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Divina Commedia: Inferno, Canto II

 
Dopo l’incontro con Virgilio ed il marciante allineamento di Dante ai suoi passi, che conclude il proemio, l’apertura del secondo canto avviene al tramonto d’un venerdì santo durante il quale il poeta, in procinto d’intraprendere la discesa agli inferi, sente la necessità d’invocare le Muse affinché la sua memoria nulla dimentichi di ciò che i suoi occhi giungeranno a visionare. Proposito di viaggio che improvvisamente gli si sgretola fra le mani, percependosi egli stesso indegno della possibilità che gli viene offerta, in particolar modo confrontandosi con l’eroico Enea, cantato dallo stesso Virgilio, e da San Paolo, di cui narrò la Bibbia, precedentemente visitatori dell’oltretomba ed ai quali l’Alighieri si sente nettamente inferiore.

Sconcertato dall’inaspettato ed estemporaneo cambio d’opinione, Virgilio rimprovera al pellegrino una viltà d’animo a cui egli non dovrebbe soccombere e per spronarlo a ritornar sulle proprie decisioni, gli rivela d’esser stato mandato in suo soccorso dall’angelica Beatrice, su invito di santa Lucia, a sua volta sollecitata dalla vergine Maria, direttamente discesa dall’Empireo per condurre alla salvezza l’uomo che, ell’ancora in vita, l’amò d’un amore infinito ed incondizionato.

Maternamente accudito dalla protezione delle tre grazie e rincuorato dall’eloquente ed amorevole saggezza di Virgilio, Dante rinasce dai propri dubbi e riaggancia il giusto spirito per incamminarsi a fianco del vate padre di Enea.

L’Alighieri del secondo canto è un commovente pellegrino errante sul proprio animo, un umile poeta in timido incedere sui propri meriti, rivelante il suo essere comune mortale nel dispiegarsi dei timori che ne angosciano cuore ed intelletto, ma non per questo lacunoso di riconoscenza, sentimento ch’egli sapientemente fila tra le proprie rime, esplodendolo in lode a coloro che ritiene meritevoli d’ogni elogio e meraviglia.


Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
3 da le fatiche loro; e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
6 che ritrarrà la mente che non erra.

Il viaggio dell’Alighieri inizia al tramonto (Lo giorno se n’andava), mentre l’imbrunire (e l’aere bruno) leva dalle fatiche (toglieva da le fatiche loro) ogni essere vivente (li animai che sono in terra), tranne che per il poeta (e io sol uno), il quale si prepara a sostenere una travagliata sfida (m’apparecchiava a sostener la guerra), sia per quanto concerne il cammino ch’egli s’appresta ad intraprendere che per la misericordia (pietate) nei confronti dei dannati le cui immagini, indelebili nella memoria (mente), attingendo alla stessa saranno raccontate (ritrarrà).

La pace notturna concessa agli esseri viventi, rimanda ad un verso dell’Eneide in cui si legge: “Nox erat et terris animalia somnus habebat”, «Era notte e tutti gli esseri viventi sulla terra dormivano».

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
9 qui si parrà la tua nobilitate.

In consapevolezza d’essere un grande poeta, prima di partire Dante invoca le muse ed il proprio profondo (alto) ingegno affinch’entrambi lo aiutino (or m’aiutate), chiamando in soccorso anche la memoria e tutto quanto finora assimilato (o mente che scrivesti ciò ch’io vidi), in occasion per la stessa di dimostrare (parrà) la propria capacità mnemonica (nobilitate) a riguardo.

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
12 prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Alla ricerca di conferme sulle proprie capacità, il pellegrino si rivolge a Virgilio chiedendo lui se, come poeta alla sua guida (Poeta che mi guidi), valuti attentamente s’egli sia uomo di forza idonea (guarda la mia virtù s’ell’ è possente), prima di destinarlo (prima che tu mi fidi) all’ardua marcia (a l’alto passo).

I dubbi esposti dall’Alighieri sorgono in memore confronto a chi, prima di lui, visitò l’aldilà, ovvero Enea (cantato nell’Eneide) e San Paolo (narrato nella Visio Sancti Pauli, Seconda Lettera ai Corinzi, Nuovo Testamento).

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
15 secolo andò, e fu sensibilmente.

Dante ricorda a Virgilio quand’egli cantò (tu dici che) d’Enea, padre di Silvio (di Silvio il parente), il quale, ancora in vita (corruttibile), visitò (andò) il mondo (secolo) immortale, dotato di tutti i sensi (sensibilmente), ossia in carne ed ossa.

È appunto nel IV libro dell’Eneide che Enea, in fuga dalle troiane fiamme, visita l’aldilà in compagnia di Sibilla Cumana, sacerdotessa d’Apollo nonché una delle più significative Sibille, considerate future profetiche dalla religione greca e romana; l’eroe troiano, attraversato l’Acheronte ed addentratosi fra i dannati, nella valle del fiume Lete incontrerà il padre Anchise, il quale gli rivelerà la successiva prole fra cui, come primogenito, lo stesso Silvio.

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
18 ch’uscir dovea di lui, e ‘l chi e ‘l quale
non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
21 ne l’empireo ciel per padre eletto:
la quale e ‘l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
24 u’ siede il successor del maggior Piero.

Pertanto (Però), afferma l’Alighieri, se colui ch’è avverso ad ogni male (se l’avversario d’ogne male), cioè Dio, fu ad Enea benevolo, prendendo in considerazione le sue future e grandiose gesta (pensando l’alto effetto ch’uscir doveva di lui), oltre il valor della sua persona (e ‘l chi) ed i suoi meriti (e ‘l quale), egli non parrebbe inidoneo (indegno) all’uomo (omo) d’intelletto; visto ch’egli fu prescelto dal divino (ne l’empireo ciel per padre eletto) come capostipite della feconda (alma) Roma e del suo impero: la stessa Roma e lo stesso impero (la quale e ‘l quale) a dir il vero (a voler dir lo vero), venne ad essere santa sede del successore di san Pietro (fu stabilita per lo loco santo u’ siede il successor del maggior Piero).

Dio aiutò Enea dunque poiché sapeva che lo stesso avrebbe contribuito alla fondazione di Roma, luogo, insieme all’impero, scelto come sede del papato.

Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
27 di sua vittoria e del papale ammanto.

Dante ricorda a Virgilio che nella discesa nell’oltretomba di Enea di cui lui canta nel suo poema (Per quest’ andata onde li dai tu vanto), lo stesso udì profezie (intese cose) che gl’ingraziarono (che furon cagione) la vittoria nella guerra d’Italia e della potestà del papa romano (del papale ammanto).
Le profezie che Enea ascolta dall’anima del padre Anchise, saran propiziatorie alla vittoria su Turno, acclamata nell’ultimo canto dell’Eneide.

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
30 ch’è principio a la via di salvazione.

Il dantesco pellegrino accenna poi alla visita nel regno dei morti da parte di San Paolo (definito “lo Vas d’elezïone” in base a come Dio lo nominò negli Atti Degli Apostoli: “vas electionis”, letteralmente il «vaso scelto», nel significato inteso come colui su cui ricadde la scelta di Dio), effettuata per corroborare la fede cristiana (per recarne conforto a quella fede) ch’è cammino per la via della salvezza (ch’è principio a la via di salvazione).

Ma io, perché venirvi? o chi ‘l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
33 me degno a ciò né io né altri ‘l crede.
Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
36 Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».

L’esitante Alighieri si lascia a questo punto andare a dichiarate titubanze sul motivo per ch’egli debba intraprendere questo viaggio (Ma io, perché venirvi?) e chi l’autorizzerebbe a farlo (o chi ‘l concede?), non essendo lui Enea, tantomeno San Paolo (Io non Enëa, io non Paulo sono) e non considerandosi, né da parte sua, né da parte di altri, degno del tal peregrinar proposto (me degno a ciò né io né altri ‘l crede).

Essendo che (Per che), sostiene il poeta, se si lasciasse convincere ad avventurarsi nel cammino (se del venire io m’abbandono), il timor che sorge in lui è d’intraprendere un’incauta azione (temo che la venuta non sia folle) e pertanto, rivolgendosi a Virgilio appellandosi alla sua saggezza (Se’ savio), gli chiede di comprendere le sue parole oltre la paura che, intimorendolo, gl’impedisce d’esprimersi come vorrebbe (intendi me’ ch’i’ non ragiono).

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
39 sì che dal cominciar tutto si tolle,
tal mi fec’ ïo ‘n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ‘mpresa
42 che fu nel cominciar cotanto tosta.

E così Dante, come colui che più non vuole ciò che aveva desiderato (E qual è quei che disvuol ciò che volle) e che fra numerosi pensieri muti l’iniziale proposito (e per novi pensier cangia proposta), rinunciando di conseguenza a tutto quanto intrapreso in precedenza (sì che dal cominciar tutto si tolle), come a lui successe in quell’oscuro pendio (tal mi fec’ ïo ‘n quella oscura costa) in quanto, nell’intenso pensar, egli usurò l’impresa (perché, pensando, consumai la ‘mpresa) che inizialmente l’aveva coinvolto con frettolosa ed impulsiva partecipazione (perché, pensando, consumai la ‘mpresa).
È in queste terzine che il tentennante stato mentale del pellegrino lo svela ne suo essere consapevole d’essere un mortale peccatore sicché, secondo il suo sfibrante ragionare, indegno di ricevere tanta grazia.

«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell’ ombra,
45 «l’anima tua è da viltade offesa;
la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
48 come falso veder bestia quand’ ombra.

In successivo ascolto alle prole del perplesso Alighieri, la munifica anima (del magnanimo quell’ombra) di Virgilio risponde in tono di rimprovero, asserendo che s’egli ha ben capito il discorso (S’i’ ho ben la parola tua intesa) è sua opinione che l’anima di Dante sia stata ferita dalla paura (da viltade offesa); paura che spesso (la qual molte fiate) ostacolo l’uomo (l’uomo ingombra) fino a (sì che) farlo desistere (lo rivolve) da un’impresa degna d’onore (d’onrata impresa) allo stesso modo in cui (come) la falsa percezione delle bestie trae le stesse in inganno quando s’adombrano (falso veder bestia quand’ ombra).

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’ io venni e quel ch’io ‘ntesi
51 nel primo punto che di te mi dolve.

Ed affinché (a ciò) il poeta abbandoni (che tu ti solve) ogni timore (tema), con parlar rassicurante, Virgilio si offre in suo aiuto esplicandogli perché egli sia venuto (dirotti perch’ io venni) e ciò che sentì (quel ch’io ‘ntesi) nel punto in cui egli stesso provò per lui gran pena (nel primo punto che di te mi dolve).

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
54 tal che di comandare io la richiesi.
Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
57 con angelica voce, in sua favella:
“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
60 e durerà quanto ‘l mondo lontana,
l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
63 sì nel cammin, che vòlt’ è per paura;
e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
66 per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Virgilio stava in mezzo alle anime posizionate nel limbo (tra color che son sospesi) e fu chiamato da una donna talmente bella e beata, d’aver impulso di chiederle di dargli ordini (tal che di comandare io la richiesi).

La donna è ovviamente l’adorata Beatrice che già in prima citazione, il dantesco poeta, tramite racconto del sommo cantore dell’eroiche imprese d’Enea, desidera citata in maniera da subito maestosa.

 

Divina Commedia, verso i 700 anni: Inferno, Canto II. Dopo l’incontro con Virgilio, l’apertura del secondo canto avviene al tramonto d’un venerdì santo, durante il quale, Dante, in procinto d’intraprendere la discesa agli inferi, sente la necessità d’invocare le Muse. (https://terzopianeta.info)
Beatrice appare a Virgilio nel Limbo (Jan van der Straet, Bruges, 1523 – Firenze, 11 febbraio 1605)

 

Lo stesso narra infatti d’occhi luminosi più d’una stella e della soave e pacata (piana) indole con la quale ella inizia a parlare (cominciommi a dir), con angelica voce, nella maniera a lei confacente, in delicato accento fiorentino (in sua favella): rivolgendosi a Virgilio definendolo gentile anima mantovana (O anima cortese mantoana), la cui fama ancora perdura nel mondo e durerà in eterno (quanto ‘l mondo lontana), gli parla di Dante come d’un amico vero, non casuale (non de la ventura), che nel desolato terreno (diserta piaggia) s’è bloccato (è impedito) nel cammino al punto da indietreggiare per angoscia (che vòlt’ è per paura); la stessa Beatrice teme ch’egli si sia definitivamente smarrito, ch’ella sia giunta troppo tardi in suo soccorso (ch’io mi sia tardi al soccorso levata), in base al vociferar che di lui la stessa ha udito in paradiso (per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito).

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
69 l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

Quindi l’invito che la beata fa a Virgilio è quello d’affrettarsi e d’andare dall’amico poeta, a cui l’eloquenza (e con la tua parola ornata) a lui appartenente e tutt’altro ciò che lui ritenga congeniale alla sua salvezza) l’aiutino a tal punto d’esserne lei, di conseguenza, consolata (l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata).

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
72 amor mi mosse, che mi fa parlare.
Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui”.
75 Tacette allora, e poi comincia’ io:

La celestiale figura rivela poi d’esser Beatrice, invitando Virgilio alla ripresa del pellegrinaggio (che ti faccio andare), di venire dal paradiso, dove desidera tornare (vegno del loco ove tornar disio); che la mosse l’amore (amor mi mosse), stesso il sentimento che l’ha condotta a parlare (vegno del loco)
In conclusione di discorso ed in atto d’elevata garbatezza, Beatrice confida a Virgilio che quando sarà dinanzi al divino (al segnor mio), tesserà di frequente le sue lodi (di te mi loderò sovente a lui). Iniziato il di lei silenzio (Tacette allora), Virgilio riprende parola (e poi comincia’ io):

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
78 di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
81 più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

definendola signora la cui virtù da sola (O donna di virtù sola per cui) permette all’umanità (l’umana spezie) d’oltrepassare (eccede) tutto ciò ch’è contenuto (ogne contento) all’interno del cielo lunare, ch’è quello di minor circonferenza (di quel ciel c’ha minor li cerchi sui), Virgilio le confessa che la sua prescrizione (comandamento) lo compiace a tal punto (tanto m’aggrada) che anche l’istantaneo ubbidirle (che l’ubidir, se già fosse) sarebbe comunque tardivo (m’è tardi); ch’ella non ha quindi necessità ulteriore (più non t’è uo’) ch’esprimergli ogni suo desiderio (ch’aprirmi il tuo talento).
Trapela da questi versi l’eccellente capacità virgiliana di percepire la benignità altrui oltre ogni limite; Virgilio appare rispettoso e devoto, in una sorta d’affabilità senza pari. Nel descriverlo in tal modo, trapela dalla penna dell’Alighieri l’immensa e sentita stima ch’egli riservava a colui che riteneva esempio esistenziale e guida poetica.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
84 de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.

In ossequioso atteggiamento, racchiuso in quel “Ma dimmi”, espressione alla quale è intrinseco il riguardo necessario a contener la curiosità di sapere, Virgilio chiede a Beatrice la ragion per cui (cagion) la stessa non esiti (non ti guardi) a discendere (de lo scender) quaggiù (qua giuso), in questo centro, provenendo dagli ampi spazi celestiali (de l’ampio loco) nei quali brami di ritornare (ove tornar tu ardi).

Il vocabolo “centro”, riferito agl’inferi, rimanda alla concezione dantesca dell’inferno, posto nella profondo ed oscuro centro della terra.

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente”, mi rispuose,
87 “perch’ i’ non temo di venir qua entro.

In straordinario candore ed ammirabile saggezza, la donna risponde ch’essendo il desiderio di Virgilio quello di conoscer dettagliatamente (cotanto a dentro) le motivazioni per ch’ella non tema d’esser ivi giunta, gli spiegherà brevemente (dirotti brievemente) la ragion per cui non vi sia in lei nessun timore nella discesa agli inferi (perch’ i’ non temo di venir qua entro).

Temer si dee di sole quelle cose
c’hanno potenza di fare altrui male;
90 de l’altre no, ché non son paurose.
I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
93 né fiamma d’esto ‘ncendio non m’assale.

Ella spiega come si debbano temere solamente quelle cose (Temer si dee di sole quelle cose) che han potere di nuocere o ferire (c’hanno potenza di fare altrui male); non dell’altre che non siano allarmanti (de l’altre no, ché non son paurose). Essendo lei stessa in uno stato, per grazia di Dio, tale (I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale), da non esser negativamente toccata dalla compassionevole condizione dei dannati (che la vostra miseria non mi tange), pertanto completamente immune all’inferno fuoco (né fiamma d’esto ‘ncendio non m’assale).

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’ io ti mando,
96 sì che duro giudicio là sù frange.

Senza poi nominarla direttamente, Beatrice riporta l’esser in cielo la vergine Maria che s’affligge (Donna è gentil nel ciel che si compiange) per quell’impaccio che lei sta chiedendo a Virgilio di risolvere (di questo ‘mpedimento ov’ io ti mando), cruccio così perforante per la vergine, da condurla (sì che) ad attenuare (là sù frange) il severo (duro) giudizio divino.

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: — Or ha bisogno il tuo fedele
99 di te, e io a te lo raccomando —.

La madonna, in estrema e materna preoccupazione per lo scombussolamento di Dante, chiamò santa Lucia alla sua autorità (Questa chiese Lucia in suo dimando), informandola d’esservi un suo fedele in stato di bisogno (Or ha bisogno il tuo fedele) ed accoratamente raccomandandogli il pellegrino dantesco.

Donna siracusana alla quale nel 304, sulla scia delle persecuzioni di Diocleziano, furono estratti gli occhi, Lucia, oltre ad esser santa protettrice della vista, rappresenta la luminescenza della grazia, pertanto figura d’indubbia idoneità allo scioglimento dell’intricato cappio emotivo annodatosi sull’Alighieri, essendo il poeta a lei fedele in aggancio alla sua grazia e, in assoluta ipotesi non verificabile, in riferimento alla stessa anche per un problema oculare dal poeta riportato nel Convivio.

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
102 che mi sedea con l’antica Rachele.

Lucia, intensamente caritatevole nei confronti degli animi crudeli (nimica di ciascun crudele) raggiunge Beatrice (si mosse, e venne al loco dov’ i’ era), la quale stava seduta al fianco della vetusta (antica) Rachele.

Con “antica” ci si riferisce a Rachele temporalmente, essendo la stessa maritata a Giacobbe.

Disse: — Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
105 ch’uscì per te de la volgare schiera?

A Beatrice, appellata come onesta testimone della grandezza divina (Beatrice, loda di Dio vera), Lucia chiede di accorrere in aiuto di colui che immensamente l’amò (ché non soccorri quei che t’amò tanto), che per amor suo s’elevò differendo dalla massa degli uomini comuni (ch’uscì per te de la volgare schiera)?

Il dantesco diversificarsi dal volgo, si srotola in due direzioni: la spirituale, avendo lo stesso nobilitato il proprio sentimento nei confronti di Beatrice ad una dimensione celestiale, ed espressivo, rifacendosi al Dolce Stil Novo ed alla sua bella e galante forma espositiva di concetti e sentimenti.

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ‘l combatte
108 su la fiumana ove ‘l mar non ha vanto? —.

Lucia domanda a Beatrice s’ella non oda il pietoso anelare del pianto dantesco (Non odi tu la pieta del suo pianto), s’ella non veda la morte che lo stesso sta combattendo (non vedi tu la morte che ‘l combatte) sul filo dell’umano fiume (su la fiumana) al cui gettarsi nel mare dell’eternità non consegue serenità (ove ‘l mar non ha vanto)?

La simbologia della “fiumana” intesa come l’esistenza ingorgatasi nell’animo, in completa e deviante balìa di passionali burrasche, esplode una forza espressiva immane, rimandando ad un peccaminoso ed insensato vivere saturandosi di materialità, per poi giunger nel mare degli inferi dalla stessa soffocati.

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
111 com’ io, dopo cotai parole fatte,
venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
114 ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”

Terminato il racconto, Beatrice confida a Virgilio d’essersi repentinamente risvegliata sulle parole della santa (com’ io, dopo cotai parole fatte) ed allo stesso tempo percepita improvvisamente motivata a prefiggersi il raggiungimento d’un vantaggio, a discapito del danno, con tal celerità che mai nessuna persona al mondo fu pronta come lo fu lei (Al mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir lor danno), sicché si precipitò negli inferi levandosi dal suo beato trono (venni qua giù del mio beato scanno), non prima d’aver confessato a Lucia di fidarsi ciecamente del suo sapiente eloquio (fidandomi del tuo parlare onesto), che onorevolmente omaggia il suo nobile parlare, tanto quanto coloro che son stati privilegiati dell’ascolto (ch’onora te e quei ch’udito l’hanno).

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
117 per che mi fece del venir più presto.
E venni a te così com’ ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
120 che del bel monte il corto andar ti tolse.

In conclusione d’esposizione a Virgilio (Poscia che m’ebbe ragionato questo), gli occhi di Beatrice, volgendosi a lui, s’inondano di lacrime (li occhi lucenti lagrimando volse), ulteriore stimolo per lo stesso, nell’accorrere speditamente in soccorso dello spaesato pellegrino (per che mi fece del venir più presto).

Egli dunque rivela al poeta d’essersi direzionato a lui come Beatrice gli aveva raccomandato (E venni a te così com’ ella volse): levandolo dalle intimidatorie grinfie della lupa (d’inanzi a quella fiera ti levai) che a lui si pose ad intralcio per la scorciatoia che gli avrebbe permesso di salir brevemente al monte (che del bel monte il corto andar ti tolse).

La fine umanità che Dante riesce a far scaturire dalle anime a lui care in vita è commovente e palpabile, in un soave ed intenso intreccio di sentimentalismo e benevolenza che s’appiccica ad ogni verso, pulsandone l’atavico sentire lui proprio.

Dunque: che è? perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
123 perché ardire e franchezza non hai,
poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
126 e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?».

Dunque Virgilio incalza Dante chiedendogli quale sia ancora il dubbio radicato nel suo animo (Dunque: che è?), del “perché”, “perché” egli tergiversi (restai) ulteriormente, del “perché” egli assecondi il sostar (allette) nel cuore di cotanta ritrosia alla grazia (tanta viltà), del “perché” egli non abbia arditezza e convincimento in sé (perché ardire e franchezza non hai), in particolar modo sapendo tre donne benedette (poscia che tai tre donne benedette), in triplice grazia, si prendano amorevolmente cura di lui alla corte celeste (curan di te ne la corte del cielo), e che l’eloquente oratoria dello stesso Virgilio (e ‘l mio parlar) porta a lui la promessa d’un’esperienza di salvezza (tanto ben ti promette)?

L’utilizzo di quattro “perché” in un’unica terzina, ben rende l’idea del rammaricante trasporto virgiliano nei confronti dell’Alighieri e del suo destino.

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,
129 si drizzan tutti aperti in loro stelo,
tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
132 ch’i’ cominciai come persona franca:

Ritemprato nell’animo, rincuorato ed incoraggiato dalle parole di Virgilio, come fiorellini (fioretti) che si rianimino, riaprendosi e raddrizzandosi (si drizzan tutti aperti in loro stelo) al calor del sole che li fa bianchi di luce (poi che ‘l sol li ‘mbianca), dopo che il gelo notturno che li aveva “chinati” e “chiusi”, allo stesso modo Dante rinvigorisce la propria forza di volontà, fino ad allora in preda ad estrema stanchezza (tal mi fec’ io di mia virtude stanca), e tal positivo coraggio gli giunge d’acchito al cuore (e tanto buono ardire al cor mi corse), ch’egli riprese la sicurezza in sé (ch’i’ cominciai come persona franca):

Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
135 a le vere parole che ti porse!

Rivolgendosi a Virgilio fra gratitudine e speranza, il pellegrino rinato rievoca, in elegiaco afflato poetico, la sua Beatrice come colei che, con sentita misericordia lo soccorse (Oh pietosa colei che mi soccorse!), dedicando al poeta lui di fronte parole d’ammirazione per la cortesia dimostratagli nell’accondiscendere senz’esitazione alcuna (e te cortese ch’ubidisti tosto) alle richieste di Beatrice, da lei espresse con parole autentiche (a le vere parole che ti porse!)

Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
138 ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Egli confessa a Virgilio d’aver germinato nel suo cuore (Tu m’hai con disiderio il cor disposto), tramite il suo benigno parlare (tramite il suo benigno parlare), una tal predisposizione all’imminente viaggio (sì al venir), da ricondurlo all’iniziale proposito (ch’i’ son tornato nel primo proposto).

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
141 Così li dissi; e poi che mosso fue,
142 intrai per lo cammino alto e silvestro.

Virgilio viene pertanto invitato ad avviarsi (Or va), ch’ora un’unica volontà appartiene entrambi (ch’un sol volere è d’ambedue): l’Alighieri gli riserva tre ruoli significativi: nobilitando il suo ruolo di guida, Virgilio sarà per lui un fidato orientamento (duca), rappresenterà l’autorità morale (segnore), dispensando conoscenza (maestro). Tali parole gli disse; e dopo che anch’egli si mosse (Così li dissi; e poi che mosso fue), sulle orme di Virgilio, Dante s’inoltra (intrai) nell’arduo e selvaggio cammino (per lo cammino alto e silvestro).

Nel terzo canto la porta dell’inferno verrà finalmente raggiunta. La scritta sulla sua sommità stenderà tetro velo intimidatorio al sol posarne lo sguardo nel varcarla: “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”…