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Divina Commedia: Inferno, Canto XI

 
L’undicesimo canto è un sorta di passaggio, trentotto terzine attraverso le quali l’autore della Commedia dà modo alle parole di Virgilio di spiegare dettagliatamente la struttura del basso inferno e delle anime che lo popolano, disperate nella tormentata espiazione delle loro colpe.

Alle spalle la città di Dite, il pellegrino ed il suo conduttore sostano per un poco sul sepolcro del papa Anastasio II e lo stratagemma che Dante utilizza a giustificar quel temporaneo fermarsi, per dar modo al vate d’illustrar lui i cerchi sottostanti, è meravigliosamente machiavellico, attribuendo infatti la forzata tregua all’insopportabile tanfo che proviene dai sepolcri, al fine d’abituar per gradi l’olfatto.

Ne segue una spiegazione chiara e minuziosa, per la quale il verseggiatore toscano s’esalta, non mancando di riconoscere alla propria guida la capacità d’appagarlo nel soddisfare ogni suo quesito.

Già attraversati i primi sei cerchi, il Virgilio s’appresta ad informare il proprio discepolo di quanto potrà osservare oltre il baratro che suddivide l’alto dal basso inferno, anticipando lui i tre gironi in cui è diviso il VII cerchio, dove stanno i violenti, l’VIII, denominato “Malebolge” e suddiviso in dieci bolge, dove son reclusi i fraudolenti ed infine il IX, suddiviso in quattro zone e nel quale, insieme a Lucifero, stanno i traditori.

Particolare rilievo viene attribuito all’usura, considerata un peccato che va contro ogni legge cristiana, essendo che il facile guadagno ottenuto dagli aguzzini non proviene dall’onestà del lavoro.

Forse per la prima volta, da quando mise piede nella selva oscura, il dantesco poeta si permette di disquisire sul posizionamento dei dannati in base alle loro colpe, atteggiamento che irrita il saggio maestro, facendogli inoltre dubitare che il suo discepolo possa aver preso le distanze dalla dottrina aristotelica.

Ne segue un breve confronto d’idee dopo il quale, fra i due, ritorna l’armonia di sempre, sollecitando l’imminente sopraggiunger dell’alba la ripresa del loro cammino.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XI. William Blake (1757–1827), Schema dell'Inferno • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
William Blake (1757–1827)
Schema dell’Inferno

 

In su l’estremità d’un’alta ripa
che facevan gran pietre rotte in cerchio
3 venimmo sopra più crudele stipa;

I due poeti, sopraggiunti sul margine d’un infossato dirupo (In su l’estremità d’un’alta ripa) formato da grandi pietre frantumate in maniera da formare una parete circolare (che facevan gran pietre rotte in cerchio), si trovano (venimmo) sopra una massa d’anime pietosamente accalcate (venimmo sopra più crudele stipa);

e quivi, per l’orribile soperchio
del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
6 ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta
che dicea: “Anastasio papa guardo,
9 lo qual trasse Fotin de la via dritta”.

E una volta qui (quivi), a causa del tremendo eccesso (per per l’orribile soperchio) del lezzo (puzzo) che le abissali profondità (che ’l profondo abisso) emanano (gitta), retrocedendo (in dietro), gli stessi s’appoggiano (ci raccostammo) al coperchio d’un grande sepolcro (avello), sul quale Dante vede una scritta che afferma: “Costodisco papa Anastasio (Anastasio papa guardo), che fu levato dalla retta via da Fotino”
 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XI. Gustave Doré (1832-1883), Sepolcro di Papa Anastasio • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)
Sepolcro di Papa Anastasio

 
Papa Anastasio II fu consacrato nel 496, periodo storico in cui l’arcivescovo bizantino Acacio di Costantinopoli, patriarca dell’omonima città, aveva spronato l’imperatore bizantino Zenone alla promulgazione, nel 482, dell’Henoticon, ovvero un documento che placasse le accese contrapposizioni fra cattolici e monoteisti, più precisamente fra Roma e Costantinopoli e le chiese dissidenti di Antiochia ed Alessandria d’Egitto, tentativo d’appianamento religioso che gli costò invece la scomunica. Lo stesso atteggiamento d’indole conciliativa di papa Anastasio II, che al chiesa avrebbe voluto più vendicativo, unito alla bendisposta accoglienza del diacono Fontino di Tessalonica, inviatogli dallo stesso Acacio con la speranza di ritrovare unione ecclesiastica, lo resero bersaglio di critiche che ne sostennero l’eccessiva apertura a movimenti ereticali.
                 

«Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s’ausi un poco in prima il senso
12 al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».

Il maestro dice al suo discepolo (Così ’l maestro) ch’è meglio la lor discesa s’attardi (Lo nostro scender conviene esser tardo), al fine (sì che) d’assuefare gradatamente ( s’ausi un poco) l’olfatto (il senso) allo sgradevole fetore (al tristo fiato), prima di proseguire (in prima); per poi non più badarci (e poi no i fia riguardo).

Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,
dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
15 perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
18 di grado in grado, come que’ che lassi.

In cortese ribattuta il poeta chiede alla propria guida (dissi lui) di trovare una maniera d’impiegare il tempo dell’attesa affinché non vada (Alcun compenso trova che ’l tempo non passi) perduto invano. Ed egli (elli) risponde che lui stesso vedrà com’egli abbia già pensato (Vedi ch’a ciò penso) a trascorrerlo.

E paternamente appellando il pellegrino “Figliuol mio”, gli spiega che (cominciò a dir), proseguendo di sotto, all’interno della rocciosa parete (da codesti sassi), vi son tre cerchi (son tre cerchietti) il cui spazio si riduce esponenzialmente al calare (di grado in grado), alla stessa maniera di quelli appena visitati (come que’ che lassi).

Tutti son pien di spirti maladetti;
ma perché poi ti basti pur la vista,
21 intendi come e perché son costretti.

Tutti sono pieni (son pien) di spiriti dannati (spirti maledetti); ma perché al fiorentin verseggiatore basti in seguito l’osservarli (ma perché poi ti basti pur la vista), senza spiegazioni aggiuntive, è bene ch’egli ascolti comprendendo (intendi) in che modo e per che motivo gli stessi siano lì relegati (come e perché son costretti).

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
24 o con forza o con frode altrui contrista.

D’ogni cattiva azione (D’ogne malizia), che provoca l’ira celeste (ch’odio in cielo acquista), il fine ultimo è l’ingiuria (ingiuria è ’l fine), ed ogni azione tendente ad essa (ed ogne fin cotale) danneggia il prossimo (altrui contrista) tramite violenza (o con forza) o tramite frode (o con frode),

Ma perché frode è de l’uom proprio male,
più spiace a Dio; e però stan di sotto
27 li frodolenti, e più dolor li assale.

Ma essendo la frode un peccato innato all’uomo (Ma perché frode è de l’uom proprio male), in quanto a servizio d’un insano intelletto, ciò spiace al divino in misura maggiore (più spiace a Dio); motivo per cui (e però) i fraudolenti (li frodolenti) son collocati più giù (stan di sotto), e maggiori sono le pene a loro inflitte (e più dolor li assale).

La frode incollerisce immensamente il divino poiché trattasi d’un peccato frutto d’un intelletto che premedita il proprio agire, pur sapendolo deleterio nei confronti altrui.
                               

Di violenti il primo cerchio è tutto;
ma perché si fa forza a tre persone,
30 in tre gironi è distinto e costrutto.

Il primo cerchio a seguire (il primo cerchio), il VII, è pieno di violenti (Di violenti è tutto); ma poiché la violenza può manifestarsi nei confronti di tre tipologie differenti (ma perché si fa forza a tre persone), a sua volta lo stesso è suddiviso (distinto) in tre gironi ed articolato (costrutto).

A Dio, a sé, al prossimo si pòne
far forza, dico in loro e in lor cose,
33 come udirai con aperta ragione.

La violenza può esser perpetrata (si pòne far forza) nei confronti di Dio, di sé o del prossimo (A Dio, a sé, al prossimo), ed il vate virgiliano intende tanto nei confronti delle stesse persone che dei loro averi (dico in loro e in lor cose), come l’Alighieri potrà da lui ascoltare (come udirai) tramite specifiche delucidazioni (con aperta ragione).

Morte per forza e ferute dogliose
nel prossimo si danno, e nel suo avere
36 ruine, incendi e tollette dannose;
onde omicide e ciascun che mal fiere,
guastatori e predon, tutti tormenta
39 lo giron primo per diverse schiere.

Sul prossimo la violenza s’esercita (nel prossimo si danno) con l’omicidio (Morte per forza) e con gravi ferimenti (ferute dogliose), mentre la violenza contro la di lor materialità (e nel suo avere), si attua tramite distruzioni (ruine), incendi e lesive (dannose) concussioni (tollette);

pertanto (onde) tanto chi commetta omicidi (omicide) e chiunque ferisca (e ciascun che mal fiere), quanto i piromani o devastatori (guastatori) ed i rapinatori, nella totalità (tutti) sconteranno le loro pene nel primo girone (tutti tormenta lo giron primo), sebbene in raggruppamenti distinti (per diverse schiere).

Puote omo avere in sé man vïolenta
e ne’ suoi beni; e però nel secondo
42 giron convien che sanza pro si penta
qualunque priva sé del vostro mondo,
biscazza e fonde la sua facultade,
45 e piange là dov’esser de’ giocondo.

È altresì possibile che l’uomo (Puote l’uomo) eserciti violenza su se stesso (in sé man vïolenta), quindi suicidandosi, o contro i propri beni materiali (e ne’ suoi beni); e perciò è sacrosanto che espii le proprie colpe (e però convien che si penta), ormai invano (senza pro), nel secondo girone (giron), chiunque (qualunque) abbia privato se stesso (priva sé) della vita terrena (del vostro mondo), o chi, giocando d’azzardo (biscazza), abbia sperperato (e fonde) i propri averi (la sua facultade), piangendo (e piange) là dove avrebbe potuto essere felice (là dov’esser de’ giocondo).

Puossi far forza nella deïtade,
col cor negando e bestemmiando quella,
48 e spregiando natura e sua bontade,
e però lo minor giron suggella
del segno suo e Soddoma e Caorsa
51 e chi, spregiando Dio col cor, favella.

La violenza può esser rivolta (Puossi far forza) al divino (nella deïtade), negandolo dal più profondo del cuore (col cor negando) e bestemmiandolo (e bestemmiando quella), disprezzandone le naturali leggi (e spregiando natura) ed il lor buon esempio (e sua bontade), perciò (e però) il girone più stretto (lo minor giron) marchia a fuoco (suggella del segno suo) sia i sodomiti che i caorsini (e Soddoma e Caorsa) e coloro che (e chi), disprezzando Dio dal profondo dell’animo (spregiando Dio col cor), blaterano il loro odio (favella).

Riassumendo, il VII cerchio è così strutturato:

1° girone – Violenti contro il prossimo
2° girone – Violenti contro se stessi
3° girone – Violenti contro Dio

Sodoma è ovviamente l’antica città, vicina al Mar Morto, più volte citata in testi biblici e ritenuta per antonomasia loco di perversioni sessuali.

Caorsa si riferisce a Cahors, comune francese che, ai tempi del poeta, era centro usuraio, in un periodo in cui anche tassi d’interesse molto bassi erano ritenuti immorali, oltre che seria offesa nei confronti della sacral concezione cristiana del lavoro umano.

La frode, ond’ogne coscïenza è morsa,
può l’omo usare in colui che ’n lui fida
54 e in quel che fidanza non imborsa.

Per quanto concerne la frode, della quale ogni coscienza è inficiata (ond’ogne coscïenza è morsa), l’uomo che la eserciti lo può fare sia nei confronti di chi in lui ripone fiducia (può l’omo usare in colui che ’n lui fida) che in chi non abbia elementi (e in quel che non imborsa) per fidarsi (che fidanza).

Questo modo di retro par ch’incida
pur lo vinco d’amor che fa natura;
57 onde nel cerchio secondo s’annida
ipocresia, lusinghe e chi affattura,
falsità, ladroneccio e simonia,
60 ruffian, baratti e simile lordura.

Quest’ultima tipologia di frode (Questo modo di retro), ovvero nel caso di coloro che si lascino frodare per stoltezza, sembrerebbe smorzare (par ch’incida) unicamente il naturale vincolo di solidarietà che lega ogni uomo (pur lo vinco d’amor che fa natura); motivo per cui (onde) nel secondo cerchio più sotto (nel cerchio secondo), quindi nell’VIII, sono reclusi (s’annida) gli ipocriti (ipocresia), gli adulatori ed i maghi o coloro che fanno incantesimi (lusinghe e chi affattura), i falsari (falsità), i ladri e i simoniaci (ladroneccio e simonia), i ruffiani (ruffian), i barattieri e loro affini (baratti e simile lordura).

L’VIII cerchio è suddiviso in dieci Bolge nelle quali i dannati son suddivisi a seconda del peccato commesso e, scendendo, la pena s’inasprisce. Nella terzina appena conclusa i peccatori non vengono elencati come in realtà sono disposti secondo la dantesca struttura infernale, ovvero in tal modo:

1° bolgia – Ruffiani e Seduttori
2° bolgia – Adulatori
3° bolgia – Simoniaci
4° bolgia – Indovini
5° bolgia – Barattieri
6° bolgia – Ipocriti
7° bolgia – Ladri
8° bolgia – Consiglieri fraudolenti
9° bolgia – Seminatori di discordia
10° bolgia – Falsari
 

Per l’altro modo quell’amor s’oblia
che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
63 di che la fede spezial si cria;
onde nel cerchio minore, ov’è ’l punto
de l’universo in su che Dite siede,
66 qualunque trade in etterno è consunto».

Per quanto concerne l’altra tipologia di frode (Per l’altro modo), come la prima, si dimentica del vincolo d’amore naturale (quell’amor s’oblia che fa natura), ed in più anche di quello che s’aggiunge (e quel ch’è poi aggiunto), ossia conseguente a vincoli civili o familiari, tra chi froda e chi vien frodato ed in quest’ultimo, si viene a creare una fiducia più profonda (di che la fede spezial si cria), rendendo di fatto l’inganno ben più grave; questa la ragione per cui (onde) nel cerchio situato più a fondo (nel cerchio minore), il IX, nel punto dell’universo in cui risiede Satana (de l’universo in su che Dite siede), sono puniti in eterno tutti questi traditori (qualunque trade in etterno è consunto).

E io: «Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
69 questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
72 e che s’incontran con sì aspre lingue,
perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
75 e se non li ha, perché sono a tal foggia?».

Dunque Dante (E io) si rivolge al proprio maestro riconoscendogli d’esser stato assolutamente esauriente nelle sue spiegazioni (Maestro, assai chiara procede la tua ragione), ed altrettanto preciso il suo descrivere i vari settori dell’abisso infernale (e assai ben distingue questo bàratro) e gli spiriti ad essi destinati (e ’l popol ch’e’ possiede).

Però gli chiede di dirgli (Ma dimmi) quale sia la ragione per cui (perché) coloro che stanno immersi nel melmoso Stige (quei de la palude pingue), quindi iracondi ed accidiosi, coloro che son bistrattati dal vento (che mena il vento), i lussuriosi, e quelli che son tormentati dalla pioggia battente (e che batte la pioggia), i golosi, ed ancor gli spiriti che si scontrano insultandosi verbalmente (e che s’incontran con sì aspre lingue), avari e prodighi, non vengano (non son ei) puniti all’interno della città di Dite (dentro de la città roggia), se il divino è irato nei loro confronti (se Dio li ha in ira) e se, al contrario, Dio non li avesse collera (e se non li ha), allor perché gli stessi son condannati alla tal pena (perché sono a tal foggia).

Ed elli a me «Perché tanto delira»,
disse «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
78 o ver la mente dove altrove mira?

Virgilio, in tutta risposta (Ed elli a me), apparentemente infastidito dal dantesco quesito, severamente chiede al poeta (disse) perché il suo ingegno (lo ’ngegno tuo) stia deragliando (tanto delira) dal suo solito tracciato (da quel che sòle), o se la sua mente stia deviando verso altre dottrine, in tal caso, di manifestargli quali (o ver la mente dove altrove mira) siano.                                   

Non ti rimembra di quelle parole
con le quai la tua Etica pertratta
81 le tre disposizion che ’l ciel non vole,
incontenenza, malizia e la matta
bestialitade? e come incontenenza
84 men Dio offende e men biasimo accatta?

 

Dante Alighieri, Divina Commedia: Inferno, Canto XI. Raffaello Sanzio (1483-1520), La Scuola di Atene, ca. 1509-1511 • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Raffaello Sanzio (1483-1520)
La Scuola di Atene, ca. 1509-1511

 
Egli chiede inoltre al pellegrino se si sia forse scordato (Non ti rimembra) di quelle parole con le quali (quai) l’Etica aristotelica da lui studiata (la tua Etica) largamente affronti (pertratta) i tre atteggiamenti (le tre disposizion) che il ciel non accetta (che ’l ciel non vole), ovvero la smodatezza (incontinenza), l’inganno (malizia) e la violenza (matta bestialidade) e come la stessa smodatezza (e come incontenenza) offenda Dio in misura minore (men Dio offende) provocando di conseguenza minor sdegno e pene più blande (e men biasimo accatta).

Se tu riguardi ben questa sentenza,
e rechiti a la mente chi son quelli
87 che sù di fuor sostegnon penitenza,
tu vedrai ben perché da questi felli
sien dipartiti, e perché men crucciata
90 la divina vendetta li martelli».

Virgilio invita dunque l’Alighieri a ben riflettere sulla tal modalità di giudizio divino (Se tu riguardi ben questa sentenza), e di rimembrar (e rechiti alla mente) chi siano coloro (chi son quelli) che, più su (che sù), al di fuori delle mura (di fuor), stanno scontando ogni personal colpa (sostegnon penitenza), solo così il dantesco verseggiatore potrà comprendere appieno (tu vedrai ben) perchè siano divisi (sien dipartiti) dagli scellerati che stan più sotto (da questi felli), ed il motivo per cui (e perché) la divina giustizia (vendetta), meno furente, infligga loro una pena più tenue (men crucciata li martelli).

«O sol che sani ogni vista turbata,
tu mi contenti sì quando tu solvi,
93 che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
diss’io, «là dove di’ ch’usura offende
96 la divina bontade, e ’l groppo solvi».

Un Dante radioso si rivolge in afflato alla propria solar fonte di ragione (O sol), rendendole nobile omaggio nell’affermar esser Virgilio colui che, illuminando ogni parte della sua mente che si sia offuscata (che sani ogni vista turbata), lo appaghi in una tal maniera (tu mi contenti sì), allo scioglier d’ogni dubbio (quando tu solvi), ch’egli stesso si ritrova a gradir il dubitare (dubbiai m’aggrada) non meno del sapere (non men che saver).

Il discepolo gli chiede (diss’io) poi di ritornar ancora un istante (Ancora in dietro un poco ti rivolvi) sul discorso dell’usura, ritenuta offesa alla divina bontà (là dove di’ ch’usura offende la divina bontade), e di scioglierli (e solvi) il nodo (’l groppo) di quest’ultima perplessità.

«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,
nota, non pure in una sola parte,
99 come natura lo suo corso prende
dal divino ’ntelletto e da sua arte;
e se tu ben la tua Fisica note,
102 tu troverai, non dopo molte carte,
che l’arte vostra quella, quanto pote,
segue, come ’l maestro fa ’l discente;
105 sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.

Lo spiritual conduttore spiega al poeta (mi disse) che la dottrina aristotelica (Filosofia), per chi sia in grado di comprenderla (a chi la ’ntende), riporta (nota), in più d’un passo dell’opera (non pure in una sola parte), come il corso della natura (come suo corso la natura) derivi dall’intelletto divino (prende dal divino ’ntelletto) ed in armoniosa linea al suo volere (e da sua arte); e che se il pellegrino si soffermerà (e se tu ben note) sulla Fisica aristotelica, da lui studiata e riconosciuta (la tua Fisica), al sol sfogliar di poche pagine (non dopo molte carte), vi leggerà (tu troverai) che l’umano operare (l’arte vostra), quello (quella), per quanto gli è possibile (quanto pote), ricalca (segue) i processi naturali, proprio come l’alunno emula l’insegnante (come ’l maestro fa ’l discente); secondo l’assunto per cui la natura sia prole divina e l’arte umana figlia della natura, ne consegue esser l’arte umana come una nipote di Dio (sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote).

Da queste due, se tu ti rechi a mente
lo Genesì dal principio, convene
108 prender sua vita e avanzar la gente;
e perché l’usuriere altra via tene,
per sé natura e per la sua seguace
111 dispregia, poi ch’in altro pon la spene.

È pertanto dalla natura e dalla mansione lavorativa (Da queste due), se il poeta ricorda (se tu ti rechi a mente) quanto riportato dalla Genesi (lo Genesì) all’inizio (dal principio), che l’umanità deve ricavare i mezzi poter il proprio sostentamento (convene prender sua vita) e la propria crescita (e avanzar la gente);

e dacché l’usuraio (e perché l’usuriere) tiene una condotta differente (altra via tene), egli disprezza (dispregia) tanto la stessa natura (per sé natura) quanto il lavoro che dovrebbe svolgere seguendone l’esempio (e per la sua seguace), essendo il suo interesse è rivolto altrove (poi ch’in altro pon la spene), ovvero alla pratica dello strozzinaggio.

Dopo aver ceduto alla tentazione del serpente, Adamo sentirà dal signore le seguenti parole:

17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. 18 Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. 19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!»
(Genesi, 3, 17-19)
 

Ma seguimi oramai, che ’l gir mi piace;
ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
114 e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,

Infine il savio Virgilio sollecita l’Alighieri a seguirlo (Ma seguimi), ora che è ben deciso a riprendere il cammino (che ’l gir mi piace); considerando che (chè) la costellazione dei Pesci è già “guizzata” all’orizzonte, e che il Carro dell’Orsa maggiore (e ’l Carro) si distende a nord-ovest (sovra ’l Coro giace),
                        

115 e ’l balzo via là oltra si dismonta».

e la parte di strapiombo (e ‘l balzo) praticabile al discendere, ancor si trova a molta distanza (via là oltre si dismonta).

Il “Coro”, essendo riferibile al maestrale (Caruso per i latini), rende l’idea della direzione, sbuffando lo stesso verso nord-ovest; le costellazioni all’orizzonte suggeriscono il finire della notte, dunque il prossimo albeggiare.

A dirupo raggiunto, i due poeti balzeranno nel XII canto alla misteriosa presenza d’un intruso, “tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva…”
 
 
 
 

Immagine di copertina:
Jean-Léon Gérôme (1824–1904), Dante et Virgile in Hell, 1945