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Divina Commedia: Inferno, Canto XII

Andrea del Castagno (ca.1421-1457), Ciclo degli uomini e donne illustri, Villa Carducci, Firenze, 1448-1451

 
Nel passaggio dal VI al VII cerchio Dante e Virgilio si trovano in cima ad una parete rocciosa franata secoli prima, al cui ingresso sta un mostruoso guardiano dalla testa di toro ed al quale il maestro grida di levarsi, approfittando dell’accecante ira esplosa nella bestia per spronare il suo discepolo alla repentina discesa.

Conversando in itinere con il pellegrino riguardo alle perplessità in lui sopraggiunte nel veder il tal loco e la tal creatura, successivo incontro è quello con i centauri, migliaia di guardiani posti al bordo d’un fiume dalle insanguinate acque, il Flegetonte, dove stanno immersi i violenti contro il prossimo.

Ad inizial avversione dei centauri stessi, il virgilian vate parla con uno di loro, Chirone, chiedendo aiuto per guadar il fiume in quanto l’Alighieri, essendo ancora vivente, non possiede capacità di volo; ecco dunque che il centauro richiamato ad assumere questo ruolo è Nesso il quale, caricatosi il poeta sulle spalle, ne farà da trasporto e guida, narrandogli dei dannati di quel cerchio e delle pene a loro affibbiate.

Dei tre centauri nominati fra le terzine, di greca provenienza mitologica, Chirone fu anticamente ritenuto savio esperto di cure mediche, deputato alla cura dell’Achille, sostituendo all’ustionata caviglia dell’eroe quella di un gigante deceduto, così potenziandone la velocità nella corsa.

Di Nesso si narra fu traghettatore del fiume Eveno che, trasportando la moglie di Eracle, Dianira, tentò di rapirla, ma dallo stesso fu ucciso, riuscendo tuttavia a vendicare se stesso: poco prima di morire intrise del proprio sangue avvelenato una tunica che, con parole d’inganno, consigliò a Dianira di far indossare al marito per ottenerne amore fedele, al contrario avvelenando lo stesso e conducendo la donna al suicidio per senso di colpa.

Il terzo centauro è Folo che, ospitando Eracle ed offrendogli del vino, suscitò l’invidia dei compagni e ne seguì battaglia in cui gli stessi, per mano dello stesso re, perirono; medesima sorte toccò allo stesso Folo che, seppellendoli, accidentalmente si ferì con una velenosa freccia.

Ogni personaggio di cui s’accenna in questo canto è inevitabilmente collegato ad episodi di violenza, la protagonista indiscussa delle seguenti terzine, una tipologia di violenza intesa ceca rabbia che offusca l’umano intelletto, arrivando a provocare la morte di propri simili.

Attraversando il fiume sulle spalle di Nesso, molti sono gli spiriti riconosciuti dal Dante, i cosiddetti “tiranni” fra i quali spiccano Alessandro di Fere, giunto al potere assoluto a Tessaglia, nel 369 a. C. dopo aver ucciso lo zio Polifrone; Dioniso I il Vecchio, spietato despota di Siracusa che per quasi un quarantennio martoriò la penisola sicula; quindi Ezzelino III da Romano, abile e crudele condottiero, di convinta fede ghibellina, avaro di dominio a qualsiasi prezzo; infine il marchese di Ferrara Obizzo II d’Este, d’ideologia guelfa, ritenuto individuo capace d’ogni abominio, ucciso per mano del figliastro.

Personalità evocando le quali l’autore della Commedia pone inevitabilmente accento sull’oppressione dei regimi tirannici, a lui tanto avversi, nei confronti del popolo.

Nelle profondità maggiori del fiume, pertanto sottoposti alle pene più dure, egli relega le anime di coloro che in vita manifestarono barbarità: Attila, il brutale re degli Unni la cui efferatezza gli valse il soprannome di “flagello di Dio”; Pirro re dell’Epiro, valoroso condottiero nonché furbesco stratega; e ancor Sesto, figlio di Pompeo, sanguinoso pirata di violenza inaudita.

La vista di Rinieri da Corneto e Rinieri de’ Pazzi concludono il canto, entrambi inguaribili predoni toscani che briganteggiarono per l’intero corso della loro vita, causando innumerevoli danni a discapito dell’altrui persone. Rinieri da Corneto (l’attuale Tarquinia), fu celebre e cruento ladrone della Maremma vissuto nel XIII secolo; mentre Rinieri de’ Pazzi fu vicario imperiale nella contea di Arezzo, nonché uno dei capi della fazione ghibellina operante fra la zona aretina e Firenze, il quale, nel 1267, si rese autore del brutale attentato ad un gruppo di prelati in viaggio, fra cui il vescovo Garcia di Silves, ricevendo immediata scomunica e interdizione da parte del Papa Clemente IV e successiva confisca dei beni.

Osservando ed ascoltando tutto quanto poggiato sulla groppa del centauro, un’amareggiato poeta e la sua guida appresso, guadano il fiume tra patimenti e gemiti delle delittuose anime.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XII. Priamo della Quercia (ca.1400-1467) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Priamo della Quercia (ca.1400-1467)

 

Era lo loco ov’a scender la riva
venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,
3 tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Il luogo (lo loco) dove i due poeti giungono per discendere il pendio (ov’a scender la riva venimmo) e passare al VII cerchio è malagevole (Era alpestro) e lo è anche per quel che vi è (per quel che v’er’anco), ossia una presenza tale (tal), ch’ogni sguardo ripugnerebbe (ch’ogne vista ne sarebbe schiva).

La prima terzina introduce con mistero colui che turberebbe ogni vista, ovvero il Minotauro.

Qual è quella ruina che nel fianco
di qua da Trento l’Adice percosse,
6 o per tremoto o per sostegno manco,
che da cima del monte, onde si mosse,
al piano è sì la roccia discoscesa,
9 ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
cotal di quel burrato era la scesa;
e ’n su la punta de la rotta lacca
12 l’infamia di Creti era distesa
che fu concetta ne la falsa vacca;
e quando vide noi, sé stesso morse,
15 sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XII. Gustave Doré (1832-1883) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)

 

E come la frana che (Qual è quella ruina che) rovinò sulla riva dell’Adige (nel fianco l’Adice percosse) a sud della valle di Trento (di qua da Trento), che sia verificata a causa d’un terremoto (per tremoto) o per una mancanza di sostegno (per sostegno manco), facendo sì che dalla (da) cima del monte, da cui ebbe origine lo smottamento (onde si mosse), fin alla pianura (al piano) le rocce si siano dirupate (è sì la roccia discoscesa) in mondo da crear una sorta di percorso (ch’alcuna via darebbe) per chi si trovi in alto (a chi fosse sù) e debba discendere, simile (cotal) è la pendenza (era la scesa) del burrone (di quel burrato) infernale; e proprio in principio (’n su la punta) della rovinata fossa (de la rotta lacca) sta (era) distesa l’gnonimia (l’infamïa) di Creta (Creti), il succitato Minotauro, che fu concepita (concetta) nella finta (falsa) vacca; e quando vede maestro e discepolo (vide noi), inizia a morder se stesso (sé stesso morse), come colui al cui interno covi rabbia trattenuta (sì come quei cui l’ira dentro fiacca).

Secondo alcuni antichi interpreti, la “ruina” alla quale s’accenna in questo canto si riferisce alla Grande frana del trentino monte Zugna, attualmente una distesa di pietre lunga circa due chilometri, situata alla sinistra dell’Adige, fra Serravalle e Lizzana e la cui vicinanza al paese Marco, nel comune di Rovereto, è all’origine della sua denominazione, ossia “Gli Slavini di Marco”.

Il Minotauro è figura appartenente alla classica mitologia greca, creatura per metà uomo e per metà animale, più precisamente con pelo, zoccoli, coda e testa di toro, collegati ad arti superiori e busto dalle umane sembianze. Lo stesso si narra sia nato dall’unione fra la dea Pasifae ed uno splendido toro, inviato dal dio del mare Poseidone, su richiesta del di lei marito, il re di Creta Minosse. Per vendicarsi del fatto che Minosse, invece che sacrificare il toro come promesso, lo inserì nelle sue mandrie, Poseidone fece innamorare la moglie del maestoso bovide e la stessa, al fine di accoppiarsi con la bestia, si nascose in una vacca di legno (la falsa vacca), concependo in tal modo una mostruosa creatura che, a causa della sua ferocia, venne rinchiusa dal re cretese in un labirinto.

Leggenda vuole che il figlio di Minosse, Androgeno, perisse per mano degli ateniesi ed essendo all’epoca Atene sottomessa a Creta, il re stabilì che gli stessi avrebbero dovuto pagar pegno annuale, sacrificando sette fanciulli e sette fanciulle in pasto al vorace Minotauro. Nell’intento di salvare i fanciulli ed uccidere la bestia, l’audace Teseo, figlio del re ateniese Egeo, si nascose fra i fanciulli ed entrò nel labirinto, riuscendo ad uccidere il Minotauro e poi a trovar la via d’uscita grazie ad un gomitolo rosso da srotolare negli intricati percorsi, donatogli da Arianna, la figlia di Minosse, di lui follemente infatuatasi.

Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
18 che sù nel mondo la morte ti porse?
Pàrtiti, bestia: ché questi non vene
ammaestrato da la tua sorella,
21 ma vassi per veder le vostre pene».

Il saggio Virgilio gli inveisce contro (Lo savio mio inver’ lui gridò), chiedendogli s’egli erroneamente creda che al suo fianco sia presente il duca d’Atene (Forse tu credi che qui sia ’l duca d’Atene), che nel mondo terrestre lo uccise (che sù nel mondo la morte ti porse). Egli ordina poi alla bestia di defilarsi (Pàrtiti, bestia): il vate chiarisce nell’immediato che Dante non è disceso agli inferi (ché questi non vene) mandato su istruzioni di sua sorella (ammaestrato da la tua sorella), ma ivi peregrina per visionare (ma vassi per veder) i tormenti dei dannati (le vostre pene).

La sorella del Minotauro sarebbe Arianna, in verità, mitologicamente discorrendo, sua sorellastra da parte di madre; il vate la nomina supponendo che la bestia possa aver scorrettamente ipotizzato che al suo fianco vi sia Teseo, al posto del suo protetto.

Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
24 che gir non sa, ma qua e là saltella,
vid’io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: «Corri al varco:
27 mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».

Dopo aver udito tali parole, l’Alighieri vede il Minotauro (vid’io lo Minotauro) comportarsi alla medesima maniera (far cotale) di un toro (Qual è quel toro) che si svincola dalle funi (si slaccia) nell’istante in cui (in quella) da poco gli è stata inferta la ferita mortale (c’ha ricevuto già ’l colpo mortale) e che, non riuscendo più a correre, vacilla (ma qua e là saltella); e il sollecito (accorto) Virgilio (quello), coglie l’attimo per gridare al pellegrino d’imboccare l’ingresso (varco) del precipizio: è infatti bene ch’egli inizi a calarsi (è buon che tu ti cale) fintantoché la bestia è in preda alla propria rabbia (ch’e’ ’nfuria).

Così prendemmo via giù per lo scarco
di quelle pietre, che spesso moviensi
30 sotto i miei piedi per lo novo carco.

E così i due viaggiatori si direzionano (Così prendemmo) giu per l’ammasso (via giù per lo scarco) di quelle pietre, che spesso si muovono (moviensi) sotto i piedi del Dante, per il peso (per lo carico) a loro inusuale (novo) in quanto di persona vivente, pertanto ancor provvista del proprio corpo.

Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
forse a questa ruina ch’è guardata
33 da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi.

Dante prosegue in riflessione (Io gia pensando); percependolo, il buon maestro a lui si rivolge (e quei disse) in un dettagliato racconto, immaginando che i pensieri del toscano possano essere rivolti alla frana sottostante (Tu pensi forse a questa ruina) ch’è vigilata (guardata) da quella bestiale ira (da quell’ira bestial) che lui stesso ha da poco chetata (ch’i’ ora spensi).

Or vo’ che sappi che l’altra fiata
ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
36 questa roccia non era ancor cascata.
Ma certo poco pria, se ben discerno,
che venisse colui che la gran preda
39 levò a Dite del cerchio superno,
da tutte parti l’alta valle feda
tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
42 sentisse amor, per lo qual è chi creda
più volte il mondo in caòsso converso;
e in quel punto questa vecchia roccia,
45 qui e altrove, tal fece riverso.

Dunque egli desidera che il suo discepolo sappia (Or vo’ che sappi) che la precedente volta (l’altra fiata) in cui lui stesso discese nell’infernal abisso (ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno), la parte rocciosa in questione non era ancora franata (questa roccia non era ancor cascata).

Ma, se Virgilio ha ben inteso (se ben discerno), è certo che poco prima (pria) che il Cristo discendesse (venisse colui) al limbo (cerchio superno) per levare al demonio (levò a Dite) gli spiriti dei patriarchi (la grande preda), la profonda (alta) ed oscena (feda) valle infernale tremò in ogni sua parte (tremò sì da tutte parti), al punto che il poeta mantovano si trovò a pensare (ch’i’ pensai) che l’universo provasse amore (sentisse amor), amore a causa del quale (per lo qual) taluni sono portati a credere (è chi creda) che più volte il mondo venga riconvertito in caos (in caòsso converso); e fu in quel preciso momento (e in quel punto) che l’antica parete rocciosa (questa vecchia roccia), lì ed in altri luoghi (qui e altrove), cedette a smottamento (tal fece riverso).

Essendo Virgilio sceso la prima volta agli inferi su richiamo di Eritone, come raccontato nel IX canto, avendolo la stessa convocato poco dopo la sua dipartita, avvenuta nel 19 a. C. ed avvenendo la frana dopo la morte del Cristo, la frana stessa sarebbe successiva al perir del vate d’un abbondante mezzo secolo; ecco il significato del suo “l’altra fiata ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno, questa roccia non era ancor cascata”.

Quel pensar “che l’universo sentisse amor, per lo qual è chi creda più volte il mondo in caòsso converso”, è probabile richiamo alla teoria di Empedocle secondo la quale i quattro elementi d’acqua, aria, terra e fuoco tendono ad unirsi nell’amore ed a dividersi nell’odio e l’azione di queste due forze opposte originerebbe i cicli cosmici; sulla base di questa teoria, il franar percepito dal maestro sarebbe conseguenza del tentativo unificante dell’amore, supponendo quindi che per prevalere sull’odio lo stesso debba ogniqualvolta rigettare il mondo nel caos, concezione peraltro opposta alla cristiana dove l’amore determina invece ordine e pace.

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
la riviera del sangue in la qual bolle
48 qual che per vïolenza in altrui noccia».

In conclusione, la savia guida sprona il pellegrino ad osservar la valle (Ma ficca li occhi a valle), in quanto s’avvicina (ché s’approccia) il fiume di sangue (la riviera del sangue) nelle cui acque bollenti è condannato a stare (in la qual bolle) chiunque abbia nuociuto agli altri (qual che in altrui noccia) usando la violenza (per vïolenza).

Oh cieca cupidigia e ira folle,
che sì ci sproni ne la vita corta,
51 e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Un Alighieri affranto e consapevole si rivolge dunque alla cupidigia stessa, in maniera tale che par d’udirne voce ed intonazione: “Oh accecante avidità (cieca cupidigia) e pazza rabbia (ira folle), che fortemente ci istighi (sì ci sproni) nella vita terrestre (na le vita corta), e che poi in quella eterna (ne l’etterna) così tremendamente (sì mal) ci ammolli!”

Quella “folle ira” a cui s’accenna è la cieca rabbia che, nei violenti contro il prossimo, condisce all’atto dell’omicidio.

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
come quella che tutto ’l piano abbraccia,
54 secondo ch’avea detto la mia scorta;
e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
corrien centauri, armati di saette,
57 come solien nel mondo andare a caccia.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XII. Franz von Bayros (1866-1924), La Divina Commedia a cura di Carlo Toth, Vienna, 1921 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Franz von Bayros (1866-1924)
La Divina Commedia a cura di Carlo Toth
Casa editrice Amalthea, Vienna, 1921

 

Quind’egli vede (Io vidi) un ampio fossato di forma arcuata (un’ampia fossa in arco torta), come quella che circonda tutta la distesa ( tutto ’l piano abbraccia), proprio come raccontatogli (secondo ch’avea detto) dalla sua guida (la mia scorta);

E fra l’altro base del versante (tra ’l piè de la ripa) e lo stesso fossato (ed essa), in fila l’un dietro l’altro (in traccia) corrono (corrien) dei centauri, armati di freccine (saette), com’è solito (solien) nel mondo andare a caccia.

Figure mitologiche classiche, i centauri sono umani fino alla vita ed equini nella parte inferiore del corpo, spesso rappresentanti in veste di cacciatori provvisti di archi e frecce, nonché di frequente collocati nel regno dei morti, come nella commedia quanto al duecentottantacinquesimo e duecentotantaseiesimo verso del sesto libro dell’Eneide: “Inoltre molti mostri di strane bestie, i Centauri hanno le stalle sulle porte”.

Veggendoci calar, ciascun ristette,
e de la schiera tre si dipartiro
60 con archi e asticciuole prima elette;
e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
venite voi che scendete la costa?
63 Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Vedendo i due poeti discendere (Veggendoci calar), ognuno di loro s’arresta (ciascun ristette), e dal gruppo (de la schiera) tre fuoriescono (dipartiro) con archi e frecce (asticciuole) precedentemente scelte (prima elette);

e uno di loro, erroneamente reputandoli spiriti dannati, grida da lontano (l’un gridò da lungi): “A qual tormento (martiro) venite voi che scendete per il pendio (la costa)? Ditelo (Ditel) dal punto in cui vi trovate (costinci); sennò (se non), vi tiro una freccia con l’arco (l’arco tiro).

Lo mio maestro disse: «La risposta
farem noi a Chirón costà di presso:
66 mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Il maestro dell’Alighieri si rivolge a lui affermando (Lo mio maestro disse) che la risposta la daranno (farem noi) a Chirone (Chirón) quando saranno nelle sue vicinanze (costà di presso), aggiungendo che il desiderio (la voglia tua) del centauro, sempre cosi impulsivo (sempre sì tosta), gli fu disgrazia (mal).

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
che morì per la bella Deianira
69 e fé di sé la vendetta elli stesso.
E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
72 quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Poi Virgilio afferra il toscano verseggiatore per un braccio (mi tentò), rivelandogli l’identità dei tre centauri ed indicandogli dapprima Nesso (Quelli è Nesso), che morì per le bella Deianira e si vendicò da sé (fé di sé la vendetta elli stesso).

Quello in mezzo (E quel di mezzo), che si guarda il petto (ch’al petto si mira), è il grande Chirone (è il gran Chirón), che allevò (il qual nodrì) Achille; quell’altro è Folo, che fu ricolmo di rabbia (sì pien d’ira).

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
saettando qual anima si svelle
75 del sangue più che sua colpa sortille».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XII. Gustave Doré (1832-1883) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)

 

I centauri girano attorno al fossato (Dintorno al fosso vanno) a migliaia (a mille a mille), lanciando una freccia (saettando) a qualsiasi (qual) anima fuoriesca (si svelle) dalle sanguigne acque (dal sangue) più di quanto la sua pena preveda (che sua colpa sottile).

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
Chirón prese uno strale, e con la cocca
78 fece la barba in dietro a le mascelle.

I due viandanti s’avvicinano (Noi ci appressammo) a quelle bestie veloci (fiere isnelle): Chirone afferra dunque una freccia (Chirón prese uno strale), e con la parte posteriore delle freccia (cocca) si sposta la barba verso le mascelle (fece la barba in dietro a le mascelle).

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
disse a’ compagni: «Siete voi accorti
81 che quel di retro move ciò ch’el tocca?

E quando, a seguito del tal gesto, si scopre la sua grande bocca (s’ebbe scoperta la gran bocca), Chirone chiede ai suoi compagni (disse a’ compagni) se gli stessi si siano accorti (Siete voi accorti) del fatto che Dante (che quel di retro) muova (muove) quanto lui tocchi (ciò ch’el tocca).

Il riferimento è verosimilmente alle pietre che il poeta, al suo passaggio, smuove.

Così non soglion far li piè d’i morti».
E ’l mio buon duca, che già li er’al petto,
84 dove le due nature son consorti,
rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
mostrar li mi convien la valle buia;
87 necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.

Il centauro continua affermando che i piedi degli spiriti (li piè d’i morti), solitamente, non fanno così (Così non soglion far). Ed il buon duca, che già è giunto al petto di Chirone (E ’l mio buon duca, che già li er’al petto), nel punto dove s’uniscono la parte umana a quella equina (dove le due nature son consorti), risponde (rispuose) dando conferma del fatto che il suo protetto sia ancor vivente (Ben è vivo), e che a lui, facendolo da solo (e sì soletto) ha il compito di mostrar (mostrar li mi convien) l’oscuro abisso (la valle buia); voler divino conduce il pellegrino in questo viaggio (necessità ’l ci ’nduce), e non piacere (diletto).

Tal si partì da cantare alleluia
che mi commise quest’officio novo:
90 non è ladron, né io anima fuia.

Fu una tal un’anima che provvisoriamente s’affrancò (Tal si partì) dai paradisiaci canti (da cantare alleluia) per affidare al Virgilio un nuovo ruolo di guida (che mi commise quest’officio novo): il suo discepolo non è dunque un manigoldo (ladron), lui stesso tantomeno l’anima d’un furfante (né io anima fuia).

Ma per quella virtù per cu’ io movo
li passi miei per sì selvaggia strada,
93 danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,
e che ne mostri là dove si guada
e che porti costui in su la groppa,
96 ché non è spirto che per l’aere vada».

Il poeta mantovano chiede infine a Chirone se, in nome della divina autorità (Ma per quella virtù) per la quale egli s’è incamminato (per cu’ io movo li passi miei) attraverso un percorso tanto travagliato (per sì selvaggia strada), il centauro non possa affidar loro uno dei suoi compagni (danne un de’ tuoi), a cui potersi affiancare (a cui noi siamo a provo), e che possa lor mostrare (e che mostri) in che punto si guadi il fiume (là dove si guada) e che inoltre porti sulle spalle (e che porti in su la groppa) il poeta fiorentino (costui), considerato che (ché), non essendo uno spirito, non è in grado di volare (non è spirto che per l’aere vada).

Chirón si volse in su la destra poppa,
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
99 e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».

Chirone si volge dunque alla destra del suo torace (Chirón si volse in su la destra poppa) e dice (disse) a Nesso di ritornare (Torna) e di far così loro da conduttore (e sì li guida), e di scostare (fa scansar) qualsiasi altro gruppo dovesse (s’altra schiera) porsi ad intralcio (v’intoppa).

Or ci movemmo con la scorta fida
lungo la proda del bollor vermiglio,
102 dove i bolliti facieno alte strida.

Pertanto i due poeti s’incamminano (Or ci movemmo) accanto all’affidabile guida (con la scorta fida) lungo la sponda (proda) del bollente fiume rossastro (del bollor vermiglio), dove le dannate anime in lui immerse (bolliti) emettono lancinanti (alte) lamenti (gemiti).

Io vidi gente sotto infino al ciglio;
e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni
105 che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Alla vista dell’Alighieri appaiono anime immerse fin alle sopracciglia (Io vidi gente sotto infino al ciglio); e Nesso spiega (e ’l gran centauro disse) esser loro (E’ son) tiranni che, con violenza, presero la vita ed i beni altrui (che dier nel sangue e ne l’aver di piglio).

Quivi si piangon li spietati danni;
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero,
108 che fé Cicilia aver dolorosi anni.

In codesto luogo (Quivi) si espiano le spietate vessazioni (li spietati danni); qui (quivi) sta (è) Alessandro, e il feroce (fero) Dioniso (Dïonisio), che causò alla Sicilia (che fé Cicilia) anni di dolore (aver dolorosi anni).

E quella fronte c’ha ’l pel così nero,
è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,
111 è Opizzo da Esti, il qual per vero
fu spento dal figliastro sù nel mondo».
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
114 «Questi ti sia or primo, e io secondo».

E quel dannato di cui si vede solo la fronte (E quella fronte) i cui capelli son così neri (c’ha ’l pel così nero), è Ezzelino (Azzolino), e quell’altro ch’è biondo, è Òbizzo d’Este (Opizzo da Esti), che a dir il vero (il qual per vero) fu ucciso (spento) dal figliastro nel mondo terrestre (sù nel mondo). A questo punto Dante si rivolge al Virgilio (Allor mi volsi al poeta), e costui (questi) gli dice (disse) che Nesso gli faccia per il momento da prima guida (Questi ti sia or primo), lui ne sarà la seconda (e io secondo).

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XII. Guglielmo Giraldi, Dante e il centauro Nesso, (min. XV secolo) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Guglielmo Giraldi, Dante e il centauro Nesso, (min. XV secolo)

 

Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’una gente che ’nfino a la gola
117 parea che di quel bulicame uscisse.

Poco dopo (Poco più oltre) il centauro si sofferma (s’affisse) vicino ad alcune anime (sovr’una gente) che sembrano fuoriuscire (che parea uscisse) da quell’acqua bollente (di quel bulicame uscisse) fino alla gola (’nfino a la gola), emergendo quindi con tutta la testa.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
120 lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».

Egli mostra ai due viandanti (Mostrocci) uno spirito appartato e solitario (un’ombra da l’un canto sola), raccontandolo come colui che, fra le mura di una chiesa (in grembo a Dio) trafisse il cuore (fesse lo cor) che ancor è venerato (si cola) nei pressi del Tamigi (’n su Tamisi).

Poi vidi gente che di fuor del rio
tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
123 e di costoro assai riconobb’io.

Il toscano verseggiatore vede poi delle anime (Poi vidi gente) che tengono il capo (tenevano la testa) ed anche tutto il petto (ancor tutto ’l casso) fuori dal fiume (di fuor del rio); e fra questi (di costoro) ne riconosce parecchi (assai riconobb’io).

Così a più a più si facea basso
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
126 e quindi fu del fosso il nostro passo.

Così man a mano (a più a più) le sanguigne acque (quel sangue) si abbassano di livello (si faceva basso), in maniera da (sì che) cuocer solamente (pur) i (li) piedi dei dannati; è quindi da questo punto che maestro e discepolo guadano il fiume (e quindi fu del fosso il nostro passo).

«Sì come tu da questa parte vedi
lo bulicame che sempre si scema»,
129 disse ’l centauro, «voglio che tu credi
che da quest’altra a più a più giù prema
lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
132 ove la tirannia convien che gema.

Durante il guado, il centauro spiega (disse ’l centauro) all’Alighieri, spronandolo a comprendere (voglio che tu credi) da come può lui stesso vedere (Sì come tu vedi) in quella zona (da questa parte), come lo scottante liquame, ch’è meno profondo (bulicame che sempre si scema), dalla parte opposta (da quest’altra) continuerà ad aumentar di livello, per il progressivo abbassarsi del fondale (a più a più giù prema lo fondo suo), fino a raggiungere il punto in cui (infin ch’el si raggiunge ove) i tiranni stanno giustamente ad espiar le loro colpe fra tormenti (la tirannia convien che gema).

La divina giustizia di qua punge
quell’Attila che fu flagello in terra
135 e Pirro e Sesto; e in etterno munge
le lagrime, che col bollor diserra,
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
138 che fecero a le strade tanta guerra».

In suddetta parte (di qua) la giustizia divina tormenta (punge) quell’Attila che fu flagello nel mondo terrestre (in terra), oltre a Pirro e Sesto (e Pirro e sesto); e per l’eternità (in etterno) spilla (munge) le lacrime (lagrime), facendole uscire a causa del bollore (che col bollor diserra), a Rinieri da Corneto ed a Rinieri de’ Pazzi (Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo), che per le strade portarono (che fecero alle strade) tanto brigantaggio (tanta guerra).

139 Poi si rivolse, e ripassossi ’l guazzo.

Quindi Nesso si rigira (poi si rivolse) e ripassa (ripassossi) il bollente pantano (’l guazzo).

Una volta scaricati dal centauro, i due poeti viandanti s’immetteranno “per un bosco che da neun sentiero era segnato”…
 
 
 
 

Immagine di copertina:
Andrea del Castagno (ca.1421-1457)
Dante Alighieri (dettaglio), Ciclo degli uomini e donne illustri
Villa Carducci, Firenze, 1448-1451