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Divina Commedia: Inferno, Canto I

 
Libri titulus est: Incipit Comedia Dantis Alagherii, Florentini natione, non moribus: «Il titolo del libro è: Inizia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino per nascita, non per costumi».

Questo è parte di quanto il sommo poeta scrisse nell’Epistola XIII (seppur la paternità dantesca di tale epistola non sia universalmente riconosciuta) indirizzata al politico, condottiero e mecenate Cangrande della Scala, a lui riportando il titolo dell’opera ch’egli zelantemente, faticosamente, passionalmente ideò, elaborò e trascrisse, traslitterando se stesso fra le sue pagine, sul filo dell’immortalità; titolo, nel contenuto della missiva, suffragato dal lieto fine dell’opera ed in riferimento al genere utilizzato, ovvero lo stile remissus et humilis, «dimesso e umile» che Dante decise di prediligere, in contrapposizione all’elevatezza e nobiltà del linguaggio tipico della tragedia.

Nella parte conclusiva della Vita Nova, Dante sembrerebbe preannunciare la stessa Commedia nella dichiarata intenzione di non parlare più di Beatrice fino a quando la di lei lode non possa toccare livelli mai raggiunti nell’elogiar una donna; nel XLII capitolo, che chiude appunto il «libello», il poeta riferisce d’una «mirabile visione» della stessa che lo persuade a temporaneo silenzio, fintantoché parole più elevate non gli concedano il privilegio di parlarne come mai nessuno ha saputo fare. Egli si prodiga nello studio in maniera notevole, certo del fatto che di tale impegno Beatrice sia consapevole. Cosicché, se Dio, riferimento dell’intero mondo, avrà piacere di concedergli lunga vita, Dante spera di raggiungere lo scopo prefissatosi. Ed al termine della stessa, colui che è Signore di tutte le virtù voglia permettere alla sua anima di rimirare la gloria della sua donna, ossia la benedetta Beatrice, che gloriosamente contempla il viso di colui ch’è benedetto per tutti i secoli.

Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus.

Sebbene non sia dato con certezza di sapere se nella mente dell’Alighieri già si stesse concretizzando il capolavoro supremo, indubbia è, nella psiche dello stesso, l’evoluzione spirituale di Beatrice, riconcepita in angelica femminilità e beata rettitudine.

Nel tal scritto di chiusura, la concezione celeste dell’amata sovrasta definitivamente l’amor terreno, parallelamente evolvendo l’opera giovanile di Dante verso una poesia etico-teologica in cui la trasfigurazione divina della donna sarà cardine trainante l’intero poema.

 

Divina Commedia, il capolavoro di Dante Alighieri

Solo la letteratura può dare la sensazione di contatto con un’altra mente umana, con l’integralità di tale mente, le sue debolezze e le sue grandezze, i suoi limiti, le sue meschinità, le sue idee fisse, le sue convinzioni; con tutto ciò che la turba, la interessa, la eccita o le ripugna.
Michel Houellebecq

Il primo getto d’inchiostro della Divina Commedia parrebbe risalire, secondo le tesi prevalenti, al 1306-1307, scorrendo per un quindicennio nella composizione di quella ch’è a tutt’oggi considerata il più grande poema della letteratura italiana e della cui universalità Dante si fece portatore simbolico nella scelta del volgare come lingua da reputare illustre, inveterata, eloquente, sostanziosa, unitaria, un idiomatico linguaggio da nobilitare e volgere ad un capillare diffondersi che spalancasse le porte alla poesia, conducendola al di fuori delle fortezze accademiche. Sepp’egli arricchirne sapientemente il linguaggio di neologismi (vocaboli da lui stesso coniati), figure retoriche, termini gergali, forme antiquate del fiorentino, latinismi e quant’altro la creativa e rivoluzionaria indole intellettivamente sperimentalista, forte del tenace, appassionato ed inesauribile sondare vari generi e stili, gli planasse fra le mani plasmandosi a stupefacente e pindarico intreccio lessical-linguistico.

Ancorché temporalmente l’utilizzo del volgare non sia stato di prerogativa dantesca, il riconoscimento del poeta come padre della lingua italiana ha ragion d’esistere nella potenzialità ch’egli è stato in grado di percepire ed eviscerare dallo stesso, illimitatamente pennellandone ogni sfumatura, diffondendolo a macchia d’olio, sia geograficamente che demograficamente, e coinvolgendo, nell’incredibile sconfinatezza di lettori ed ascoltatori, soprattutto i non letterati, ovvero coloro sui quali nessuno avrebbe scommesso, in particolar modo i fautori del latino che, tra malfidente cecità e sofistico egotismo, sull’Alighieri riversarono aspre critiche, inconsapevoli della smisurata ramificazione culturale, prosaica e poetica, che derivò dal carismatico, peculiare, impareggiabile e variopinto manoscritto.

Immedesimandosi errante fra le pagine dello stesso, Dante si narra viaggiatore trentacinquenne nei tre regni dell’oltretomba, partendo dall’Inferno, nel quale discese al tramonto del venerdì santo (per alcuni studiosi il 25 marzo, per altri l’8 aprile) del 1300, proseguendo in ascesa per il Purgatorio, al quarto giorno, e giungendo al Paradiso nella sesta giornata di cammino, ove il suo settimanale viaggio terminerà il giovedì dopo la Pasqua; anno significativo il 1300, coincidendo lo stesso con il primo Giubileo proclamato da papa Bonifacio VIII che nel poeta simbolizzò il divino aggancio di fondo alla Commedia, in perenne attesa d’un tanto auspicato rinnovamento della Chiesa.

Obiettivo primo del dantesco itinerario, vissuto dall’Alighieri come divina intercessione tramite Beatrice, è la purificazione della propria anima, tutelando la stessa da un peccaminoso vivere ch’egli metaforizza nella «selva oscura» in cui si smarrisce all’inizio del poema ed accompagnato nell’intero tragitto da tre guide spirituali, il poeta latino Virgilio, simboleggiante la ragione, che lo condurrà nei nove cerchi infernali e nel Purgatorio, fino al Paradiso terrestre, l’angelica Beatrice, personificante la grazia divina, che lo guiderà attraverso i nove cieli del Paradiso e San Bernardo di Chiaravalle, che lo accoglierà nel decimo cielo, l’Empireo, e la cui intercessione presso la Vergine Maria concederà a Dante la visione divina; l’imprescindibile ruolo del trio conduttore risulta essere di sostentamento e chiarificatore d’ogni dubbio che sorgerà in itinere, oltre che necessario all’accoglienza d’un vivente nell’altrimenti inaccessibile regno dei morti.

La narrazione si svolge sul doppio filo di allegorie e didascalie che rappresentino la graduale acquisizione di conoscenza e verità, trasmettendo allo stesso tempo insegnamenti morali all’umanità, in auspicio di redenzione della stessa, motivo per cui il legame terreno viene proposto attraverso la presentazione di personaggi famosi realmente esistiti, oltre cinquecento i citati, affinché gli uomini tutti possano prenderne a riferimento i vissuti, traendone preziosa dottrina.

La conformazione dell’universo dantesco poggia sulla visione geocentrica del sistema aristotelico-tolemaico secondo il quale attorno alla sfera terrestre, immobile al centro del cosmo, ruoterebbero tutti gli altri corpi celesti, teoria comunemente accettata per circa due millenni e poi sostituita, dal sistema eliocentrico copernicano in base al quale è il sole ad essere fisso al centro dell’universo, con rotazione ed evoluzione di tutti i pianeti, il terrestre compreso, attorno ad esso; sistema che successivamente rivisitato dallo scienziato Galileo Galilei e dall’astrologo, matematico, astrologo, nonché teorico musicale tedesco Giovanni Keplero, sulla scia della rivoluzione scientifica che dall’astronomo polacco Niccolò Copernico ebbe inizio.

Riferendosi dunque al modello geocentrico, Dante immaginò il Paradiso in nove cieli, Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno (comprensivi degli omonimi pianeti), il Cielo delle stelle fisse ed il Cielo cristallino (o Primo Mobile), rotanti, concentrici e nella totalità contenuti dall’Empireo, decimo cielo, immobile ed immateriale, nonché sede di Dio, degli angeli e dei Beati, disposti come petali in quella che viene definita una Candida Rosa, in quanto le anime sono vestite di bianco.

La Terra della Commedia è suddivisa in due emisferi e nel boreale, l’unico abitato, l’Alighieri collocò Gerusalemme, esattamente al centro dei confini estremi, tra le colonne d’Ercole e le foci del Gange, immaginando nell’emisfero opposto, l’australe, la montagna del Purgatorio, in cima al quale si trova il Paradiso terrestre. Il Purgatorio, corrispondente al cono infernale, s’originò quando l’angelo Lucifero, in ribellione al Creatore, venne scaraventato dall’empirico cielo sulla terra, una parte della quale, per estremo disdegno, si ritrasse verso l’emisfero settentrionale di conseguenza originando la voragine infernale nel cui acme, al centro della Terra, fu relegato lo stesso Lucifero, in terrificanti e demoniache sembianze trasmutato.

Nella struttura del componimento, di simmetria certosina, il simbolismo numerico si pone ad allegorico reticolo di fondo su cui minuziosamente tessere, attraverso un ritmo ternario, una concezione divina che nel numero 3 esprima la Santissima Trinità, l’unità della quale sia rappresentata dal numero 1 ed in frequente richiamo al numero 10, quali erano i comandamenti che Mosè ricevette sul monte Sinai. Tre sono le Cantiche, ciascuna composta da 33 canti che nell’insieme, uniti al proemio dell’Inferno, riuniscono per dieci volte nel 100 il numero 10; tre sono le fiere che Dante incontra ad inizio percorso ed ancora tre sono le guide spirituali referenti.
Ulteriore numero caro al poeta, che esistenzialmente lo legò a Beatrice fu il numero 9, multiplo di tre, ricorrente in ogni cantica: nove sono i cerchi infernali, in raggiungimento della decina contando il vestibolo; nove le parti del purgatorio, di cui decima parte il Paradiso terrestre; nove i cieli del Paradiso, dieci con l’Empireo.

Intransigenza e scrupolosità dantesche di composizione vollero che ognuno dei cento canti finisse con un verso isolato, la cui rima accordata con il secondo verso dell’ultima terzina; medesimo parallelismo fra le tre cantiche, per ognuna delle quali il termine conclusivo è il vocabolo «stelle». Nella totalità del testo, 14.223 endecasillabi, ossia versi di undici sillabe, si susseguono intrecciandosi in strofe di tre versi (terzine) a rima incatenata, fedeli allo schema ABA-BCB-CDC e via di seguito, nel polisemantico racconto in cui fantasia, vissuti, tecniche stilistiche, integrità morale, scienza, sacralità, sentimenti e linguaggio, impareggiabilmente s’amalgamano in vulcanica meraviglia letteraria.

 

Inferno

Divina Commedia, Inferno, primo Canto del più grande poema della letteratura italiana e della cui universalità Dante Alighieri si fece portatore simbolico nella scelta del volgare come lingua da reputare illustre e unitaria. (https://terzopianeta.info)
Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno (Gabriele Giolito de’ Ferrari, 1554-1555)

 

Il conico baratro infernale dalla forma d’imbuto (nel cui punto più profondo è conficcato Lucifero, trasformato da angelo a mostro con tre facce e sei ali di pipistrello) è formato da nove cerchi ove si trovano le anime dei dannati, peccatori senza speranza di redenzione e la cui pena resterà eterna, tanto quanto il tormento che n’affligge l’anime, motivo per cui è in essi un disperato rimpianto del mondo terrestre e l’auspicio d’esser in qualche modo ricordati nello stesso.

Superata la porta dell’Inferno si accede all’Antinferno (o vestibolo), dove stanno gli Ignavi, che durante la ribellione di Lucifero non presero posizione alcuna.

A divider il vestibolo dal I Cerchio è il fiume Acheronte, attraversando il quale si giunge al denominato Limbo, in cui sostano gli Spiriti magni, anime virtuose appartenute a personaggi del mito e dell’antichità, ma escluse dalla salvezza in quanto pagane.
Severità ed atrocità del castigo divino si aggravano progressivamente scendendo verso il basso.

I primi cinque cerchi appartengono all’Alto Inferno; dal secondo al quinto sono confinati gli Incontinenti, coloro che subiscono pene meno violente in quanto succubi, nella vita, di passionali pulsioni ed istinti, con perdita della ragione, sebbene la stessa si mantenesse retta e perfettamente in grado di distinguere il bene dal male, e precisamente:

II Cerchio: Lussuriosi
III Cerchio: Golosi
IV Cerchio: Avari e Prodighi
V Cerchio: Iracondi e Accidiosi

Proseguendo per la Città di Dite ci si avventura nel Basso Inferno dove sostano coloro che nella vita peccarono con consapevole malizia e perversione della ragione:

VI Cerchio: Eretici ed Epicurei

VII Cerchio:
Violenti, suddivisi in tre Gironi:
1° girone – Violenti contro il prossimo
2° girone – Violenti contro se stessi
3° girone – Violenti contro Dio

VIII Cerchio, (denominato Malebolge):
Fraudolenti, suddivisi in dieci bolge:
1° bolgia – Ruffiani e Seduttori
2° bolgia – Adulatori
3° bolgia – Simoniaci
4° bolgia – Indovini
5° bolgia – Barattieri
6° bolgia – Ipocriti
7° bolgia – Ladri
8° bolgia – Consiglieri fraudolenti
9° bolgia – Seminatori di discordia
10° bolgia – Falsari

IX Cerchio:
Traditori, suddivisi in quattro Zone:
1° zona – Traditori dei parenti
2° zona – Traditori della patria
3° zona – Traditori degli ospiti
4° zona – Traditori dei benefattori

Infine, nel punto più profondo: Lucifero.

Ogni dannato vien privato delle vista dell’Onnipotente e subisce un’infinita punizione fisica che, corrispondente al peccato commesso, secondo la legge del contrappasso, verrà inflitta per similitudine o per contrasto, ovvero costringendolo ad una condotta in similarità od antinomia al riprovevole vissuto terreno.

 

Canto I

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Al suo trentacinquesimo anno di vita, Dante si ritrova smarrito, pressante sbigottimento inteso come allontanamento dalla retta via che conduce alla salvezza, ch’egli allegoricamente rappresenta come una selva oscura, un tenebroso luogo di peccato, distante dalla via maestra che conduce alla virtù.

Il disorientamento del poeta è attribuibile sia alle vicissitudini personali della sua esistenza, quanto al caos istituzionale ed al decadimento morale della Chiesa, in angosciante apprensione per il deragliamento del genere umano in quel preciso periodo storico.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

La selva è talmente impervia, mordace ed impenetrabile, che riuscir nell’intento di descriverla a parole è impresa ardua, tanto più che al sol ripensare a quel luogo la paura si fa nuovamente strada nel cuore dell’Alighieri.

Verosimile, al di là d’ogni riferimento clerical-politico, è l’intimo rimando allo scombussolamento d’animo del poeta che l’amore terreno per Beatrice portò all’emotiva arenaria.

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

La selva è così ripugnante da non esser meno amara della morte, ma al fine di discorrere della possibilità di salvezza (ben) che vi trovò, Dante anticipa ch’accennerà ad altre spaventose visioni che nella stessa trovò (de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte).

L’allegoria dantesca, a partir dalla selva, fascinosamente ed emblematicamente percorrerà l’intera opera, magistralmente intersecandosi tra metafore, similitudini, paragoni e simbolismi che nel corso dei secoli hanno assetato, aggrovigliato, solleticato le menti dei più grandi studiosi e non solo.

Io non so ben ridir com’ i’ v’ intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
12 che la verace via abbandonai.

Il corposo intontimento del poeta nel momento dello sbando, il cui «sonno» è spirituale narcosi dell’anima, lo rende incapace di spiegare com’egli ebbe a ritrovarsi nella selva (non so ben ridir com’ i’ v’ intrai), seppur sia viva e pulsante la consapevolezza dello sviamento dalla «diritta via».

La visualizzazione dell’Alighieri-pellegrino, rammaricato e sperduto, in bramata aspirazione alla massima spiritualità, prende forma sui suoi passi all’interno della valle boschiva che si fece percorrenza a timori e speranze.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
15 che m’avea di paura il cor compunto,

Dante giunge ai piedi d’un colle, al termine di quella selva (valle) che il suo cuore aveva forato riempiendolo di paura.

La sommità del colle si erige come prima e significativa tappa d’inizio percorso verso la rettitudine.

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
18 che mena dritto altrui per ogne calle.

Lo sguardo alzando, il poeta osserva l’albeggiar del sole, dall’altura coperto, ma i cui raggi, spandendosi, si pongono a guida di chiunque (altrui), incamminando alla felicità (mena dritto) da qualsiasi (ogne) via (calle) si provenga.

La sfera celeste, nella concezione dantesca, in reminiscenza della tolemaica che lo posizionava in quarta posizione rispetto alla Terra, vien emblematicamente considerato simbolo della grazia divina a cui riferirsi nella ricerca della beatitudine; il suo raggiante illuminar l’oscurità della valle, cristianamente rappresenta l’impacciato e graduale risorgere dell’uomo dall’imbrattamento della propria moralità.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
21 la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

Chetata la paura, in greve giacenza sul suo cuore, Dante lentamente scioglie l’affanno (pieta) che durante la notte lo aveva pervaso.

La lacuale parvenza del cuore (nel lago del cor) richiama, in rinvio alla medicina medievale, lo stilnovista concetto delle emozioni la cui intensità rallenterebbe il fluire circolatorio causando pallidezza e perdita dei sensi.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
24 si volge a l’acqua perigliosa e guata,
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
27 che non lasciò già mai persona viva.

Il poeta si percepisce interiormente come colui che, in estremo affanno in quanto appena salvatosi da un burrasca e giunto sulla riva, volga lo sguardo alla pericolosità del mare (pelago) appena abbandonato e ne scruti intensamente (guata), con angoscia, le minacciose acque;
con la medesima tribolazione vibrante sull’ancor fuggente animo, Dante si volta indietro ad osservar il passaggio (lo passo) dal cui varco nessuno mai uscì vivo.

La similitudine fra il pellegrino ed il naufrago delizia la terzina del potente parallelismo di cui Alighieri fu maestro, srotolandone il pathos nel senso di trafelazione che dai versi fuoriesce e giunge al petto, trasportando il lettore nei luoghi descritti ed immedesimandolo sentitamente.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta
30 sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.

Brevemente riposato l’affaticato (lasso) corpo, il poeta riprende il peregrinar attraversando l’arido terreno (piaggia diserta) la cui pendenza rende l’andatura claudicante, essendo sempre il piede sinistro (‘l piè fermo) più in basso rispetto al destro, in probabile inizio di salita sul colle.

La concreta pertinacia di Dante nel proseguire la propria marcia, cavalcando incertezze e turbamenti, rende cristallino al sentire il di lui visceral anelito d’evolutiva integrità etica, in desiata evoluzione spirituale.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggiera e presta molto,
33 che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,
36 ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Dinanzi all’erta del colle, ecco posizionarsi davanti al poeta un’agile e veloce (leggiera e presta molto) bestia definita «lonza», ipoteticamente una lince, un leopardo od un ghepardo, considerandone la maculatura del pelo (di pel macolato era coverta); essa non accenna a levarsi (non mi si partia dinanzi al volto), impedendo all’Alighieri di proseguire il proprio cammino fin al punto ch’egli è tentato di desistere, tornando sui propri passi (fui per ritornar più volte vòlto).

La lonza, insieme ad un leone e ad una lupa, appartiene al trio delle fiere che Dante incontrerà prima dell’ascesa al colle, rappresentanti rispettivamente la lussuria, la superbia e l’avarizia, inibitori impedimenti a barriera della redenzione che il pellegrino va cercando.

Temp’ era dal principio del mattino,
e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle
39 ch’eran con lui quando l’amor
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
42 di quella fiera a la gaetta
l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
45 la vista che m’apparve d’un leone.

Ad un primo spavento, il poeta reagisce lasciandosi per un breve istante riconfortare dalla dolce luce degli albori (principio del mattino), mentre la sfera celeste risale l’orizzonte (‘l sol montava ‘n sù) insieme alla costellazione (con quelle stelle) cui era congiunta (ch’eran con lui) il giorno della Creazione, quando l’amor divino impresse loro il primo moto (mosse di prima); motivo (cagione) per cui, rinfrancato dal giorno nascente e dalla primaverile atmosfera (l’ora del tempo e la dolce stagione), fidente speranza in Alighieri s’origina (sì ch’a bene sperar) nei confronti della fiera dalla pelle signorilmente chiazzata; ma non abbastanza perché (ma non sì che) l’appena scemato terrore non si riacutizzi nella vista d’un leone, rappresentante la superbia, che all’improvviso gli si posiziona di fronte.

Tradizionalmente, il principio del creato viene fatto coincidere con l’equinozio di primavera, quando il sole entrò nel segno dell’Ariete.

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
48 sì che parea che l’aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
51 e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
54 ch’io perdei la speranza de l’altezza.

Il leone avanza intimidatorio ed a testa alta verso Dante, ringhioso di fame a tal punto da far sembrar tremante l’aria stessa (sì che parea che l’aere ne tremesse).

Contemporaneamente una lupa, che nella sua magrezza sembra schiacciata (carca) d’ogni bramosia (di tutte le brame) ed a molte persone fa condurre una sgradevole vita (e molte genti fé già viver grame), genera nel poeta un oppressivo senso d’angoscia al semplice osservarne il ripugnante aspetto (mi porse tanto di gravezza con la paura ch’uscia di sua vista), da fargli perdere ogni speranza di salire il colle.

L’avarizia, dalla lupa portata a simbolo, è considerato uno dei peccati più gravi, da alcuni studiosi posto a paradigma d’una Firenze soffocata da smodata bramosia ed in lento perire nelle materialità. Ulteriore interpretazione vorrebbe la lupa a rappresentazione dell’irrefrenabile cupidigia della curia di Roma.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ‘l tempo che perder lo face,
57 che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco
60 mi ripigneva là dove ‘l sol tace.

Celermente allontanandosi dalla lupa, Dante si percepisce, nel corpo e nelle sensazioni, come un famelico giocatore d’azzardo (quei che volentieri acquista) che, una volta giunto il giorno in cui perderà tutto (giugne ‘l tempo che perder lo face), piangerà e si rattristerà, oberato di pensieri. In tal stato d’animo lo gettò l’insaziabile ed irrequieta bestia senza pace alcuna (stanza pace), la quale, a furia di andargli incontro, lo indietreggia (mi ripigneva) verso la spaventosa ed opprimente oscurità (dove ‘l sol tace) della raccapricciante selva.

Alighieri si sente disperato, dolente ed orrendamente impaurito. Poco dopo avverrà l’incontro con lo stimato Virgilio, per lui mito della letteratura, la cui ENEIDE sembrerebbe essere stata, fra le varie fonti, il principale poema epico latino di riferimento per la stesura della Commedia.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
63 chi per lungo silenzio parea fioco.

E mentre Dante par che rotoli (rovinava) verso lo scoscendimento (in basso loco), alla sua vista (dinanzi a li occhi) improvvisamente appare (mi si fu offerto) colui che, per lunga assenza e silenzio sembra (parea) flebile (fioco), nebuloso, indefinito.

Quando vidi costui nel gran diserto,
«Miserere di me», gridai a lui,
66 «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

Alla vista di quell’uomo nel desertico terreno, Alighieri ne implora la compassione gridandogli: «Abbi pietà di me» (Miserere di me) «che tu
sia anima d’un defunto od uomo in carne ed ossa» (qual che tu sii, od ombra od omo certo!)

Avvilente desolazione è palpabile fra le rime del poeta, profondamente dilaniato fra la preoccupazione di dover retrocedere ed il fervido desiderio di proseguire.

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
69 mantoani per patrïa ambedui.

All’urlante ed apprensiva richiesta del pellegrino, Virgilio ripose di non essere uomo vivente (certo), ma d’esserlo stato (omo già fui), d’esser figlio di genitori (parenti) ch’erano dell’Italia settentrionale (lombardi), entrambi originari di Mantova (mantoani per patrïa ambedui).

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
72 nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Virgilio racconta d’esser nato sotto Giulio Cesare (sub Iulio), ma troppo tardi per considerarsi vissuto in epoca cesariana (ancor che fosse tardi), vissuto a Roma nel periodo del valente (buono) Ottaviano Augusto, al tempo del paganesimo (nel tempo de li dèi falsi e bugiardi).

Due terzine sono sufficienti ad identificare l’anima parlante con l’insigne poeta Publio Virgilio Marone, nato in Andes di Mantova nel 70 a.C. e deceduto a Brindisi nel 19 a.C.
L’assassinio di Giulio Cesare, avvenuto nel 44 a.C., giustifica temporalmente la trascorsa esistenza, dichiarata allo stesso a Dante, sotto i primi due dei dodici Cesari, ossia coloro che governarono dal 27 a.C. Al 476 d.C. e le cui biografie furono raccolte nell’opera storiografica De Vita Caesarum ad opera dello scrittore romano Svetonio (Gaio Svetonio Tranquillo, 69 d.C. circa-126 d.C. circa).

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
75 poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.

Virgilio continua la narrazione rivelando d’esser stato un poeta i cui versi cantarono del devoto Enea (quel giusto figliuol d’Anchise) che giunse dalla città di Troia dopo che la rocca della medesima (‘l superbo Ilïón) venne data alle fiamme (fu combusto).

L’Eneide fu indiscusso testo di riferimento per Alighieri, l’espressione «’l superbo Ilïón» da lui utilizzata nell’ultimo verso della venticinquesima terzina, per indicare la rocca di Troia, rimanda infatti all’inizio del terzo libro del virgiliano poema ove, per l’appunto, si recita: «Postquam res Asiae Priamique evertere gentem
immeritam visum superis, ceciditque superbum
Ilium et omnis humo fumat Neptunia Troia (…)»

«Dopo che piacque ai celesti distruggere la potenza dell´Asia
ed il popolo incolpevole di Priamo, e la superba Ilio
cadde e tutta la nettunia Troia a terra fuma (…)»

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
78 ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

In un secondo momento, Virgilio chiede al pellegrino il motivo per cui egli sia ritornato nella selva, di nuovo immerso nel supplizio (noia) che la stessa provoca e gli domanda inoltre perché non seguiti la scalata del dilettevole (dilettoso) monte ch’è inizio e motivo (principio e cagion) della più completa felicità.

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
81 rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
84 che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
87 lo bello stilo che m’ha fatto onore.

In tutta risposta, a capo chino in segno d’estremo imbarazzo (rispuos’ io lui con vergognosa fronte) per il fatto d’aver riconosciuto lo stimato Virgilio, Dante, ebbro di meraviglia, retoricamente gli chiede se dunque (or) sia lui quella portentosa sorgente (fonte) ch’effonde traboccante eloquenza (che spandi di parlar sì largo fiume).

Con adorante fiato, definendolo gloria e guida (onore e lume) degli altri poeti, Alighieri s’augura che  la perseveranza ed il sentimento (‘l lungo studio e ‘l grande amore) con i quali lesse e saggiò il suo poema (che m’ha fatto cercar lo tuo volume), gli possano valere (vagliami) la sua benevolenza.
Dante confida a Virgilio di considerarlo suo maestro e sorgente d’autentica verità (‘l mio autore) ed esser l’unico (tu se’ solo) da cui lui trasse (tolsi) lo stile eletto (bello stilo) che gli diede gloria (che m’ha fatto onore).

Con «bello stilo» Alighieri si riferisce allo «stile illustre» che nel De Vulgari Eloquentia egli catalogò come raffinato stile deputato ad opere che trattino di questioni elevate e complesse come, per l’appunto, le opere tragiche.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
90 ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

In risposta al quesito di Virgilio sul ritorno alla selva (per cu’ io mi volsi) il dantesco pellegrino indica lui (vedi) la famelica lupa (bestia), supplicandolo di salvarlo (aiutami) dalle sue grinfie poich’essa lo turba a tal punto da fargli tremare vene ed arterie (polsi). Nell’invocarne protezione, Dante lo appella «famoso saggio», termine fondamentale, la saggezza, nella concezione medievale riferibile agli emeriti poeti in quanto considerati non esclusivamente maestri di retorica, ma anche eccelse fonti di sapienza.

«A te convien tenere altro vïaggio»,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
93 «d’esto loco selvaggio;
ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
96 ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
99 e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

Notandolo piangere (poi che lagrimar mi vide), Virgilio consiglia al poeta d’intraprendere un tragitto alternativo (tenere altro vïaggio) al fine di uscire vivo (se vuo’ campar) dall’inospitale desolazione della selva (d’esto loco selvaggio);

questo poichè la lupa, per il timor della quale Dante grida aiuto (per la qual tu gride), non permette il passaggio ad anima viva (non lascia altrui passar per la sua via), ma l’ostacola fin ad ucciderla (ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide);

e talmente è la stessa d’indole maligna e diabolica (ha natura sì malvagia e ria), che mai riesce a saziare (che mai non empie) l’incontenibile ingordigia (bramosa voglia), aumentando la sua voracità dopo ogni pasto (dopo ‘l pasto ha più fame che pria).

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ‘l veltro
102 verrà, che la farà morir con doglia.

Nella trentatreesima terzina, dalla descrizione del compulso ed irrefrenabile appetito della lupa, ben affiora la sensazione dell’avarizia che la bestia starebbe a rappresentare, peccato, quest’ultimo, che trascina sempre dietro di sé molti peccati (molti son li animali a cui s’ammoglia), sebbene, per interpretazioni alternative, «li animali» potrebbero rappresentare non tanto i vizi, quanto gli uomini; medesima diatriba per il «veltro», in natura un levriero esperto cacciatore di lupe, ma unanimità sull’emblematica allegoria ch’egli nasconde fra i danteschi versi ancora non è stata raggiunta. Sol si sa che il tal veltro, come rivela Virgilio, verrà ed ucciderà la lupa facendola patire (la farà morir con doglia). Su chi pensasse poi di traslar l’allusione l’Alighieri, ovvero su chi sarebbe colui che dovrebbe liberare l’umanità dalla cupidigia, non è dato sapere con certezza assoluta, al di fuori del campo delle più svariate ipotesi.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
105 e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Al cosiddetto veltro non apparterrà avidità alcuna, né di terra né di denaro (peltro), ma in lui saranno sapienza, amore e virtù (virtute), e i suoi natali (nazion) saran fra umili panni (feltro e feltro).

S’ipotizza che il «feltro», un tempo tessuto molto povero, stia a metaforizzare l’umiltà; taluni vi leggono significato geografico, attribuendo a quel «tra feltro e feltro» l’area tra la bellunese città di Feltre e la region di Montefeltro, identificando il «veltro» con il veneto Cangrande della Scala.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
108 Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Alla misera (umile) Italia il veltro porterà salvezza (salute), la cara patria per cui perirono in combattimento Cammilla e Turno contro Eurialo e Niso (Niso di ferute).

Italici e troiani dei cui combattimenti Virgilio narrò nell’Eneide.

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,
111 là onde ‘nvidia prima dipartilla.

Il veltro caccerà la lupa di città in città (la caccerà per ogne villa), fino a che non l’avrà ricacciata negl’inferi (fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno), là dove l’originaria invidia di Lucifero (là onde ‘nvidia prima) l’aizzò (dipartilla).

Dubbi sono a riguardo se il «prima» sia da considerarsi avverbio temporale, quindi con significato di «da dove fin dall’inizio l’invidia di Lucifero l’aizzò» oppure se sia un aggettivo riferibile all’invidia originaria di Lucifero, sicché come sopra (originaria invidia).

Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
114 e trarrotti di qui per loco etterno;

Esposta l’enigmatica profezia, pensando e decidendo (Ond’ io penso e discerno)
per il bene di Dante (per lo tuo me’) Virgilio si propone come compagno di viaggio e guida che lo condurrà (trarrotti) dalla selva (di qui) fino all’Inferno (per loco etterno);

l’inferno è definito «loco eterno» appunto per l’eterna dannazione delle anime che ivi son destinate.

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
117 ch’a la seconda morte ciascun grida;

Negl’infernali cerchi s’udiranno disperate grida (strida) ed alla vista dell’Alighieri appariranno le anime in estrema e remota sofferenza (li antichi spiriti dolenti), urlanti (grida) ad una seconda morte;

non è chiaro se con «seconda morte» s’intenda il Giudizio universale o lo «stagno di fuoco» profetizzato nel libro numero 20,11-15, dell’Apocalisse: «11 E vidi un grande trono bianco e Colui che vi sedeva. Scomparvero dalla sua presenza la terra e il cielo senza lasciare traccia di sé. 12 E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono. E i libri furono aperti. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati secondo le loro opere, in base a ciò che era scritto in quei libri. 13 Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. 14 Poi la Morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. 15 E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco»

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
120 quando che sia a le beate genti.

e inoltre Dante potrà vedere la anime di coloro che godono nell’esser tra le fiamme (che son contenti nel foco) del purgatorio, sopportando i propri tormenti al fine d’espiar le proprie colpe e di essere accolti fra i beati (perché speran di venire quando che sia a le beate genti).

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
123 con lei ti lascerò nel mio partire;

Virgilio anticipa al poeta che se avrà desiderio di salire fra le beate genti (A le quai poi se tu vorrai salire), a fargli da guida (fia a ciò) sarà un’anima più degna di lui ed a lei lo affiderà congedandosi (con lei ti lascerò nel mio partire);

ché quello imperador che là sù regna,
perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
126 non vuol che ‘n sua città per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
129 oh felice colui cu’ ivi elegge!».

Questo poiché Dio (ché quello imperador che là sù regna), essendo che Virgilio non rispettò le sue leggi (perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge), mai lo farebbe entrare (non vuol che per me si venga) nella sua dimora celeste (‘n sua città).

L’Altissimo governa in ogni luogo (In tutte parti impera) e nei cieli è la sua reggia (quivi regge); qui è la sua città e vi è il suo trono (quivi è la sua città e l’alto seggio);

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
132 a ciò ch’io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni là dov’ or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
135 e color cui tu fai cotanto mesti».

Al che, un impaurito ed implorante Alighieri si rivolge a Virgilio richiedendogli (riecheggio), in nome del Dio mai conosciuto (per quello Dio che tu non conoscesti), d’aiutarlo a fuggire dalla lupa e dalla dannazione (ch’io fugga questo male e peggio), al fin d’esser condotto fra le beate genti appena nominate (che tu mi meni là dov’or dicesti), per aver il modo di vedere (veggia) la porta di San Pietro e coloro i quali son stati descritti come dannati (color cui tu fai cotanto mesti).

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Il virgiliano poeta si mosse, ed il poeta dantesco gli fu subito dietro.
Il primo canto dell’Inferno funge da proemio, una sagace descrizione pianificatoria che già nell’incipit getta le basi d’un tragitto la cui trama mirabilmente si delinea, fascinosamente preannunciando l’impareggiabile corposità d’un opera letteraria in cui il gioco fra sofferti vissuti, cenni storici, paradigmatiche figure retoriche, stile linguistico ed abile manipolazione di sintassi, crea densa magia, fra lettura ed immedesimazione.