine un’altra) rossa come il sangue, raffigurante (mostrando) un’oca di tonalità bianco-panna (bianca più che burro).

Fu lo stemma degli Obriachi, riportati anche come: Ebriaci, Imbriaci, Ubriachi oppure Ubbriachi, ovvero una potente famiglia ghibellina di Firenze, dedita ad attività bancarie e di strozzinaggio, in particolar modo in terra sicula.

E un che d’una scrofa azzurra e grossa
segnato avea lo suo sacchetto bianco,
66 mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
sappi che ’l mio vicin Vitalïano
69 sederà qui dal mio sinistro fianco.

Ed uno di loro (E un) la cui borsa al collo, di sfondo bianco (lo suo sacchetto bianco), porta raffigurata (segnato avea) una scrofa azzurra e gravida (grossa), chiede a Dante (mi disse) che cosa ci faccia in quel baratro (Che fai tu in questa fossa), intimandolo ad andarsene (Or tu te ne va); ma considerato il fatto ch’egli è ancora vivo (e perché se’ vivo anco), sappia (sappi) che il suo compaesano Vitaliano (sappi che ’l mio vicin Vitalïano) sarà presto tempo seduto alla sua sinistra (sederà qui dal mio sinistro fianco).

Con questi Fiorentin son padoano:
spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
72 gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,
che recherà la tasca con tre becchi!”».
Qui distorse la bocca e di fuor trasse
75 la lingua, come bue che ’l naso lecchi.

Lo scortese dannato prosegue affermando d’esser originario di Padova (son padoano) in mezzo ai fiorentini (Con questi Fiorentin): numerose volte gli stessi gli annoiano l’udito (spesse fïate mi ’ntronan li orecchi) a furia di gridare (gridando) chiedendo quando verrà il cavalier supremo (Vegna ’l cavalier sovrano), colui la cui borsa (che recherà la tasca) raffigura tre becchi.

Lo stemma della scrofa azzurra richiama la nobile famiglia padovana dei Rovegni che l’autore colloca fra gli usurai per la loro ipotetica attività di prestito applicata fra gli studenti di Padova; parente degli stessi, fu il politico Vitaliano del Dente, sposo d’una delle figlie degli Scrovegni, citato insieme al politico e banchiere Giovanni Di Buiamonte de’ Becchi, la cui casata fiorentina portava stemma dorato con tre caproni neri ad effige e che i dannati di cui sopra ritengono il “cavalier sovrano”, quasi a volerne attribuire titolo supremo in attività di strozzinaggio, benché questa non sia interpretazione certa.

E io, temendo no ’l più star crucciasse
lui che di poco star m’avea ’mmonito,
78 torna’ mi in dietro da l’anime lasse.

A questo punto il poeta (E io), temendo che un suo ulteriore rimanere (temendo no ’l più star) possa causar cruccio (crucciasse) alla sua spiritual guida, che poco prima gli aveva raccomandato di non soffermarsi eccessivamente (lui che di poco star m’avea ’mmonito), si allontana dalle meste anime (torna’ mi in dietro da l’anime lasse).

Trova’ il duca mio ch’era salito
già su la groppa del fiero animale,
81 e disse a me: «Or sie forte e ardito.
Omai si scende per sì fatte scale;
monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
84 sì che la coda non possa far male».

Il pellegrino trova il suo duca (Trova’ il duca mio) già in groppa all’orripilante animale (ch’era salito già su la groppa del fiero animale) e lo stesso gli dice (e disse a me) ch’è giunto il momento d’essere tenace e coraggioso (Or sie forte e ardito), in quanto da quel momento (Omai) la loro discesa avverrà tramite simili modalità di trasporto (si scende per sì fatte scale); e perché il discepolo non corra il rischio d’esser ferito dalla coda (sì che la coda non possa far male), il maestro lo invita a montar davanti (monta dinanzi) a lui, suo desiderio è infatti quello di stare a protezione del suo protetto posizionandosi in mezzo (ch’i’ voglio esser mezzo).

Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
de la quartana, c’ ha già l’unghie smorte,
87 e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
tal divenn’io a le parole porte;
ma vergogna mi fé le sue minacce,
90 che innanzi a buon segnor fa servo forte.

All’immaginar di cavalcare quella belva, l’Alighieri è terrificato e come chi sente affiorare repulsione (Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo) per i sintomi tipici dell’intermittente febbre malarica che ricompare ogni quattro giorni (de la quartana), avendo le unghie già scolorite (c’ ha già l’unghie smorte) e tremando completamente (triema tutto) al sol veder una zona d’ombra (pur guardando ’l rezzo), tale si sente lui (tal divenn’io) all’udir le parole rivoltegli (a le parole porte); ma tormentato dal suo senso di vergogna (ma vergogna mi fé le sue minacce), la stessa diviene sprone che lo rinvigorisce dandosi un contegno, come succede al servitore (fa servo forte) nei confronti del proprio signore (che innanzi a buon segnor).

I’ m’assettai in su quelle spallacce;
sì volli dir, ma la voce non venne
93 com’io credetti: ’Fa che tu m’abbracce’.
Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
ad altro forse, tosto ch’i’ montai
96 con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
e disse: «Gerïon, moviti omai:
le rote larghe, e lo scender sia poco;
99 pensa la nova soma che tu hai».

Dante siede a cavalcioni (m’assettai in su) di quelle spallacce; intimo suo desiderio (sì volli dir) è sull’istante quello di chiedere alla sua guida di abbracciarlo stretto (Fa che tu m’abbracce), ma le sue parole non fuoriescono (la voce non venne) com’egli avrebbe invece pensato (com’io credetti) di riuscire a fare.

Ma Virgilio (esso), che altre volte l’ha aiutato (ch’altra volta mi sovvenne) in altre situazioni di tentennamento (ad altro forse), nell’immediato del suo montare (tosto ch’i’ montai) con le braccia lo cinge e lo sostiene;

quindi si rivolge (e disse) alla bestia, appellandola con il nome di Gerione, spronandola a partire (Gerïon, moviti omai) ed assicurandosi che la stessa volteggi in modo ampio e circolare (le rote larghe), discendendo in maniera morbida, lenta e graduale (e lo scender sia poco); in ultimo spronandola a tenere ben presente il delicato e singolare carico (pensa la nova soma) ch’egli sta per trasportare (che tu hai).

Per l’ennesima volta, intenzione del poetante è il porre accento sul reciproco rapporto di fiducia che lo lega al suo maestro, stavolta arricchendone l’intensità d’empatica sfumatura, nella capacità del vate di percepirne i pensieri e le emozioni, subitamente accorrendo in un avvolgente abbraccio che lenisca e consoli ogni affanno.

Gerione è personaggio mitologico greco descritto da più autori. Figlio del gigante Crisaore e dell’oceanina Calliroe, leggenda lo vuole gigante con tre corpi, guardiano di giovenche nell’isola di Eritea, per rubargli le quali il forzuto Eracle (l’Ercole latino), incaricato dal re di Micene Euristeo, lo uccise.

Come la navicella esce di loco
in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
102 e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
là ’v’era ’l petto, la coda rivolse,
e quella tesa, come anguilla, mosse,
105 e con le branche l’aere a sé raccolse.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XVII. Roberto Bompiani (1821-1908), Dante e Virgilio portati in volo da Gerione, 1893 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Roberto Bompiani (1821-1908)
Dante e Virgilio portati in volo da Gerione, 1893

 
Pertanto Gerione si distacca (quindi si tolse) indietro lentamente (in dietro in dietro), così (sì) come una piccola imbarcazione (la navicella) che fuoriesca dal porto (esce di loco); e dopo aver guadagnato ampio spazio di manovra (e poi ch’al tutto si sentì a gioco), esso rivolge la coda al petto (là ’v’era ’l petto, la coda rivolse), per non ferire i suoi ospiti e, dopo averla tesa (e dopo quella tesa), come un’anguilla, la muove (mosse), agitando braccia ed artigli per raccogliere aria (e con le branche l’aere a sé raccolse), come nell’atto di nuotare durante il volo.

Maggior paura non credo che fosse
quando Fetonte abbandonò li freni,
108 per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
né quando Icaro misero le reni
sentì spennar per la scaldata cera,
111 gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
114 ogne veduta fuor che de la fera.

Quando il poeta percepisce di essere sospeso completamente nel vuoto (quando vidi ch’i’ era ne l’aere d’ogne parte), e che ogni vista gli è impedita (e vidi spenta ogni veduta) in quanto l’enorme corpo di Gerione gli ostacola ogni altra visione (fuor che de la fera), in cuor suo sente una paura terrificante al punto d’arrivare a ritenerla maggiore (Maggior paura non credo che fosse, che la mia) di quella che provò Fetonte quando mollò le redini (quando Fetonte abbandonò li freni), motivo per cui il cielo (per che ’l ciel), come ancor si può vedere (come pare ancor), s’incendiò (si cosse);

timore tanto devastante, quello del pellegrino, che nemmeno al povero Icaro fu dato di percepire di cotanta intensità quando sentì la sua schiena spennarsi (né quando Icaro misero le reni sentì spennar), per lo scioglimento della cera (per la scaldata cera) con cui gli erano state appiccicate le ali, gridandogli il padre disperato (il padre a lui) d’aver sbagliato rotta (Mala via tieni).

Fetonte fu immaginario protagonista della storia secondo la quale, colui che era figlio del dio del sole Apollo (Helios), si pose ad inesperta guida del carro paterno, perdendone il controllo e precipitando nell’Eridano (Po), forse fulminato da Zeus; la caduta infiammò il cielo e si narra che la via lattea ne sia il segno rimasto. Alla sua morte, le sorelle Eliadi s’abbandonarono a sconsolati pianti, fino ad esser trasformate in pioppi.

Figlio del mitologico inventore Dedalo e Naucrate, schiava del re di Creta Minosse, innamorata di Dedalo, Icaro, imprigionato con suo padre nel labirinto di Creta, fuggì grazie a delle ali di paterna invenzione, poi attaccate ai loro corpi con della cera; nell’entusiasmo del volo, l’eccessivo avvicinamento d’Icaro al sole ne sciolse la cera, causandone la morte per caduta nell’Egeo.

Ella sen va notando lenta lenta;
rota e discende, ma non me n’accorgo
117 se non che al viso e di sotto mi venta.

Gerione (Ella) se ne va nuotando lentamente (sen va notando lenta lenta) nell’aria; discende roteando (rota e discende), senza che l’Alighieri se ne accorga (ma non me n’accorgo) se non per il fatto di percepire il vento sul volto e al di sotto di sé (se non che al viso e di sotto mi venta).

Io sentia già da la man destra il gorgo
far sotto noi un orribile scroscio,
120 per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.

Dalla sua parte destra (da la man destra), Dante già inizia ad udire (Io sentita già) il sottostante e terribile fragore (far sotto noi un orribile scroscio) prodotto dalla cascata (gorgo) del Flegetonte, nel suo infrangersi al successivo girone, ragion per cui egli leggermente sporge il capo per guardare di sotto (per che con li occhi ’n giù la testa sporgo).

Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
123 ond’io tremando tutto mi raccoscio.

Dunque il poeta, vedendo fuochi e sentendo lamenti (però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti), rimane ancor più intimorito (Allor fu’ io più timido) al pensiero dell’impatto finale (a lo stoscio); di conseguenza interamente tremando e rannicchiandosi (ond’io tremando tutto mi raccoscio).

E vidi poi, ché nol vedea davanti,
lo scendere e ’l girar per li gran mali
126 che s’appressavan da diversi canti.

Egli inizia a scorgere (E vidi poi) ciò che prima non poteva vedere davanti a sé (ché nol vedea davanti), ovvero la roteante discesa (lo scendere e ’l girar) attraverso le grandi pene (per li grandi mali) che provengono da più direzioni (che s’appressavan da diversi canti).

Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
che sanza veder logoro o uccello
129 fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
discende lasso onde si move isnello,
per cento rote, e da lunge si pone
132 dal suo maestro, disdegnoso e fello;

Quindi, come il falcone che è da tempo in volo (Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali), senza aver visto esca lanciata (che sanza veder logoro) o uccello alcuno, porta il falconiere a dirgli (fa dire), con rammarico (Omè) di scendere (tu cali), ed esso plana stanco (lasso) da dove si è mosso con agilità (onde si move isnello), roteando in cento spirali (per cento rote) e posizionandosi lontano (e da lunge si pone) dal suo ammaestratore, incattivito (disdegnoso) ed afflitto (fello);

così ne puose al fondo Gerïone
al piè al piè de la stagliata rocca,
135 e, discarcate le nostre persone,

così Gerione lascia sul fondo i due viandanti (così ne puose al fondo Gerïone), proprio a filo (al piè al piè) del roccioso strapiombo (de la stagliata rocca), e, scaricati i due poeti (discarcate le nostre persone),

136 si dileguò come da corda cocca.

si dilegua con la stessa velocità di una freccia quando la sua cocca si stacca dall’arco (da corda).

Superata la ripa scoscesa, “Luogo è in inferno detto Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, come la cerchia che dintorno il volge”…
 
 
 
 

Immagine in evidenza:
Andrey Shishkin (1960), Dante e Virgilio, 2015