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Sylvia Plath, poesie con la morte nel cuore

Sylvia Plath

 
 
Sylvia Plath, delicata e fuggente anima tessitrice d’amore e d’angoscia che s’intrecciano in poesie traboccanti di energia, mistiche, secche e libere come lei voleva esserlo, «libera di conoscere le persone e il loro passato, libera di muovermi nel mondo per sapere chi sono io e chi sono gli altri», libera come l’ultimo suo lacerante grido che oltrepassò il ‘limite’.

 

Sylvia Plath: “La ragazza che voleva essere Dio”

Sylvia Plath, la storia di una delicata e fuggente anima, tessitrice d’amore e d’angoscia che s’intrecciano in poesie traboccanti di energia. https://terzopianeta.info
Sylvia Plath

Nata il 27 ottobre del 1932 a Jamaica Plain, sobborgo di Boston, Sylvia Plath disse che «la vita non vale la pena di essere vissuta, se non la si può riportare in scrittura» e lei dalle parole fu baciata quand’era solo una bambina, il quotidiano Boston Sunday Herald ne pubblicò infatti la poesia ‘Poem’ nel 1940, quando aveva appena otto anni. Tuttavia, a farle sussultare il cuore erano anche le arti visive, sensibilità che la portò a disegnare e le permise di trarre ispirazione delle opere de ‘i primitivi’ come li definiva, ovvero Paul Gauguin, Henri Rousseau, Giorgio De Chirico, Paul Klee, quest’ultimo le suggerì i versi di ‘Virgin in a tree’.

 

I suoi genitori erano Aurelia Shober, un’americana di origine austriaca, e Otto Plath, nato a Grabow, in Germania, emigrato negli Stati Uniti agli inizi del ‘900.
Si erano conosciuti all’Università, l’uomo era professore di tedesco e biologia con specializzazione in entomologia e lei, che al tempo dell’incontro era ancora studentessa, insegnante lo divenne, di inglese e tedesco.
Il 27 aprile del 1935 la coppia ebbe un secondo figlio, Warren, ed un anno dopo la famiglia si trasferì a Winthrop, città costiera poco distante dalla capitale che portò la scrittrice ad instaurare un particolare legame con il mare. Lì era cresciuta anche la Shober e sua madre e suo padre vivano a Point Shirley, un quartiere al quale Sivvy, come la chiamavano tra le mura domestiche, dedicherà l’omonima poesia pubblicata nell’estate del ’59 in ‘The Sewanee Review’.

From Water Tower Hill to the brick prison
The shingle booms, bickering under
The sea’s collapse.
Snowcakes break and welter. This year
The gritted wave leaps
The seawall and drops onto a bier
Of quahog chips,
Leaving a salty mash of ice to whiten

In my grandmother’s sand yard. She is dead,
Whose laundry snapped and froze here, who
Kept house against
What the sluttish, rutted sea could do…

Il 5 novembre del 1940, Otto Plath, dopo aver affrontato l’amputazione di un piede e poi dell’intera gamba per un trascurato diabete, morì a causa di sopraggiunte complicazioni postoperatorie. L’evento turbò profondamente la piccola Sylvia, le venne a mancare una figura che non riuscì a ritrovare, né a sostituire e quella perdita, si fece trauma infantile psicologicamente mai risolto.

L’accaduto tornerà più volte nelle sue opere, in ‘Among the Bumblebees’, un racconto del 1952, la Plath narra la storia di Alice Denway, una giovane alla quale viene a mancare il padre, un uomo descritto con pura adorazione e mostra come una ragazza (con ogni probabilità se stessa) affronta la realtà della morte. Il 26 gennaio del ’53, con un’affermazione che fa pensare come lei, ventenne, avesse scelto di trarre ispirazione dall’inconscio piuttosto che dall’esperienza di vita reale, nel suo diario cita il racconto come una strada da seguire per continuare a scrivere: «Voglio lavorare per mettere insieme il complesso mosaico della mia infanzia: per esercitarmi a catturare sensazioni ed esperienze dal nebuloso ribollire della memoria e trascinarle in bianco e nero sulla macchina da scrivere».

Due anni più tardi, con ‘The day Mr.Prescott died’, tornerà nuovamente sul tema, ma stavolta è la morte di un padre schivo, distaccato e irritabile. Ancora nell’ottobre del 1963 scriverà ‘Daddy’, un poema in cui c’è tutta la sua profonda amarezza e malanimo, sentimenti che non rivolge tanto al genitore biografico, quanto all’immagine idealizzata di un padre che l’ha abbandonata troppo presto; un uomo che le ha lasciato un modello ammirato e che l’ha delusa, colpevole dei dolori e di quel demone della morte che l’ha accompagnata tutta la vita e la poesia, nel finale si trasforma in un grido liberatorio: “Daddy, daddy, you bastard, I’m through”.

Dopo la dipartita di Otto Plath, con figli e genitori al seguito, Aurelia Shober si trasferì a Wellesley, Massachusetts, dove accettò un lavoro come insegnante ed iscrisse Sylvia all’ultimo anno delle elementari. In realtà la bambina si trovò a ripetere la quinta classe, dato che a scuola era stata mandata prima del dovuto, tuttavia la madre pensò che studiare argomenti già conosciuti e trascorrere il tempo insieme a coetanei l’avrebbe aiutata a placare le angosce.

Proseguì gli studi alla Bradford High School, dove si distinse come studentessa, in particolare per il talento nella scrittura ed una volta conquistato il diploma, a pieni voti, si iscrive allo Smith Collage di Northampton, rimanendovi fino al 1955. La Plath era estremamente esigente verso di sé, mai si sarebbe concessa di mostrarsi negligente o manchevole, aspirava alla perfezione in ogni situazione, un aspetto che le apparteneva da sempre e che le sarà proprio per tutta la sua breve esistenza. Diciassettenne, scriveva: «Penso che mi piacerebbe chiamarmi “La ragazza che voleva essere Dio”».

 

“Continuo a vedere l’infinito in un granello di sabbia”

Negli anni al College non smette di scrivere e nel 1950, per la prima volta, vede pubblicare una sua storia sulle pagine di una rivista, si tratta di ‘E l’estate non arriva più’. Fino ad allora non erano mai state accettate le sue opere e la crescente frustrazione iniziava a farle avere dubbi sulle proprie capacità, colpendo uno stato d’animo già minato da una depressione che presto sopraggiungerà per sopraffarla.
In quello stesso anno, sul Christian Science Monitor, viene pubblicato anche ‘Appello dei giovani per la pace nel mondo’, un saggio di cui era co-autrice l’amica Perry Norton.

Aurelia Shober aveva raccontato ai figli gli ideali pacifisti del marito e la Plath, così come il fratello, ne assorbì il sentimento, ma ciò che le accadeva intorno non ne influenzava la poesia in maniera diretta, il rapporto con la politica e l’attualità era sovente espresso in modo astratto, attraverso visioni e allusioni più ampie. Per la Plath l’espressione emotiva e poetica derivava dall’incontro fra l’esperienza personale e i temi universali. In ‘Context’, un saggio del ’62, affermava:

«For me, the real issues of our time are the issues of every time – the hurt and wonder of loving; making in all its forms – children, loaves of bread, paintings, buildings; and the conservation of life of all people in all places, the jeopardizing of which no abstract doubletalk of ‘peace’ or ‘implacable foes’ can excuse.»

Nel 1953, finalmente riceve anche la gratificazione di veder premiato un suo lavoro, è il racconto ‘Domenica dai Minton’, grazie al quale vince una borsa di studio ed un soggiorno di un mese a New York, in qualità di redattore inviato per Mademoiselle, la rivista femminile che aveva indetto il concorso, mirato alle studentesse dello Smith College.
L’opera sarà riconosciuta come la pietra su cui andrà a posarsi l’intera produzione di Sylvia Plath, sia per quanto concerne la poesia, sia la prosa.

L’esperienza newyorkese ebbe però conseguenze devastanti nella già delicata sensibilità di Sylvia Plath, il rientro a casa è seguito da crisi sempre più forti, in lei si fa strada il timore di un sogno che va in frantumi. Soffre d’insonnia, non mangia, Aurelia Shober la porta da un medico e questi come terapia le prescrive un ciclo di elettroshock. Il risultato è un repentino peggioramento ed in breve tempo, le angosce di tradussero in un tentato suicidio. Il 24 agosto aspetta di essere sola in casa, scende in cantina e ingoia una dose massiccia di barbiturici che appartenevano alla madre.
Fu miracolosamente salvata dal fratello che la trovò per puro caso e la portò in ospedale. Per i dottori si trattò di un episodio di schizofrenia acuta.

La Plath era morsa da una mente splendida e da un sentire che ne faceva un essere estremamente fragile, in una società impreparata.

Nel 1954 tornò al College, si laureò con il massimo dei voti e ottenne una borsa di studio per Cambridge, in Inghilterra, dove a febbraio del ’56 conobbe Ted Hughes, anch’egli poeta e scrittore considerato tra i più significativi della sua generazione.
Tra i due scoccò un’immediata e divorante attrazione ed il 16 giugno dello stesso anno, quattro mesi dopo il loro primo incontro, si unirono in matrimonio per poi cullarsi in luna di miele fra Parigi, Madrid e Benidorm, dove rimasero per il resto dell’estate abitando in una casa presa in affitto.

Benché avessero stili completamente differenti, all’unione di cuori coincise un sodalizio letterario; Sylvia Plath descrisse così i primi tempi con Hughes:«Vivere con lui è come sentirsi raccontare una storia infinita: la sua mente è la più vasta, la più fantasiosa che abbia mai incontrato […] Sento anche una nuova e diretta iniezione di energia nel mio lavoro.»

Sylvia Plath, la storia di una delicata e fuggente anima, tessitrice d’amore e d’angoscia che s’intrecciano in poesie traboccanti di energia. https://terzopianeta.info
Sylvia Plath e Ted Hughes

 
In seguito la coppia si trasferirì negli Stati Uniti e alla Plath venne offerta una cattedra allo Smith College, ruolo che accettò e che rivelò un talento inaspettato nell’insegnamento, ma il lavoro toglieva tempo alla scrittura e così, compresa e sostenuta da Hughes, sentì di dover lasciare l’incarico, nonostante nessuno dei due avesse un lavoro sicuro.
Da quel momento pose la penna al di sopra d’ogni altra.
I due fecero ritorno in Inghilterra a dicembre del ’59, Sylvia era in attesa della loro prima figlia, Frieda Rebecca, nacque nella successiva primavera e ad ottobre, vide pubblicata la sua raccolta di poesie, ‘The colossus and other poems’, sarà l’unico volume edito prima della morte.

Nel 1961 iniziò a scrivere ‘La Campana di vetro’ (The bell jar), il suo unico e semi-autobiografico romanzo, verrà originariamente pubblicato sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas due anni più tardi, solo nel ’67 porterà la sua firma, mentre negli Stati Uniti non verrà stampato fino al 1971.

Dopo aver dato alla luce il secondo figlio, Nicholas, nel 1962 Sylvia Plath scopre la relazione extraconiugale del marito. All’insostenibile sofferenza si accostò un periodo d’intensa creatività. Nascono i versi di ‘Ariel’, una delle tante dove la scelta dei vocaboli, la visione, sembrano provenire dall’esplosione di un’energia superiore risposta in lei. E ancora la già citata ‘Daddy’ e poi ‘Lady Lazarus’, aspra poesia che si fa testimone dei suoi tormenti, sfida l’incognito, medita sulla morte e diviene eterna.

Il 5 febbraio del 1963 scrive la sua ultima opera, il titolo è ‘Edge’, ovvero Limite, quello che Sylvia Plath oltrepasserà la notte del 10 febbraio. I figli dormono al piano di sopra, lei gli prepara la colazione, pane col burro e del latte, porta tutto nella loro camera e apre le finestre. Serve aria nella stanza, nonostante Londra sia abbracciata da un inverno fra i più gelidi che memoria ricordi. Poi scende e si preoccupa di sigillare ogni fessura della cucina nella quale si chiude.

La mattina successiva è a terra, con la testa appoggiata sul piano del forno. È l’11 febbraio 1963, Sylvia Plath viene trasportata d’urgenza in ospedale e dichiarata morta per avvelenamento da monossido di carbonio.

Ha lasciato un biglietto con un numero di telefono: «Per favore, chiamate il Dottor Horder».

“Dunque, d’ora in poi parlerò ogni notte. Con me stessa. Con la luna. Passeggerò, come ho fatto stasera, gelosa della mia solitudine, nell’argenteo livido della fredda luna, che splende facendo brillare una miriade di scintille sui cumuli di neve appena caduta. Parlo da sola e guardo gli alberi scuri, beatamente neutrali.Molto più facile che affrontare gli altri, che dover sembrare felice, invulnerabile, brava. Senza la maschera, cammino parlando con la luna, con la forza neutrale e impersonale che non ascolta, ma si limita ad accettare la mia esistenza.”

 

Daddy
Lady Lazarus
Ariel
I am Vertical
Perseus: The Triumph of Wit Over Suffering
Virgin in a Tree
The Colossus
Mad Girl’s Love Song
Love Letter
Edge

 

^Daddy

You do not do, you do not do
Any more, black shoe
In which I have lived like a foot
For thirty years, poor and white,
Barely daring to breathe or Achoo.

Daddy, I have had to kill you.
You died before I had time
Marble-heavy, a bag full of God,
Ghastly statue with one gray toe
Big as a Frisco seal

And a head in the freakish Atlantic
Where it pours bean green over blue
In the waters off the beautiful Nauset.
I used to pray to recover you.
Ach, du.

In the German tongue, in the Polish town
Scraped flat by the roller
Of wars, wars, wars.
But the name of the town is common.
My Polack friend

Says there are a dozen or two.
So I never could tell where you
Put your foot, your root,
I never could talk to you.
The tongue stuck in my jaw.

It stuck in a barb wire snare.
Ich, ich, ich, ich,
I could hardly speak.
I thought every German was you.
And the language obscene

An engine, an engine,
Chuffing me off like a Jew.
A Jew to Dachau, Auschwitz, Belsen.
I began to talk like a Jew.
I think I may well be a Jew.

The snows of the Tyrol, the clear beer of Vienna
Are not very pure or true.
With my gypsy ancestress and my weird luck
And my Taroc pack and my Taroc pack
I may be a bit of a Jew.

I have always been scared of you,
With your Luftwaffe, your gobbledygoo.
And your neat mustache
And your Aryan eye, bright blue.
Panzer-man, panzer-man, O You

Not God but a swastika
So black no sky could squeak through.
Every woman adores a Fascist,
The boot in the face, the brute
Brute heart of a brute like you.

You stand at the blackboard, daddy,
In the picture I have of you,
A cleft in your chin instead of your foot
But no less a devil for that, no not
Any less the black man who

Bit my pretty red heart in two.
I was ten when they buried you.
At twenty I tried to die
And get back, back, back to you.
I thought even the bones would do.

But they pulled me out of the sack,
And they stuck me together with glue.
And then I knew what to do.
I made a model of you,
A man in black with a Meinkampf look

And a love of the rack and the screw.
And I said I do, I do.
So daddy, I’m finally through.
The black telephone’s off at the root,
The voices just can’t worm through.

If I’ve killed one man, I’ve killed two
The vampire who said he was you
And drank my blood for a year,
Seven years, if you want to know.
Daddy, you can lie back now.

There’s a stake in your fat black heart
And the villagersnever liked you.
They are dancing and stamping on you.
They always knew it was you.
Daddy, daddy, you bastard, I’m through.

 

^Lady Lazarus

 

I have done it again.
One year in every ten
I manage it

A sort of walking miracle, my skin
Bright as a Nazi lampshade,
My right foot

A paperweight,
My face a featureless, fine
Jew linen.

Peel off the napkin
0 my enemy.
Do I terrify?

The nose, the eye pits, the full set of teeth?
The sour breath
Will vanish in a day.

Soon, soon the flesh
The grave cave ate will be
At home on me

And I a smiling woman.
I am only thirty.
And like the cat I have nine times to die.

This is Number Three.
What a trash
To annihilate each decade.

What a million filaments.
The peanut-crunching crowd
Shoves in to see

Them unwrap me hand and foot
The big strip tease.
Gentlemen, ladies

These are my hands
My knees.
I may be skin and bone,

Nevertheless, I am the same, identical woman.
The first time it happened I was ten.
It was an accident.

The second time I meant
To last it out and not come back at all.
I rocked shut

As a seashell.
They had to call and call
And pick the worms off me like sticky pearls.

Dying
Is an art, like everything else,
I do it exceptionally well.

I do it so it feels like hell.
I do it so it feels real.
I guess you could say I’ve a call.

It’s easy enough to do it in a cell.
It’s easy enough to do it and stay put.
It’s the theatrical

Comeback in broad day
To the same place, the same face, the same brute
Amused shout:

‘A miracle!’
That knocks me out.
There is a charge

For the eyeing of my scars, there is a charge
For the hearing of my heart
It really goes.

And there is a charge, a very large charge
For a word or a touch
Or a bit of blood

Or a piece of my hair or my clothes.
So, so, Herr Doktor.
So, Herr Enemy.

I am your opus,
I am your valuable,
The pure gold baby

That melts to a shriek.
I turn and burn.
Do not think I underestimate your great concern.

Ash, ash
You poke and stir.
Flesh, bone, there is nothing there

A cake of soap,
A wedding ring,
A gold filling.

Herr God, Herr Lucifer
Beware
Beware.

Out of the ash
I rise with my red hair
And I eat men like air.

 

^Ariel

Stasis in darkness.
Then the substanceless blue
Pour of tor and distances.

God’s lioness,
How one we grow,
Pivot of heels and knees! The furrow

Splits and passes, sister to
The brown arc
Of the neck I cannot catch,

Nigger-eye
Berries cast dark
Hooks

Black sweet blood mouthfuls,
Shadows.
Something else

Hauls me through air
Thighs, hair;
Flakes from my heels.

White
Godiva, I unpeel
Dead hands, dead stringencies.

And now I
Foam to wheat, a glitter of seas.
The child’s cry

Melts in the wall.
And I
Am the arrow,

The dew that flies,
Suicidal, at one with the drive
Into the red

Eye, the cauldron of morning.

 

^I Am Vertical

But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
The trees and flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
The the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.

 

^Perseus:
The Triumph of Wit Over Suffering

Head alone shows you in the prodigious act
Of digesting what centuries alone digest:
The mammoth, lumbering statuary of sorrow,
Indissoluble enough to riddle the guts
Of a whale with holes and holes, and bleed him white
Into salt seas. Hercules had a simple time,
Rinsing those stables: a baby’s tears would do it.
But who’d volunteer to gulp the Laocoon,
The Dying Gaul and those innumerable pietas
Festering on the dim walls of Europe’s chapels,
Museums and sepulchers? You.
You
Who borrowed feathers for your feet, not lead,
Not nails, and a mirror to keep the snaky head
In safe perspective, could outface the gorgon-grimace
Of human agony: a look to numb
Limbs: not a basilisk-blink, nor a double whammy,
But all the accumulated last grunts, groans,
Cries and heroic couplets concluding the million
Enacted tragedies on these blood-soaked boards,
And every private twinge a hissing asp
To petrify your eyes, and every village
Catastrophe a writhing length of cobra,
And the decline of empires the thick coil of a vast
Anacnoda.
Imagine: the world
Fisted to a foetus head, ravined, seamed
With suffering from conception upwards, and there
You have it in hand. Grit in the eye or a sore
Thumb can make anyone wince, but the whole globe
Expressive of grief turns gods, like kings, to rocks.
Those rocks, cleft and worn, themselves then grow
Ponderous and extend despair on earth’s
Dark face.
So might rigor mortis come to stiffen
All creation, were it not for a bigger belly
Still than swallows joy.
You enter now,
Armed with feathers to tickle as well as fly,
And a fun-house mirror that turns the tragic muse
To the beheaded head of a sullen doll, one braid,
A bedraggled snake, hanging limp as the absurd mouth
Hangs in its lugubious pout. Where are
The classic limbs of stubborn Antigone?
The red, royal robes of Phedre? The tear-dazzled
Sorrows of Malfi’s gentle duchess?
Gone
In the deep convulsion gripping your face, muscles
And sinews bunched, victorious, as the cosmic
Laugh does away with the unstitching, plaguey wounds
Of an eternal sufferer.
To you
Perseus, the palm, and may you poise
And repoise until time stop, the celestial balance
Which weighs our madness with our sanity.

 

^Virgin In A Tree

How this tart fable instructs
And mocks! Here’s the parody of that moral mousetrap
Set in the proverbs stitched on samplers
Approving chased girls who get them to a tree
And put on bark’s nun-black

Habit which deflects
All amorous arrows. For to sheathe the virgin shape
In a scabbard of wood baffles pursuers,
Whether goat-thighed or god-haloed. Ever since that first Daphne
Switched her incomparable back

For a bay-tree hide, respect’s
Twined to her hard limbs like ivy: the puritan lip
Cries: ‘Celebrate Syrinx whose demurs
Won her the frog-colored skin, pale pith and watery
Bed of a reed. Look:

Pine-needle armor protects
Pitys from Pan’s assault! And though age drop
Their leafy crowns, their fame soars,
Eclipsing Eva, Cleo and Helen of Troy:
For which of those would speak

For a fashion that constricts
White bodies in a wooden girdle, root to top
Unfaced, unformed, the nipple-flowers
Shrouded to suckle darkness? Only they
Who keep cool and holy make

A sanctum to attract
Green virgins, consecrating limb and lip
To chastity’s service: like prophets, like preachers,
They descant on the serene and seraphic beauty
Of virgins for virginity’s sake.’

Be certain some such pact’s
Been struck to keep all glory in the grip
Of ugly spinsters and barren sirs
As you etch on the inner window of your eye
This virgin on her rack:

She, ripe and unplucked, ‘s
Lain splayed too long in the tortuous boughs: overripe
Now, dour-faced, her fingers
Stiff as twigs, her body woodenly
Askew, she’ll ache and wake

Though doomsday bud. Neglect’s
Given her lips that lemon-tasting droop:
Untongued, all beauty’s bright juice sours.
Tree-twist will ape this gross anatomy
Till irony’s bough break.

 

^The Colossus

I shall never get you put together entirely,
Pieced, glued, and properly jointed.
Mule-bray, pig-grunt and bawdy cackles
Proceed from your great lips.
It’s worse than a barnyard.

Perhaps you consider yourself an oracle,
Mouthpiece of the dead, or of some god or other.
Thirty years now I have labored
To dredge the silt from your throat.
I am none the wiser.

Scaling little ladders with glue pots and pails of Lysol
I crawl like an ant in mourning
Over the weedy acres of your brow
To mend the immense skull-plates and clear
The bald, white tumuli of your eyes.

A blue sky out of the Oresteia
Arches above us. O father, all by yourself
You are pithy and historical as the Roman Forum.
I open my lunch on a hill of black cypress.
Your fluted bones and acanthine hair are littered

In their old anarchy to the horizon-line.
It would take more than a lightning-stroke
To create such a ruin.
Nights, I squat in the cornucopia
Of your left ear, out of the wind,

Counting the red stars and those of plum-color.
The sun rises under the pillar of your tongue.
My hours are married to shadow.
No longer do I listen for the scrape of a keel
On the blank stones of the landing.

 

^Mad Girl’s Love Song

I shut my eyes and all the world drops dead;
I lift my lids and all is born again.
(I think I made you up inside my head.)

The stars go waltzing out in blue and red,
And arbitrary blackness gallops in:
I shut my eyes and all the world drops dead.

I dreamed that you bewitched me into bed
And sung me moon-struck, kissed me quite insane.
(I think I made you up inside my head.)

God topples from the sky, hell’s fires fade:
Exit seraphim and Satan’s men:
I shut my eyes and all the world drops dead.

I fancied you’d return the way you said,
But I grow old and I forget your name.
(I think I made you up inside my head.)

I should have loved a thunderbird instead;
At least when spring comes they roar back again.
I shut my eyes and all the world drops dead.
(I think I made you up inside my head.)

 

^Love Letter

Not easy to state the change you made.
If I’m alive now, then I was dead,
Though, like a stone, unbothered by it,
Staying put according to habit.
You didn’t just tow me an inch, no–
Nor leave me to set my small bald eye
Skyward again, without hope, of course,
Of apprehending blueness, or stars.

That wasn’t it. I slept, say: a snake
Masked among black rocks as a black rock
In the white hiatus of winter–
Like my neighbors, taking no pleasure
In the million perfectly-chisled
Cheeks alighting each moment to melt
My cheeks of basalt. They turned to tears,
Angels weeping over dull natures,
But didn’t convince me. Those tears froze.
Each dead head had a visor of ice.

And I slept on like a bent finger.
The first thing I was was sheer air
And the locked drops rising in dew
Limpid as spirits. Many stones lay
Dense and expressionless round about.
I didn’t know what to make of it.
I shone, mice-scaled, and unfolded
To pour myself out like a fluid
Among bird feet and the stems of plants.
I wasn’t fooled. I knew you at once.

Tree and stone glittered, without shadows.
My finger-length grew lucent as glass.
I started to bud like a March twig:
An arm and a leg, and arm, a leg.
From stone to cloud, so I ascended.
Now I resemble a sort of god
Floating through the air in my soul-shift
Pure as a pane of ice. It’s a gift.

 

^Edge

The woman is perfected
Her dead

Body wears the smile of accomplishment,
The illusion of a Greek necessity

Flows in the scrolls of her toga,
Her bare

Feet seem to be saying:
We have come so far, it is over.

Each dead child coiled, a white serpent,
One at each little

Pitcher of milk, now empty
She has folded

Them back into her body as petals
Of a rose close when the garden

Stiffens and odors bleed
From the sweet, deep throats of the night flower.

The moon has nothing to be sad about,
Staring from her hood of bone.

She is used to this sort of thing.
Her blacks crackle and drag.