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Divina Commedia: Inferno, Canto XIV

 
Poco prima dell’entrata nel terzo ed ultimo girone del VII cerchio ed appena congedatisi dall’angustiato cespuglio, i due poetanti s’avvicinano ad una desertica distesa infuocata, nella quale stanno i violenti contro Dio, raggruppanti coloro che manifestano violenza contro il divino, contro l’arte, intesa come opera di lavoro, e contro la natura.

Dante potrà osservare le rispettive anime in differenti posizioni e tormenti, sotto un cielo piovente lamelle di fuoco che rimembrano antiche battaglie.

Proseguendo il loro tragitto e lasciandosi alle spalle la tracotanza d’un dannato di nome Capaneo, verso il quale Virgilio urlerà come mai accaduto prima, guida e pellegrino discorreranno sull’idrografia dei fiumi infernali ed il canto srotolerà le proprie terzine sulla loro formazione, fra mitologia e letteratura.

Protagonista indiscusso del fluviale originarsi è il “gran veglio”, ovvero una gigantesca statua già citata nella Bibbia come presenza onirica nel sonno di Nabucodonosor; tramandata e trascritta nei classici testi di vari autori, la scultura posta fra rime dal fiorentin verseggiatore, oltre ad assumere precisa posizione geografica, viene immaginata come un incessante sgorgar di lacrime che, scorrendo fra le sue crepe, raggiungono l’oltretomba sotto forma di fiume.

Deliziosa aggiunta di dantesca inventiva che, oltre a dar la sensazione d’un pietroso lagrimar che si fa paterna origine dei fiumi nell’accumulo del suo pianto, l’autore dona in aggancio al suo alter ego letterario offrendogli la possibilità di porre quesiti ben precisi al savio suo maestro, fra le righe accennando alla di lui opera, l’Eneide, di cui fu fedele ed appassionato estimatore oltre tempo.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XIV. Priamo della Quercia (ca.1400-1467) Dante e Virgilio, circondati da quattro personaggi rappresentanti Giustizia, Potere, Pace e Temperanza, 1444-1450 (Manoscritto Yates Thompson, originariamente realizzato per volontà di Alfonso V, re di Napoli) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Priamo della Quercia (ca.1400-1467)
Dante e Virgilio circondati da quattro personaggi rappresentanti Giustizia, Potere, Pace e Temperanza, 1444-1450
(Manoscritto Yates Thompson, originariamente realizzato per volontà di Alfonso V, re di Napoli)

 

Poi che la carità del natio loco
mi strinse, raunai le fronde sparte
3 e rende’ le a colui, ch’era già fioco.

Ancora ai piedi del rammaricato e sanguinante arbusto, Dante, poiché estremamente commosso dalla carità di patria (Poi che la carità del natio loco mi strinse), ne raduna i ramoscelli sparsi (raunai le fronde sparte) e li rende allo stesso (e rende’ le a colui), che già s’è ammutolito (ch’era già fioco).

Indi venimmo al fine ove si parte
lo secondo giron dal terzo, e dove
6 si vede di giustizia orribil arte.

Quindi lui e Virgilio giungono al confine (Indi venimmo al fine) dove il secondo girone si divide (ove si parte lo secondo giron) dal terzo, e dove si vede l’orribile attuazione della giustizia divina (di giustizia orribil arte).

A ben manifestar le cose nove,
dico che arrivammo ad una landa
9 che dal suo letto ogne pianta rimove.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XIV. Gustave Doré (1832-1883), Sabbione dei violenti • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
Sabbione dei violenti

 
Al fin di ben descrivere cose mai viste (A ben manifestar le cose nove), il dantesco verseggiatore narra del loro arrivo (dico che arrivammo) nei pressi d’una brughiera (ad una landa) che rende inospitale il proprio suolo a qualsiasi pianta (che dal suo letto ogni pianta rimove).

L’Alighieri si riferisce al desertica distesa infuocata che gli era stata preannunciata dal buon maestro nel primo girone e le cui parole furono “Prima che più entre, sappi che se’ nel secondo girone, e sarai mentre che tu verrai ne l’orribil sabbione”.

La dolorosa selva l’è ghirlanda
intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
12 quivi fermammo i passi a randa a randa.

Il dolente bosco (La dolorosa selva) appena lasciato, circonda (l’è ghirlanda intorno) la desertica pianura, proprio come il Flegetonte circondava la boscaglia (come ’l fosso tristo ad essa); qui i due poeti arrestano il loro cammino (quivi fermammo i passi) proprio sul bordo (a randa a randa) del precipizio.

Lo spazzo era una rena arida e spessa,
non d’altra foggia fatta che colei
15 che fu da’ piè di Caton già soppressa.

Il terreno è una renella (rena) riarsa (arida) e compatta (spessa), di non differente fattezza rispetto a quella (non d’altra foggia fatta che colei) che fu già calpestata da Catone (che fu da’ piè di Caton già soppressa).

Marco Porcio Catone, soprannominato “il Giovane” o “l’Uticense”, combattè contro Cesare ed il suo avventurarsi con le truppe nel deserto libico è accennato da Marco Anneo Lucano nel IX libro della sua Farsaglia, dove lo stesso sprona le sue truppe a sfidar condizioni estreme sulla spinta d’un sentito patriottismo.

O vendetta di Dio, quanto tu dei
esser temuta da ciascun che legge
18 ciò che fu manifesto a li occhi miei!

In evocazione alla vendetta divina (O vendetta di Dio), lo stupito poetante si chiede quanto la stessa debba (quanto tu dei) esser temuta da chiunque legga (da ciascun che legge) ciò che gli si manifesta alla vista (ciò che fu manifesto a li occhi miei!).
                            

D’anime nude vidi molte gregge
che piangean tutte assai miseramente,
21 e parea posta lor diversa legge.

Egli vede infatti numerosi affollamenti (vidi molte gregge) d’anime nude che piangono tutte alquanto penosamente (che piangean tutte assai miseramente), e paiono soggiogate a differente pena (e parea posta lor diversa legge).

Supin giacea in terra alcuna gente,
alcuna si sedea tutta raccolta,
24 e altra andava continuamente.

Alcune di loro giacciono a terra supine (Supin giacea in terra alcuna gente), altre stanno sedute raccolte su se stesse (alcuna si sedea tutta raccolta), ed altre ancora camminano ininterrottamente (e altra andava continuamente).

Quella che giva ‘ntorno era più molta,
e quella men che giacëa al tormento,
27 ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Le anime che girano intorno (Quella che giva ‘ntorno) senza sosta sono le più cospicue, mentre esigue quelle che, sdraiate, sottostanno alla pena (e quella men che giacëa al tormento), ma, quest’ultime, sono anche quelle più propense al lamento (ma più al duolo avea la lingua sciolta).

Delle anime incontrate, le supine sono i bestemmiatori, le sedute a raccoglimento quelle degli usurai, infine quelle che si muovono senza sosta appartengono ai sodomiti. La bestemmia sfregia il divino in maniera diretta, disconoscendone l’autorità ed appartenendo ai violenti contro Dio; l’usura offende l’umana laboriosità, sacrosanta al proprio mantenimento rispetto al guadagno facile e disonesto e grave colpa dei violenti contro l’arte; i sodomiti, atti a pratiche sessuali ritenute contro innaturali, rappresentano i violenti contro la natura.
                      

Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
30 come di neve in alpe sanza vento.

Sopra l’intero sabbione (Sovra tutto ’l sabbion), piovono (piovean) espanse lamine infuocate (di foco dilatate falde), lente nel cadere (d’un cader lento) come fiocchi di neve (come di neve in alpe) che pacatamente scendano in assenza di vento (senza vento).

Quali Alessandro in quelle parti calde
d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
33 fiamme cadere infino a terra salde,
per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
36 mei si stingueva mentre ch’era solo:
tale scendeva l’etternale ardore;
onde la rena s’accendea, com’esca
39 sotto focile, a doppiar lo dolore.

Come (Quali) Alessandro, nelle cocenti regioni dell’India (in quelle parti calde d’Indïa), vide cadere sulle sue milizie (vide sopra ’l süo stuolo cadere), fiamme che giungevano a terra intatte (in fino a terra salde), motivo per cui egli s’assicurò affinché le sue truppe (per ch’ei provide con le sue schiere) pestassero ripetutamente il terreno (a scalpitar lo suolo), al fine di smorzare meglio gli ardenti vapori (che lo vapore mei si stingueva) approfittando del fatto che fossero isolati (mentre ch’era solo): in tali modo scendono le fiamme eterne (tale scendeva l’etternale ardore); pertanto la sabbia s’attizza (onde la rena s’accendea), come l’esca sotto i colpi del battifuoco (com’esca sotto focile), in maniera da raddoppiar (a doppiar) il dolore dei dannati.

Sanza riposo mai era la tresca
de le misere mani, or quindi or quinci
42 escotendo da sé l’arsura fresca.

Senza tregua (Sanza riposo mai) è il dimenare (la tresca) delle lor miserevoli (de le misere) mani, or di qui or di là (or quindi or quinci) per scuotersi di dosso (escotendo da sé) il bollore appena sceso (l’arsura fresca).

I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci
tutte le cose, fuor che’ demon duri
45 ch’a l’ intrar de la porta incontra uscinci,
chi è quel grande che non par che curi
lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
48 sì che la pioggia non par che ’l marturi?».

Il pellegrino si rivolge al suo maestro (I’ cominciai: «Maestro), chiedendo se proprio lui ch’è in grado di vincere su tutto (tu che vinci su tutte le cose), tranne che sugli incaponiti demoni (fuor che’ demon duri) i quali, sull’ingresso dell’uscio (ch’a l’ intrar de la porta), s’avventarono contro i due poeti allontanandoli (incontra uscinci), gli possa svelare chi sia (chi è) quel grande che parrebbe non preoccuparsi dell’incendio (che non par che curi lo ’ncendio), giacendo altezzoso e truce (e giace dispettoso e torto), al punto che l’infuocata pioggia sembrerebbe non procuragli dolore alcuno (sì che la pioggia non par che ’l marturi).

L’autore della Commedia balza improvvisamente a ritroso nel tempo, ritornando all’episodio ch’enormemente afflisse Virgilio nel tentativo, non andato a buon fine, di convincere i diavoli ad aprir loro un varco per la città di Dite, ottenendo, al contrario, un’irata ed imperturbabile opposizione degli stessi, poi assoggettatisi al richiamo del messo celeste accorso in sostegno dei due viandanti.

E quel medesmo, che si fu accorto
ch’io domandava il mio duca di lui,
51 gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
crucciato prese la folgore aguta
54 onde l’ultimo dì percosso fui;
o s’elli stanchi li altri a muta a muta
in Mongibello a la focina negra,
57 chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
sì com’el fece a la pugna di Flegra,
e me saetti con tutta sua forza,
60 non ne potrebbe aver vendetta allegra

E lo stesso (E quel medesmo), accortosi (che si fu accorto) delle notizie su di lui richieste dal discepolo al proprio duca (ch’io domandava il mio duca di lui), esclama gridando (gridò): “Come fui da vivente tale e quale son da morto (Qual io fui vivo, tal son morto).

Anche se Giove sfiancasse (Se Giove stanchi) il suo Vulcano (’l suo fabbro) dal quale, incollerito (crucciato), prese l’acuminato fulmine (la folgore aguta) da cui fui colpito l’ultimo giorno della mia vita (onde l’ultimo dì percosso fui);

o s’egli sfiancasse (o s’elli stanchi) i Ciclopi (li altri) che lavorano a turni obbligati (a muta a muta) nella fuligginosa (negra) miniera (forcina) dell’Etna (in Mongibello), invocando (chiamando): “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, così come fece nella battaglia (sì com’el fece a la pugna) di Flegra, e mi saetti pure con tutta la sua potenza (e me saetti con tutta sua forza), non ne trarrebbe comunque un’appagante vendetta (non ne potrebbe aver vendetta allegra).

Figura mitologica classica, Capaneo fu uno dei sette re che assediarono Tebe e che il poeta latino Stazio descrisse di smisurata corporatura ed irrefrenabile supponenza, caratteristiche fisiche e caratteriali che lo portarono a sfidare lo stesso Giove, divinità suprema, dal quale fu folgorato mentre tentava di scalare le mura della greca cittadina. La saetta che lo perì fu prelevata da Giove dal “’l suo fabbro”, ovvero dal figlio, avuto dalla dea celeste e lunare Giunone, Vulcano, fabbricante di fulmini nel cratere dell’Etna.
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XIV. William Blake (1757-1827), Capaneus the Blasphemer, 1824-1827 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William Blake (1757-1827)
Capaneus the Blasphemer, 1824-1827

 
La “pugna di Flegra” è l’omonima battaglia per combatter la quale Giove raggruppò tutti gli dèi dell’Olimpo e fece costruir numerose armi allo scopo di soggiogare i Giganti titani ribelli; l’altezzosità di Capaneo lo porta dunque ad affermare che la stessa divinità non riuscirebbe a gratificare il suo senso di vendetta nemmeno se dovesse sfogargli contro similar potenza bellica.

Allora il duca mio parlò di forza
tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
63 «O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

                   

la tua superbia, se’ tu più punito:
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
66 sarebbe al tuo furor dolor compito».

Al che il duca urla con una tale veemenza (Allora il duca mio parlò di forza tanto), che Dante mai l’udì gridare in tal maniera (ch’i’ non l’avea sì forte udito): il vate ammonisce lo spirito (O Capaneo) rimproverandogli che il non essere in grado di mitigarsi nell’eccessiva alterigia (in ciò che non s’ammorza la tua superbia), renda più greve la sua pena (se’ tu più punito): nessun tormento (nullo martirio) sarebbe quindi più adatto a castigare la sua furia (sarebbe al tuo furor dolor compito), meglio dell’ira che gli appartiene (fuor che la tua rabbia), logorandolo.

Poi si rivolse a me con miglior labbia
dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
69 ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti
72 sono al suo petto assai debiti fregi.
Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
75 ma sempre al bosco tien li piedi stretti».

Quindi il vate, con viso più sereno (con miglior labbia), si rivolge al fiorentin rimatore (Poi si rivolse a me) dicendo lui che l’irriverente spirito fu uno dei sette re (Quei fu l’un d’i sette regi) che posero Tebe sotto assedio (ch’assiser Tebe); egli provò forte avversione nei confronti del divino (ed ebbe Dio in disdegno), che parrebbe abbia ancora (e par ch’elli abbia) ed a quanto sembra persiste nell’ignorarlo (e poco par che ’l pregi); ma, come il maestro gli ha da poco detto (com’io dissi lui), le sue stizze (li suoi dispetti) son fregio assai degno (assai debiti fregi) al suo petto.

Quindi la spiritual guida sprona il proprio protetto a seguirla (Or mi vien dietro), raccomandandogli di star di nuovo accorto (e guarda, ancor), e di non mettere i piedi (che non metti li piedi) nella sabbia abbruciacchiata (ne la rena arsiccia); ma di camminare sempre a pelo di bosco (ma sempre al bosco tien li piedi stretti).

Essendo Giove il dio di tutti gli dèi, la sfrontata irriverenza di Capaneo nei suoi confronti lo rende colpevole di bestemmia divina, con pena derivata dal proprio atteggiamento.

Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
fuor de la selva un picciol fiumicello,
78 lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

In silenzio (Tacendo), i due poeti giungono nel punto in cui (divenimmo là ’ve), fuori dal bosco (fuor de la selva), spunta (spiccia) un modesto rivo (picciol fiumicello), il cui colore rosso (lo cui rossore), al sol ripensarci, inorridisce il pellegrino (ancor mi raccapriccia).

Il “rossore” è il medesimo sanguigno del Flegetonte, essendo che il piccolo ruscello proviene dallo stesso.

Quale del Bulicame esce ruscello
che parton poi tra lor le peccatrici,
81 tal per la rena giù sen giva quello.

Come dal (Qual del) “Bulicame” esce un ruscello le cui acque si vengono spartite dalle prostitute (che parton poi tra lor le peccatrici), allo stesso modo (tal) quel piccolo rio scorre giù per la distesa sabbiosa (per la rena giù sen giva quello).

Lo fondo suo e ambo le pendici
fatt’era ’n pietra, e ’ margini da lato;
84 per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.

Il suo letto (Lo fondo suo), entrambe le sponde (e ambo le pendici) e gli argini (e ’ margini da lato) sono fatti di pietra, quindi artificiali; è notando questo (per ch’io m’accorsi) che il poeta fiorentino intuisce esser quello il punto di passaggio (che ’l passo era lici).

«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
poscia che noi intrammo per la porta
87 lo cui sogliare a nessuno è negato,
cosa non fu da li tuoi occhi scorta
notabile com’è ’l presente rio,
90 che sovra sé tutte fiammelle ammorta».

A questo punto Virgilio dice al proprio discepolo che, fra tutto quanto mostratogli (Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato), dopo che i due varcarono l’ingresso (poscia che noi intrammo per la porta) la cui soglia a nessuno è negata (lo cui sogliare a nessuno è negato), ovvero la porta infernale, nessuna cosa è stata finora osservata dagli occhi di Dante (cosa non fu da li tuoi occhi scorta) che sia considerevole (notabile) tanto quanto il presente rigagnolo (com’è ’l presente rio), che sulla sua superficie (sovra sè) tutte le fiammelle smorza.

La “porta lo cui sogliare a nessuno è negato” è la prima varcata dai due poeti ed arrecante la minacciosa scritta di lasciare ogni speranza, entrando, che tanto scombussolò il pellegrino all’inizio del suo viaggio.

Queste parole fuor del duca mio;
per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
93 di cui largito m’avëa il disio.

Queste le parole pronunciate dal duca (Queste parole fuor del duca mio); sicché il toscan verseggiatore lo prega (per ch’io ’l pregai) di soddisfare la fame (mi largisse ’l pasto) con la quale gli ha stimolato il desiderio (di cui cui largito m’avëa il disio) d’apprendere.

«In mezzo mar siede un paese guasto»,
diss’elli allora, «che s’appella Creta,
96 sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.

Il vate quindi spiega (diss’elli allora) che in mezzo al Mediterraneo (mar) si trova un paese andato in rovina (siede un paese guasto) di nome (che s’appella) Creta, sotto il cui re il mondo, ai tempi, visse periodi di pace.

Una montagna v’è che già fu lieta
d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
99 or è diserta come cosa vieta.

Su quest’isola vi è una montagna di nome Ida (Una montagna v’è, che si chiamò Ida) e che all’epoca arra abbellita (già fu lieta) d’acqua e di piante (fronde); mentre ora è brulla (or è diserta) come fosse cosa vecchia (vieta).

Rëa la scelse già per cuna fida
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
102 quando piangea, vi facea far le grida.

Rhea (Rëa) la scelse per tempo come culla fidata (già per cuna fida) del suo figliuolo, e per meglio nasconderlo (celarlo), quando piangeva (piangea), creava baccano (vi faceva far le grida) al fin di mascherare il pianto.

Rhea fu, nella mitologia classica, sposa di Saturno e madre di Giove; lo stesso Saturno, nel timore che i suoi figli potessero offuscarne il potere, aveva l’abitudine d’inghiottirli appena nati, tranne appunto Giove, che la madre riuscì a salvare nascondendolo nella grotta di Psychro, sul cretese Monte Ditte; il figlio tratto in salvo, una volta cresciuto, oltre a spodestare il padre l’obbligò a risputare i figli ingoiati.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver’ Dammiata
105 e Roma guarda come süo speglio.

Dentro una caverna del monte sta la statua del veglio di Creta (Dentro dal monte sta dritto un gran veglio), che rivolge le spalle a Damietta (che tien volte le spalle inver’ Dammiata) e sta frontalmente a Roma guardandola come fosse il suo specchio (Roma guarda come süo speglio).
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XIV. William Blake (1757-1827), The Old Man of Creta, 1824-1827 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William Blake (1757-1827)
The Old Man of Creta, 1824-1827

 
Il “veglio di Creta” è una ciclopica statua, di probabile ispirazione sia biblica che classica, che l’Alighieri colloca nei pressi del greco monte Ida, o l’odierno Psiloritis, immaginandola rivolta verso Roma, pertanto di spalle rispetto alla città egizia di Damietta ed in allegorico equilibrio fra l’antiche civiltà orientali e quella latina.

La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e ’l petto,
108 poi è di rame infino a la forcata;
da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che ’l destro piede è terra cotta;
111 e sta ’n su quel più che ’n su l’altro, eretto.

La sua testa è formata d’oro finissimo (di fin oro), le braccia ed il petto son in puro argento, poi è di rame fino al punto in cui si dividono le gambe (in fino alla forcata); da qui in giù (giusto) è tutto ferro autentico (eletto), a parte il piede destro che è di terra cotta (salvo che ’l destro piede è terra cotta); ed il peso della statua grava più su quel piede che sull’altro (e sta ’n su quel più che ’n su l’altro, eretto)

Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
d’una fessura che lagrime goccia,
114 le quali, accolte, fóran quella grotta.

Ogni (Ciascuna) parte, ad esclusione i quella d’oro (fuor che l’oro), è crepata (rotta) da una fessura che perde lacrime (d’una fessura che lagrime goccia), le quali, accumulatesi (raccolte), perforano la caverna (fóran quella grotta).

Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
117 poi sen van giù per questa stretta doccia,
infin, là ove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
120 tu lo vedrai, però qui non si conta».

Il loro (Lor) corso s’espande di guizzo in guizzo (si diroccia) nella valle; ed originano i fiumi Acheronte, Stige e Flegetonte (Flegetonta); poi, se ne discendono ulteriormente per il dirupo (poi sen van giù per questa stretta doccia), fino alla fine (infin), là dove più non si può digradare (là ove più non si dismonta), e formano (fanno) Cocito; e come sia quel lago (e qual sia quello stagno) il Dante lo vedrà (tu lo vedrai), pertanto Virgilio decide di non anticipargli nulla (però qui non si conta).               

E io a lui: «Se ’l presente rigagno
si diriva così dal nostro mondo,
123 perché ci appar pur a questo vivagno?».

Il Sommo Poeta ribatte chiedendogli (E io a lui) perchè, se il presente rigagnolo (rigagno) proviene, come appena raccontato, dal mondo terrestre (si diriva così dal nostro mondo), appaia alla loro vista (ci appar) solamente in quel momento sulla balza del cerchio (pur a questo vivagno) ove i due si trovano.

Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;
e tutto che tu sie venuto molto,
126 pur a sinistra, giù calando al fondo,
non se’ ancor per tutto il cerchio vòlto;
per che, se cosa n’apparisce nova,
129 non de’ addur maraviglia al tuo volto».

Virgilio gli risponde (Ed elli a me) facendo appello al dantesco sapere esser tondo l’infernal regno (Tu sai che ’l loco è tondo); e nonostante (tutto che) il suo protetto abbia già marciato parecchio (tu sie venuto molto), declinando verso l’abisso (giù calando al fondo), andando sempre in senso orario (pur a sinistra), egli non ha ancora completato l’intero giro del cerchio (non se’ ancor per tutto il cerchio vòlto); per cui (per che) non abbia a meravigliarsi (non de’ addur maraviglia al tuo volto) se i due poeti incappino in qualcosa di nuovo (se cosa n’apparisce nova).

Nella sua Commedia, Dante immagina il Cocito non come un fiume, bensì come un lago ghiacciato situato nel punto più profondo degli inferi, originatosi appunto dal copioso lacrimare del “gran veglio” citato al centotreesimo verso di codesto canto.

E io ancor: «Maestro, ove si trova
Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
132 e l’altro di’ che si fa d’esta piova».

Dante chiede nuovamente (E io ancor) al maestro dove si trovino (ove si trova) esattamente il Flegetonte ed il Lete (Flegetonta e Letè), essendo che, d’uno dei fiumi non abbia parlato (ché de l’un taci), e dell’altro si sia limitato a dire (e l’altro di’) che si forma dalla citata pioggia (si fa d’esta piova) di lacrime.

Il poeta si riferisce al contenuto di quanto da lui letto nell’Eneide, opera grazie alla quale egli ha appreso la virgiliana concezione infernale la cui struttura fluviale comprende il Flegetonte, il Lete, L’Acheronte, lo Stige ed il Cocito. Nel sommo poema, il primo fiume infernale citato è l’Acheronte (affluente dello Stige) le cui acque, insieme a quelle del Flegetonte, confluiscono nel Cocito; il fiume Lete vien citato più avanti, dopo l’incontro fra Enea ed il padre Anchise e le sue acque vengono descritte ad effetto obliante sulle anime che in esse si tuffino per dimenticare le vite precedenti, prima di reincarnarsi.

«In tutte tue question certo mi piaci»,
rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
135 dovea ben solver l’una che tu faci.

In tutta risposta, il maestro afferma d’essere compiaciuto da tutte le questioni lui poste dal suo discepolo (In tutte tue question certo mi piaci, rispuose), ritenendo tuttavia che le bollenti acque sanguigne (ma ’l bollor de l’acqua rossa) viste poco prima, avrebbero dovuto soddisfare una delle due domande appena poste (dovea ben solver l’una che tu faci).

Egli intende dire che il pellegrino avrebbe potuto dedurre da sé che quel rovente fiume insanguinato fosse il Flegetonte.

Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
là dove vanno l’anime a lavarsi
138 quando la colpa pentuta è rimossa».

In ultimo gli anticipa che vedrà il Lete (Letè vedrai), ma al di fuori del baratro infernale (fuor di questa fossa), là dove le anime, una volta espiate le loro colpe, vanno a lavarsi per dimenticarsene (quando la colpa pentuta è rimossa).

Il riferimento è dunque al passaggio dal purgatorio al paradiso terrestre.

Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
141 li margini fan via, che non son arsi,

Dunque Virgilio afferma (disse) esser giunto il tempo d’allontanarsi (Omai è tempo da scostarsi) dal bosco e sprona il pellegrino a seguirlo (fa che di retro a me vegne): i margini faran loro da percorso (li margini fan via) in quanto, essendo di pietra, non prendono fuoco (che non son arsi),

142 e sopra loro ogne vapor si spegne».

e sopra di loro ogni fiamma (ogni vapor) si spegne.

Allontanatisi dal girone dei bestemmiatori, il XV canto accoglierà i due viandanti col “’l fummo del ruscel di sopra aduggia, sì che dal foco salva l’acqua e li argini”…
 
 
 
 

Immagine di copertina:
Ary Scheffer (1795-1858), Les Ombres de Francesca et de Paolo apparaissent à Dante et à Virgile, 1835 (dettaglio).
Museo del Louvre, Parigi