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Roy Campbell, il poeta ribelle strappato dai libri

L’uomo che salvò le lettere del Santo e ispirò Tolkien

 
 
Roy Campbell è uno dei più grandi poeti del XX secolo, impetuoso ed estroverso, era considerato tale già da letterati suoi contemporanei come Dylan Thomas, Eliot, Edith Sitwell, poetessa e saggista inglese che nella sua autobiografia postuma ‘Taken Care of’, in Italia pubblicata da Rizzoli nel ‘68 e poi nell’89 con il titolo ‘Una vita Protetta’, ne definì i poemi come “puro fuoco compresso in forme sacre”, chiamando in causa le parole di ‘Filosofia dagli Oracoli’ del neoplatonico Porfirio di Tiro.

Nonostante tutto, al suo nome è stata tolta la fama e la riverenza concessa ad altri poeti e scrittori, come ad esempio, quegli stessi appena citati ed il motivo, fondamentalmente va ricercato nel fatto che nel corso di una vita appassionata e controversa, abbracciò cause non troppo popolari e così come riusciva a farsi amare, aveva una naturale inclinazione nel farsi nemici.

Roy CampbellNato il 2 ottobre del 1901 a Durban, città sudafricana situata nella provincia sudorientale di KwaZulu-Natal, Ignatius Royston Dunnachie Campbell, questo il suo nome per intero, era il quarto dei sei figli della coppia di origini scozzesi Margaret Dunnachie e Samuel George Campbell.
Affascinato dalla lingua zulu, che definì magniloquente e decorata, non è scorretto affermare che la imparò contemporaneamente a quella inglese e quando nel 1918, lasciò l’Africa per andare nel Regno Unito e studiare all’Università di Oxford, non trascorse molto tempo perché gli amici lo soprannominassero ‘Zulu’.

L’esame di ammissione all’Università non andò come auspicato, Roy Campbell era quanto di più lontano poteva esserci dal mondo accademico e anche se volle non mostrarlo, (al padre dirà che le lezioni avrebbero solo portato via tempo alla poesia), in lui cominciò a crescere un disagio che lo portò a trovar rifugio nell’alcol, abitudine che non abbandonerà mai.

Tuttavia, ad Oxford ebbe modo di conoscere il compositore William Walton, che a breve avrebbe raggiunto il successo con ‘Concerto per viola e Orchestra’, e con lui strinse amicizia con personaggi quali Robert Graves, Richard Hughes, Leonard Strong, Wyndham Lewis, pittore e scrittore canadese tra i padri del movimento Vorticista, che a Campbell s’ispirò per creare il personaggio di Zulu Blades nel suo romanzo ‘The Ape of God’, satirico attacco al panorama letterario londinese.

 

L’amore di una vita ed il primo successo

Nel 1922 si trasferì a Londra, dove incontrò Mary Garman, una giovane irrequieta da sempre che era giunta nella capitale per fuggire dalla desolazione della Black Country, area delle Midlands Occidentali e qui, insieme alla sorella Kathleen, si fece conoscere negli ambienti artistici e bohémien londinesi. Nell’arco di poche settimane, i due si sposarono nella casa del pittore e incisore Augustus John. Lei con abito nero e velo dorato, lui con il vecchio vestito di sempre e le scarpe bucate.

L’unione mandò su tutte le furie il padre della ragazza, non solo perché Campbell era disoccupato e povero in canna, ma anche perché l’uomo che era a conoscenza  dei problemi con l’alcol. Il loro sarà un matrimonio costellato di tradimenti, scandaloso per il tempo, ma che ebbe termine solo con la scomparsa del poeta.

Roy Campbell e Mary Garman
Roy Campbell e Mary Garman

Si trasferirono ad Aberdaron, in Galles e in nello stesso anno Roy Campbell completò quello che sarebbe rimasto uno dei suoi poemi più importanti, ‘The Flaming Terrapin’, 1500 versi dai quali fuoriesce l’influenza africana e che pur contenendo echi di poeti a lui precedenti, nel ritmo e nella rima erano qualcosa di completamente diverso da quanto era stato scritto fin ad allora.
Lo inviò a Edgell Rickword, giornalista e scrittore, al tempo co-editore della rivista letteraria The Calendar of Modern Letters, il quale rispose senza esitazione:“Il poema è magnifico, non conosco nessuno che possa scrivere in modo poetico così intenso e sostenuto.”

Nel 1924 nacque la loro prima figlia, Teresa, la coppia decise allora di far ritorno a Londra, trovando sistemazione in un appartamento nel quartiere Fitzrovia, storico centro artistico e bohémien dove hanno vissuto o ne hanno frequentato i locali personaggi come Virginia Wolf, George OrwellArthur Rimbaud e Roy Campbell ebbe quindi modo di stringere rapporti con molti di loro, fra cui il pittore ucraino Jacob Kramer, la scrittrice gallese Nina Hammett o ancora l’illustratrice e autrice di libri per bambini Kathleen Hale.

Nel maggio dello stesso anno, The Flaming Terrapin fu pubblicato contemporaneamente in Gran Bretagna e Stati Uniti e quel giovane di 22 anni con il vizio dell’alcol e che in un inverno quel poema l’aveva scritto a lume di candela in un tugurio, fu salutato con entusiasmo da critica e figure di spicco della letteratura.

George William Russell, scrittore e pittore nazionalista irlandese, sul quotidiano Irish Statesman, di lui scriveva: “Tra una folla di poeti che scrivono versi delicati, si muove come un mastodonte con i fianchi ispidi che spingono attraverso una mandria di antilopi dal piede leggero. In tanti anni, nessun poeta mi eccita a più speculazioni sul suo futuro, perché non conosco nessun nuovo poeta che abbia un tale selvaggio splendore di epiteto o che possa sposare la parola selvaggia in modo così appropriato al pensiero selvaggio.”

Il premio della critica non corrispose però alle vendite, la situazione finanziaria continuava ad essere un disastro e Campbell pensò allora che andare nella natia Durban sarebbe stato d’aiuto, sia a se stesso che alla famiglia, benché lasciare Mary e la bambina fosse per lui motivo di dolore. Salpò a fine maggio e solo poche settimane dopo, la donna ricevette una lettera colma di malinconia, a suo modo Campbell la pregava di raggiungerlo:“Mi hai insegnato a guardare le cose nel modo in cui lo fai tu. Tutto ciò che di bello vedo, lo è solo la metà di quanto lo sarebbe se tu fossi qui a condividerle con me.” A dicembre dello stesso anno erano in Sud Africa con lui.

Le era molto legato, le era riconoscente per tutto, per lo scrittore che era diventato, per le poesie, per la positività che gli infondeva e dalla quale si sentiva esser tenuto in vita.

A Durban strinsero amicizia con il poeta e novellista William Plomer e con Laurence van der Post, scrittore afrikaner che sarà ricordato oltre che per la lunga carriera nell’esercito britannico e per l’attività politica, anche per le idee a tratti quantomeno singolari, come ad esempio, quando da fervente oppositore dell’apartheid, criticava aspramente la figura di Nelson Mandela.

Roy Campbell
William Plomer, Roy Campbell e Mary Garman in Sudafrica nel 1926

Con il loro aiuto Roy Campbell fondò la rivista letteraria Voorslag, letteralmente ‘colpo di frusta’, in quanto questo doveva essere nei confronti di quella società coloniale da lui considerata come primitiva ed endogamica.

Mary Garman si occupava della produzione, almeno finché a maggio del ’26 non venne al mondo la seconda figlia, Anna, mentre a finanziare il progetto c’era un certo Lewis Reynolds, con il quale però nacquero presto contrasti a causa del volto che Campbell aveva dato alla rivista.

Voorslag infatti, già nell’editoriale di apertura si mostrò radicale, provocatoria e politicamente oppositiva, nonché non proprio popolare da un punto di vista culturale, ma a preoccupare Reynolds era soprattutto il fatto che era stata presentata come aperta alla questione della razza, prendendo quindi in considerazione le problematiche sociali e politiche senza alcun pregiudizio e rimanendo lontana da partiti.

La cosa non era affatto gradita dalla popolazione bianca e dopo solo tre numeri, Reynolds pretese che la rivista se ne stesse lontano dal toccare certi argomenti e dal criticare il Sudafrica, concentrandosi esclusivamente sulla letteratura. Campbell non ne volle sapere e senza esitazioni si dimise dalla direzione; in quel periodo aveva anche composto una satira in rima sul razzismo dal titolo The Wayzgoose, fu pubblicata nel 1928, quando con la famiglia aveva già fatto ritorno in Gran Bretagna.

Si trasferirono a Sissinghurst nel Kent e Campbell iniziò a pubblicare poesie e scrivere recensioni per la rivista appena fondata dal cognato Douglas Garman ed al contempo si avvicinò al Bloomsbury, lo storico gruppo letterario che andò a formarsi nei primi del ‘900 e che prendeva nome dal quartiere dov’era nato. Ne facevano parte personaggi come John Keynes, Edward Forster, Duncan Grant, Dora Carrington, Roger Fry e soprattutto la scrittrice e attivista Virginia Wolf, suo marito Leonard e la sorella Vanessa.
Contro di loro però, il poeta sudafricano si scagliò ben presto attaccandone la dissolutezza, la decadenza e lo fece attraverso le rime del lungo, selvaggio e divertente poema ‘The Georgiad’, opera che ovviamente suscitò non poco scalpore ed in cui si riferiva ai membri del Bloomsbury etichettandoli come “intellettuali senza intelletto”.

Alla base vi era anche la frustrazione per la breve relazione che Mary Garman aveva avuto con Vita Sackville West, nel poema definita “poetessa sonnolenta”, la quale aveva già da tempo cominciato la sua tormentata storia d’amore con Virginia Wolf.

Campbell non ha mai avuto timore di esprimere le proprie idee, spesso scomode, controcorrente, avverse e con ‘The Georgiad’, Campbell descriveva la nuova élite come una classe di parassiti che viveva sulle spalle dei ceti inferiori. Attaccherà più volte la società inglese e questa, è certamente una delle ragioni per cui è stato tenuto fuori dalla discussione letteraria, più di quanto possa aver fatto, come vedremo, l’essere tacciato come simpatizzante fascista, accusa che lo perseguirà a vita.

 

Roy Campbell e San Juan de la Cruz

Forse col desiderio di gettarsi quell’avventura alle spalle, nel 1928 la coppia si trasferì in Francia, nei pressi di Martigues, una piccola città a nord-ovest di Marsiglia dove presero in affitto un vecchio casale in pietra, ma in pochi anni, grazie alla pubblicazione di ‘Adamastor’, ‘Poems’ ed il già citato ‘The Georgiad’, le condizioni economiche migliorarono notevolmente e nel 1933 si trasferirono in Provenza, dove Campbell scrisse il primo volume della sua biografia, ‘Broken Record’.

La permanenza in Francia non durò molto, a causa di contrasti con un vicino di casa furono costretti a fuggire in Spagna, fermandosi prima a Barcellona, poi Valencia ed infine a Toledo, dove rimasero anche quando scoppiò la guerra civile e la Chiesa cattolica divenne bersaglio dei repubblicani.

Nei primi mesi del 1936, cominciarono a verificarsi i primi scontri, alle fiamme venivano date le chiese, così come sacerdoti e monaci venivano assaliti, alcuni di loro riuscirono però a sfuggire dai tumulti indossando abiti laici e trovarono nella casa di Roy Campbell, un momentaneo rifugio.

Mary Garman aveva da sempre una particolare devozione per Santa Teresa d’Avila, amore che si era poi tradotto in quello per la Spagna e la sua cultura, sentimenti che riuscì poi a trasmettere a Roy Campbell. Inoltre i due si erano avvicinati alla chiesa durante una breve permanenza in un villaggio rurale nei pressi di Altea, una comunità “dove gran parte dei contadini erano bravi cattolici – scrisse egli stesso – c’era come una fragranza, una genuinità nella loro vita, nel loro coraggio, nella loro devozione. Credo che tutto ciò ci abbia conquistati in maniera impercettibile”.
Questi i motivi per cui non lasciarono la città nonostante i tumulti, prestando senza esitare il loro aiuto.

Pochi mesi dopo però, a fine luglio, giunse notizia che i miliziani comunisti erano alle porte di Toledo e quegli stessi monaci si rivolsero nuovamente al poeta, ma stavolta, prima ancora che per loro incolumità, temevano che potessero andare distrutti i documenti del monastero, in cui erano custoditi anche i preziosi manoscritti di San Giovanni della Croce, poeta e fondatore dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi che la chiesa anglicana ricorda come ‘Maestro della fede’.

Nella notte tutto fu trasportato a casa di Campbell, il giorno successivo
le forze repubblicane marciavano per le strade della città, dove enormi roghi venivano appiccati bruciandovi crocifissi, paramenti e oggetti sacri, mentre frati e curati venivano catturati e brutalmente uccisi, sorte a cui non poterono sottrarsi neanche i carmelitani che si erano premurati di metter in salvo almeno gli archivi.

Pochi giorni dopo un gruppo di miliziani si presentò alla porta di Roy e Mary; sapevano che prima o poi quel momento sarebbe arrivato e per tempo avevano rimosso dalle pareti crocifissi e immagini religiose, ma il timore che potessero comunque scoprire il baule dove tutto era nascosto tagliava loro il respiro. Anni dopo Campbell dirà che durante la perquisizione non fece che pregare San Giovanni della Croce, promettendo che avrebbe tradotto in inglese ogni suo scritto se fosse stata risparmiata la vita di Mary e delle bambine. Da casa i miliziani se ne andarono senza aver aperto quel baule.

Roy Campbell non mancò di mantener fede al voto fatto e tradusse tutte le poesie del Santo, cosa che tra l’altro gli fece raccogliere unanime e sentito consenso dalla critica, non solo per la fedeltà con cui riuscì a riprodurre la rima e la metrica spagnola, ma anche per lo spirito che riuscì trasferire nelle versioni inglesi. Nel 1952, in un intervista alla BBC, il poeta affermò che il successo ottenuto non poteva essere per merito suo, quanto piuttosto per un intervento divino: “Se fossi superstizioso dovrei dire che San Giovanni mi ha portato fortuna, ma non essendo superstizioso, dico che ha compiuto un miracolo”.

 

Dal fascismo al Signore degli Anelli

A fine anni ‘30 scrisse ‘Flowering Rifle’, opera con cui Roy Campbell ben illustra la sua posizione politica circa il martirio della Guerra Civile spagnola, è un’aspra critica al marxismo, ai “poeti di sinistra” come Wystan Auden e Christopher Isherwood, contro i quali s’infuriò anche per la fuga negli Stati Uniti quando la guerra tra Germania e Regno Unito era ormai alle porte.

Altrettanto biasima l’intellighenzia britannica per quello che lui vede un umanitarismo ipocrita, con cui poi “schiera automaticamente il cane contro l’uomo, l’ebreo contro il cristiano, il nero contro il bianco, il servo contro il maestro, il criminale contro il giudice.”
Era il 1939 quando il poema fu pubblicato, Campbell si trovava in Italia ed all’indomani della vittoria delle truppe di Francisco Franco, tornò in Spagna per assistere alla parata.

Un po’ la tendenza a pensare che se non si è da una parte, si è dall’altra, il sostegno manifestato ai nazionalisti ed il resto, gli valsero l’accusa d’essere fascista. Campbell negò più volte, affermando di credere unicamente “nella famiglia, nella religione e nella tolleranza”. In Spagna aveva sempre appoggiato i carlisti e non i franchisti e se ‘Flowering Rifle’ è per certi versi un’ode a Franco, si trattava anche di una reazione a quanto aveva vissuto a Toledo e alle lodi al comunismo che arrivavano dalle penne intellettuali di sinistra.

Le parole circa gli ebrei, definiti come una “razza intellettualmente sovversiva”, con ogni probabilità chiusero il discorso.
Comunque sia, quando la seconda guerra mondiale ebbe inizio, si unì alla Air Raid Precautions, organizzazione che si occupava dare assistenza e difendere i cittadini dai bombardamenti ed in seguito, nonostante il fisico esile riuscì ad entrare nell’esercito britannico, ad aiutarlo la conoscenza delle lingue, e nel 1943, fu inviato nell’Africa orientale britannica dove si unì ai Fucilieri Africani del Re.

Una displasia all’anca sinistra, forse scaturita da un incidente avuto anni prima mentre prestava servizio come corrispondente di guerra a fianco delle truppe di Franco, gli costò il congedo ed a fine giugno del 1944, poté far ritorno in Inghilterra e ricongiungersi alla famiglia.

Quello stesso anno, in un locale di Oxford, Campbell trascorse una serata in compagnia del novellista e poeta Clive Lewis ed insieme a lui c’era John Tolkien, il quale aveva già iniziato a lavorare su ‘Il Signore degli Anelli’.

Il padre di Frodo Baggins non conosceva il poeta sudafricano e storia vuole che ne rimase immediatamente affascinato, lo osservava mentre Campbell ascoltava attento e divertito le critiche che Lewis, in preda ai fumi dell’alcol, gli rivolgeva e da quell’incontro, non solo nacque un’amicizia, ma anche i tratti del personaggio di Aragorn, che al cinema avrà poi il volto di Viggo Mortenson.

Quando ormai l’etichetta di fascista gli era stata cucita addosso, e non aiutò certo a strappargliela il pugno sferrato in pieno volto al poeta di sinistra Stephen Spender, nel 1952 Campbell e famiglia lasciarono la Spagna per andar a viver in Portogallo, perché il governo autoritario caporalista di Salazar, era preferibile al regime di Franco, ai suoi occhi troppo vicino alle idee di Mussolini e Hitler.

Il 23 aprile del 1957, insieme alla moglie erano di ritorno da Siviglia, dove si erano recati per la Settimana Santa, quando nei pressi di Setúbal, la gomma anteriore della Fiat 600 sulla quale viaggiavano scoppiò improvvisamente. La donna, alla guida del veicolo, ne perse il controllo, l’auto uscì di strada e andò a schiantarsi contro un albero. Mary Garman sopravvisse, mentre per Roy Campbell il colpo fu fatale.
 
 
 
 

The Flaming Terrapin

How often have I lost this fervent mood,
And gone down dingy thoroughfares to brood
On evils like my own from day to day:
‘Life is a dusty corridor,’ I say,
‘Shut at both ends.’ But far across the plain,
Old Ocean growls and tosses his grey mane,
Pawing the rocks in all his old unrest
Or lifting lazily on some white crest
His pale foam-feathers for the moon to burn –
Then to my veins I feel new sap return,
Strength tightens up my sinews long grown dull,
And in the old charred crater of the skull
Light strikes the slow somnambulistic mind
And sweeps her forth to ride the rushing wind,
And stamping on the hill-tops high in air,
To shake the golden bonfire of her hair.
This sudden strength that catches up men’s souls
And rears them up like giants in the sky,
Giving them fins where the dark ocean rolls,
And wings of eagles when the whirlwinds fly,
Stand visible to me in its true self
(No spiritual essence or wing’d elf
Like Ariel on the empty winds to spin).
I see him as a mighty Terrapin,
Rafting whole islands on his stormy back,
Built of strong metals molten from the black
Roots of the inmost earth….

The Ark is launched; cupped by the streaming breeze,
The stiff sails tug the long reluctant keel,
And Noah, spattered by the rising seas,
Stands with his great fist fastened to the wheel.
Like driven clouds, the waves went rustling by,
Feathered and fanned across their liquid sky,
And, like those waves, the clouds in silver bars
Creamed on the scattered shingle of the stars.
All night he watched black water coil and burn,
And the white wake of phosphorus astern
Lit up the sails and made the lanterns dim,
Until it seemed the whole sea burned for him…
The Flaming Terrapin, his labours done,
Humped like a cloud o’er mountain, crag and field
Rose on the skyline. The far-shooting sun
Splintered its arrows on his fiery shield,
From whose bright dome in sudden ricochets
Recoiling flashed the long reflected rays:
While, rolling his red eyes, a double moon
That lit the hillsides with a second noon,
He sank to rest. His golden ridges, tiered
Above the foam, now slowly disappeared:
And as clouds roll immense and globed and still
To burst in thunder round a lonely hill,
The slow foam gathered round him: o’er his wild
Mountainous outline, ponderously piled,
It hung one moment, poised in grim suspense,
And then swamped crashing down, and from its dense
Vortex of thunder, with a gradual sweep
Rolled forth in groaning circles on the deep….

Though the dark sky has gathered stormy numbers
Of vultures to be snowed upon my corpse;
Though the weak arc of Heaven warps
Beneath the darkness that encumbers
The night beyond; though we believe the end
Is but the end, and that the torn flesh crumbles
And the fierce soul, rent from its temple, tumbles
Into the gloom where empty winds contend,
In gnat-like vortex droning – what is this
That makes us stamp upon the mountain-tops,
So fearless at the brink of the abyss,
Where into space the sharp rock-rampart drops
And bleak winds hiss?
It is the silent chanting of the soul:
‘Though times shall change and stormy ages roll,
I am that ancient hunter of the plains
That raked the shaggy flitches of the Bison:
Pass world: I am the dreamer that remains,
The Man, clear-cut against the last horizon!’

 

 

Autumn

I love to see, when leaves depart,
The clear anatomy arrive,
Winter, the paragon of art,
That kills all forms of life and feeling
Save what is pure and will survive.

Already now the clanging chains
Of geese are harnessed to the moon:
Stripped are the great sun-clouding planes:
And the dark pines, their own revealing,
Let in the needles of the noon.

Strained by the gale the olives whiten
Like hoary wrestlers bent with toil
And, with the vines, their branches lighten
To brim our vats where summer lingers
In the red froth and sun-gold oil.

Soon on our hearth’s reviving pyre
Their rotted stems will crumble up:
And like a ruby, panting fire,
The grape will redden on your fingers
Through the lit crystal of the cup.

 

 

Horses On The Camargue

In the grey wastes of dread,
The haunt of shattered gulls where nothing moves
But in a shroud of silence like the dead,
I heard a sudden harmony of hooves,
And, turning, saw afar
A hundred snowy horses unconfined,
The silver runaways of Neptune’s car
Racing, spray-curled, like waves before the wind.

Sons of the Mistral, fleet
As him with whose strong gusts they love to flee,
Who shod the flying thunders on their feet
And plumed them with the snortings of the sea;
Theirs is no earthly breed
Who only haunts the verges of the earth
And only on the sea’s salt herbage feed-
Surely the great white breakers gave them birth.

For when for years a slave,
A horse of the Camargue, in alien lands,
Should catch some far-off fragrance of the wave
Carried far inland from this native sands,
Many have told the tale
Of how in fury, foaming at the rein,
He hurls his rider; and with lifted tail,
With coal-red eyes and catarcating mane,
Heading his course for home,
Though sixty foreign leagues before him sweep,
Will never rest until he breathes the foam
And hears the native thunder of the deep.
And when the great gusts rise
And lash their anger on these arid coasts,
When the scared gulls career with mournful cries
And whirl across the waste like driven ghosts;
When hail and fire converge,
The only souls to which they strike no pain
Are the white crested fillies of the surge
And the white horses of the windy plain.
Then in their strength and pride
The stallions of the wilderness rejoice;
They feel their Master’s trident in their side,
And high and shrill they answer to his voice.
With white tails smoking free,
Long streaming manes, and arching necks, they show
Their kinship to their sisters of the sea-
And forward hurl their thunderbolts of snow.
Still out of hardship bred,
Spirits of power and beauty and delight
Have ever on such frugal pasture fed
And loved to course with tempests through the night.

 

 

Mass at Dawn

I dropped my sail and dried my dripping seines
Where the white quay is chequered by cool planes
In whose great branches, always out of sight,
The nightingales are singing day and night.
Though all was grey beneath the moon’s grey beam,
My boat in her new paint shone like a bride,
And silver in my baskets shone the bream:
My arms were tired and I was heavy-eyed,
But when with food and drink, at morning-light,
The children met me at the water-side,
Never was wine so red or bread so white.

 

 

Christ in Uniform

Close at my side a girl and boy
Fell firing, in the doorway here,
Collapsing with a strangled cheer
As on the very couch of joy,
And onward through a wall of fire
A thousand others rolled the surge,
And where a dozen men expire
A hundred myrmidons emerge –
As if the Christ, our Solar Sire,
Magnificent in their inent,
Returned the bloody way he went,
Of so much blood, of such desire,
And so much valour proudly spent,
To weld a single heart of fire.

 

 

The Serf

His naked skin clothed in the torrid mist
That puffs in smoke around the patient hooves,
The ploughman drives, a slow somnambulist,
And through the green his crimson furrow grooves
His heart, more deeply than he wounds the plain,
Long by the rasping share of insult torn,
Red clod, to which the war-cry once was rain
And tribal spears the fatal sheaves of corn,
Lies fallow now. But as the turf divides
I see in the slow progress of his strides
Over the toppled clods and falling flowers,
The timeless, surly patience of the serf
That moves the nearest to the naked earth
And ploughs down palaces, and thrones and towers.

 

 

The Zebras

From the dark woods that breathe of fallen showers,
Harnessed with level rays in golden reins,
The zebras draw the dawn across the plains
Wading knee-keep among the scarlet flowers.
The sunlight, zithering their flanks with fire,
Flashes between the shadows as they pass
Barred with electric tremors through the grass
Like wind along the gold strings of a lyre.
Into the flushed air snorting rosy plumes
That smoulder round their feet in drifting fumes,
With dove-like voices call the distant fillies,
While round the herds the stallion wheels his flight,
Engine of beauty volted with delight,
To roll his mare among the trampled lilies.

 

 

The Zulu Girl

When in the sun the hot red acres smoulder
Down where the sweating gang its labour plies
A girl flings down her hoe, and from her shoulder
Unslings her child tormented by flies.

She takes him to a ring of shadow pooled
By the thorn-tree: purpled with the blood of ticks,
While her sharp nails, in slow caresses ruled
Prowl through his hair with sharp electric clicks.

His sleepy mouth, plugged by the heavy nipple,
Tugs like a puppy, grunting as he feels;
Through his frail nerves her own deep languor’s ripple
Like a broad river sighing through the reeds.

Yet in that drowsy stream his flesh imbibes
And old unquenched, unsmotherable heat-
The curbed ferocity of beaten tribes,
The sullen dignity of their defeat.

Her body looms above him like a hill
Within whose shade a village lies at rest,
Or the first cloud so terrible and still
That bears the coming harvest in its breast.