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Divina Commedia: Inferno, Canto VI

Domenico di Michelino (1417-1491)

 
Ripresi i sensi ed ancor profondamente scosso dalle vicissitudini di Paolo e Francesca, Dante si ritrova nel terzo cerchio, dove son confinati i golosi, ma prima d’incontrarne gli spiriti egli n’ode gli infiniti lamenti, testimoni, nella loro intensità, di quanto pene e sofferenze s’intensifichino in maniera direttamente proporzionale al discendere.
Gli stessi sono infatti sdraiati in una fetida e melmosa fanghiglia, perennemente sottoposti alla violenza d’una gelida e torbida pioggia e sottoposti a perforanti ed indemoniati latrati del guardiano al cerchio, ovvero Cerbero, un orripilante creatura dalle canidi sembianze, con tre teste e lunghi artigli, quest’ultimi barbaramente utilizzati per scuoiare le disgraziate anime.

L’unica di queste ad alzarsi e a conversare con il poeta sarà Ciacco, al quale lui stesso porrà tre quesiti riguardanti le interminabili battaglie tra guelfi neri e guelfi bianchi, dissidi a lui tanto cari che direttamente visse e dai quali derivò il suo rassegnato ed orgoglioso esilio.

Come sarà in ogni sesto canto, il tema è tutto politico, accompagnato dalle tre colpe, superbia, invidia ed avarizia che, tramite voce di Ciacco, l’Alighieri pone come causa prima dei disordini interni al proprio Comune, accecato, per l’appunto, dalla superbia intrinseca al desiderio di dominio sulla città, corroso dall’invidia tra famiglie avverse e ingolfato dall’avarizia del guadagno.

Nel chiedere a Ciacco d’informarlo sulle sorti d’alcune anime, talune guelfe, altre ghibelline, delle quali egli brama saper il collocamento destinato, ancora una volta il fiorentin poeta dona dimostrazione di saper entrare in estremo contatto con il dolore altrui, sentimento ch’egli manifesta in tre versi, dall’ottantaduesimo all’ottantaquttresimo, ove il suo travagliato accoramento esplode: “dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; ché gran disio mi stringe di savere se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca”.

Immensamente intimo, in terzultimo versetto, la confidenziale conversazione, con il suo Virgilio, che il pellegrino non desidera rivelare, in una sorta d’estrema intesa che restituisce oltre tempo la fiducia e la stima nei confronti della sua amata guida: “parlando più assai ch’i’ non ridico”; amabilmente verbalizzandosi opinioni, i due raggiungeranno il ciglio del terzo cerchio, accingendosi al passaggio nel successivo.

Al tornar de la mente, che si chiuse
dinanzi a la pietà d’i due cognati,
3 che di trestizia tutto mi confuse,
novi tormenti e novi tormentati
mi veggio intorno, come ch’io mi mova
6 e ch’io mi volga, e come che io guati.
Io sono al terzo cerchio, de la piova
etterna, maladetta, fredda e greve;
9 regola e qualità mai non l’è nova.
Grandine grossa, acqua tinta e neve
per l’aere tenebroso si riversa;
12 pute la terra che questo riceve

Riprese le facoltà della mente (Al tornar de la mente), che s’era ostruita (che si chiuse) a causa della compassione provata (dinanzi a la pietà) nei confronti dei due cognati (d’i due cognati), che di tristezza e mortificazione (che di trestizia) lo aveva stordito (tutto mi confuse), Dante, da qualsiasi parte si muova (come ch’io mi mova) o si volti (e ch’io mi volga) o in qualunque direzione diriga lo sguardo (e come che io guati), tutt’intorno vede (mi veggio intorno) nuove dannazioni e nuovi dannati (novi tormenti e novi tormentati).

Egli si trova nel terzo cerchio (Io sono al terzo cerchio), quello della pioggia (de la piova) eterna, maledetta, fredda e pesante (etterna, maladetta, fredda e greve); la quale non conosce modifica in spessore e caratteristiche (regola e qualità mai non l’è nova), scendendo incessante e copiosa.

Nell’aria oscura (per l’aere tenebroso) si scarica (si riversa) una grandine voluminosa (grossa), dell’acqua sudicia (tinta) mista a neve (e neve); e la terra, assorbendo tutto questo (che questo riceve), puzza (pute).

I frequenti svenimenti danteschi si riagganciano direttamente alla ripresa di coscienza nel cerchio successivo, senza che vengano narrate nello specifico le modalità di passaggio fra i due cerchi.

Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
15 sovra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;
18 graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Ecco Cerbero, bestia spietata e mostruosa (fiera crudele e diversa), che, dalle sue tre gole (con tre gole), emette latrati canini (caninamente latra) sopra coloro (sovra la gente) che giacciono nel melmoso terreno (che quivi è sommersa).

I suoi occhi sono purpurei (vermigli), la barba unta e resa nera dallo sporco (atra), e il ventre gonfio (e ‘l ventre largo), e le mani unghiate; egli sgraffigna le anime e le scuoia e le squarta (graffia li spirti ed iscoia ed isquatra).

Cerbero è il guardiano del terzo cerchio, dove stanno i golosi. Le sembianze a lui attribuite da dantesca penna, son d’un orrendo mostro a tre teste che nell’antiche narrazioni possiede da tre a cinquanta teste, con serpenti al posto dei capelli. L’Alighieri, per il suo infernal guardiano, si riferisce ancora una volta al Vi libro dell’Eneide in cui Virgilio, fra il quattrocentodiciassettesimo ed il quattrocentoventicinquesimo verso, racconta d’un latrante Cerbero a tripla testa, sdraiato a riva Acheronte che, come un irremovibile e rabbioso mastino, controlla gli sbarchi delle anime. Opponendosi lo stesso alla discesa agl’inferi d’Enea, la Sibilla accompagnatrice dell’eroe troiano lancia alla bestia una focaccia di miele ed erbe soporifere, sopendolo al fin della traversata.

“Cerberus haec ingens latratu regna trifauci
personat aduerso recubans immanis in antro.
cui uates horrere uidens iam colla colubris
melle soporatam et medicatis frugibus offam 6.420
obicit. ille fame rabida tria guttura pandens
corripit obiectam, atque immania terga resoluit
fusus humi totoque ingens extenditur antro.
occupat Aeneas aditum custode sepulto
euaditque celer ripam inremeabilis undae”

“Cerbero gigantesco rimbomba questi regni col latrato
di tre bocche, enorme sdraiandosi davanti nell´antro.
A lui la profetessa, vedendo che ormai i sepenti
si rizzavan sul collo, butta una focaccia sopofifera
di miele e frutta drogata:Egli aprendo le tre gole con fame
rabbiosa, lanciata, l´afferra e sciolse il dorso terribile
e buttato a terra, gigantesco si stende per tutto l´antro.
Enea occupa l´entrata, sepolto il guardiano,
veloce supera la riva dell´onda inattraversabile”

Nella Commedia, la variazione raffigurativa s’arricchisce di significati simbolici, a partir da quel “ventre largo” che sta a metaforizzare il peccato della gola, motivo per cui le tre teste sarebbero allegoricamente interpretate come le tre sfumature del tal vizio, ovvero in base alla qualità del cibo, alla sua quantità ed alla sfrenata maniera d’ingurgitarne in continuazione; al Cerbero dantesco sono inoltre attribuite caratteristiche fisiche che rimandano agli umani, ossia la barba, le mani e le tre facce.

Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
21 volgonsi spesso i miseri profani

La violenza della pioggia fa urlare gli spiriti come dei cani (Urlar li fa la pioggia come cani), d’un fianco (de l’un de’ lati) fanno scudo all’altro (fanno a l’altro schermo); i miserabili dannati (i miseri profani) si girano spesso (volgonsi spesso) alternando i fianchi alla pioggia per dar temporaneo sollievo alla parte non esposta.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
24 non avea membro che tenesse fermo.
E ‘l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
27 la gittò dentro a le bramose canne.

Allo scorger i due poeti (Quando ci scorse), Cerbero, il ripugnante re sotterraneo (lo gran fermo), apre le sue bocche (le bocche aperse), mostrando loro le zanne (e mostrocci le sanne); senza che alcuna parte del suo corpo riesca a star ferma (non avea membro che tenesse fermo).

Motivo per cui Virgilio (‘l duca mio) apre i suoi palmi (distese le sue spanne), prende della terra e, riempite le mani della stessa (con piene le pugna), gliela getta (la gittò) nelle voraci gole (a le bramose canne).
 

Divina Commedia, Inferno, Canto VI: Dante, in animo ancora turbato per il sofferto amore di Paolo e Francesca, giunge nel terzo cerchio dove sono confinati i golosi, udendone gli strazianti lamenti, ben prima d'incontrarli. (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883), Cerbero

 

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ‘l pasto morde,
30 ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona
33 l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

E come (Qual è) quel cane che abbaia bramoso (ch’abbaiando agogna), e si cheta dopo aver addentato il pasto (poi che ‘l pasto morde), poichè (ché) solamente a divorarlo egli ambisce e s’ostina (intende e pugna, in simil modo fanno (cotai si fecer) le luride (lorde) facce del demoniaco (demonio) Cerbero, che rintrona a tal punto gli spiriti (che ‘ntrona l’anime sì), che gli stessi vorrebbero esser (ch’esser vorrebber) sordi.

Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
36 sovra lor vanità che par persona.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
39 ch’ella ci vide passarsi davante.

Il pellegrino ed il virgilian vate proseguono camminando sopra (Noi passavamo su) l’anime che la gravosa (greve) pioggia soggioga (adona), e posano i piedi (ponavam le piante) sopra la loro coscienza (vanità) che “par persona”.

Le stesse giacciono (giacean) per terra tutte quante, ad eccetto d’una (fuor d’una) che, alla vista dei due poeti (ch’ella ci vide passarsi davante), di colpo (ratto) si mette a sedere ( ch’a seder si levò).

«O tu che se’ per questo ‘nferno tratto»,
mi disse, «riconoscimi, se sai:
42 tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».

“O tu che per questo regno infernale (O tu che per questo ‘nferno) ti fai condurre (se’ tratto) – dice la stessa rivolgendosi a Dante (mi disse) – “cerca di riconoscermi (riconoscimi), se sai: tu nascesti (tu fosti), prima ch’io morissi (prima ch’io disfatto, fatto)”.

E io a lui: «L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
45 sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se’ che ‘n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
48 che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».

Non riconoscendola, l’Alighieri, in risposta (E io a lui), afferma esser forse l’afflizione ch’ella possiede (L’angoscia che tu hai) a trasfigurane la figura nascondendola alla sua memoria (ti tira fuor de la mia mente), facendo sì che (sì che) non sembri ch’egli l’abbia mai vista (non par ch’i’ ti vedessi mai).

Le chiede dunque di rivelargli (Ma dimmi) chi sia costei (chi tu se’) ch’è relegata in un luogo così saturo di dolore (che ‘n sì dolente loco se’ messo), e che prova un tal tormento che (e hai sì fatta pena), se anche n’esistesse uno peggiore (s’altra è maggio), nulla sarebbe ugualmente (nulla è sì) increscioso (spiacente).

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
51 seco mi tenne in la vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
54 come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
57 per simil colpa». E più non fé parola.

 

Divina Commedia, Inferno, Canto VI: Dante, in animo ancora turbato per il sofferto amore di Paolo e Francesca, giunge nel terzo cerchio dove sono confinati i golosi, udendone gli strazianti lamenti, ben prima d'incontrarli. (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883), Ciacco e i Golosi

 
Lo spirito a lui (Ed elli a me): “La tua Firenze (La tua città), ch’è talmente piena di malevolenza (ch’è piena d’invidia) che la sua capacità di provar odio ha ormai raggiunto il limite (sì che già trabocca il sacco), fra le sue mura m’ospitò quand’ero in vita.

Voi cittadini mi chiamavate Ciacco: per la deleteria (dannosa) colpa della gola, come tu vedi, sotto la pioggia mi macero (a la pioggia mi fiacco).

E io anima afflitta (trista) non son da solo, poiché (ché) tutte queste che vedi son sottoposte allo stesso tormento (a simil pena stanno) per la medesima colpa”. E Ciacco si silenzia (E più non fé parola).

Del Ciacco in realtà vivente poco si conosce; venendo citato nella Commedia, potrebbe verosimilmente esser stata persona nota, a chi ne leggesse a quei tempi.

Nel Decamerone di Giovanni Boccaccio (Giornata IX, nov. 8), lo stesso viene definito come un un vorace animatore di banchetti che, in cambio di divertimento ai commensali, potesse poi dar sfogo alla propria ingordigia: “Viveva a Firenze un tale che tutti chiamavano Ciacco , uomo ingordo come mai se n’era visto alcuno. Ciacco non era ricco e non poteva sostenere le spese della sua voracità e per questo si mise a fare lo spiritoso, motteggiando, e ad accompagnarsi con gente ricca che ben poteva permettersi ogni prelibatezza; con quei compagni, non proprio ogni sera ma molto spesso, si intratteneva per la cena”.

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita;
60 ma dimmi, se tu sai, a che verranno
li cittadin de la città partita;
s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
63 per che l’ha tanta discordia assalita».

Il pellegrino gli risponde (Io li risposi) manifestando una tal compassione per la sua sofferenza (il tuo affanno mi pesa sì), d’esser portato al commuoversene (mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita); poi, lui rivolgendosi con lo spronante “ma dimmi”, che nel girone precedente egli avea in sentita amorevolezza utilizzato con Francesca, gli pone tre quesiti, ovvero s’egli sappia a che conclusione giungeranno (a che verranno) i cittadini della smarrita Firenze (de la città partita); si vi sia ancora persona viva che si possa considerare onesta; e infine quale sia la ragione (e dimmi la cagione) per la quale la stessa sia stata sopraffatta da cotanta discordia (per che l’ha tanta discordia assalita).

I tre quesiti posti da Dante, riguardano i lunghi attriti esistenti fra guelfi bianchi, alle cui posizioni egli s’allineava, ed i guelfi neri; accesa antitesi tra fazioni che infiammò il dantesco cuore, in particolar modo a partir dal 1295, ovvero dalla data in cui il poeta prese vivamente parte alla vita politica della sua Firenze.

La città, all’epoca, era ormai prevalentemente di parte guelfa, essendo che, dopo la sconfitta dei ghibellini nella Battaglia di Campaldino del 1289, gli stessi furono successivamente cacciati, con la speranza che al tal fatto potesse seguire un pacifico periodo d’ordine, invece reso chimera dalla contrapposizione fra due importanti famiglie, ossia quella dei Cerchi, mercanti di recente ricchezza, e quella dei Donati, storici oligarchi fiorentini fra le casate più influenti.

Rispettivamente di parte nera, i primi, di parte bianca, i secondi, i crescenti conflitti nacquero da primi screzi di vicinato, nel tempo trasformatisi in vera lotta per l’egemonia ed il potere, con ovvio ritorno economico per chi fosse riuscito ad accaparrarsene le redini.

Sebbene rispetto ai ghibellini, filomonarchici, l’ideologia guelfa fosse a sostegno del papato, al suo interno la parte bianca respingeva una sua eccessiva intromissione nelle questioni politiche, riconoscendo al papa un ruolo meramente spirituale e quindi da tener ben distinto dal governativo, considerazione invece non avvallata dalla parte nera la quale, ben consapevole che l’espansione pontificia avrebbe portato ad un notevole arricchimento, ne sosteneva e spronava l’inserimento negli affari interni della città, sul filo d’una corruzione e d’un clima d’odio che, lo stesso Ciacco, ben metaforizza in quel “piena d’invidia che già trabocca il sacco”.

E quelli a me: «Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
66 caccerà l’altra con molta offensione.
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
69 con la forza di tal che testé piaggia.
Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
72 come che di ciò pianga o che n’aonti.
Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
75 le tre faville c’hanno i cuori accesi».

In risposta al fiorentin poeta (Ed quelli a me), Ciacco confida che dopo un lungo periodo di contese e tensioni fra le due parti (Dopo lunga tencione), le stesse arriveranno a sanguigne battaglie (verranno al sangue), e la parte più offensiva (la parte selvaggia), la nera, caccerà l’altra con severa persecuzione (con molta offensione).

Dipoi (In seguito) avverrà che la stessa parte (convien che questa) franerà (caggia) nel giro d’un triennio (in fra tre soli), mentre quella cacciata (l’altra), la bianca, rimonterà (sormonti) grazie alla potenza (forza) di colui che (di tal che) in quel momento si destreggia (testé piaggia) abilmente fra le due fazioni.

La parte in ripresa conserverà a lungo il potere (Alte terrà lungo tempo le fronti), soggiogando l’avversaria con pesante oppressione (tenendo l’altra sotto gravi pesi), per quanto questa (come che) di ciò si lamenti o si sdegni (pianga o che n’aonti).

Alla seconda domanda Ciacco risponde che di cittadini giusti ed onesti ne son rimasti due (Giusti son due), e che nessuno dà loro ascolto (e non vi sono intesi); superbia, invidia ed avarizia son invece le tre motivazioni sulle quali Dante ha posto il terzo quesito, ovvero le tre scintille (faville) che hanno ciecamente infiammato i cuori (c’hanno i cuori accesi) dei fiorentini in lotta.

“La parte selvaggia” si riferisce ovviamente ai guelfi neri, considerati dallo stesso Alighieri campagnoli arricchiti e senza scrupoli; nel suo “con molta offensione” non è difficile immaginare che si possa riferire all’esilio a cui fu miseramente e dolosamente costretto. Il “tal che testé piaggia” rimanda invece a Bonifacio VIII, colui che, con estrema abilità e facendo uso dell’inganno, favorì la presa di potere dei guelfi neri nel 1301, appoggiando la famiglia Donati ed inviando in fiorentine mura il conte Carlo di Valois come finto paciaro.

Qui puose fine al lagrimabil suono.
E io a lui: «Ancor vo’ che mi ‘nsegni
78 e che di più parlar mi facci dono.
Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca
81 e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni,
dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
84 se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca».

Ciacco si silenzia, ponendo fine (Qui puose fine) alle sue malinconiche e commoventi parole (al lagrimabil suono). Al che, l’Alighieri dolcemente persiste nel manifestar (Ed io a lui) il desiderio che ancor gli riveli (Ancor vo’ che mi ‘nsegni) informazioni e ch’egli faccia lui ulteriore (più) dono (e che mi facci dono) del suo parlare (parlar).

Dunque gli chiede delucidazioni a riguardo di Farinata e del Tegghiaio (Farinata e ‘l Tegghiaio) che tanto degni furono (che fuor sì degni), poi di Iacopo Rusticucci, d’Arrigo e del Mosca (Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca) e di altri (e li altri) che al bene pubblico (e li altri ch’a ben far) dedicarono il loro ingegno (puoser li ‘ngegni), il poeta vorrebbe infatti scoprire dove gli stessi si trovino (dimmi ove sono) e di conoscer la loro sorte o riconoscerli (e fa ch’io li conosca); poiché (ché) è in lui sentito desiderio (gran disio) di sapere (savere) se il cielo li addolcisca (se ‘l ciel li addolcia) o se l’inferno li strazi (o lo ‘nferno li attosca).

Farinata fu Manente Degli Uberti, a capo, dal 1239, dei ghibellini, nonché uno dei principali artefici della sconfitta guelfa nella battaglia di Montaperti; il nobiluomo Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari fu invece podestà di Arezzo nel 1256, anch’esso combattente a Montaperti, ma di parte guelfa. Della medesima parte Iacopo Rusticucci; sconosciuto, invece, il citato Arrigo. In ultimo, il politico ghibellino Mosca dei Lamberti, considerato sfavillio primo delle fiorentine lotte.

E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
87 se tanto scendi, là i potrai vedere.
Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
90 più non ti dico e più non ti rispondo».

Ciacco (E quelli) riferisce esser coloro di cui chiesto fra le anime più colpevoli (Ei son tra l’anime più nere); i cui vari peccati (diverse colpe) li han confinati (li grava) nei cerchi sottostanti (al fondo): se il pellegrino discenderà tanto in basso (se tanto scendi), là li potrà (i potrai) vedere.

Ma, prima di tacere per sempre, egli prega (priegoti ch’) Dante affinché, quando sarà tornato (quando tu sarai) alla dolce vita terrena (nel dolce mondo), possa rimembrarlo (mi rechi) alla mente degli umani (a la mente altrui) ancor viventi: poi aggiunge che non dirà più null’altro (più non ti dico) e che più non risponderà (e più non ti rispondo).

Li diritti occhi torse allora in biechi;
guardommi un poco e poi chinò la testa:
93 cadde con essa a par de li altri ciechi.

Allora Ciacco i dritti occhi gira di traverso (Li diritti occhi torse in biechi); guarda ancora un poco l’Alighieri (guardommi un poco) e poi china il capo (chinò la testa): ed insieme cade con tutto il corpo (cadde con essa) così come (a par de) gli altri dannati accecati (de li altri ciechi) dalla fanghiglia.

E ‘l duca disse a me: «Più non si desta
di qua dal suon de l’angelica tromba,
96 quando verrà la nimica podesta:
ciascun rivederà la trista tomba,
ripiglierà sua carne e sua figura,
99 udirà quel ch’in etterno rimbomba».

A questo punto Virgilio parla al poeta (E ‘l duca disse a me) dicendogli che Ciacco non si risveglierà più (Più non si desta) prima che suoni (di qua dal suon) la tromba dell’angelo (suon de l’angelica tromba), quando giungerà l’acerrimo giudizio divino (mimica podesta): ogni anima (ciascun) rivedrà la sua sozza (trista) tomba, riprenderà (ripiglierà) il suo corpo e le sue sembianze (sua carne e sua figura), ed ascolterà (udirà) la sentenza destinata che rimbomberà per l’eternità (udirà quel ch’in etterno rimbomba).

Sì trapassammo per sozza mistura
de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
102 toccando un poco la vita futura;
per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
105 o fier minori, o saran sì cocenti?».

Così i poeti proseguono (Sì trapassammo) lentamente (a passi lenti), attraverso il lurido miscuglio (per sozza mistura) d’anime e pioggia (de l’ombre e de la pioggia), tastando appena (toccando un poco) ciò che riserva il destino oltre vita (la vita futura);

Riflessione per cui al pellegrino sorge domanda (per ch’io dissi) da porre al proprio “Maestro”, lui chiedendo se, dopo il giudizio universale (dopo la gran sentenza), le afflizioni dei dannati (esti tormenti) aumenteranno (crescerann’ ei), o diverranno minori (o fier minori), o saranno altrettanto corrosive (o saran sì cocenti).

Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
108 più senta il bene, e così la doglienza.
Tutto che questa gente maladetta
in vera perfezion già mai non vada,
111 di là più che di qua essere aspetta».

Il virgilian vate risponde (Ed elli a me) spronando Dante a spostar il proprio pensiero (Ritorna) all’aristotelica scienza da lui studiata (a tua scïenza), secondo la quale (che vuol), quanto più una cosa rasenti la perfezione (quanto la cosa è più perfetta), tanto più la stessa percepisca il bene (più senta il bene), tanto quanto il dolore (e così la doglienza).

E nonostante (tutto che) questi dannati spiriti (questa gente maledetta), mai raggiungeranno uno stato perfetto (in vera perfezion già mai non vada), dopo il giudizio universale (di là più che di qua) gli stessi son destinati ad esser meno imperfetti (essere aspetta).

La “tua scïenza” riguarda i danteschi studi aristotelici e ciò che afferma Virgilio al centoundicesimo verso, farebbe intuire che, secondo l’assunto citato, scemando l’imperfezione dei dannati dopo il giudizio universale, i loro tormenti aumenteranno.

Noi aggirammo a tondo quella strada,
parlando più assai ch’i’ non ridico;
114 venimmo al punto dove si digrada:

I due poeti costeggiano (Noi aggirammo) infine il circolar bordo del cerchio (a tondo quella strada), parlando di molte più questioni (parlando più assai) che l’Alighieri non riporta (ch’i’ non ridico); nel frattempo raggiungendo il punto (venimmo al punto) di discesa (dove si digrada), fra un cerchio e il successivo;

142 quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

e qui trovano Pluto, il gran nemico.

Al passaggio fra il terzo ed il quarto cerchio, il diavolesco Pluto blatererà incomprensibili parole: “Pape Satàn, pape Sàtan aleppe!”…
 
 
 
 

Affresco in evidenza: Domenico di Michelino (1417-1491)
La Divina Commedia illumina Firenze, 1465.
Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze.