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Helen Keller, la donna che oltrepassò le barriere

 
 
La storia di Helen Keller è la poetica e straordinaria parabola di una donna dotata di sconfinata pertinacia e non meno interminato amore per la vita e il prossimo, un’esistenza consacrata ad abbattere ogni confine, della ragione e della natura, trascendendo ogni contrarietà per divenire affermata scrittrice e appassionata attivista politica, dimostrando come disabilità sia antonimo di limite, per altro unendo il suo cammino a quello di altre anime intense e inobliabili.

Le cose migliori e più belle non possono essere né viste né udite, ma avvertite con il cuore.

La favola di Helen Keller cominciò in Alabama e più esattamente a Tuscumbia, cittadina distesa lungo le rive del fiume Tennessee a far da capoluogo alla contea di Colbert, territorio la cui memoria è strettamente legata a quella di popoli amerindi, tanto che il centro abitato deve il suo nome al capo Cherokee, Tashka Ambi, mentre la divisione amministrativa al ricordo di due leader della Nazione Chickasaw, i fratelli Levi e George Colbert, presso la comunità nativa conosciuti rispettivamente come Itawamba e Tootemastubbe.

Il padre era Arthur Henley Keller, nacque il 5 febbraio 1836 e all’età di 25 anni, con una laurea in legge conseguita all’Università della Virginia e una carriera avviata da tempo, lasciò la professione per arruolarsi nell’esercito confederato, allorché la proposta d’interdizione della schiavitù presentata dai repubblicani di Abraham Lincoln, fece da detonatore della guerra civile. Con le mostrine di sergente quartiermastro del 27° Reggimento fanteria Alabama, nel 1862 si trovava nella roccaforte sudista di Fort Henry, quando questa venne attaccata ed espugnata dagli uomini capitanati dal generale Ulysses Grant, registrando la prima significativa vittoria della Union Army. A seguito della sconfitta, per alcuni mesi servì con il 4° Reggimento di cavalleria e una volta riunitosi alla precedente unità militare, fu inviato a Vicksburg, Mississippi, e nel 1864, nominato pagatore della divisione del generale di brigata Philip Roddey, ricoprendo l’incarico sino al termine del conflitto.

Accantonata la divisa, tornò a vestire i panni dell’avvocato e nel 1867, convolò a nozze con la ventottenne Sarah Simpson, erede di un noto mercante di Memphis. Si rifugiarono nel podere di proprietà dove nel 1820, i suoi genitori, David Keller e Mary Fairfax Moore, avevano costruito una casa con sette vani dislocati su due piani ed il cui aspetto esteriore, già di per sé delicato per il legno bianco utilizzato, raggiungeva il fiabesco nel tripudio di colori e profumi offerto da rose, piante di bosso, magnolia, salsapariglia, alberi di mimosa, querce, aceri, varietà di caprifoglio e un’edera talmente rigogliosa e abbracciante, che in suo onore la dimora venne battezzata Ivy Green.
 
Helen Keller, la donna che oltrepassò ogni confine, della ragione e della natura, trascendendo la disabilità per divenire scrittrice e attivista politica. (https://terzopianeta.info)
 
In quell’isola di quiete donarono vita ad Arthur, Fannie, James, Mildred, Newsum, William e a dicembre del 1874, Keller accantonò definitivamente la toga per inventarsi editore e gerente responsabile del settimanale North Alabamian, mantenendo la direzione fino al 1885, quando venne nominato Marshall degli Stati Uniti per il Distretto settentrionale del Paese e dianzi eletto senatore. Poco dopo il suo ingresso nel giornalismo, il 18 febbraio 1877, la famiglia fu però colpita dalla prematura scomparsa di Sarah, deceduta a soli 37 anni, e non senza destare comprensibile risentimento nei figli, l’estate successiva portò all’altare la giovane Catherine Adams, Kate, giunta a Tuscumbia da Arkansas City dov’ebbe i natali il 12 ottobre 1856.

Era la secondogenita di Charles Adams (1817-1878) e Lucy Everett (1828-1889); lei era parente del celebre politico e oratore Edward Everett (1794 – 1865) e quindi del di lui nipote Edward Everett Hale (1822 – 1909), storico e scrittore rievocato soprattutto per il racconto The Man Without A Country pubblicato in piena Guerra di Secessione, nel 1863, raggiungendo l’obiettivo desiderato di sostenere e promuovere la causa dell’Unione. Il marito era invece, un colonnello dell’esercito degli Stati Confederati che tornato in abiti civili aveva ottenuto una laurea in giurisprudenza e avviato un studio legale con il massone e fautore degli ideali della rivoluzione francese, Albert Pike (1809-1891).

 

Helen Keller, il coraggio di andare oltre

Com’era abitudine nelle regioni del Sud, a pochi metri della casa e riprendendone lo stile, Arthur Keller anni addietro aveva realizzato un piccolo cottage adibendolo a ufficio e all’indomani del matrimonio, decise di trasformarlo in un’oasi romantica dove trascorrere giorni e notti insieme alla moglie. Era composta di sole due stanze, con la principale irradiata da un’ampia vetrata e il 27 giugno 1880, quel rifugio accolse Helen Adams Keller, una bambina florida com’è preghiera che sia ogni creatura quando strilla annunciando d’esser giunta, ma la vita avrebbe anzitempo provato a scalfirne il sorriso privandola dell’emozione dei suoni, negandole il perdersi nelle linee di un volto come in quelle di una vallata.
 
Helen Keller, la donna che oltrepassò ogni confine, della ragione e della natura, trascendendo la disabilità per divenire scrittrice e attivista politica. (https://terzopianeta.info)
 
A 19 mesi venne colpita da una febbre alta e persistente, tanto che il medico di famiglia, il quale descrisse il disturbo come «una grave congestione dello stomaco e del cervello», temeva che non sarebbe sopravvissuta. In epoca più recente la medicina si è divisa affermando possa essersi trattato di meningite, oppure scarlattina, tuttavia la natura della patologia non è mai stata svelata e benché l’afflizione non durò a lungo, le conseguenze furono la perdita totale della vista e dell’udito.

«Ero troppo giovane per capire cosa fosse successo. Quando mi sono svegliata e ho constatato che tutto era buio e immobile, ho creduto che fosse notte e mi sono domandata per quale motivo la luce del giorno tardasse così tanto ad arrivare. Gradualmente però, mi sono abituata al silenzio e all’oscurità, dimenticando che ci fosse stato giorno. Ho dimenticato tutto ciò che era stato tranne il tenero amore di mia madre. Presto anche la mia voce infantile fu calmata, perché avevo smesso di sentire qualsiasi suono. Ma non tutto era perduto! In fondo la vista e l’udito sono solo due delle meravigliose benedizioni che Dio mi ha dato. Il più prezioso, il più meraviglioso dei suoi doni era ancora mio. La mia mente è rimasta chiara e attiva». (Helen Keller, The Story of My Life, 1903, Parte III, Cap. V)

Keller imparò presto a orientarsi fidando nel soccorrevole potere degli altri sensi ed escogitò anche un sistema di segni per soddisfare la naturale esigenza di esprimersi, ma se a capirla e ad accogliere le richieste senza troppe difficoltà era la ricettività dell’infanzia di Martha Washington, la figlia di 6 anni del cuoco di famiglia, la crescente urgenza di esprimersi s’infrangeva contro un mondo non abituato ad oltrepassare il percettibile, mortificando il dialogo persino nel toglier valore e profondità alle parole. Momenti in cui le si palesava la drammatica essenza dell’isolamento e com’è ovvio, la frustrazione spesso erompeva in violenti attacchi d’ira, un’insostenibile stato di apnea che neppure il trascorrere degli anni riusciva a mitigare: «I pochi segni che usavo diventavano sempre più insufficienti e costantemente, i fallimenti nel cercare di farmi capire erano seguiti da esplosioni di sofferenza. Nutrivo la sensazione di esser trattenuta da mani invisibili e freneticamente mi dimenavo per liberarmi. Ho lottato – anche se farlo non migliorava la situazione, ma lo spirito di perseveranza era vivo dentro di me; generalmente sono caduta in lacrime e in uno stato di sfinimento fisico. Se mia madre, capitava per caso nelle vicinanze mi gettavo tra le sue braccia, troppo triste anche il solo ricordare i motivi della collera. Dopo un po’ di tempo la necessità di qualche forma di comunicazione divenne così impellente che tali sfoghi avvenivano quotidianamente, a volte ogni ora». (Helen Keller, The Story of My Life, 1903, Parte I, Cap. III)
 
Helen Keller, la donna che oltrepassò ogni confine, della ragione e della natura, trascendendo la disabilità per divenire scrittrice e attivista politica. (https://terzopianeta.info)
 
Una flebile speranza prese a sorgere in cuor di Kate nel 1886, tornando alle pagine di American Notes for General Circulation di Charles Dickens (1812 – 1870), il libro dove lo scrittore e giornalista britannico raccontava del viaggio intrapreso nei primi 6 mesi del 1842 attraverso le regioni del Nord America e tra gli episodi riportati, la visita a Laura Dewey Lynn Bridgman (1829 – 1889), la prima donna statunitense in condizione di sordocecità dall’età di 2 anni, ad aver raggiunto una significativa padronanza del linguaggio, apprendendo al contempo il sistema di lettura e scrittura Braille, nonché l’alfabeto manuale sviluppato dall’educatore e filantropo Charles-Michel de l’Épée (1712 – 1789), pioniere dell’istruzione dei sordi.

La madre decise quindi di muoversi perché anche Helen avesse un’occasione, nonostante fosse ben cosciente del rischio d’incorrere in un’aspra delusione. Bridgman aveva infatti compiuto il cammino sotto la guida del co-fondatore e direttore del Perkins Institute For The Blind di Boston, l’influente Dr. Samuel Gridley Howe, un’intera esistenza dedicata ai non vedenti, a sostenere i diritti dei disabili, contrastare strenuamente lo schiavismo, ma ormai giunta a compimento da una decade; egli si era spento nel 1876, a 75 anni e il razionale quanto assillante pensiero che fossero con lui scomparsi i metodi intuiti, studiati e applicati, alimentava angosce e apprensione. Confidò ansie e intenzioni al marito e questi suggerì come possibile riferimento la figura di Julian John Chisolm (1830 – 1903), un chirurgo di Baltimora di cui stava appunto interessandosi dopo essersi imbattuto in notizie che ne esaltavano la competenza, riferendo casi particolarmente complicati portati a termine con successo. Si era laureato al Medical College del South Carolina nel 1850 e dipoi approfondito gli studi viaggiando a Londra, Parigi, più avanti visitando gli ospedali di Milano all’indomani delle battaglie di Magenta e Solferino combattute in ambito della seconda guerra d’indipendenza italiana, esperienza che poi traslò per servire durante la guerra civile americana, nel corso della quale dette il suo contributo pubblicando un libro considerato fin da subito di particolare rilevanza, A Manual of Military Surgery, ed inoltre, ideò un particolare inalatore per la somministrazione del cloroformio. Successivamente tornò in Europa focalizzando l’attenzione sulle patologie e le tecniche operatorie per il trattamento dell’apparato visivo e uditivo, ricerche e conseguenti risultati che in pochi anni che gli fecero guadagnare fama e stima dei colleghi.

Carico di trapidanza, Arthur Keller mise la figlia sul treno e con lei partì per il Maryland, ma una volta effettuate le visite, Chisolm ritenne il caso irrisolvibile chirurgicamente e per i genitori, l’incubo di non trovar rimedio e cancellare il dolore della bambina, divenne quindi realtà. Il medico però, valutò positivamente un’eventuale percorso educativo e si adoperò onde la famiglia entrasse in contatto con Alexander Graham Bell (1847 – 1922). Com’è noto, nel 1877 era arrivato a brevettare il suo telefono cercando strade per interloquire con la madre e la moglie, entrambe non udenti, e in quel periodo stava elaborando sistemi per insegnare a parlare ai sordi. Esaminate le circostanze, alquanto affini a quelle della Bridgman, lo scienziato non ebbe dubbio alcuno nel consigliare il Perkins Institute e la coppia ne seguì l’indicazione trovandosi a conoscere Michael Anagnos (dapprima Anagnostopoulos), un giornalista originario della comunità greca di Papingo, che aveva incontrato Samuel Howe durante la rivolta cretese del 1866, seguendolo poi negli Stati Uniti per diventarne amico fraterno, assistente, genero e infine successore, assumendo il comando della scuola.

 

L’incontro con Anne Sullivan
«Il compleanno dell’anima»

Nel frattempo, il 14 aprile di quel medesimo anno, a Feeding Hills, un villaggio situato ad ovest del Massachusetts, nasceva Johanna Mansfield MacyAnneSullivan. Era la maggiore dei cinque figli di Thomas e Alice Sullivan, agricoltori irlandesi giunti in America per sfuggire alla carestia che tra il 1845 e il 1849 mise in ginocchio il Paese, determinando la morte di circa un milione di persone e costringendone altrettante ad emigrare. La vita oltreoceano però non fu così misericordiosa, all’età di 5 anni Anne contrasse il tracoma, un grave e doloroso disturbo degli occhi dovuto all’infezione cagionata dal batterio Chlamydia Tracomatis ed è tutt’oggi, la causa principale di cecità prevenibile tra le malattie contagiose. Dopo una simile disgrazia, nel 1874 la madre si spense per una probabile forma di tubercolosi e la disperazione, spinse il padre ad inviare lei e il fratello più piccolo James, anch’egli afflitto da etisia, al ricovero per poveri di Tewksbury, l’Almshouse.

Inaugurato nel 1854, si presentava come una struttura fatiscente, sovraffollata, con il personale accusato delle peggiori nefandezze e in quell’inferno, James morì dopo appena tre mesi, mentre Anne ne venne fuori nel 1880. Da un non vedente era venuta a sapere dell’esistenza di istituti per ciechi e approfittando di un’indagine investigativa su presunti abusi, avvicinò il giornalista e riformatore Franklin Benjamin Sanborn (1831 – 1917) e lo convinse ad aiutarla dicendogli semplicemente che avrebbe voluto andare a scuola. Il 7 ottobre fece il suo ingresso al Perkins Institute, ovviamente non sapeva leggere e scrivere, ma neanche cosa fosse una camicia da notte o una banale spazzola per capelli ed insieme ai modi fattisi rudi sotto il peso delle vicende, la esposero a derisioni, eppure, con pertinacia, prontezza, forza d’animo e un innato spirito anticonformista — motivo di sfiorate espulsioni — nel 1886 ottenne il diploma distinguendosi come migliore allieva e per siffatto merito, le spettò pronunciare il discorso di commiato:

«Oggi siamo di fronte al grande dilemma della vita. Abbiamo trascorso anni nel tentativo di acquisire la disciplina morale e intellettuale, grazie alla quale siamo in grado di distinguere la verità dalla menzogna […] Tutte le meravigliose doti fisiche, intellettuali e morali con le quali l’essere umano è benedetto, diverranno inevitabilmente inutili, a meno che non le si usino e migliorino. I muscoli devono essere adoperati, altrimenti diventano inservibili. La memoria, la comprensione e il giudizio devono essere usati, oppure diventano deboli e improduttivi. Se non si coltiva l’amore per la verità, la bellezza e la bontà, la mente perde la forza che viene dalla verità, la raffinatezza che viene dalla bellezza e la felicità che viene dalla bontà […] Compagni di corso: il dovere ci invita ad andare avanti attivamente nella vita. Avanziamo con letizia, ottimismo e fervore, poniamoci nella condizione di trovare la nostra parte speciale e quando l’avremo trovata, mettiamola in atto con volontà e fede». (Archivio Perkins School for the Blind)

Durante la permanenza all’Istituto, una serie di interventi chirurgici le avevano restituito parzialmente la vista, ma conclusa la corsa, le preoccupazioni per un domani incerto la tormentavano negandole ogni felicità. Non c’era una famiglia, né un luogo ad attenderne il ritorno, tantomeno aveva qualifiche o esperienze passate su cui scommettere per trovare un lavoro; niente che la sollevasse dall’odiosa prospettiva di dover rientrare nello stabilimento di Tewksbury. A tenderle la mano Michael Anagnos, sicuro che Sullivan, quantunque giovane e inesperta, fosse in possesso dei requisiti per farsi carico dell’arduo e delicato compito di essere l’istruttrice di Helen Keller; in lei aveva riscontrato valori etici, magnanimità, la tempra che le avrebbe permesso di sopportare le tempestose prime settimane. Così le lanciò la sfida e benché tremante, ella comprese immediatamente ch’era un’opportunità insperata e irrinunciabile, per liberarsi dallo stato di smarrimento e al contempo misurare la propria valentia.

Si presentò a Tuscumbia, il 3 marzo 1887, data che Helen Keller anni dopo definirà «my soul’s birthday», avvertendo con stupore la sensazione di aver vissuto due esistenze fra loro contrapposte.

Il giorno che io ricordo come il più importante di tutta la mia vita è quello in cui la mia insegnante, Anne Mansfield Sullivan, è giunta da me. Mi riempie di meraviglia considerare l’incommensurabile contrasto che collega le due vite […] Ti sei mai trovato in mare circondato da un fitto banco di nebbia, provando la netta impressione di esser avvolto dall’oscura massa bianca mentre la nave, inquieta e ansiosa, tenta la rotta verso riva con ecoscandaglio e segnali sonori, e tu attendi palpitante che accada qualcosa? Ero come quella nave prima che iniziasse la mia formazione, solo che non avevo bussola o sirene, e neanche modo di sapere quanto il porto fosse vicino. “Luce! dammi la luce!”. Era il pianto senza parole della mia anima, e la luce dell’amore splendeva su di me proprio in quel momento […] Ho percepito un avvicinamento a passi. Ho teso la mano pensando a mia madre. Qualcuno l’ha afferrata, sono stata presa e tenuta stretta tra le braccia di colei che era venuta a rivelarmi ogni cosa e, più di tutto, ad amarmi. (Helen Keller, The Story of My Life, 1903, Parte I, Cap. IV)

Sullivan aveva speso i mesi precedenti studiando il lavoro svolto da Howe e collaboratori per la formazione di Laura Bridgman, ma rapidamente si accorse che la peculiare rigidità delle metodologie adottate, mal si confaceva al carattere dell’esuberante allieva. Pur consultandosi e tenendo nota delle indicazioni ricevute da Anagnos e dal personale del Perkins, tentò un approccio più intuitivo, assecondante, cercando così di abbattere le resistenze, mitigare le tensioni e facilitare la comunicazione. Per aver completo controllo, chiese ed ottenne di vivere insieme ad Helen Keller nel cottage che in precedenza era stato nido dei genitori e parallelamente all’insegnamento, si preoccupò di colmare le lacune lasciate dalla famiglia, bloccata nell’educazione dalle particolari circostanze. Voleva trasferirle disciplina comportamentale, le norme da onorare nei momenti di convivenza sociale, l’importanza di sapersi prendere cura di sé e degli altri, mentre confidando sull’incidenza del contatto fisico, si lasciava toccare il viso ampliando l’esplorazione tattile anche agli oggetti di uso quotidiano come indumenti, giocattoli e per favorire le abilità sensoriali, focalizzava l’attenzione sulle percezioni scaturite dagli elementi naturali, oppure dal semplice cibo, ricorrendo inoltre a esercizi di coordinazione motoria volti a sviluppare l’orientamento e la concentrazione.

Una mattina lasciò che Helen si svagasse con una bambola e passate alcune decine di minuti, usando le dita, con delicatezza scrisse doll sul palmo della sua mano. La curiosità suscitata dal gesto, la invogliò ad imitarlo ripetutamente, fino a che compose lettere e vocabolo correttamente. Con l’andare delle settimane imparò a disegnare molti altri sostantivi e verbi, senza però cogliere la logica e il loro effettivo valore, sino al giorno in cui Sullivan, ebbe l’intuizione di portarla alla fontana a leva situata nel giardino di casa e, porgendole una tazza, fece in modo che la tenesse sotto il fluire dell’acqua, mentre nella mano libera, alternando movimenti lenti e poi rapidi, imprimeva il termine water. In un baleno la brocca si colmò e sentendo la fresca cascata carezzarle la pelle, mollò la presa e un’istante dopo la seguì a terra cominciando a comporre la parola acqua.

All’improvviso, perplessità e interrogativi che affollavano la mente di Helen Keller svanirono come nubi nel vento e un cielo terso le si spalancò nel cuore: «Fui pervasa da una velata coscienza, come qualcosa di sopito che in un brivido riaffiorava; e in qualche modo il mistero del linguaggio si è rivelato. Appresi che water significava quel non so cosa di meraviglioso che scorreva sulla mia mano. Quella parola vivente ha risvegliato la mia anima, le ha dato luce, fede, allegria, l’ha liberata! C’erano ancora barriere, è vero, ma col tempo potevano essere abbattute. Tutto aveva un nome e ciascuno originava un pensiero. Quando siamo tornati a casa, ogni oggetto che toccavo sembrava fremere di vita. Questo perché potevo vedere tutto attraverso una nuova e strana visione che era nata in me […] Quel giorno ho imparato molte parole. Non ricordo con precisione, ma so che madre, padre, sorella e insegnante erano tra quelle che avrebbero fatto fiorire il mondo, come il bastone di Aronne aveva prodotto germogli. Sarebbe stato difficile trovare un bambino più felice di me, quando alla fine della movimentata giornata giacevo nel mio letto e vivevo le gioie che mi aveva portato; per la prima volta sospiravo l’arrivo di una nuova alba.» (Helen Keller, The Story of My Life, 1903, Parte I, Cap. IV)
 
Helen Keller, la donna che oltrepassò ogni confine, della ragione e della natura, trascendendo la disabilità per divenire scrittrice e attivista politica. (https://terzopianeta.info)
 
Nel mese di maggio del 1888, le si spalancarono le porte dell’Istituto Perkins e con vicino l’adorata educatrice, nell’arco di un paio d’anni assimilò perfettamente l’alfabeto manuale, il sistema Braille, scoprì l’incanto della scrittura e della lettura, si appropriò dell’inglese, del francese e si lasciò catturare da opere quali Le Medecin Malgrè Lui di Molière, La Fille di Jean de La Fontain e poi Athalie, ultima tragedia di Jean Racine. Più tardi farà suoi anche il greco, latino e tedesco.

Molte barriere erano dunque crollate davanti alla volontà, riusciva oramai a interagire liberamente e con destrezza, ciò nondimeno, avanzava impetuoso il fomento di comunicare tramite il suono e sempre più insistentemente domandava quale fosse la strada per concretizzare il sogno. Nessuno riusciva a chetarne l’impulso, sebbene puntuali le venissero fornite spiegazioni affinché accettasse quella ch’era ritenuta una richiesta irrealizzabile. A dar fiducia alla speranza però, il resoconto dell’insegnate Mary Swift Lamson su Ragnhild Tollefsdatter Kåta, la ragazza norvegese a cui la scarlattina, ad esclusione del tatto, aveva strappato tutti i sensi all’età di 3 anni, ma con l’aiuto dell’educatore Elias Hofgaard, era tornata in possesso della parola e imparato a carpire l’altrui voce, con un metodo affine al Tadoma di Sophia Alcorn (1883 – 1967), ovvero, come la Keller non mancherà di imprendere, poggiando le mani sulle labbra e la gola dell’interlocutore. Altro disarmante saggio dell’umana immensurabilità e di quanto i limiti siano linee mentali, talvolta più apparenti sulle terre della “normalità”.

Anne Sullivan, impensierita dall’idea che l’irrefrenabile desiderio potesse finire col ritorcersi contro Helen, accolse la notizia con gioiosa sorpresa e spoglia di presunzioni, si attivò per trovare qualcuno con le dovute competenze. L’indagine la portò dritta da Sarah Fuller (1836 – 1927), preside della più antica scuola pubblica per sordomuti degli Stati Uniti d’America, la Boston School for Deaf Mutes, istituita il 10 novembre 1869 su iniziativa del Reverendo Dexter King, membro della legislatura statale e del comitato scolastico bostoniano. Le affidò il ruolo personalmente, motivato dalla naturale predisposizione nel trattare con i bambini e dall’apertura verso le terapie di educazione al linguaggio orale, entrambe dimostrate nel corso della quindicennale carriera di docente.

Tale disponibilità sconfinò poi in coinvolgimento quando nell’autunno del 1870, Fuller assisté a una serie di conferenze tenute da Alexander Melville Bell (1819 – 1905), rimanendo affascinata dal sistema di trascrizione fonetica da lui ideato e chiamato Visible Speech. Immantinente si convinse delle potenzialità del metodo e per accedervi e svilupparlo a vantaggio dei non udenti, lo invitò presso l’istituto, avanzando però una richiesta che il ricercatore non fu in grado di soddisfare per altri impegni, ma ch’esaudì ugualmente, facendosi sostituire dal figlio Graham. Ebbe inizio una fruttuosa collaborazione, Fuller divenne fervida sostenitrice dell’istruzione alla parola, promuovendone l’applicazione sin dalla prima infanzia e dopo aver pubblicato un manuale rivolto agli insegnanti dal titolo An Illustrated Primer, insieme a Bell e all’educatrice Caroline Ardelia Yale (1848 – 1933), costituirono l’American Association to Promote the Teaching of Speech to the Deaf, superando la diffidenza dei professionisti dell’American Instructors of the Deaf and Dumb, poco proclivi ad affiancare la pratica alla lingua dei segni. (Notable American Women, 1607-1950: A Biographical Dictionary, Volume 2, pag. 684)

«Miss Fuller era compiaciuta della serietà e dell’entusiasmo di Helen, e subito cominciò ad insegnarle. In poche lezioni ha imparato quasi tutti i suoni inglesi e in meno di un mese poteva articolare molte parole in maniera nitida. Fin dal primo momento dimostrava di non trovare appagamento nell’essere addestrata nei singoli suoni, era impaziente di pronunciare parole e frasi. La lunghezza dei termini o la difficoltà della composizione non sembrava mai scoraggiarla […] Gratificava constatarne l’evoluzione di giorno in giorno, una crescente padronanza e l’eventualità di un successo finale. E il successo di Helen è stato più netto e stimolante di quanto ognuno dei suoi conoscenti potesse aspettarsi, e la gioia della bambina di poter esprimere i suoi pensieri in un discorso vivo e distinto, è stata condivisa da tutti coloro che assistevano alla sua soddisfazione quando riscontrava di essere capita». (Intervento di Anne Sullivan durante la riunione dell’American Association to Promote the Teaching of Speech to the Deaf tenuta a Chautauqua, New York, 3-13 luglio 1894)

I bambini che sono in grado di ascoltare imparano a parlare senza particolare sforzo. Catturano al volo le parole che cadono dalle labbra altrui, così come sono, felicemente, mentre i piccoli bambini sordi devono intrappolarle attraverso un processo lento e spesso doloroso. Ma qualunque sia questo processo, il risultato è meraviglioso. (Helen Keller, The Story of My Life, 1903, Parte I, Cap. VI)

Durante l’incontro a Chautauqua, per favorirne i progressi e prepararla al college, venne presa la decisione di iscriverla alla Wright Humason School for the Deaf di New York e con l’ausilio di Sullivan, frequentò l’istituto fino al 1896, dopodiché rientrarono nel Massachusetts e per tre anni frequentò la Cambridge School for Young Ladies, al termine dei quali superò gli esami e guadagnò l’ammissione al Radcliffe College. All’ombra della Statua della Libertà, Keller aveva stretto amicizia con il critico e scrittore Laurence Hutton, instaurando un sincero legame affettivo anche con la moglie Eleanor Varnum Mitchell ed ebbe così modo di conoscere figure letterarie quali John Burroughs, William Dean Howells, Edmund Clarence Stedman e in particolare, Samuel Langhorne Clemens, a tutti noto con lo pseudonimo di Mark Twain (1835 – 1910). L’avventuroso e geniale padre di Huckleberry Finn, oltremodo ammirato da «this marvelous child» e da Anne Sullivan che definiva «miracle worker», preoccupato dal fatto che le ristrettezza economiche potessero impedirle di proseguire gli studi, si mosse in prima persona, sollecitando a fare altrettanto il magnate della Standard Oil, Henry Huttleston Rogers.

Helen Keller fece così il suo ingresso al college e nel 1904, già associata alla storica congregazione culturale studentesca Phi Beta Kappa per i meriti accademici riportati nel corso degli anni, conseguì il Bachelor of Arts cum laude, diventando la prima persona sordocieca a ottenere un titolo universitario.
 
Helen Keller, la donna che oltrepassò ogni confine, della ragione e della natura, trascendendo la disabilità per divenire scrittrice e attivista politica. (https://terzopianeta.info)

 

Helen Keller, scrittrice e attivista 

A precedere la laurea, la pubblicazione dell’autobiografia The Story of My Life, memorie d’inchiostro incise oltre una decade dopo The Frost King, racconto inizialmente chiamato Autumn Leaves e composto come regalo di compleanno per Michael Anagnos; un dono che però le costò una sofferta accusa di plagio poi rivalutata in un caso di criptomnesia e archiviato da Twain come una controversia «idiota e grottesca». La stessa Margaret Canby, autrice di quello che venne indicato come il testo originale, Frost Fairies, le riconobbe un talento compositivo persino superiore al proprio e la penna di Helen Keller esplose gigantea e delicata poesia nelle numerose opere successive in cui espose la condizione di cecità, espresse l’atavico e incondizionato amore per i cani che non mancò mai di aver accanto, fino ad affrontare temi spirituali, di attualità politica e sociale, mentre il suo nome faceva il giro del Pianeta.

I due personaggi più interessanti del XIX secolo sono Napoleone e Helen Keller.
Mark Twain

A partire dal 1913, Helen Keller cominciò a tenere conferenze, soprattutto per l’American Foundation for the Blind, aiutando l’associazione benefica a raccogliere 2 milioni di dollari (Kim E. Nielsen, The Radical Lives of Helen Keller, 2004). Con fermezza, si unì al Socialist Party of America partecipando alle attività del partito; una presa di posizione che non le risparmiò critiche, addirittura ignobili, come quelle lanciate dall’allora direttore del Brooklyn Eagle, St. Clair Mckelway, secondo cui certe idee politiche erano dovute ai problemi fisici. In risposta entrò a far parte dell’Industrial Workers of the Word e per più di un decennio, firmò articoli a difesa della classe operaia. Nel 1915, insieme a Sullivan costituì l’associazione non lucrativa Helen Keller International per la ricerca e prevenzione della cecità, mentre nel 1920, insieme a personalità quali Crystal Eastman e Roger Baldwin contribuì alla fondazione dell’American Civil Liberties Union, organizzazione che sin dagli albori si distinse per le lotte a favore della libertà di espressione, coscienza, religione e il valore dei diritti civili, la indusse a recarsi in decine e decine di paesi per abbracciare cause pacifiste, patrocinare l’emancipazione femminile e il suffragio universale, dare sostegno ai disabili, tentando di cambiare il concetto di una condizione che le aveva perfino negato l’amore, quello con Peter Fagan, perché se non si era perfetti nel corpo non lo si poteva essere nel cuore.

Ho visitato i luoghi dove lavorano gli operai sfruttati, le industrie, i bassifondi sovraffollati. Anche se non li ho potuti vedere, li ho odorati.

Il 15 ottobre 1936, Anne Sullivan cadde in coma a seguito di una trombosi coronarica e cinque giorni più tardi, tenuta per mano dall’inseparabile allieva e compagna, morì all’età di 70 anni nell’abitazione di Forest Hills, New York, dove si erano trasferite nel 1917. A perdurarne l’opera fu Polly Thompson (1885 – 1960), una donna di origine scozzese che ingaggiarono quando la salute dell’educatrice cominciò a tramontare, precludendole di stare accanto all’attivista e scrittrice durante gli incessanti viaggi, impegni e lentamente anche nella confidenza quotidiana.

Helen Keller continuò a donare calore, infondere coraggio, invocare equità e rispetto verso le persone più deboli, esercitare pressioni per la creazione di scuole in grado di assistere i disabili pensando anche ad un futuro inserimento lavorativo; Keller non smise di sgretolar barriere e proseguì calamitando l’attenzione di celebrità e politici, da Charlie Chaplin a Jawaharlal Nehru, da Winston Churchill a Golda Meir, si confrontò con tutti i presidenti degli Stati Uniti: William Taft; Herbert Hoover; dopo aver predetto il successo elettorale a Franklin Roosevelt, lo persuase a firmare un ordine esecutivo per finanziare la creazione e adozione di audiolibri; Dwight Eisenhower la volle alla Casa Bianca per il conforto dato ai reduci; John Kennedy scrisse di lei che apparteneva a quei pochi «i cui risultati sono diventati leggenda», guadagnando «un posto d’onore nella storia del progresso umano»; Lyndon Johnson, nel 1964, la insignì della Medaglia Presidenziale della Libertà, la massima decorazione degli Stati Uniti assieme alla Medaglia d’Oro del Congresso.

Nel 1953 aveva sfiorato il Nobel per la Pace, un riconoscimento che Dorina de Gouvêa Nowill, presidente della Fundaçao Para O Livro Do Cego No Brasil, le sarebbe spettato in quanto «Poche donne nel mondo sono state capaci, attraverso la loro intelligenza e il loro cuore, di donare all’umanità quanto Miss Helen Keller; non solo i ciechi e i sordi hanno ricevuto i benefici dal suo esempio di coraggio e forza di volontà, ma anche tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarla o leggere di lei. Helen Keller è la pace stessa, perché ha saputo comunicare agli altri la sua ammirevole pace interiore; questo è quasi un miracolo in un mondo come quello in cui viviamo […] Le sue parole, straboccanti di eterna elevazione morale, hanno il potere di guidare coloro che ascoltano verso un progresso etico e culturale. Con i suoi viaggi per il mondo ha affermato la filosofia di interscambio e “amore per il prossimo”, obiettivi di ogni paese». (American Foundation for the Blind)

Abbandonatasi alla levità del sonno, Helen Keller si spense nel primo pomeriggio del 1° giugno 1968 nella dimora di Easton, nel Connecticut, dove si era trasferita dopo la perdita di Sullivan. «E’ morta dolcemente», affermò Winifred Corbally, l’infermiera che l’accompagnò negli ultimi anni della sua vita quand’anche l’affetto di Polly Thompson venne meno per complicazioni cardiache.

Com’è possibile, mi sono chiesta, camminare un’ora attraverso i boschi e non vedere nulla degno di nota? Io che non posso vedere, trovo centinaia di cose che mi attraggono semplicemente toccandole. Sento la delicata simmetria di una foglia. Passo dolcemente le mie mani sulla liscia superficie di un’argentea betulla, o sulla corteccia ruvida e ispida di un pino. In primavera sfioro i rami degli alberi in cerca di un bocciolo, il primo segno di risveglio della natura dopo il sonno invernale. Sento la deliziosa e vellutata consistenza di un fiore, e scopro le sorprendenti ondulazioni; e qualcosa del miracolo della Natura mi viene rivelato […] Per me un tappeto lussureggiante di aghi di pino o di erba spugnosa è più gradito del più lussuoso tappeto persiano […] A volte il mio cuore piange per il desiderio di vedere tutte queste cose. Se riesco ad ottenere così tanto piacere dal semplice tocco, quanta più bellezza deve svelare la vista. Eppure, quelli che hanno occhi, a quanto pare vedono poco. Il panorama dei colori e tutto ciò che riempie il mondo è dato per scontato. È umano, forse, apprezzare poco quello che abbiamo e desiderare ciò che non abbiamo, ma è un gran peccato che nel mondo della luce, il dono della vista sia usato solo come semplice comodità, piuttosto che come tramite per aggiungere pienezza alla vita. (Helen Keller, Three Days to See, 1933)

Helen Keller, la donna che oltrepassò ogni confine, della ragione e della natura, trascendendo la disabilità per divenire scrittrice e attivista politica. (https://terzopianeta.info)
Helen Keller, Easton, 1951

 

Helen Keller & Anne Sullivan
(Cinegiornale 1930)

 

Bibliografia:

• The Frost King, 1891
• The Story of My Life, 1903
• Optimism, 1903
• The World I Live In, 1908
• The Song of the Stone Wall, 1910
• Out of the Dark, 1913
• My Religion, 1927
• Midstream: My Later Life, 1929
• Peace at Eventide, 1932
• Three Days to See, 1933
• Helen Keller in Scotland, 1933
• Helen Keller’s Journal, 1938
• Let Us Have Faith, 1940
• Teacher, Anne Sullivan Macy, 1954
• The Open Door, 1957
• Light in my Darkness, 1960