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Divina Commedia: Inferno, Canto IX

 
Il nono canto si apre sul ritorno d’un Virgilio i cui aspetti umani traboccano dall’espressione d’uomo deluso che Dante affida al suo volto. L’adorato maestro non è infatti riuscito nel sentito intento di convincere i demoni, attraverso il semplice mezzo della parola, ad aprir loro un varco per la città di Dite, al contrario chiudendo gli stessi, con sprezzante violenza, la porta in faccia a colui che il pellegrino riteneva esser l’anima a cui tutto è possibile ed alla quale, nonostante tutto, riconosce per l’ennesima volta quell’amorevole compassione che l’induce a cambiar repentinamente atteggiamento, in atto di paterna protezione nei confronti dello sconquassato discepolo.

La speranza vien dunque traslata alla venuta del messo celeste che, giungendo dallo Stige, con autoritario parlare intima ai diavoleschi spiriti di farsi da parte, come poi avviene, permettendo dunque ai due poeti di giungere al VI cerchio attraverso la città dolente, i cui raccapriccianti gemiti trapanano timpani e cuore.

La visione dell’immensa distesa di sepolcri al cui interno le dannate anime sopportano la loro pena, deturpate dalle incessanti fiamme, è ulteriore sbigottimento all’animo di Dante che, precedentemente rincuoratosi abbandonando le proprie mani alle virgiliane, nella visione delle tre furie Erinni, ancor una volta s’affida alla magnanima conduzione della sua guida.

La ventunesima terzina (O voi ch’avete li ‘ntelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde
sotto ‘l velame de li versi strani) è una delicata esplosione d’afflato nei confronti dei lettori, quasi un dantesco affidarsi alla capacità di comprensione degli stessi nel riuscire a percepire e comprendere l’enigmatico significato dei versi a loro proposti, in desiato aggancio alle loro coscienze, nella ricerca della verità. Un verseggiatore il cui denso inchiostro, a cavallo di secoli, ancor riesce a stupire, ad entusiasmare, a calamitare, ma, soprattutto, a stimolare un’acuta e profonda riflessione sulle vicissitudini della vita, sulle emozioni suscitate e sulle differenti possibilità di percorso della stessa.

Quel color che viltà di fuor mi pinse
veggendo il duca mio tornare in volta,
3 più tosto dentro il suo novo ristrinse.
Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;
ché l’occhio nol potea menare a lunga
6 per l’aere nero e per la nebbia folta.
«Pur a noi converrà vincer la punga»,
cominciò el, «se non… Tal ne s’offerse.
9 Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».

Al ritorno del proprio maestro dopo la mal riuscita della richiesta d’ingresso ai demoni, lo stato ansioso dell’Alighieri è palpabile. Il pallore (Quel color) che la paura (che viltà) gli aveva fatto affiorare sul volto (di fuor mi pinse) al veder (veggendo) il suo duca ritornare indietro (tornare in volta), sprona Virgilio a comprimere in fretta (ristrinse tosto) dentro di sé il nuovo colore (il suo novo) posatosi sul suo viso dopo il diabolico rifiuto.

Egli si ferma come uomo in attento ascolto (Attento si fermò com’ uom ch’ascolta); visto che (ché) l’occhio, considerata l’oscurità (per l’aere nero) e la nebbiosa atmosfera (e per la nebbia folta), non ha potere d’arrivare lontano (nol potea menare a lunga).

Poi inizia a parlare (cominciò el) affermando che ciononostante (Pur) i due (a noi) avran certezza (converrà) di superare questa prova (vincer la punga), salvo il caso che (se non)… il vate si sofferma un attimo… titubanza immediatamente rimossa dal successivo rimembrare che vi é tale offertosi (Tal ne s’offerse) a lor sostegno. E, in sospirante invocazione, il virgilian poeta manifesta la propria impazienza, nell’attender chi deve giungere in loro appoggio: “Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!”

Già dalla prima terzina è palese il desiderio dantesco d’evidenziare la costante e protettiva amorevolezza virgiliana a lui dedicata; dai medesimi versi, tuttavia, ben non si comprende se l’epidermica sfumatura del maestro sia riferibile a bianchezza successiva alla delusione del non esser riuscito ad aprirsi un varco per la città di Dite, oppure a rossore conseguente ad uno stato di rancore nei confronti dei diavoli a difesa della stessa.

Che poi il nominato “Tal” si riferisca al divino, a Maria, ad un angelo celeste, a Beatrice o a chicchessia, non è dato d’intendere; concretamente percepibile è invece l’apprensione di Dante nel suo percepir l’irrequietudine di colui che, fino ad ora, integerrima guida gli era apparsa, senza tentennamento alcuno.

I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse
lo cominciar con l’altro che poi venne,
12 che fur parole a le prime diverse;
ma nondimen paura il suo dir dienne,
perch’ io traeva la parola tronca
15 forse a peggior sentenzia che non tenne.

Il pellegrino s’è infatti reso conto appieno (I’ vidi ben sì) di come il vate abbia mascherato (com’ ei ricoperse) l’inizio di un discorso (lo cominciar) con il seguente (con l’altro che poi venne), in quanto le ultime parole avevano un significato differente rispetto alle prime (che fur parole a le prime diverse);

ma malgrado ciò (ma nondimen), ovvero nonostante le finali rassicurazioni, il discorso di Virgilio lo intimorisce (paura il suo dir divenne), poiché egli (perch’ io), da quel “se non…” interrotto (la parola tronca) trae (traea) un senso forse peggiore (a peggior sentenza) del reale (che non tenne).

«In questo fondo de la trista conca
discende mai alcun del primo grado,
18 che sol per pena ha la speranza cionca?».

Il poeta prova una paura nuova, un sottile e penetrante timore che nasce dalla percezione, nel proprio maestro, di un perplesso stato che per la prima volta affiora ai suoi occhi, disorientandolo enormemente fino al punto d’arrivare a manifestargli il dubbio se nell’infernale abisso del dolore (In questo fondo de la trista conca) sia mai discesa qualche anima (discende mai alcun) dal primo cerchio, (del primo grado), la cui unica pena (che sol per pena) sia stata l’annientamento della speranza (ha la speranza cionca).

Affiora, nel tal quesito, dantesca insicurezza sul fatto che l’amata guida sia in grado, o meglio, abbia ancora cieca fiducia nelle proprie capacità di condurre entrambi fino alla fine del viaggio da loro iniziato.

Questa question fec’ io; e quei «Di rado
incontra», mi rispuose, «che di noi
21 faccia il cammino alcun per qual io vado.
Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
congiurato da quella Eritón cruda
24 che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
Di poco era di me la carne nuda,
ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
27 per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
Quell’ è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro,
e ‘l più lontan dal ciel che tutto gira:
30 ben so ‘l cammin; però ti fa sicuro.
Questa palude che ‘l gran puzzo spira
cigne dintorno la città dolente,
33 u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».

Questo chiede l’Alighieri (Questa question fec’ io); e la virgiliana risposta (e quei) consiste nel dirgli (mi rispose) che è davvero infrequente, seppur succeda, incontrare chi (Di rado incontra alcun), fra gli spiriti del limbo (che di noi), s’avventuri nel percorso (faccia il cammino) da lui stesso intrapreso (per qual io vado).

Vero è che Virgilio un’altra volta (Ver è ch’altra fïata) scese agli inferi (qua giù fui), dietro scongiuro (congiurato) di quella crudele d’Eritone (da quella Eritón cruda) che richiamava le anime (l’ombre) nei loro corpi (a’ corpi sui).

Da poco (Di poco) la sua anima aveva abbandonato il suo corpo (era di me la carne nuda), che la stessa lo fece entrare (ch’ella mi fece intrar) oltre le mura di Dite (dentr’ a quel muro), per prelevarne uno spirito (per trarne un spirto) dal cerchio di Giuda.

Quello è il luogo più profondo ed oscuro (Quell’ è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro), oltre che il più lontano dal cielo (e ‘l più lontan dal ciel) da cui tutto prende moto (che tutto gira): egli conosce bene quel cammino (ben so ‘l cammin); motivo per cui Dante dovrebbe rassicurarsi (però ti fa sicuro).

Questa palude dalla quale s’alza uno sgradevole fetore (che ‘l gran puzzo spira) cinge tutt’intorno (cigne dintorno) la dolente città di Dite nella quale (u’) i due, ormai (omai), non potranno entrare (non potemo intrare) con benevolenza (sanz’ ira).

Eritone (Erichto) è un personaggio di Pharsalia (o Bellum Civile), il poema epico, in dieci libri per più di ottomila versi, che il poeta romano Marco Anneo Lucano scrisse attorno al 61 d.C. narrando della guerra civile, fra Sesto Pompeo e Gaio Giulio Cesare, in cui la battaglia di Farsalo fu di notevole rilievo; Erichto, nel famoso ruolo a lei attribuito di celebre maga dell’antica regione greca di Tessaglia, fu appunto colei che predisse a Pompeo l’esito della tal battaglia, combattuta nel 48 a.C. e a decisiva vittoria della fazione Cesarina dei “populares”, coloro ch’erano a favor di popolo, a discapito dei pompeiani “optimates”, frangia di matrice aristocratica e conservatrice.

Essendo Eritone dedita alla necromanzia, pratica di divinazione tramite tentata evocazione degli spiriti, e considerando che la stessa, sotto ingenti somme di denaro, prometteva di entrare in contatto con loro per prevedere il futuro a chi il suo aiuto richiedesse, è probabile che il verseggiatore fiorentino ne abbia “preso a prestito” il personaggio, al fine di romanzare una prima discesa di Virgilio all’inferno che avvallasse il fatto del suo ben conoscere il tragitto da percorrere, rassicurando il pellegrino in quel pronunciar “ben so ‘l cammin; però ti fa sicuro”.

Il cerchio di Giuda è il nono e ultimo cerchio infernale, formato dal lago di Cocito, ove son collocati i traditori dei benefattori e lo stesso Lucifero.

E altro disse, ma non l’ho a mente;
però che l’occhio m’avea tutto tratto
36 ver’ l’alta torre a la cima rovente,
dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
39 che membra feminine avieno e atto,
e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avien per crine,
42 onde le fiere tempie erano avvinte.

Virgilio racconta altro, ma il vate toscano non lo rammenta (E altro disse, ma non l’ho a mente) perchè (però che) la sua vista viene attratta (l’occhio m’avea tutto tratto) verso l’alta torre (ver’ l’alta torre) dalla (a la) cima rovente, dove in un punto si rizzano contemporaneamente (furon dritte ratto) tre infernali fiere (tre furïe infernal) insanguinate (di sangue tinte), che hanno (avieno) membra e tratti (atto) femminili (feminine), e sono avvolte (cinte) da verdissimi serpenti (con idre verdissime); come capigliatura (per crine) portano serpentelli e vipere (ceraste), dalle quali (onde) le terribili (fiere) tempie sono avviluppate (erano avvinte).

E quei, che ben conobbe le meschine
de la regina de l’etterno pianto,
45 «Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
Quest’ è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
48 Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
battiensi a palme e gridavan sì alto,
51 ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IX: Il cammino dei due poeti pare arrestarsi davanti al fallito tentativo d'un contrito Virgilio, di convincer i demoni ad aprir varco per la città di Dite, ma in loro soccorso, giunse il messo celeste. (Gustave Doré, Le Erinni). • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883), Le Erinni

 
L’antico vate (E quei), che immediatamente riconosce (che ben conobbe) le serve (meschine) della regina dell’oltretomba (de la regina de l’etterno pianto), Proserpina, invita l’Alighieri (mi disse) a guardare le feroci Erinni (Guarda le feroci Erine).

L’una è (Quest’ è) Megera dall’infausto (sinistro) canto; quella a destra (dal destro) che piange à Aletto; nel mezzo sta Tesìfone (Tesifón è nel mezzo); detto questo Virgilio si tace (e tacque a tanto).

Ognuna di loro (ciascuna) si graffia (si fendea) il petto con l’unghie; si malmenano con i palmi delle mani (battiensi a palme) e gridano talmente forte (e grida vendetta sì alto), da indurre il Dante a stringersi in un abbraccio al suo maestro (ch’i’ mi strinsi al poeta) dal terrore provato (per sospetto).

Le tre furie denominate Erinni, o Eumenidi, son figure maledette provenienti dall’italica mitologia, dee dedite alla vendetta applicata tramite guerre, ostilità, pestilenze ed affini, rappresentanti il greve rimorso covante nello spirito degli assassini; protagoniste di varia letteratura greco-latina, nel settimo libro dell’Eneide ricevono, fra il trecentoventiquattresimo ed il trecentoventiseiesimo verso del paragrafo De Iunone Cum Allecto, appunto nel personaggio di Aletto, l’invocazione di Giunone al fine di suscitare l’odio di Turno, re dei Rutuli, nei confronti di Enea: “luctificam Allecto dirarum ab sede dearum infernisque ciet tenebris, cui tristia bella iraeque insidiaeque et crimina noxia cordi” – “(Giunone) richiama dalle infernali tenebre, la sede delle feroci dee, la nefasta Aletto alla quale stanno a cuore le tristi guerre, i furori, gli intrighi ed i delitti colpevoli”

«Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto»,
dicevan tutte riguardando in giuso;
54 «mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».
«Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;
ché se ‘l Gorgón si mostra e tu ‘l vedessi,
57 nulla sarebbe di tornar mai suso».
Così disse ‘l maestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
60 che con le sue ancor non mi chiudessi.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IX: Il cammino dei due poeti pare arrestarsi davanti al fallito tentativo d'un contrito Virgilio, di convincer i demoni ad aprir varco per la città di Dite, ma in loro soccorso, giunse il messo celeste. (Arnold Böcklin, Medusa, 1878) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Arnold Böcklin (1827-1901), Medusa, 1878

 
Esclamando tutte quante (dicevan tutte), dopo aver rivolto lo sguardo alla dantesca presenza (riguardando in giuso) – “Giunga (Venga) Medusa: così lo pietrificheremo (sì ‘l farem di smalto), fu un male non esserci vendicate (mal non vengiammo) all’offensiva di Teseo (in Tesëo l’assalto).

Il pellegrino viene quindi invitato dall’antico poeta a non guardarle (Volgiti ‘n dietro) ed a chiudere gli occhi (e tien lo viso chiuso); perché, se lui guardasse Medusa mostrarsi (ché se ‘l Gorgón si mostra e tu ‘l vedessi), non avrebbe possibilità alcuna (nulla sarebbe) di risalire al mondo terrestre (di tornar mai suso).

Così dice il maestro; e lui stesso (ed elli stessi) gira il proprio discepolo (mi volse), senza fidarsi delle sole sue mani (e non si tenne a le mie mani) a copertura degli occhi, finché sovrapponendogli le proprie lui non si copra lo sguardo (che con le sue ancor non mi chiudessi) con doppia protezione.

Nella mitologia classica, Medusa fa parte delle tre Gorgoni, le mostruose e mitologiche creature greche figlie di Forcide e di Cetos (divinità collegate alle insidie delle marine profondità); celebre figura d’estrema pericolosità, potere a lei appartenente è quello di pietrificare chiunque ne incontri lo sguardo.

L’offensiva riferita a Teseo riguarda la discesa nell’Averno del leggendario eroe ateniese, al fine di rapire Proserpina; l’impresa non ebbe esito positivo e Plutone lo condannò a restare nell’oltretomba seduto su una pietra, fino a sua liberazione da parte del forzuto Ercole. Per le Erinni, la liberazione di Teseo è rancoroso rimpianto per non essersi vendicate su di lui con furia e punizioni tali da scongiurare la futura discesa agli inferi di chiunque altro.

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,
mirate la dottrina che s’asconde
63 sotto ‘l velame de li versi strani.

Invocazione del riflessivo verseggiatore ai propri lettori: “O voi che possedete prosperità d’intelletto (O voi ch’avete li ‘ntelletti sani), cercate la verità (mirate la dottrina) che si nasconde (che s’asconde) sotto il velo (sotto ‘l velame) di questi versi misteriosi (de li versi strani).

E già venìa su per le torbide onde
un fracasso d’un suon, pien di spavento,
66 per cui tremavano amendue le sponde,
non altrimenti fatto che d’un vento
impetüoso per li avversi ardori
69 che fier la selva e sanz’ alcun rattento
li rami schianta, abbatte e porta fori;
dinanzi polveroso va superbo,
72 e fa fuggir le fiere e li pastori.

Dopo l’accorato appello che interrompe per un istante l’immedesimazione nella scena, ecco provenire dalle melmose acque (E già venìa su per le torbide onde) un fracassante suono (un fracasso d’un suon), terribilmente terrorizzante (pien di spavento), a causa del quale entrambe le rive tremano (per cui tremavano amendue le sponde), non difforme ad un rovinoso vento (non altrimenti fatto che d’un vento impetüoso) che, per lo scontro fra correnti di differente temperatura (per li avversi ardori), devasta i boschi (fier la selva) e, senza inibizione alcuna (sanz’ alcun rattento), spezza i rami (li rami schianta), abbattendoli e strascicandoli via (abbatte e porta fori); incede colmo di polvere ed altezzoso (dinanzi polveroso va superbo), scacciando animali e pastori (e fa fuggir le fiere e li pastori).

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
del viso su per quella schiuma antica
75 per indi ove quel fummo è più acerbo».

Dante è ulteriormente smarrito, percependo il tutto solo attraverso l’udito. Ma ecco il suo duca liberagli gli occhi ed invitarlo (Li occhi mi sciolse e disse) a riattivarne la potenza dello sguardo (Or drizza il nerbo del viso) verso la superficiale schiuma dell’antica palude (su per quella schiuma antica) nel punto in cui la nebbia (per indi ove quel fummo) è più fitta (è più acerbo).

Come le rane innanzi a la nimica
biscia per l’acqua si dileguan tutte,
78 fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
vid’ io più di mille anime distrutte
fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
81 passava Stige con le piante asciutte.
Dal volto rimovea quell’ aere grasso,
menando la sinistra innanzi spesso;
84 e sol di quell’ angoscia parea lasso.

E come rane che di fronte alla serpe nemica (Come le rane innanzi a la nimica biscia) si dileguano tutte quante nell’acqua (per l’acqua si dileguan tutte), fino ad ammucchiarsi nel fondale (fin ch’a la terra ciascuna s’abbica), l’Alighieri vede una miriade d’anime dannate (vid’ io più di mille anime distrutte) che, in simil maniera, svaniscono nell’acqua (fuggir così) trovandosi davanti (dianzi) ad un tale che, a piedi (ad un ch’al passo) attraversa (passava) lo Stige con le piante asciutte.

Lo stesso si leva (rimovea) dal volto quell’aria ingrassata di fumo (quell’ aere grasso), muovendo spesso davanti a sé la mano sinistra (menando la sinistra innanzi spesso); e come se sia quello l’unico fatto a provocargli fastidio (e sol di quell’ angoscia parea lasso).

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
e volsimi al maestro; e quei fé segno
87 ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.

 

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IX: Il cammino dei due poeti pare arrestarsi davanti al fallito tentativo d'un contrito Virgilio, di convincer i demoni ad aprir varco per la città di Dite, ma in loro soccorso, giunse il messo celeste. (Gustave Doré, Il messo celeste) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883), Il messo celeste

 
Il fiorentin poeta subito intuisce (Ben m’accorsi) trattarsi del messo celeste (ch’elli era da ciel messo) mandato in loro aiuto, e si rivolge al proprio (volsimi) maestro il quale, con un cenno (e quei fé segno) lo invita a star tranquillo (ch’i’ stessi queto) e ad inchinarsi al celestial messaggero (ed inchinassi ad esso).

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
90 l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

Lo stesso appare al pellegrino colmo di sdegno (Ahi quanto mi parea pien di disdegno)! Arrivato alla porta (Venne a la porta) l’apre (l’aperse) con un angelico scettro (una verghetta), senza opposizione alcuna (che non v’ebbe alcun ritegno).

«O cacciati del ciel, gente dispetta»,
cominciò elli in su l’orribil soglia,
93 «ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?
Perché recalcitrate a quella voglia
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
96 e che più volte v’ha cresciuta doglia?
Che giova ne le fata dar di cozzo?
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
99 ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IX: Il cammino dei due poeti pare arrestarsi davanti al fallito tentativo d'un contrito Virgilio, di convincer i demoni ad aprir varco per la città di Dite, ma in loro soccorso, giunse il messo celeste. (Jan van der Straet, Virgilio parla con i demoni, 1587) • Terzo Pianeta (https://terzopianeta.info)
Jan van der Straet (1523–1605), Virgilio parla con i demoni, 1587

 
Sull’orrendo ingresso (in su l’orribil soglia) egli inizia a parlare (cominciò elli) incalzando i demoni: “O anime abiette (O gente dispetta) cacciate dal cielo (cacciati del ciel), per qual motivo quest’insolenza (ond’ esta oltracotanza) in voi si nutre (s’alletta)?

Perché v’opponete (recalcitrate) a quel volere (quella voglia) a cui mai potrà essere ostacolato (non puote mai esser mozzo) il raggiungimento (il fin), e che più volte vi ha accresciuto la pena (v’ha cresciuta doglia)?

Qual giovamento potrà mai derivare (Che giova) dall’ostinarsi a picchiar la testa (dar di cozzo) contro le divine leggi (ne le fata)? Se ben rimembrate (vi ricorda), il vostro Cerbero ne porta ancora mento e gozzo rapati (ancor pelato il mento e ‘l gozzo).”

Poi si rivolse per la strada lorda,
e non fé motto a noi, ma fé sembiante
102 d’omo cui altra cura stringa e morda
che quella di colui che li è davante;
e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
105 sicuri appresso le parole sante.

Poi il messo celeste si rigira (si rivolse) per il fangoso sentiero (per la strada lorda), senza rivolger parola all’Alighieri ed alla sua guida (e non fé motto a noi), ma comportandosi come colui (ma fé sembiante d’omo) che abbia altri pensieri che ne assillino la mente (cui altra cura stringa e morda) che non prestare attenzione a chi gli si trova davanti (che quella di colui che li è davante); e i due poeti s’incamminano dunque verso la città di Dite (e noi movemmo i piedi inver’ la terra), rinfrancati dalle sante parole (sicuri appresso le parole sante).

Dentro li ‘ntrammo sanz’ alcuna guerra;
e io, ch’avea di riguardar disio
108 la condizion che tal fortezza serra,
com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:
e veggio ad ogne man grande campagna,
111 piena di duolo e di tormento rio.

Ne varcano l’ingresso, raggiungendo dunque il sesto cerchio, senza dover battagliare (Dentro li ‘ntrammo sanz’ alcuna guerra); e Dante (e io), che prova un impellente desiderio di scoprire (ch’avea di riguardar disio) qual (che) condizione (la condizion) racchiuda (serra) la tal fortezza, non appena giuntovi all’interno (com’ io fui dentro), bramosamente lo sguardo ruota intorno (l’occhio intorno invio): e, da ogni parte (ad ogne man) vede una vasta distesa (grande campagna), colma di dolore (piena di duolo) e d’atroce (rio) tormento.

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com’ a Pola, presso del Carnaro
114 ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,
così facevan quivi d’ogne parte,
117 salvo che ‘l modo v’era più amaro;
ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
120 che ferro più non chiede verun’ arte.
Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
123 che ben parean di miseri e d’offesi.

E così come numerosi sepolcri ricoprono il terreno in modo vario (fanno i sepulcri tutt’ il loco varo) ad Arles (Sì come ad Arli), dove ristagnano le acque del Rodano (ove Rodano stagna), e come a Pola (com’ a Pola), nel golfo del Quarnaro (presso del Carnaro) che, all’estremità dell’Italia, bagna i suoi confini (ch’Italia chiude e suoi termini bagna), similmente, gli stessi ricoprono ogni parte di terreno (così facevan quivi d’ogne parte) della succitata “Grande campagna”, a parte il fatto (salvi che) questi appaiano maggiormente impietosi (‘l modo v’era più amaro) in quanto (ché) fra i tumuli (tra li avelli) son sparse (erano sparte) delle fiamme la cui azione li arroventa a tal punto (per le quali eran sì del tutto accesi), che non esiste mestiere di fabbro che richieda un ferro in maggior stato di calore (che ferro più non chiede verun’ arte).

Tutti i loro coperchi son sollevati (Tutti li lor coperchi eran sospesi), e dagli stessi provengono lamenti talmente disperati (e fuor n’uscivan sì duri lamenti), che fanno ben comprendere d’appartenere ad anime miserevoli e torturate (che ben parean di miseri e d’offesi).

Il fiume Rodano, di nascita svizzera, percorsa la città francese di Arles si suddivide nei due rami e, giunto in prossimità dell’umida zona della Camarga, rallenta il suo corso, poco prima di gettarsi nel Mediterraneo.

La croata cittadina di Pola che sorge sulla punta dell’Istria, si rivolge al golfo del Quarnaro, quel braccio di mare le cui acque bagnano gli estremi confini italiani.

E io: «Maestro, quai son quelle genti
che, seppellite dentro da quell’ arche,
126 si fan sentir coi sospiri dolenti?».
E quelli a me: «Qui son li eresïarche
con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
129 più che non credi son le tombe carche.
Simile qui con simile è sepolto,
e i monimenti son più e men caldi».
132 E poi ch’a la man destra si fu vòlto,

Il pellegrino chiede al proprio maestro chi siano quegli spiriti (E io: «Maestro, quai son quelle genti) che, seppelliti in quelle tombe (seppellite dentro da quell’ arche), diffondono sospiri tanto atroci (si fan sentir coi sospiri dolenti)?

Ed il virgilian vate risponde (Ed elli a me) che si tratta degli eretici con i loro adepti (con lor seguaci), per ogni setta (d’ogne setta), ed i sarcofagi son tanto più pieni di quanto il suo discepolo possa immaginare (più che non credi son le tombe carche).

Ogni eretico è sepolto con i seguaci appartenenti alla propria setta (Simile qui con simile è sepolto), ed ogni tomba ha differenti gradi di calore ( monimenti son più e men caldi). A spiegazione avvenuta, e dopo che Virgilio si volge a destra (E poi ch’a la man destra si fu vòlto)

133 passammo tra i martìri e li alti spaldi.

i due poeti passano fra gli strumenti di tortura e gli alti spalti.

È la prima volta che il maestro prosegue voltando a destra, essendo sempre stato, il discendente tragitto, in senso orario; succederà una seconda volta nel XVII canto, al trentunesimo verso, nella ripa scoscesa fra il settimo e l’ottavo girone: “Però scendemmo a la destra mammella”.

Addentratisi dunque dalla città di Dite, gli stessi apriranno il X canto proseguendo per “un secreto calle, tra ‘l muro de la terra e li martìri”…
 
 
 
 

Immagine di copertina:
Pedro Alcántara Quijano Montero (1878-1953), Dante y Virgilio en el infierno, 1912