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Divina Commedia: Inferno, Canto III

Giudizio Universale, Inferno, 1537 (Michelangelo Buonarroti, Caprese, 6 marzo 1475 – Roma, 18 febbraio 1564)

 
Rincuorato dalle parole di Virgilio e posti dunque i suoi passi dietro quelli della spirituale e rassicurante guida, Dante raggiunge la porta dell’inferno, oltre la quale s’accede all’antinferno, o vestibolo, e sulla cui sommità egli legge minatorie parole che avverte dell’impossibilità di ritorno coloro che ne varchino l’ingresso.

Lo sbigottimento che segue la lettura di tali parole è il tipico dantesco, faticosamente in bilico fra la determinazione a continuare il proprio viaggio ed i pressanti dubbi a riguardo, nel manifestarsi d’una costernazione che il poeta sa rendere palpabile in ogni versetto, al punto da stimolar una sorta di tenerezza nell’immaginarne lo smarrimento, che istantaneamente rimanda alla celebre “diritta via smarrita” della terzina d’incipit; parallelamente percepibile è il costante e sentito sostegno di Virgilio, il cui nobil animo si fa protettivo ristoro ed infaticabile incitamento, mirabile umanità rimbalzante fra vocaboli che rende impagabile esperienza di concretezza alla sol lettura.

Condotto per mano dal romano poeta, il titubante pellegrino penetra in un luogo ove l’oscurità, inizialmente, non concede possibilità di percezione che all’udito, compassionevolmente ascoltando strazianti urla di quelli che, come gli verrà svelato, son l’anime degli ignavi, ovvero coloro che nella vita decisero di non sostenere mai un’idea, raggruppati con gli angeli ribelli che, conformemente agli stessi, mai decisero se schierarsi dalla parte dell’indomito Lucifero o da quella di Dio.

L’esplorativo peregrinar toccherà le sponde dell’Acheronte, nella mitologia classica conosciuto come Ade, uno dei quattro fiumi infernali che fluisce tra l’antinferno ed il limbo, il primo cerchio al bordo dell’infernal abisso, e che vien condotto da Caronte, un vecchio dal sordido aspetto che traghetta i dannati da una ripa all’altra, lasciando però a riva gl’insepolti.

Al suo manifesto dubitar della presenza dell’Alighieri, essendo lo stesso ancor vivo, il poeta si rivolge chiedendo delucidazioni al “maestro” e sul di lui consiglio a rimaner paziente fino al posar del piede a fil di fiume, l’avvilimento dantesco che ne seguita ancora una volta posa meraviglia di sentimento fra terzine, ritornando un Dante incessantemente disposto ad una pignola e lucida autoanalisi che ne eleva la caratura morale, rendendogli onore.

Proseguendo nel canto, i primi cenni storici affioreranno nella figura di colui che gli studiosi reputano esser stato riferimento a Celestino V, attraverso il vissuto del quale, fra invidiabile capacità d’esporre la propria opinione ed stremo riguardo nel farlo, il fiorentin poeta aggancerà la motivazione che avvalla la sua presenza fra gli ignavi.

Arrivati nella acherontea zona d’imbarco ecco Dante che, dopo la visione delle dannate anime in preda ad infinite pene e della loro sconsolata partenza, terrorizzato da un forte tremolio terrestre e da una lampante luce vermiglia, perde i sensi e cade al suolo svenuto.
 

Divina Commedia, verso i 700 anni: Inferno, Canto III. Rincuorato dalle parole di Virgilio e posti dunque i suoi passi dietro quelli della spirituale e rassicurante guida, Dante raggiunge la porta dell’inferno: «Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate». (https://terzopianeta.info)
La Porta dell’Inferno (Gustave Doré, Strasburgo, 6 gennaio 1832 – Parigi, 23 gennaio 1883)

 
 

‘Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
3 per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
6 la somma sapïenza e ‘l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
9 Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

Rinforzando la figura retorica della porta d’ingresso agl’inferi con tripla ripetizione del “Per me” a principio d’ognuno dei primi tre versi (tecnica utilizzata nell’intento d’evidenziare un concetto tramite quella che viene definita anafora o iterazione), Dante inizia il terzo canto narrando il suo varcare l’ingresso dell’oltretomba, non prima d’aver posato l’intimorito sguardo sulla minaccevole scritta posta appunto sull’architrave, i cui precisi avvertimenti sembrano riecheggiare nella lugubre atmosfera:

«Attraverso me si va nel regno (città) dolente, attraverso me si va nel dolore perenne (etterno), attraverso me si va fra le dannate anime (perduta gente).

Mosso dalla giustizia (Giustizia mosse) fu il mio sommo ideatore (il mio alto fattore), costruendomi (fecemi) in nome della santissima Trinità del Padre (divina podestade), del Figlio (somma sapïenza) e dello Spirito santo (‘l primo amore).

Prima di me (Dinanzi a me) vennero create solo cose eterne, ed io in eterno durerò. Abbandonate ogni speranza di ritorno voi ch’entrate».

L’eternità della pena, rimarcata al secondo verso nell’aggettivo “etterno”, lo smarrimento dei dannati ed il vasto e ramificato dolore percorrente l’intero inferno, vengono sottolineati ad inizio canto in una sorta di compassionevole rammarico, che parrebbe affiorare dalle le righe, per l’inevitabile sorte ad essi destinata.

Il “Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne”, rimanda all’origine della voragine infernale venutasi a creare per impatto di Lucifero e degli angeli ribelli, cacciati dal regno celeste, sulla terra, nella quale precipitarono fino al centro, accadimento probabilmente precedente la creazione degli esseri viventi, pertanto in assenza di creature destinate a perire alla fine del loro percorso esistenziale.

La frase “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” è in probabile aggancio al VI libro dell’Eneide in cui si narra la richiesta d’Enea, alla sacerdotessa Sibilla, d’essere accompagnato nel regno dei morti al fine di rincontrare il padre Anchise; la dea, prima del varcar l’ingresso dell’Ade, avvisa l’eroe troiano sulla difficoltà di ritorno pronunciando, fra il centoventicinquesimo ed il centoventinovesimo verso, le seguenti parole:

«Sate sanguine diuum,
Tros Anchisiade, facilis descensus Auerno:
noctes atque dies patet atri ianua Ditis;
sed reuocare gradum superasque euadere ad auras, hoc opus, hic labor est»

«Discendente dal sangue
degli dei, troiano figlio d’Anchise, facile è la discesa all’Averno:
notte e giorno è aperta la porta del nero Dite;
ma ritornare indietro e uscire nell’aria superiore, questa è l’impresa, questa la fatica»

Queste parole di colore oscuro
vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
12 per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro»

Leggendo l’Alighieri queste fosche (di colore oscuro) parole sulla sommità (al sommo) della porta e percependone il tono funebre ed intimidatorio, egli si rivolge a Virgilio, appellandolo “Maestro”, e lui confidando d’esser rimasto particolarmente angustiato dalle stesse, difficilmente riuscendo ad assimilarne il pieno significato (il senso lor m’è duro).

L’espressione “colore oscuro” oltre a riferirsi alla reale tonalità delle lettere, peraltro tipica delle scritture che trattino d’infernali argomentazioni, potrebbe assumere un significato ulteriore, emblematicamente riferibile alla tetra atmosfera che il contenuto delle stesse emana.

Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
15 ogne viltà convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
18 c’hanno perduto il ben de l’intelletto».

Virgilio risponde al poeta (ed elli a me) in maniera avveduta (come persona accorta), rendendolo consapevole di quanto convenga abbandonare definitivamente ogni dubbio (Qui si convien lasciare ogne sospetto) e di quanto sia saggio mettere definitivamente a tacere per sempre ogni reticenza (ogne viltà convien che qui sia morta).

Egli rammenta al pellegrino d’esser giunti (venuti) nel luogo che, precedentemente, gli disse (al loco ov’ i’ t’ho detto) esser il posto in cui lo stesso avrebbe avuto modo di vedere l’afflizione delle anime (le genti dolorose) che hanno smarrito il lume della ragione (c’hanno perduto il ben de l’intelletto).

Secondo il pensiero dantesco, l’uomo sarebbe guidato dalla ragione, avendo tuttavia possibilità di scelta fra ciò che è bene e ciò che è male, secondo l’applicazione d’un libero arbitrio che sta alla base dell’intera Commedia; smarrita la ragione e perdendosi nel peccato, svanirebbe la possibilità di beneficiarsi del “ben” dell’intelletto, precludendosi pertanto il privilegio della grazia divina.

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’ io mi confortai,
21 mi mise dentro a le segrete cose.

A questo punto Virgilio, con lietezza sul viso (con lieto volto), che a Dante porta conforto (ond’ io mi confortai), afferrata la di lui mano (E poi che la sua mano a la mia puose) lo conduce nel segregato regno dell’oltretomba (mi mise dentro a le segrete cose).

Il “mi mise” del ventunesimo verso rende tangibile il fiducioso abbandonarsi ed il paterno condurre che lega il pellegrino alla stimata guida.

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
24 per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Addivenuto nel misterioso luogo (Quivi), pianti, sospiri, in aggiunta ad acuti e protratti lamenti (alti guai), riecheggiano nel tenebrore (aere stanza stelle) a tal intensità, da provocare nel disorientato poeta un improvviso pianto, conseguente al principio dell’udirne (per ch’io al cominciar ne lagrimai).

Lo sgomento, l’incredulità, la compassione, il rammarico e l’immedesimazione proprie all’Alighieri esplodono in prima battuta, con fulmineo risveglio della sua commozione, nonostante egli abbia semplicemente ascoltato, e non ancor visto, la dannazione a cui le anime sono destinate.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
27 voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
30 come la rena quando turbo spira.

Differenti lingue, dalle storpiate pronunce (orribili favelle), s’elevano in parole colme di sofferenza, irate esclamazioni (accenti d’ira), voci acute e deboli (alte e fioche), e battiti di mani in union alle stesse (suon di man con elle) che provocano (facevano) un tumulto, il quale rimbomba perenne (s’aggira sempre) in quell’atmosfera in cui la costante oscurità leva il senso del tempo (in quell’aura sanza tempo tinta), come la sabbia (rena) quando vortica il vento (turbo spira).

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
33 e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».

Dante, la cui testa par cintata da pressante incomprensione (ch’avea d’error la testa cinta), si rivolge frastornato alla virgiliano “Maestro” chiedendo lui il significato di quant’egli ha udito (che è quel ch’i’ odo) e chi siano quelle anime tanto oppresse dal dolore (gent’ è che par nel duol sì vinta).

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
36 che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
39 né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
42 ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».

Virgilio risponde che il miserevole atteggiamento (misero modo) appartiene alle infelici anime (tegnon l’anime triste) di coloro che vissero (visser) senza né infamia né lode (sanza ‘nfamia e sanza lodo), ovvero senza meritare biasimi od elogi.

Esse sono mescolate (mischiate) a quella crudele schiera (cattivo coro) di angeli che non si ribellarono a Dio (non furon ribelli), ma che neppure gli furon fedeli (né fur fedeli), rimanendo su neutrali posizioni (per sé fuoro).

Essi sono cacciati dal regno celeste (Caccianli i ciel) per non macchiarne la purezza (per non esser men belli), ma non vengono accolti negl’inferi (né lo profondo inferno li riceve) per evitar che la loro presenza possa divenire una possibilità di vanto da parte dei dannati (ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli), in eventuale confronto argomentativo con gli stessi.

Sono gli ignavi, ovvero le anime di coloro che, per indolenza e codardia, durante la vita non ebbero il coraggio d’operar delle scelte, ora in mezzo agli angeli che, alla ribellione di Lucifero, non azzardarono un’opinione, privi d’arditezza e colmi di vigliaccheria.

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
45 Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
48 che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
51 non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

Rivolgendosi a Virgilio chiamandolo per la terza volta “Maestro”, il fiorentin poeta chiede lui cosa sia ad esser tanto angoscioso alle tali anime (che è tanto greve a lor) da farli lamentar in maniera così eclatante (che lamentar li fa sì forte). La magnanima guida risponde, anticipando che lo farà brevemente (Dicerolti molto breve), che per esse non vi è possibilità alcuna di morte e che la loro esistenza è talmente vile (e la lor cieca vita è tanto bassa), da essere invidiosi di qualsiasi altro destino (che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte).

La possibilità d’una seconda morte, in realtà metafora in quanto riferita ad anime già decedute, non è dato saper se si riferisca al disfacimento della “seconda morte” conseguente al Giudizio universale o dell’eterna dannazione nelle profondità infernali, certo è che le tali anime preferirebbero finire nell’ultimo girone dell’inferno piuttosto che restare nella situazione in cui si si trovano.

Nel mondo dei viventi di loro non vi è testimonianza (Fama di loro il mondo esser non lassa); misericordia e giustizia divina li disdegnano (sdegna): sicché il virgiliano conduttore sprona il pellegrino a non considerarli più del dovuto, osservandoli e poi proseguendo (non ragioniam di lor, ma guarda e passa).

E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
che girando correva tanto ratta,
54 che d’ogne posa mi parea indegna;
e dietrosì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
57 che morte tanta n’avesse disfatta.

Dotando lo sguardo di tenacia (E io, che riguardai) e divenuto pertanto il buio meno ostile, l’Alighieri vede una bandiera (vidi una ‘nsegna) che, girando, viaggia ad una tal velocità (correva tanto ratta), da sembrare incapace di fermarsi (che d’ogne posa mi parea indegna); e dietro il celere stendardo seguiva una fila di anime così lunga (sì lunga tratta di gente), che Dante non avrebbe mai pensato (ch’i’ non averei creduto) che la morte ne avesse annientati una quantità simile (che morte tanta n’avesse disfatta).

La bandiera è metaforico riferimento del prender partito, essendo dunque che, in vita, gli ignavi mai lo fecero, tanto quanto gli angeli ribelli, gli uni e gli altri son costretti all’infinito inseguimento del rotante vessillo.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
60 che fece per viltade il gran rifiuto.

Addestrata la vista al buio, il poeta inizia a riconoscere qualcuno fra le anime, in particolare “l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”, ovvero colui che, seppur in assenza d’assoluta certezza, venne individuato, dagli studiosi più antichi, come Pietro del Morrone, all’epoca papa Celestino V, eletto nel 29 luglio del 1294 e deceduto il 19 maggio dell’anno seguente.

La rinuncia ch’egli fece (il gran rifiuto), riguarda la sua abdicazione dopo solo tre mesi abbondanti di pontificato, spronata dal successivo pontefice, Bonifacio VIII, ma attuata da Celestino in sentita fedeltà all’onestà che lo contraddistingueva, fermamente deciso a non divenire pedina d’un clero che sempre più bramava d’inserirsi nelle questioni politiche, per schietti fini d’interesse personale.

Ecco dunque che l’abbandono dello spirituale trono ecclesiastico, con conseguente passaggio di scettro nelle mani d’un Bonifacio avido di potere, venne considerata da Dante una mancanza di coraggio (viltade) da parte dello stesso Celestino e l’occasion perduta per riportare, attraverso la sua rettitudine morale, la Chiesa all’originario spirito dell’antiche origini.

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
63 a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
66 da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
69 da fastidiosi vermi era ricolto.

Istantaneamente (Incontanente) lo scrutante Alighieri comprende (intesi) e si percepisce certo (e certo fui) del fatto che il tal gruppo (setta) era quello d’appartenenza dei vili (cattivi), sgraditi sia a Dio che ai suoi nemici (a Dio spiacenti e a’ nemici sui).

Questi sciagurati (sciaurati), che vissero senza vivere realmente (che mai non fur vivi) in quanto succubi della viltà che ne frenò ogni comportamento decisionale, appaiono nudi (ignudi) e in continuazione punzecchiati (stimolati molto) da mosconi e vespe che si trovano lì (ch’eran ivi) e che rigano ogni viso di sangue (Elle rigavan lor di sangue il volto) che, mischiatosi alle lacrime (mischiato di lagrime), fin ai loro piedi (a’ lor piedi) cade per esser ivi bevuto da orripilanti vermi (da fastidiosi vermi era ricolto).

Secondo la legge del Contrappasso, colpa e pena sono indissolubilmente legate, differenziandosi comunque a seconda del tipo di contrappasso stesso, ossia “per analogia”, quindi in ripetizione perpetua del peccato commesso, o “per antitesi”, ossia in perenne reiterar il comportamento opposto, sebbene la fervida fantasia dantesca riservi, in taluni passaggi, allegoriche alternative di narrazione al di fuori di qualsiasi schema, confermando la sua immensa e rivoluzionaria capacità intellettiva, stilistica e letteraria.

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
72 per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
75 com’ i’ discerno per lo fioco lume».

Scrutando accuratamente intorno (E poi ch’a riguardar oltre mi diedi) e vedendo numerose anime sulla riva d’un grande fiume (vidi genti a la riva d’un gran fiume), Dante si rivolge al “Maestro” chiedendo lui di concedergli di sapere (or mi concedi ch’i’ sappia) chi siano e quale ragione (quali sono, e qual costume) stia alla base della loro smania d’oltrepassare (le fa di trapassar parer sì pronte) il fiume, per quant’egli riesca a distinguere nella fiocaggine della luce (com’ i’ discerno per lo fioco lume).

Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
78 su la trista riviera d’Acheronte».
Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ‘l mio dir li fosse grave,
81 infino al fiume del parlar mi trassi.

In tutta risposta Virgilio anticipa al pellegrino (Ed elli a me) che la faccenda gli sarà più chiara (Le cose ti fier conte) quando i loro passi si fermeranno (quando noi fermerem li nostri passi) sulla dolorosa (trista) sponda dell’Acheronte.

Imbarazzato nel timore d’aver posto fastidioso quesito (temendo no ‘l mio dir li fosse grave), il poeta abbassa vergognosamente lo sguardo (Allor con li occhi vergognosi e bassi) e si zittisce (del parlar mi trassi) fino alla fluviale riva.

L’impaccio emotivo del pellegrino si staglia sullo sfondo d’un senso d’inferiorità ed inadeguatezza nei confronti del dotto compagno di viaggio, nel timor d’aver posto un quesito fuori luogo.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
84 gridando: «Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
87 ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

Verso i due viandanti ecco avvicinarsi una nave (Ed ecco verso noi venir per nave) dalla quale un vecchio, canuto per l’età avanzata (bianco per antico pelo), grida: “Male sia a voi (Guai a voi), anime viziose (prave)!

Abbandonate ogni speranza di rivedere il cielo (Non isperate mai veder lo cielo): io giungo per condurvi all’altra sponda (i’ vegno per menarvi a l’altra riva) nell’eternità delle tenebre (i’ vegno per menarvi a l’altra riva), tra fuoco e ghiaccio (in caldo e ‘n gelo).

E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
90 Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
93 più lieve legno convien che ti porti».

“E tu che ti trovi qui (E tu che se’ costì), anima ancor viva” – dice rivolgendosi al fiorentin poeta – “allontanati da costoro (pàrtiti da cotesti) che son morti”. Notando poi ch’egli non se ne va (Ma poi che vide ch’io non mi partiva), aggiunge: “Approderai a tutt’altro tipo di spiaggia (verrai a piaggia, non qui), attraverso un altro porto (Per altra via) e con differente rotta (per altri porti), per la tua traversata (per passare): sarà un’imbarcazione più leggera (più lieve legno) la più consona a traghettarti (convien che ti porti).

Essendo che Dante è destinato alla spiaggia del monte purgatorio, il suo imbarco è infatti previsto alla foce del Tevere, motivo alla base delle parole del rude barcaiolo.
 

Divina Commedia, verso i 700 anni: Inferno, Canto III. Rincuorato dalle parole di Virgilio e posti dunque i suoi passi dietro quelli della spirituale e rassicurante guida, Dante raggiunge la porta dell’inferno: «Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate». (https://terzopianeta.info)
La Barca di Caronte, 1912 (José Benlliure y Gil, 30 settembre 1858 – 5 aprile 1937)

 
Trattasi di Caronte, figlio di Notte ed Erebo, rispettivamente personificazioni della notte terrestre e dell’oscurità, nonché iracondo ed inclemente traghettatore dei dannati, dal vestibolo al principio degl’infernali abissi, tramite un’imbarcazione ch’egli conduce fra l’acherontee e lugubri acque, maneggiando vigorosamente la propria pertica.

La descrizione dantesca della sua figura è d’indubbia rielaborazione dei virgiliani versi dell’Eneide, nel VI libro del cui poema, fra duecentonovantottesimo ed il trecentosedicesimo rigo, il satanico barcaiolo viene descritto come colui che:

«Portitor has horrendus aquas et flumina
servat terribili squalore Charon, cui plurima
mento canities inculta iacet, stant lumina flamma,
sordidus ex umeris nodo dependet amictus.
Ipse ratem conto subigit velisque ministrat
et ferruginea subvectat corpora cumba,
iam senior, sed cruda deo viridisque senectus.
Huc omnis turba ad ripas effusa ruebat,
matres atque viri defunctaque corpora vita
magnanimum heroum, pueri innuptaeque puellae,
impositique rogis iuvenes ante ora parentum:
quam multa in siluis autumni frigore primo
lapsa cadunt folia, aut ad terram gurgite ab alto
quam multae glomerantur aves, ubi frigidus annus
trans pontum fugat et terris immittit apricis.
Stabant orantes primi transmittere cursum
tendebantque manus ripae ulterioris amore;
navita sed tristis nunc hos nunc accipit illos,
ast alios longe submotos arcet harena»

«Orribile condottiero, sorveglia queste acque e il fiume
Caronte, d’agghiacciante miseria,
al quale una vasta ed incolta canutezza incolta pervade il mento,
si spalancano gl’infiammati occhi,
sudicio penzola il mantello alle spalle legato.
Egli accelera la barca con una pertica e domina le vele,
e traghetta le anime sull’imbarcazione scafo di ferreo colore,
vecchiardo, ma dio di pungente e verde vecchiaia.
Qui tutta una folla smarrita accorre alle sponde,
donne e uomini, i corpi privati della vita
di nobili eroi, fanciulli e integre fanciulle,
e giovani posti sul rogo dinanzi ai paterni sguardi:
quante nelle selve al primo freddo d’autunno
precipitano le foglie sbattute, o quanti uccelli dall’alto mare
Ritornano in terra, se la gelida stagione
li batte in ritirata oltremare direzionandoli verso regioni assolate.
Stavano dritti supplicando di percorrere per primi il traghetto
ed allungavano le mani per il bramoso desio dell’altra sponda”
Ma il perfido nocchiere ariceve questi o quelli,
gli altri respinge lontano e caccia dalla spiaggia»

E ‘l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
96 ciò che si vuole, e più non dimandare».
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
99 che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Virgilio (E ‘l duca lui) raccomanda a Caronte di non angustiarsi eccessivamente (Caron, non ti crucciare) e di non chiedere più nulla (e più non dimandare), poiché tale è la volontà (vuolsi così) del luogo dove si può (colà dove si puote) ciò che si vuole. Ovvero il paradiso.

Al che (Quinci), afflosciandosi sull’istante, si chetano (fuor chete) le barbute (lanose) gote del nocchiero della greve (livida) palude, i cui occhi son contornati dal fuoco (che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote).

Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
102 ratto che ‘nteser le parole crude.
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme
105 di lor semenza e di lor nascimenti.

Ma quell’anime in fila per l’imbarco, che sono nude ed angustiate (lasse), non appena sentono (ratto che ‘nteser) la durezza delle parole di Caronte (le parole crude), impallidiscono (cangiar colore) e battono (dibattero) i denti.

Dipoi iniziano a bestemmiare contro Dio ed i loro genitori (parenti), contro il genere umano (l’umana spezie), il luogo ed il tempo (e ‘l loco e ‘l tempo) in cui furono concepiti (‘l seme di lor semenza) e la loro nascita (di lor nascimenti).

“di lor semenza e di lor nascimenti” si presta ad una seconda interpretazione che ne veda la “la lor semenza” riferita agli antenati e i “lor nascimenti” in probabile rimando ai successori.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
108 ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
111 batte col remo qualunque s’adagia.

In seguito le anime si raggruppano (ritrasser) tutte quante insieme, piangendo un pianto copioso ed inconsolabile (forte piangendo), alla dannata sponda (malvagia riva) che aspetta tutti coloro che in vita non ebbero timor di Dio (ch’attende ciascun uom che Dio non teme).

Il diabolico Caronte (Caron dimonio), facendo loro cenno (accennando) con occhi infuocati (con occhi di bragia), tutte le aduna (raccoglie), non risparmiandosi di percuotere con il remo chiunque indugi (batte col remo qualunque s’adagia).

Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo
114 vede a la terra tutte le sue spoglie,
similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
117 per cenni come augel per suo richiamo.

Come foglie autunnali (Come d’autunno … le foglie) che, l’una dopo l’altra, staccandosi (si levan) dal ramo riunendosi a terra, quasi che il ramo possa lì veder le sue spoglie (fin che ‘l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie), analogamente (similmente) l’anime facenti parte della rea stirpe d’Adamo (il mal seme d’Adamo), abbandonano quella ripa (gittansi di quel lito) una per una (ad una ad una), rispondendo all’ammicco (cenni) di Caronte, come ogni uccello (come augel) che venga da un fischio (richiamo) richiamato.

Il “richiamo” allude al fischiar del cacciatore in invito al rientro del falcone o mirato sull’inganno alla cattura della selvaggina.

Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
120 anche di qua nuova schiera s’auna.

E così le stesse se ne vanno (Così sen vanno su) per il cupo fiume (per l’onda bruna), e prim’ancor ch’abbiano posato piede sulla sponda opposta (e avanti che sien di là discese), sulla riva di partenza (anche di qua) un nuovo gruppo s’è già radunato (nuova schiera s’auna).

«Figliuol mio», disse ‘l maestro cortese,
«quelli che muoion ne l’ira di Dio
123 tutti convegnon qui d’ogne paese;
e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
126 sì che la tema si volve in disio.
Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
129 ben puoi sapere omai che ‘l suo dir suona».

In garbato e paterno desiderio esplicativo, Virgilio, rimasto a terra con Dante, a lui si rivolge in tono gentile (cortese), appellandolo “figliolo mio” e portandolo al corrente del fatto che tutte (tutti) le anime la cui morte è avvenuta nell’ira di Dio (quelli che muoion ne l’ira di Dio) giungono in questo luogo (convegnon qui) da ogni parte del mondo (qui d’ogne paese);

ed esse son desiose (pronti) d’attraversar l’Acheronte (a trapassar lo rio), poiché spronate a farlo dalla giustizia divina (ché la divina giustizia li sprona), cosicché il timore della pena (sì che la tema) si volge a smania di soggiacerle (si volve in disio).

Dal luogo in cui i due poeti si trovano ora (Quinci) non transita (passa) mai anima destinata alla salvezza (buona), pertanto (e però), se Caronte si lamenta della presenza d’un anima ancor viva (se Caron di te si lagna), ben ormai potrà il pellegrino comprendere (ben puoi sapere omai) che significato abbiano avuto le parole (che ‘l suo dir suona) a lui rivolte poco prima dal diavolesco traghettatore.

La benevola cordialità virgiliana rende l’idea d’un “maestro” probabilmente toccato dal precedente e repentino zittirsi di Dante, invocandone l’attenzione con il termine “figliolo”, in quella ch’è tipica ed affettuosa espressione toscana; l’affiancamento al vocabolo dell’aggettivo “mio” è linguistica saturazione di premura che, ancora una volta, evidenzia l’intenso e stimante apprezzamento dell’Alighieri nei confronti del poetante verseggiatore romano.

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
132 la mente di sudore ancor mi bagna.

A discorso concluso (Finito questo), l’oscura (buia) campagna inizia a tremare così violentemente (forte), che il semplice ricordarne il terrore (che de lo spavento la mente) ribagna di sudore la fronte dell’Alighieri (la mente di sudore ancor mi bagna).

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
135 la qual mi vinse ciascun sentimento;

La terra, di lacrime intrisa (lagrimosa), produce un vento tanto improvviso, quanto violento, da far lampeggiare una luce scarlatta che annienta ogni dantesco senso;

136 e caddi come l’uom cui sonno piglia.

e lo sbigottito pellegrino sviene, cadendo come colui improvvisamente rapito dal sonno (e caddi come l’uom cui sonno piglia).

Risvegliato dal fragor d’un tuono, nel quarto canto Dante si ritroverà sull’altra sponda dell’Acheronte che “Oscura e profonda era e nebulosa tanto che, per ficcar lo viso a fondo” egli “non vi discernea alcuna cosa”…