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Virginia Tighe, la donna che visse due volte

Virginia Tighe e Morey Bernstein

 
 
Era la sera del 2 marzo 1952, quando l’allora ventinovenne Virginia Tighe, una giovane casalinga originaria del Midwest, ad una cena tra amici fu sottoposta a ipnosi. A condurla verso l’ignoto era Morey Bernstein, un uomo d’affari del Colorado che si era avvicinato all’antica pratica dopo aver assistito ad una seduta negli anni ’40. Ne rimase così affascinato che iniziò a cercare quante più informazioni gli era possibile reperire e negli anni studiò alacremente, finché non arrivò a concepire l’idea che la mente umana potesse avere energie in grado di trascendere i rapporti fra spazio, tempo e materia.

Pose davanti agli occhi di Virginia Tighe una candela e con voce ferma, l’accompagnò fino a farla cadere in un profondo stato di trance, dopodiché, le chiese di andare a ritroso nel tempo. Adottò la cosiddetta regressione ipnotica, tecnica utilizzata per condurre il soggetto ai ricordi dell’infanzia per poi andare oltre e arrivare a quelli di una vita passata.

Con sorpresa dello stesso Bernstein, la donna si presentò come Bridget Murphy, da tutti conosciuta semplicemente come Bridey, nata il 20 dicembre del 1798 nella città di Cork, situata a sud-ovest dell’Irlanda. Tornata in sé non ricordava nulla, tuttavia, dopo quella sera i due si trovarono più volte preoccupandosi di registrare ogni sessione su nastro e riascoltandosi, la Tighe non mancava di meravigliarsi. Raccontava la sua precedente esperienza in maniera minuziosa, con tanto di accento irlandese faceva riferimento a nomi, date, citava con esattezza luoghi, riportò finanche la valuta del tempo.

Si descrisse cresciuta in una famiglia protestante, figlia dei coniugi Kathleen e Duncan Murphy, affermò d’essersi sposata a 17 anni con un certo Sean Brian Joseph McCarthy e di essersi con lui trasferita a Belfast. Non mancò di ricordare neppure il giorno della propria scomparsa, avvenuta precipitando da una scala nel 1864, quando avrebbe avuto 66 anni. Illustrò persino la cerimonia funebre e la lapide, spiegando d’aver vissuto in uno stato di beatitudine e sofferenza, un viaggio extracorporeo durato finché non nacque nuovamente negli Stati Uniti come Virginia Tighe, ma come questo accadde, era l’unica cosa alla quale non sapeva dare una spiegazione.

Morey Bernstein era impressionato e sulle ali dell’entusiasmo scrisse ‘Alla ricerca di Bridey Murphy’, senza neppure preoccuparsi di fare troppe verifiche circa i dettagli sciorinati da quella che nel libro comparì come la signora Ruth Simmons. Fu pubblicato nel 1956 e neanche a dirlo, in men che non si dica divenne un vero e proprio best seller, quasi trasformandosi in una mania collettiva. In quel medesimo anno ne fu realizzato il film, c’era chi andava predicendo che entro cinquant’anni la teoria di Bernstein sarebbe stata metodicamente dimostrata, un giovane arrivò ad uccidersi per indagare personalmente sull’aldilà e sul New York Times, si scriveva che il fenomeno aveva ormai raggiunto la popolarità dell’ Hula-Hoop.

 

Il passato di Virginia Tighe

All’interesse suscitato però, si affiancarono anche le comprensibili diffidenze circa la veridicità del racconto e l’attraente ipotesi della reincarnazione. Se la stampa era pronta a mettere al vaglio e confutare ogni parola, la disapprovazione maggiore giungeva dalla comunità religiosa e da quella medico-scientifica, scettica verso l’ipnosi come mezzo per esplorare il subconscio e altrettanto nel considerare una vita dopo la morte. Frotte di giornalisti e ricercatori si fiondarono sull’isola di smeraldo, e i sospetti che tutto fosse una farsa, sembrarono trovare immediata ragione nel fatto che nei registri anagrafici storici di Cork, non c’era traccia di una Bridget Murphy, tantomeno delle quattro mura che l’avrebbero vista crescere, nessuno aveva ricordo di una casa di legno denominata ‘Meadows’.

Molti attribuirono tali mancanze alla scarsa organizzazione dell’epoca, non pochi infatti erano quelli propensi a dar loro credito e tra questi, figurava anche lo psichiatra canadese Ian Stevenson, molto conosciuto in ambito della parapsicologia, per i suoi studi su presunti fenomeni riguardanti bambini. In particolare si concentrò su 20 soggetti che secondo lui riportavano indicatori convincenti a supporto della metempsicosi e furono pubblicati nel 1966 sul libro ‘Venti suggestivi casi di reincarnazione’, tuttavia, le sue teorie non hanno mai convinto la scienza a rivedere la propria posizione.

Alle apparenti smentite portate alla luce circa la precedente esistenza di Virginia Tighe, si unirono anche effettivi riscontri. La descrizione del tragitto fatto da Cork a Belfast, i paesaggi del nord-est, la Chiesa dedicata a Santa Teresa dove avrebbe sposato Sean Brian Joseph McCarthy, tutto combaciava alla perfezione. Fece persino il nome di due negozianti da cui diceva era solita recarsi, un certo Farr e John Carragan, entrambi risultarono nei registri dei commercianti della città. Non aveva mai visto l’Irlanda, come avrebbe potuto fingere riportando con tanta precisione tali informazioni avvalendosi di termini andati perduti, cantare brani folckloristici, ricorrere al dialetto gaelico?

I giornalisti però, anziché concentrarsi solamente sui luoghi della memoria, cercarono risposte scavando nel suo passato e le notizie rinvenute sembrarono dissipare ogni dubbio e svelare l’inganno.

Virginia Tighe era nata a Chicago e quando era bambina, vicino a casa sua, viveva una donna di nome Bridie Corkell ed il cui cognome da nubile era Murphy. Il che dava eloquente spiegazione sull’origine del suo ‘personaggio’. Inoltre, i cronisti del quotidiano Chicago American, dettero particolare attendibilità alle dichiarazioni del Reverendo Wally White, sacerdote della chiesa da lei frequentata durante l’infanzia, il quale parlò di un suo forte interesse per l’Irlanda, tanto che a 12 anni, aveva anche preso lezioni di ballo e canto tradizionali da un’insegnate e a questo, si aggiunse il fatto che per un certo periodo di tempo, Tighe, visse con Marie, una zia la cui radici affondavano nell’isola, dunque, dialetto e tanti particolari avrebbe potuto apprenderli da lei.

Altre combinazioni e incongruenze saltarono fuori: l’aver detto di esser cresciuta in una casa di legno quando all’epoca non abbondava e difficilmente era utilizzato per costruire; mancavano prove sull’esistenza di John Gorman, il prete che avrebbe celebrato il matrimonio e anche la chiesa, sarebbe sorta molti anni più tardi, nel 1911 e non per ultimo, Bridey Murphy aveva un fratello deceduto in età infantile e la cosa tracciava un parallelismo con una vicenda simile capitata a Virginia Tighe.

La maggior parte dei ricercatori liquidarono la storia affermando che si trattava di un caso di criptomnesia, un fenomeno anche chiamato ‘plagiarismo inconscio’, in cui al soggetto viene meno l’informazione che sta all’origine di ricordi andati persi nella memoria e scambia qualcosa che esiste già per qualcosa di nuovo. E’ capitato con opere letterarie, musicali ed è quanto fu giudicato che accadde anche durante quelle sedute, il tutto rafforzato dalle abilità dell’autodidatta ipnotizzatore, in sostanza accusato di aver messo in piedi una truffa traendone profitto.

Il successo se ne andò tanto rapidamente com’era arrivato, la gente accettò con delusione un esito del genere, era una pietra sopra le speranze di una seconda occasione sulla Terra ed inoltre, era una lampante dimostrazione di come l’essere umano riuscisse a farsi suggestionare con incredibile semplicità.

 

Alla ricerca di Bridey Murphy

La stessa Virginia Tighe, considerata inconsapevole vittima, non si mostrò mai convinta circa la teoria della reincarnazione, fu lei a decidere di non comparire nel libro, ma Morey Bernstein rimase più che mai fermo sulle proprie convinzioni e niente affatto disposto a lasciare che fosse messa in discussione la sua reputazione e la bontà del lavoro svolto, con l’auto di più persone, tra cui il giornalista del Denver Post, William Barker, tentò di scardinare le presunte prove che avevano messo fine amaro alla vicenda e dissolto l’interesse del pubblico.

Non ci volle molto a smontare alcune delle certezze presentate dai detrattori, scoprendo come anche le testimonianze raccolte fossero state in qualche modo pilotate. Non fu mai dimostrato infatti che la vicina Bridie Corkell, da nubile si chiamasse Murphy, quindi rimase un mistero la provenienza di tale cognome, mentre per quanto riguarda Marie, la zia, fu ospitata per pochi mesi dalla famiglia di Tighe, quando lei aveva già 18 anni e nulla aveva a che fare con l’Irlanda, era nata a New York e aveva trascorso gran parte della sua vita a Chicago, di conseguenza, non è dato sapere come e dove Virginia potesse aver acquisito tante nozioni.

La donna non aveva neanche mai avuto particolare interesse sugli usi e costumi dell’isola, come invece aveva dichiarato il Reverendo Wally White, tra l’altro, Virginia Tighe lo incontrò per la prima volta, soltanto dopo l’uscita del libro, quando dal nulla se lo trovò alla porta col dire che avrebbe pregato per lei, perciò il sacerdote mentì affermando di conoscerla sin dai tempi dell’infanzia, così come infondata era la notizia circa le lezioni di ballo e canto irlandesi, l’insegnate fu rintracciata e a precisa domanda rispose di averle impartito esclusivamente lezioni di danza contemporanea.

Come se non bastasse, la Tighe non ebbe mai un fratello dal destino simile a quello di Bridie Murphy.

Diversamente, nulla poterono per fugare i dubbi circa John Gorman e la sua chiesa, non fu mai trovato niente su di loro, così come fantasma rimase la casa di famiglia, sulla quale c’era anche il punto interrogativo lasciato dal legno con cui sarebbe stata costruita, ma una spiegazione plausibile fu data.
Agli inizi del novecento, intorno a Belfast sorgevano decine e decine di piccole parrocchie che periodicamente sparivano, cambiavano nome e luogo, non è perciò assurdo pensare che ciò sia accaduto anche a quella. La dimora che l’avrebbe vista crescere invece, nel racconto era collocata nei pressi di un bosco lontano da Cork, di conseguenza il legno non sarebbe mancato.

Bernstein e compagni riuscirono a smontare praticamente ogni convinzione e falsità presentate degli scettici, ovviamente non poterono dimostrare scientificamente che si trattasse di un’esperienza di reincarnazione e comunque, tutti avevano ormai archiviato la storia e gli sforzi furono praticamente vani.

Virginia Tighe morì il 12 luglio del 1995 a Denver, chissà se non sia più corretto dire che da allora, vive da qualche parte nel mondo in attesa che Morey Bernstein, scomparso forte delle sue idee quattro anni dopo a Pueblo, in Colorado, l’aiuti a ricordare quest’avventura.

“Beh, più invecchio, più ci voglio credere”
Virginia Tighe

Virginia Tighe, la donna che visse due volte