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Divina Commedia: Inferno, Canto IV

Joseph Anton Koch (1768-1839)

 
Rianimato da un fragore che lo risveglia dallo svenimento, Dante si ritrova dunque sull’altra sponda dell’Acheronte.

Insieme ad un Virgilio impallidito per commiserazione nei confronti delle anime ivi sospese, i due accedono al primo cerchio, il limbo, dove stanno gli spiriti magni, ovvero coloro che in vita non ebbero colpa alcuna se non quella di non essere stati battezzati, d’esser pagani o d’esser devoti a differente credo, pur avendo taluni condotto integerrime esistenze; il che non li condanna a pene fisiche, ma preclude loro qualsiasi possibilità di salvezza, provocandone incessante sospiro che si fa eco nell’etere.

Mentre i due viaggiatori si confrontano su domande e chiarimenti a riguardo, l’incontro con i sommi poeti Orazio, Ovidio e Lucano, rappresentati e condotti nell’eccellenza di Omero, riempiranno l’animo del fiorentin poeta al sol lor cenno di saluto e l’accompagneranno, insieme al vate, per un lungo tratto.

I sei si separeranno sol una volta giunti ad un castello ove, superato un piccolo fossato e varcate sette porte, un verde prato concederà la vista di numerosi spiriti magni fra i quali l’Alighieri riconoscerà importanti personaggi storici, letterari e filosofici, non di rado con mogli a fianco.

Concluso un primo tratto, al pellegrino paiono esser state così tante ed intense le esperienze vissute, da manifestar consapevolezza sulle future lacune inerenti il racconto che, nella sua Commedia, egli s’appresta a fare.

Levatisi dal primo cerchio, verso il secondo entrambi i poeti si dirigono.

Il delicato e coinvolgente argomento affrontato nel quarto canto riguarda la pietosa condizione di coloro destinati al perenne desiderio di Dio, seppur senza peccato alcuno commesso, in particolar modo per quanto riguarda il mancato battesimo dei fanciulli la cui innocenza viene in tal modo quasi sfregiata.

Il penetrante rammarico di Dante al pensiero del Virgilio sospeso nel limbo nonostante l’integre ed incommensurabili facoltà, non può che farsi crepaccio sul cuore alla vista di tutti coloro, in primis i suoi adorati poeti, che al sol infinito potranno dedicare il loro rassegnato anelito.

Ruppemi l’alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch’io mi riscossi
3 come persona ch’è per forza desta;
e l’occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
6 per conoscer lo loco dov’ io fossi.

Rianimatosi improvvisamente dopo lo svenimento a causa d’un acuto tuono (greve truono) che ne interrompe il profondo sonno (Ruppemi l’alto sonno ne la testa), Dante si risveglia bruscamente (mi riscossi) come colui che vien destato forzatamente (come persona ch’è per forza desta);

e, rimessosi in piedi (dritto levato), sguardo riposato volge intorno (e l’occhio riposato intorno mossi) e scruta in giro (fiso riguardai) per comprender in che luogo si trovi (per conoscer lo loco dov’ io fossi).

Vero è che ‘n su la proda mi trovai
de la valle d’abisso dolorosa
9 che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai.
Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
12 io non vi discernea alcuna cosa.

Fatto sta (Vero è che) ch’egli si ritrova sul bordo (‘n su la proda mi trovai) dell’abissale e dolorosa valle infernale (de la valle d’abisso dolorosa) nel cui vuoto rintronano (che ‘ntrono accoglie) infiniti lamenti (guai).

Tali sono l’oscurità e la profondità della voragine che per quanto il poeta aguzzi (ficcar a fondo) la vista (lo viso), nulla (alcuna cosa) riesce a distinguere (io non vi discernea).

L’inusuale attraversamento dell’Acheronte da parte d’anima viva, con ancora un corpo, mai si era verificato ed il tempo d’attraversamento, svenendo il pellegrino, par si sia verificato in un istante, a cavallo fra un tuono e l’altro; lo svenimento non di rado viene utilizzato tra un luogo e l’altro, quasi L’Alighieri ne facesse uso al fine d’un repentino cambio di scena.

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»
cominciò il poeta tutto smorto.
15 «Io sarò primo, e tu sarai secondo».
E io, che del color mi fui accorto,
dissi: «Come verrò, se tu paventi
18 che suoli al mio dubbiare esser conforto?».

Virgilio, pallido in viso (tutto smorto), sprona Dante a discendere (Or discendiam) nel mondo delle tenebre (cieco), lui starà davanti ed il pellegrino dietro (Io sarò primo, e tu sarai secondo).

Dal canto suo il poeta, nel notarne il pallore (E io, che del color mi fui accorto), gli chiede come possa seguirlo se Virgilio stesso appare intimorito (se tu paventi) quand’invece il suo ruolo sarebbe quello (che suoli) d’esser di conforto al dantesco tentennar (dubbiare)?

Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
21 quella pietà che tu per tema senti.
Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
Così si mise e così mi fé intrare
24 nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Virgilio, in tutta risposta (Ed elli a me), spiega lui che il suo sgomento (L’angoscia) è provocato dall’anime che si trovano all’inferno (de le genti che son qua giù), che il pallor del suo viso (nel viso mi dipigne) è dunque conseguenza della compassione (quella pietà) nei loro confronti e non dei timori del pellegrino (che tu per tema senti).
Lo invita dunque a procedere (Andiam), in quanto la strada da percorrere sarà alquanto lunga (Andiam, ché la via lunga ne sospigne). Pertanto egli entra (Così si mise) ed allo stesso modo conduce Dante (e così mi fé intrare) nel primo cerchio che fa da bordo agl’inferi (che l’abisso cigne).

Il primo cerchio è adiacente al vestibolo, da cui lo divide l’Acheronte, ed affacciato sul baratro infernale; al suo interno vi è il limbo, derivante da “lembo”, ovvero “orlo”, appunto per la sua posizione all’estremità del cupo dirupo.

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
27 che l’aura etterna facevan tremare;
ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
30 d’infanti e di femmine e di viri.

Al suo interno (quivi) in base all’udire (secondo che per ascoltare), non c’è pianto alcuno, ma solo sospiri (non avea pianto mai che di sospiri) che tutta l’aria dell’intero cerchio fanno tremare (che l’aura etterna facevan tremare);

questo è causato (ciò avvenia) da dolore senza sofferenza fisica (di duol sanza martìri), di fanciulli e di donne e di uomini (d’infanti e di femmine e di viri).

Nel limbo sostano infatti le anime dei bambini morti prima d’esser stati battezzati e dei pagani virtuosi; il loro stato è una sorta di sospensione senza pena alcuna, nel perenne desiderio di vedere Dio ed in profondo sospirar il cui assiduo ripetersi trema l’aere circostante.

Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
33 Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
36 ch’è porta de la fede che tu credi;
e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
39 e di questi cotai son io medesmo.
Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
42 che sanza speme vivemo in disio».

 

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IV: Dante accede al primo cerchio, il limbo, dove stanno gli spiriti magni, ovvero coloro che in vita non ebbero colpa alcuna se non quella di non essere stati battezzati, d’esser pagani o d’esser devoti a differente credo. (https://terzopianeta.info)
Gustave Doré (1832-1883)

 

Il “buon” maestro, come lo definisce l’Alighieri senza mai mancare di sottolinearne i virtuosismi, gli chiede il motivo per cui lui non abbia ancora domandato (tu non dimandi) chi siano le anime che (che spiriti son questi che), dall’oscurità, inizia ad intravedere (tu vedi). Il vate desidera che il pellegrino sappia (Or vo’ che sappi), prima (innanzi) di proseguire (che più andi), che tali spiriti (ch’ei) in vita, non peccarono (non peccaro); e se gli stessi hanno dei meriti (e s’elli hanno mercedi), ciò non è sufficiente (non basta), poiché non ricevettero (non ebber) il battesimo, che concede l’accesso (porta) alla stessa fede a lui appartenente;

e se vissero in epoca pre cristiana (e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo), non ebbero possibilità d’adeguata adorazione divina (non adorar debitamente a Dio): e Virgilio confessa dunque d’esser uno di loro (e di questi cotai son io medesmo).

È dunque per questi mancati adempimenti (Per tai difetti), non per altre colpe (non per altro peccati), che le tali anime sono perdute (semo perduti), e talmente da queste (di tanto) ferite (offesi) che senza speranza alcuna (senza speme) vivranno nell’eterno desiderio (vivremo in disio) di Dio.

In realtà, seppur Virgilio non ne faccia cenno in queste terzine, nel limbo, fra chi, in vita, non adorò degnamente Dio, son compresi anche coloro che, seppur vissuti in epoca cristiana, furono pagani, o devoti ad altre religioni, senza per questo compiere altri peccati per i quali meritare pene più dure; anche in altri canti verrà accennato che il limbo accoglie anche spiriti di persone di differente credo, il cui comportamento esistenziale fu tuttavia benevolo.

Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi,
però che gente di molto valore
45 conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi.
«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
comincia’ io per volere esser certo
48 di quella fede che vince ogne errore:
«uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?».
51 E quei che ‘ntese il mio parlar coverto,
rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
54 con segno di vittoria coronato.

Al tal intendere (quando lo ‘ntesi) il cuor di Dante si stringe immensamente addolorato (Gran duol mi prese), perch’egli (però che) inizia a capacitarsi (conobbi) che persone (che gente) d’eccelsa virtù (di molto valore) stanno sospese nella loro trepidazione (eran sospesi) in quel lembo di terra (che ‘n quel limbo).

Rivolgendosi a Virgilio, nuovamente appellandolo “maestro mio” e “segnore”, il poeta gli chiede di dirgli (Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore), al fin di confermargli (per voler esser certo) quella fede che prevale su tutto (che vince ogni errore): se mai nessuno (mai alcuno), per merito proprio o altrui (o per suo merto o per altrui), sia mai uscito (usicci) dal tal luogo, per poi accedere al regno dei cieli (che poi fosse beato). E siccome il “maestro” immediatamente comprende (E quei che ‘ntese) che il pellegrino, senza manifestarlo apertamente (il mio parlar coverto) a lui possa alludere, risponde (rispuose) essere da poco ospite del limbo (Io era nuovo in questo stato), quando qui (ci) vide sopraggiungere (vidi venire) un “possente” con segni di vittoria alla corona (con segno di vittoria incoronato).

Alla venuta di Cristo, essendo infatti morto Virgilio nel 19 a.C., la sua permanenza nel limbo era di cinquantadue anni, motivo per cui egli afferma d’essere stato “nuovo in questo stato”.

Trasseci l’ombra del primo parente
d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
57 di Moïsè legista e ubidente;
Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co’ suoi nati
60 e con Rachele, per cui tanto fé,
e altri molti, e feceli beati.
E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
63 spiriti umani non eran salvati».

Il Cristo venuto prelevò da qui (trasse-ci) l’anima (l’ombra) del genitore primo dell’umanità tutta, Adamo, (del primo parente), quella del figlio Abele (d’Abèl suo figlio) e quella di Noè, quella di Mosè (Moïsè) legislatore rispettoso della Legge (legista e ubidente);

poi Abramo il patriarca (Abraàm patrïarca) ed il re Davide (Davìd re), Giacobbe con il padre Isacco (Israèl con lo padre) e con i suoi dodici figli (co’ suoi nati) e con sua moglie Rachele, per aver in sposa la quale tanto s’era adoperato (per cui tanto fé), e molti altri, e li rese beati (e altri molti, e feceli beati). A Virgilio inoltre preme che il fiorentin poeta sappia (E vo’ che sappi che), che prima di loro (dinanzi ad essi), spirito umano alcuno mai fu salvato (spiriti umani non eran salvati).

Nella Genesi, “Israél” è l’appellativo che l’angelo assegna a Giacobbe il cui padre, come risaputo, è appunto Isacco. Alla vista della nubile Rachele, narrazione biblica riporta che Giacobbe se ne innamorò perdutamente sull’istante, arrivando al punto di proporre al di lei padre, Labano, di servirlo per sette anni in cambio della mano di sua figlia, periodo che, peraltro, a Giacobbe non sembrò affatto lungo, tant’era l’amore ch’egli provava nei confronti della futura sposa. Questo il significato dell’espressione “per cui tanto fé” trascritta nel sessantesimo verso.

Genesi 29, 10-19

10Quando Giacobbe vide Rachele, figlia di Làbano, fratello di sua madre, insieme con il bestiame di Làbano, fratello di sua madre, Giacobbe, fattosi avanti, rotolò la pietra dalla bocca del pozzo e fece bere le pecore di Làbano, fratello di sua madre. 11Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce. 12Giacobbe rivelò a Rachele che egli era parente del padre di lei, perché figlio di Rebecca. Allora essa corse a riferirlo al padre. 13Quando Làbano seppe che era Giacobbe, il figlio di sua sorella, gli corse incontro, lo abbracciò, lo baciò e lo condusse nella sua casa. Ed egli raccontò a Làbano tutte le sue vicende. 14Allora Làbano gli disse: «Davvero tu sei mio osso e mia carne!». Così dimorò presso di lui per un mese.
15Poi Làbano disse a Giacobbe: «Poiché sei mio parente, mi dovrai forse servire gratuitamente? Indicami quale deve essere il tuo salario». 16Ora Làbano aveva due figlie; la maggiore si chiamava Lia e la più piccola si chiamava Rachele. 17Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto, 18perciò Giacobbe amava Rachele. Disse dunque: «Io ti servirò sette anni per Rachele, tua figlia minore». 19Rispose Làbano: «Preferisco darla a te piuttosto che a un estraneo. Rimani con me»

Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
66 la selva, dico, di spiriti spessi.
Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
69 ch’emisperio di tenebre vincia.
Di lungi n’eravamo ancora un poco,
ma non sì ch’io non discernessi in parte
72 ch’orrevol gente possedea quel loco.

I due viaggiatori non interrompono il cammino (Non lasciavam l’andar) a causa del virgiliano discorrere (perch’ ei dicessi), ma proseguono nella selva (ma passavam la selva) nonostante (tuttavia) il lor conversare, quella selva, sottolinea Dante (la selva, dico), d’anime accalcate (di spiriti spessi).

Non ancora è percorso un lungo tratto (Non era lunga ancor la nostra via) da che il poeta s’era svegliato (di qua dal sonno), quand’egli vede un fuoco (foco) la cui luminosità prevale (vincia) sul tenebral emisfero (ch’emisperio di tenebre).

Dal lucente alone i due poeti ancor si trovano a lieve distanza (Di lungi n’eravamo ancora un poco), ma non al punto d’impedir all’Alighieri d’iniziare a scorgere (ma non sì ch’io non discernessi in parte) che onorevoli spiriti (ch’orrevol gente) sostano in quel luogo (quel loco).

«O tu ch’onori scïenzïa e arte,
questi chi son c’hanno cotanta onranza,
75 che dal modo de li altri li diparte?».
E quelli a me: «L’onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
78 grazïa acquista in ciel che sì li avanza».

L’incuriosito pellegrino chiede dunque a Virgilio, a lui rivolgendosi come colui che onora scienza e arte (O tu ch’onori scïenzïa e arte), chi siano quelle anime (questi chi son) di tal onorabilità (c’hanno cotanta onranza) da esser contraddistinti (li diparte), nella loro condizione (dal modo), rispetto a tutti gli altri (che de li altri).

Il virgilian poeta risponde (E quelli a me) che la stimata reputazione (L’onrata nominanza) che gli stessi han lasciato (che di lor suona) nel mondo terreno (sù ne la tua vita), ottiene un’amorevolezza in cielo (grazïa acquista in ciel) che ritorna loro sotto forma di tale privilegio (che sì li avanza).

Intanto voce fu per me udita:
«Onorate l’altissimo poeta;
81 l’ombra sua torna, ch’era dipartita».

Nel frattempo (Intanti) Dante ode una voce (voce fu per me udite): la stessa stimola a onorar (Onorate) il sommo (altissimo) poeta la cui anima (l’ombra sua), ch’era dipartita, è ritornata (torna).

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
84 sembianz’ avevan né trista né lieta.

Dopo che la tal voce (Poi che la voce) si ferma (fu restata) silenziandosi (e cheta), il pellegrino vede (vidi) giungere verso di loro (a noi venire) quattro maestose anime (quattro grand’ ombre): la lor sembianza (sembianz’ avevan) non è né triste (trista) né felice (lieta).

Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
87 che vien dinanzi ai tre sì come sire:
quelli è Omero poeta sovrano;
l’altro è Orazio satiro che vene;
90 Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano.

Il “buon maestro” inizia a raccontare (dire) di guardare (mira) che colui che imbraccia una spada ed avanza davanti agli altri tre (vien dinanzi ai tre) con regal portamento (come sire) é Omero l’insigne (sovrano) poeta; l’autor di satire (satiro) che giunge è invece Orazio; il terzo è Ovidio. E l’ultimo Lucano.

Omero, probabilmente vissuto fra il X a.C. e l’VIII a.C., fu il celebre ed antico autore greco de l’Iliade e l’Odissea; Quinto Orazio Flacco (65 a.C.-8a.C.) il romano poeta che, fra le altre opere, scrisse le Odi; Publio Ovidio Nasone (43 a.C.-17/18 a,C.), il poeta romano il cui capolavoro fu Le Metamorfosi; in ultimo Marco Anneo Lucano (39 d.C.-65 d.C), poeta latino autore di Farsaglia, poema stimato dall’Alighieri quasi al pari dell’Eneide, oltre che suo frequente spunto letterario.

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
93 fannomi onore, e di ciò fanno bene».

In quanto (Però che) ognun dei quattro poeti (ciascun) s’identifica (si convene) con Dante nel termine pronunciato dalla sola voce parlante (nel nome che sonò la voce sola), facendo onore a lui (fannomi onore), fanno bene a far ciò (e di ciò fanno bene).

Il senso della terzina è che il quartetto poetico, lodando un poeta in quanto tale, specularmente s’onora di riflesso.

Così vid’ i’ adunar la bella scola
di quel segnor de l’altissimo canto
96 che sovra li altri com’ aquila vola.

In questo modo (Così vid’ i’) il pellegrino vede riunirsi (adunar) i più nobili rappresentanti poetici (la bella scola) sotto il baluardo di quel regnatore (segnor) dell’epico (altissimo) canto che sovrasta (sovra) gli altri tre come un’aquila in volo (com’ aquila vola).

 

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IV: Dante accede al primo cerchio, il limbo, dove stanno gli spiriti magni, ovvero coloro che in vita non ebbero colpa alcuna se non quella di non essere stati battezzati, d’esser pagani o d’esser devoti a differente credo. (https://terzopianeta.info)
Nicola Consoni (1814-1884)

 

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
99 e ‘l mio maestro sorrise di tanto;
e più d’onore ancora assai mi fenno,
ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
102 sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Dopo che i quattro poeti han conversato (Da ch’ebber ragionato insieme) alquanto, l’elegiaco quartetto si rivolge a Dante (volsersi a me) con benevolo cenno di saluto (con salutevol cenno), compiacendo Virgilio, di ciò sorridente (e ‘l mio maestro sorrise di tanto);

ed aggiuntivo onore (e più d’onore ancora assai) gli stessi fanno (mi fenno) al poeta, perchè (ch’e’), ma sì (sì) lo rendon parte (mi fecer) del loro gruppo (de la loro schiera), così ch’egli divien sesto appartenente (sì ch’io fui sesto) in mezzo a tale e tanta assennatezza (tra cotanto senno).

In più di un’occasione l’Alighieri accosta l’aggettivo “mio” al termine “maestro”, quasi a voler evidenziare e rafforzare lo stretto legame di fiducia fra i due.

Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che ‘l tacere è bello,
105 sì com’ era ‘l parlar colà dov’ era.

Quindi il pellegrino ed il suo maestro si dirigono verso la luce da cui provenivano i poeti (Così andammo infino a la lumera), conversando d’argomenti (parlando cose) ch’è piacevole tacere (che ‘l tacere è bello), cosicché quel parlare (sì com’ era ‘l parlar) resti dov’era (colà dov’ era).

L’entusiasmo che trapela per esser stato inserito nell’esclusiva schiera di sommi poeti, rende quasi la visualizzazione dello stimante discorrere dei sei verseggiatori.

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
108 difeso intorno d’un bel fiumicello.
Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
111 giugnemmo in prato di fresca verdura.

Il colloquiante drappello arriva ai piedi d’un elegante (nobile) castello, circondato da sette alte mura, tutelato (difeso) tutt’intorno (intorno) da un grazioso fiumiciattolo (d’un bel fiumicello).

Gli stessi lo attraversano (Questo passammo) come fosse duro terreno (come terra dura); e Dante varca l’ingresso (per sette porte intrai) di sette porte accompagnato dai cinque saggi (con questi savi): essi giungono in fine in un “prato di fresca verdura”

 

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IV: Dante accede al primo cerchio, il limbo, dove stanno gli spiriti magni, ovvero coloro che in vita non ebbero colpa alcuna se non quella di non essere stati battezzati, d’esser pagani o d’esser devoti a differente credo. (https://terzopianeta.info)
Priamo della Quercia (c.1400–1467)

 

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne’ lor sembianti:
114 parlavan rado, con voci soavi.

Sullo smeraldino terreno si trovan anime dagli occhi placidi (tardi) ed austeri (gravi), dagl’autorevoli atteggiamenti (di grande autorità ne’ lor sembianti): parlano morigeratamente (rado), con voci miti (soavi).

Traemmoci così da l’un de’ canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
117 sì che veder si potien tutti quanti.
Colà diritto, sovra ‘l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
120 che del vedere in me stesso m’essalto.

Virgilio e Dante si spostano pertanto da un punto (Traemmoci così da l’un de’ canti), mettendosi in un luogo ampio (aperto), luminoso ed elevato (alto), in modo da poter vedere (sì che veder si potrebbe) tutti quanti.

Da lì, guardando di fronte (Colà diritto), sopra il verdeggiante manto (smalto), al poeta vengon mostrati gli spiriti magni, alla visione dei quali (che del vedere) il suo animo s’esalta (in me stesso m’essalto).

I’ vidi Eletra con molti compagni,
tra ‘ quai conobbi Ettòr ed Enea,
123 Cesare armato con li occhi grifagni.

Egli vede Elettra con molte anime vicine (con molti compagni), fra le quali riconosce Ettore ed Enea (tra ‘ quai conobbi Ettòr ed Enea), nonché l’armato Cesare con sguardo feroce (armato con li occhi grifagni).

Elettra è personaggio della mitologia greca appartenente alle Pleiadi, le sette sorelle figlie del titano Atlante che venne costretto a reggere la sfera terrestre sulle spalle, per essersi ribellato a Zeus, e della dea della acque Pleione; Elettra è a sua volta madre di Dardano, capostipite della dinastia reale di Troia.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l’altra parte vidi ‘l re Latino
126 che con Lavina sua figlia sedea.

Poi vede Camilla e Pentesilea; da un’altra parte vede il re Latino che siede accanto alla figlia Lavinia (che con Lavina sua figlia sedea).

Camilla, figlia del re dei volsci, già citata al verso 107 del primo canto dell’inferno, è colei che nell’Eneide vien narrata come vergine combattente, perita in un conflitto con i troiani; medesima sorte per Pentesilea, regina delle amazzoni la cui morte, nell’omerica Iliade, sopraggiunse per mano di Achille. Il re del Lazio Latino, combelligerante di Enea nella guerra d’Italia e padre di Lavinia, ultima moglie dell’eroe troiano e madre di Iulo.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
129 e solo, in parte, vidi ‘l Saladino.

Vede il Bruto che cacciò Tarquinio, Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia (Corniglia); e poi, appartato in solitudine, il Saladino (e solo, in parte).

Il “Bruto” è Lucio Giunio Bruto, politico romano che, dopo la cacciata del settimo e ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, fondò la Repubblica romana, divenendo uno dei primi due consoli insieme a Lucio Tarquinio Collatino, con cui collaborò per l’allontanamento del tirannico re.
Lucrezia fu moglie dello stesso Collatini che, secondo la versione dello storico Tito Livio, stuprata da Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo, si suicidò pugnalandosi in conseguenza all’accaduto; figlia di Gaio Giulio Cesare e prima moglie del militare e politico romano Gneo Pompeo Magno fu invece Giulia. Marzia fu sposa del politico, militare, scrittore e magistrato monetario romano Marco Porcio Catone Uticense, mentre Cornelia rimanda probabilmente alla matrona romana madre dei Gracchi, influenti politici romani, anche se potrebbe essere riferito all’ultima moglie di Pompeo. Saladino, al-Malik al-Nāṣir Salah al Din, fu sultano d’Egitto e Siria le cui capacità gli permisero d’erigere un grande impero in breve tempo; fama gli fu concessa dalla sconfitta dell’esercito franco nella battaglia di Hittin e successiva conquista di Gerusalemme.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
vidi ‘l maestro di color che sanno
132 seder tra filosofica famiglia.

Innalzato un poco (Poi ch’innalzai un poco più) gli occhi (le ciglia), il poeta vede il maestro di tutti i sapienti (di color che sanno) sedere fra un raggruppamento di filosofi (tra filosofica famiglia).

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
135 che ‘nnanzi a li altri più presso li stanno;

Tutti lo rimirano (lo miran), tutti lo onorano (onor li fanno): qui l’Alighieri scorge Socrate e Platone, che, davanti agli altri (‘nnanzi a li altri) gli stanno più accanto (a li altri più presso li stanno);

Il maestro d’ogni sapienza è ovviamente l’antico filosofo e scienziato greco Aristotele, ai suoi lati, fra gli altri sapienti, il filosofo ateniese Socrate e l’antico filosofo greco Platone.

Democrito che ‘l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
138 Empedoclès, Eraclito e Zenone;

Democrito che considera il mondo una casuale aggregazione d’atomi (che ‘l mondo a caso pone), Diogene, Anassagora e Talete, Empedocle, Eraclito e Zenone;

quindi gli antichi filosofi greci: Democrito, Diogene di Sinope, Anassagora, Talete di Mileto, anche astronomo e matematico, Empedocle, Eraclito di Efeso e Zenone, che potrebbe richiamare sia Zenone di Cizio, fondatore dello stoicismo, che Zenone di Elea, inventore della dialettica.

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
141 Tulïo e Lino e Seneca morale;

dipoi il pellegrino vede il sapiente catalogatore di cui (buono accoglitor del quale), riporta il nome (dico) di Dioscoride; e vede Orfeo, Tullio e Lino e Seneca, maestro di etica (morale);

Dioscoride Pedanio, antico medico, erborista e botanico greco, vissuto nella Roma di Nerone; poi gli amati scrittori e poeti: Orfeo, personaggio della mitologia greca; Marco Tullio Cicerone, politico, avvocato, oratore, scrittore e filosofo romano; il mitologico cantore Lino, nato da Apollo e dalla musa Urania ed il drammaturgo, politico, filosofo e poeta romano Lucio Anneo Seneca.

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
144 Averoìs, che ‘l gran comento feo.

Euclide il geometra e Tolomeo, Ippocrate, Avicenna, Galeno e Averroe, che il gran commento fece (che ‘l gran comento feo).

Son l’antico filosofo e matematico greco Euclide, l’astrologo, geografo ed astronomo greco Claudio Tolomeo, l’antico medico, aforista e geografo Ippocrate, il persiano medico, filosofo, matematico e fisico Avicenna, alias Ibn Sinā, l’antico medico greco Galeno ed infine il medico e matematico Averroè, ovvero Abū al-Walīd Muḥammad ibn Aḥmad Ibn Rushd, terzo musulmano citato nel canto, che fu uno dei più notevoli filosofi arabo-islamici del Medioevo, autore di numerosi commenti alle opere aristoteliche.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
147 che molte volte al fatto il dir vien meno.

Riferendosi alla sua Commedia, Dante non ritiene possibile di poter riportare con esaustività tutto quanto visto (Io non posso ritrar di tutti a pieno), essendo talmente (però che sì) frenetico, su di lui, lo stimolo della vastità tematica (mi caccia il lungo tema), che molte volte il racconto è inesauriente rispetto al fatto da narrare (al fatto il dir vien meno).

La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
150 fuor de la queta, ne l’aura che trema.

A questo punto Omero, Orazio, Ovidio e Lucano si dividono dai due poeti (La sesta compagnia in due si scema): in altra direzione (per altra via) il pellegrino vien condotto (mi mena) dalla saggia guida virgiliana (il savio duca), al di fuori dell’inerte (fuor de la queta) atmosfera aleggiante nel castello, permeata da fremiti sospiranti.

151 E vegno in parte ove non è che luca.

Egli giunge in un secondo luogo (E vegno in parte) ove non vi è luce alcuna (ove non è che luca).

Dal primo cerchio giunto al secondo, nel quinto canto Dante si troverà in una circonferenza ben più stretta dove “tanto più dolor, che punge a guaio”…