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Pablo Neruda, poesie di amore e resistenza

 
 
La storia dell’America Latina è quella di una terra che ha conosciuto guerre, oppressione, vissuto ingiustizie e come tante volte in altre realtà, la poesia si è fatta voce del popolo, appassionata narrazione degli eventi e arma di resistenza. Canto d’amore per gli umili di cui profeta ne fu Pablo Neruda, il non-intellettuale che sconfisse la dittatura.

Il poeta è anti intellettuale per eccellenza. Potrà sentire tutti i problemi ed esprimere il suo sentimento: per quello vive il poeta, per paragonarli, delucidarli e risolverli, non credo che il poeta, salvo in rare eccezioni, abbia capacità.

Quando l’11 settembre del 1973, appoggiato dagli Stati Uniti di Nixon e Kissinger, Augusto Pinochet mise a segno il golpe ai danni di Salvador Allende, dimostrò immediatamente la ferocia di un regime che fin da subito gettò il Cile in un clima di terrore. La gente aveva timore di uscire di casa, finanche di pensare per non rischiare di finire uccisa o torturata, eppure, c’è stato un momento in cui la paura è stata vinta e una moltitudine di persone si è riversato nelle strade: il giorno dei funerali di Pablo Neruda. Un fiume di cileni formò un corteo che, sfidando i soldati armati mitragliatrici e fucili, andò sfilando silente e commosso per le vie di Santiago, quando d’improvviso, si sollevò una voce e altre risposero, potenti, toccanti, fu intonato l’Internacional e poi ancora il botta e risposta: Camarada Pablo Neruda! Presente, ahora y siempre!

Non avevano lo avevano messo a tacere, aveva vinto il poeta e spesso ne sarà celebrata la lirica d’amore, più che l’opera socio-politica, nonostante sia stato uno dei più importanti e iconici della resistenza del secolo passato, impersonando il legame tra un’intellighenzia militante e la classi popolare che, in tutta l’America Latina, tentava la sopravvivenza.

«Non ho mai pensato che la mia vita fosse divisa tra poesia e politica», affermò durante il discorso del 30 settembre 1969, in veste di candidato del Partito Comunista alla presidenza, poi rifiutata per dissidi con il partito. «Sono un cileno che per decenni ha conosciuto le disgrazie e le difficoltà della nostra esistenza nazionale e che ha preso parte a ogni tristezza e gioia della gente. Non sono estraneo a loro, vengo da loro, sono parte della gente. Vengo da una famiglia della classe operaia. Non sono mai stato con quelli al potere e ho sempre sentito che la mia vocazione e il mio dovere erano di servire il popolo cileno nelle mie azioni e con la mia poesia. Ho vissuto cantando e difendendoli.»

 

Pablo Neruda! Presente!

Ricardo Eliecer Reyes Basoalto, questo il suo nome vero, nacque il 12 luglio 1904 nella città di Parral, piccola località situata nella regione centrale del Cile. Era l’unico figlio di José del Carmen Reyes Morales e Rosa Neftalí Basoalto Opazo, una insegnante che ha causa della tubercolosi, trovò la morte ad appena due mesi dal parto, il 14 settembre. Aveva 30 anni ed il marito, sconvolto dalla perdita affidò momentaneamente il figlio alle cure di sua madre María Encarnación Parada e partì alla volta della Argentina, dove sperava di poter ricominciare.

Così non andò e nel marzo 1905 era di nuovo in Cile, riprese a lavorare nel vicino porto di Talcahuano, quando a concedergli l’opportunità di una migliore prospettiva di vita, arrivò l’amico Carlos Mason. Gli propose un’occupazione presso le ferrovie di Temuco, nella regione di Araucanía.

Nei pressi della città, solo pochi anni dopo sarebbe giunto trascorrendovi un breve periodo dell’infanzia, un altro simbolo della storia del Sud America: Violeta Parra, sublime poetessa e fonte della Nueva Canción Chilena, per la quale Neruda comporrà ‘Elegía para cantar’.

L’uomo accettò e si trasferì nell’immediato, mentre il piccolo Ricardo, al quale suo padre aveva aggiunto il nome di Neftalí in onore del defunto genitore, lo raggiunse nel 1906. Nel frattempo, desideroso di aver nuovamente accanto a sé una donna e dare stabilità alla sua vita, José del Carmen si era unito in seconde nozze a Trinidad Candìa Marverde. Sarà l’affettuosa e amata madre alla quale Pablo Neruda dedicherà il tenero e commosso poema ‘La Mamadre’, contenuto nella raccolta ‘Memorial de Isla Negra’ del 1964, quando ormai scomparsa, il poeta ne evoca la figura riportando alla memoria gesti e momenti, per poi rivolgersi direttamente a lei negli ultimi e struggenti versi.
 

La mamadre,
eccola che arriva
 con zoccoli di legno.
Ieri notte soffiò il vento del polo,
si sfondarono 
i tetti, c
rollarono
 i muri e i ponti,
l’intera notte ringhiò con i suoi puma,
ed ora, nel mattino
 del sole freddo,
arriva
 la mia Mamadre,
signora
 Trinidad Marverde,
dolce come la timida freschezza
del sole delle terre tempestose,
lanternina 
minuta che si spegne 
e si riaccende
perché tutti distinguano il sentiero.

Oh, dolce Mamadre
mai avrei potuto
 dire matrigna
ora 
la mia bocca trema a definirti,
perché appena
 fui in grado di capire
vidi la bontà vestita di miseri stracci scuri,
la santità più utile:
Quella dell’acqua e della farina,
e questo fosti.
La vita ti fece pane
e lì ti consumammo
nei lunghi inverni desolati
con la pioggia che grondava dentro la casa
e la tua ubiqua umiltà
 sgranava 
l’aspro
 cereale della miseria
come se andasse
 spartendo 
un fiume di diamanti.

Ahi mamma,
come avrei potuto 
vivere senza ricordarti
ad ogni mio istante?
Non è possibile.
Io porto 
il tuo Marverde nel mio sangue,
il cognome 
di quelle
 dolci mani
che ritagliarono da un sacco di farina
le braghe della mia infanzia,
colei che cucinò,
stirò,
lavò,
seminò,
calmò la febbre,
e quando ebbe fatto tutto
ed io ormai potevo 
reggermi saldamente sulle mie gambe,
si ritirò,
cortese,
schiva,
nella piccola bara
dove per la prima volta
se ne rimase oziosa
sotto la dura pioggia di Temuco.
 

Il ricordo di quei giorni trascorsi immerso nella natura di quelle terre, depredate dall’esercito e ringonfie di lacrime del nativo popolo dei Mapuche, così come quel tratto di mare, rimarranno per sempre nel cuore di Pablo Neruda, il legame con quest’ultimo sarà tanto forte quanto intramontabile, tema ricorrente nelle sue opere, lo chiamerà “padre”.

«Il mare – nonostante abbia attraversato buona parte di tutti i mari esistenti – sarà sempre quello di Puerto Savaandra. Baja Imperial, quell’immenso litorale che inizia dalle colline Maule e continua fino a Toltén, una costa così liscia e solitaria, che sembra di correre sul bordo del pianeta, quando la si percorre. In tutta la mia poesia ci sono allusioni al mare di quella regione.» (Rivista ‘Qué hubo en la semana’ n.3, 9 gennaio 1940: Neruda hombre y poeta)
 

Il Mare

Ho bisogno del mare perché m’insegna,
non so se imparo musica o coscienza,
non so se è onda sola o essere profondo
o sola roca voce o abbacinante 
supposizione di pesci e di navigli.


Il fatto è che anche quando sono addormentato
circolo in qualche modo magnetico 
nell’università delle acque.


Non sono solo le conchiglie triturate,
come se qualche pianeta tremante 
partecipasse a lenta morte,
no, dal frammento ricostruisco il giorno,
da una raffica di sale le stalattiti
e da una cucchiaiata il dio immenso.

Ciò che m’insegnò prima lo custodisco!
È aria, 
vento incessante, acqua e arena.

Sembra poca cosa per l’uomo giovane
che giunse a vivere qui con i suoi incendi,
e tuttavia il battito che saliva 
e scendeva al suo abisso,
il freddo dell’azzurro che crepitava,
lo sgretolamento della stella,
il tenero dispiegarsi dell’onda
sperperando neve con schiuma,
il potere quieto, lì,
determinato 
come un trono di pietra nel profondo,
sostituì il recinto in cui crescevano 
ostinata tristezza,
oblio accumulato,
e bruscamente cambiò la mia esistenza:
Diedi la mia adesione al puro movimento.

 

Entusiasmo y Perseverancia

Il primo scritto, risale al 1917, aveva 13 anni, si tratta di ‘Entusiasmo y Perseverancia’, venne pubblicato nel quotidiano locale La Manana. Firmò come Neftalí Reyes, già rivelando le idee che lo animarono e il temperamento:

«Questi due sono i fattori che contribuiscono principalmente alla rivolta e all’espansione dei Paesi. Quante volte, vittime del poco entusiasmo e perseveranza cadono per terra idee ed opere di profitto che, se messe in pratica darebbero un abbondante contributo ai paesi che le hanno adottate!
Altre volte si seguono con ardore! Ma ecco che a poco a poco l’entusiasmo scema fino a quando, alla fine, scompare completamente e solo se ben aiutate possono risorgere.
Ci sono filosofi nell’attuale secolo che cercano solo di diffondere l’entusiasmo e la perseveranza ed i loro libri sono verità sincere ed eloquenti, che lette da tutti, specialmente dalle classi operaie, apporterebbero grandi benefici all’umanità.
Tutto quello che si desidera, per il bene di ogni paese deve essere perseguito con perseveranza ed entusiasmo, perché senza queste condizioni, è impossibile che si verifichino. Ci sono esempi che evidenziano quanto sopra, esempi che tutte le Nazioni insegnano ai loro figli, affinché imparino come onorare la propria patria.
Esempi, come quelli che ci hanno dato Colombo, Marconi e molti altri non devono essere gettati al vento, perché essi guidano verso una vita più rispettabile, mentre senza di essi è quasi impossibile vivere!»

Propensione letteraria che è noto come fosse stata da subito rifiutata da José del Carmen, ad incoraggiarlo però arriverà nientemeno che Lucila de María del Perpetuo Socorro Godoy Alcayaga, scrittrice che il mondo conoscerà come Gabriela Mistral. Dopo aver superato non poche difficoltà, riuscì ad intraprendere la carriera d’insegnante e nel 1920 arrivò a Temuco.

Rimase un solo anno, ma con Pablo Neruda avrà una fitta corrispondenza e con lui condividerà la preoccupazione verso la propria gente, entrambi s’impegneranno politicamente combattendo in favore per i diritti dei diseredati della società cilena e hanno usato la poesia per raggiungere le coscienze. Progressista e con idee estremamente avanti rispetto all’epoca, Mistral si è battuta per dare voce alle donne cilene, ha difeso l’identità culturale del Paese contro il dominio nordamericano, ha sostenuto il movimento di guerriglia sandinista in Nicaragua e riaffermato le sue origini indigene. Per lei arriverà il Nobel per la Letteratura nel 1945: «Per la poesia lirica che, ispirata da potenti emozioni, ha trasformato il suo nome in un simbolo delle aspirazioni idealistiche dell’intero mondo latinoamericano.»

Un anno dopo da quell’incontro il poeta cileno si trasferì a Santiago, dove studiò pedagogia, frequentò altri giovani aspiranti, entrò in contatto con i circoli bohèmien, ma soprattutto lesse e compose senza sosta. Nel 1923 pubblicò la sua prima raccolta, ‘Crepusculario’, e l’anno successivo fu la volta di ‘Venti poesie d’amore e una canzone disperata’, con cui operò una rottura con la poesia formale e la rappresentazione dell’amore degli inizi del XX secolo. Già da tempo, per evitare disagi con il padre, preoccupato che il sogno d’esser poeta l’avrebbe portato soltanto alla rovina, aveva cominciato a firmarsi come Pablo Neruda, a suggerirgli il nome, anche se non è del tutto certo, fu la lettura de ‘I racconti di Mala Strana’, libro ambientato nel quartiere di Praga ed il cui autore è Jan Neruda (1834 – 1891), celebre scrittore, giornalista, critico teatrale e poeta ceco.

 

Pablo Neruda: Canto General

Le raccolte ebbero successo immediato e dal ’27, nominato ambasciatore del Cile, il poeta viaggiò attraverso il Sud-Est asiatico, visitando luoghi come Rangoon, Batavia, Singapore, Java, rientrando in patria nel 1932. Esperienze che sfociarono nel primo libro ‘Residenza sulla Terra’, opera intima e surreale che troverà compimento con due successive pubblicazioni, la seconda nel 1935, nata fra Argentina e Spagna, mentre la terza vedrà la luce nel 1947.
Pablo Neruda era stato nominato console a Buenos Aires, incarico che gli permise di stringere rapporti con personaggi come Raul Gozalez Tuñón, Jorge Luis Borges e soprattutto Federico García Lorca, giunto da Granada per presentare sui lavori. Con quest’ultimo nacque una forte amicizia, che si rafforzerà durante la permanenza in terra iberica dove il poeta andò in veste di ambasciatore a Madrid ed in Spagna avvenne la svolta, umana e poetica.

Il 18 luglio 1936 scoppiò la rivolta militare che dette inizio alla guerra civile e il 16 agosto venne ucciso García Lorca. A settembre dello stesso anno, mantenendo l’anonimato richiestogli dal ruolo politico, sulla rivista El Mono Azul, Neruda fece pubblicare ‘Canto alle madri dei miliziani caduti’. Farà parte del poema ‘Spagna nel cuore (Inno alle glorie del popolo in guerra)’. In questo momento prende vita il terzo volume ‘Residenza sulla Terra’, un lavoro che riflette l’evoluzione del poeta che avrebbe presto raggiunto la militanza politica.

Già coinvolto nelle attività dell’Alleanza degli Intellettuali Antifascisti per la Difesa della Cultura, tornato in Cile Pablo Neruda abbraccia cause pacifiste, è a fianco degli operai e mentre piovono riconoscimenti letterari, viene eletto Senatore della Repubblica. Si unisce al Partito Comunista, partecipa attivamente alla campagna presidenziale di Gabriel González Videla: questi è sostenuto da una coalizione che vede al suo interno democratici, radicali e comunisti, ma salito al potere, fra le prime azioni compiute, c’è la dura repressione nei confronti dei minatori in protesta. Dall’aula del Senato, Neruda criticò aspramente il governo ed in seguito accuserà Videla di metter in atto politiche di estrema destra e di aver venduto il paese agli U.S.A.

Il risultato fu la messa al bando del Partito Comunista e dello stesso poeta. Perseguitato, venne costretto a vivere come un clandestino, spostandosi da una città all’altra per sfuggire alla persecuzione. Tuttavia, portò a termine ‘Canto General’, assoluto capolavoro in cui Pablo Neruda si mostra politicamente impegnato e rivolgendosi ai popoli dell’America, ne ripercorre e ne canta la storia, le gesta, dagli indigeni al proletariato, usando la poesia come motrice del mutamento sociale. Venne pubblicato in Messico, nel 1950, quando il cileno aveva ormai attraversato le Ande ed era giunto in Argentina per poi partire alla volta dell’Europa, viaggiando in completo anonimato. Apparse in pubblico solo in occasione del Primo Congresso mondiale della pace, dove venne nominato membro del Consiglio mondiale per la pace.

Come Mistral, nel 1971 vinse il Nobel per la Letteratura.
«Non ho appreso nei libri alcuna ricetta – affermò Neruda nel suo discorso ufficiale – per la composizione di un poema: e non lascerò nemmeno stampato un suggerimento, una modalità o uno stile per i nuovi poeti da ricevere da me qualche goccia di presunta saggezza. Se ho narrato in questo discorso certi eventi del passato, se ho rivissuto una storia mai dimenticata in questa occasione e in questo posto così diverso da quello che è successo, è perché nel corso della mia vita ho sempre trovato da qualche parte la necessaria affermazione, la formula che mi aspettava, non per indurmi nelle mie parole ma per spiegarmi. In quel lungo giorno ho trovato le dosi necessarie per la formazione del poema. Lì mi furono dati i contributi della terra e dell’anima. E penso che la poesia sia un atto, effimero o solenne, cui partecipano la solitudine e la solidarietà, il sentimento e l’azione, l’intimità con se stessi e con l’uomo, la segreta rivelazione della natura. E credo che tutto si regga, l’uomo e la sua ombra, la sua condotta, la sua poesia, su una comunità sempre più ampia, su un esercizio che comporrà per sempre in noi la realtà e i sogni, perché la poesia li unisce e li fonde.»

Scrittore e diplomatico, poeta e uomo, dichiarò che la sua missione umana «nello scenario delle lotte d’America» non era altro se non unirsi alla gente, unirsi «con sangue e anima, con passione e speranza». Concluse affermando: «Ho scelto la difficile via d’una responsabilità condivisa e, anziché reiterare l’adorazione dell’individuo come astro centrale del sistema, ho preferito rivolgere con umiltà i miei servizi a un rispettabile esercito, che a tratti potrà anche commettere degli errori, ma che cammina senza sosta e avanza, lottando ogni giorno tanto contro l’anacronismo di chi vi si oppone quanto contro l’impazienza di chi vi aderisce dogmaticamente. Perché credo che tra i miei doveri di poeta non rientrasse solo la fratellanza con la rosa e con la simmetria, con l’amore magnificato e con l’infinita nostalgia, ma anche quella con gli ardui compiti dell’essere umano.»

Si spense il 23 settembre 1973, dodici giorni dopo il golpe di Pinochet. Il certificato di morte indicava come causa del decesso, il cancro che da tempo affliggeva il poeta. Nel 2011, il suo autista Manuel Araya, durante una intervista affermò che Pablo Neruda era stato avvelenato. Nel 2013, su ordine dal giudice Mario Carroza, venne riesumata la salma. Le prime risposte sono arrivate nel 2017, quando i 16 esperti internazionali incaricati dalla giustizia cilena di studiare il caso, hanno rivelato che ad «uccidere il grande poeta e scrittore cileno, è stata una tossina», lasciando quindi adito alla tesi di omicidio. Serviranno ulteriori accertamenti per arrivare ad una risposta definitiva, ma stando a quanto affermato dal Dr. Aurelio Luna, direttore del Servizio Esterno di Scienze e Tecniche Forensi (SECYTEF) dell’Università di Murcia, «al cento per cento, il certificato di morte di Pablo Neruda non dice la verità», come da sempre, ha sostenuto la famiglia del poeta.

La poesia è sempre un atto di pace.
Il poeta nasce dalla pace come il pane nasce dalla farina.

 

La grande gioia

L’ombra che ho frugato ormai non mi appartiene.
lo ho la gioia duratura dell’albero,
l’eredità dei boschi, il vento del cammino
e un giorno deciso sotto la luce terrestre.

Non scrivo perché altri libri mi imprigionino
né per accaniti apprendisti di giglio,
bensì per semplici abitanti che chiedono
acqua e luna, elementi dell’ordine immutabile,
scuole, pane e vino, chitarre e arnesi.

Scrivo per il popolo per quanto non possa
leggere la mia poesia con i suoi occhi rurali.
Verrà il momento in cui una riga, l’aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,
e allora il contadino alzerà gli occhi,
il minatore sorriderà rompendo pietre,
l’operaio si pulirà la fronte,
il pescatore vedrà meglio il bagliore
di un pesce che palpitando gli brucerà le mani,
il meccanico, pulito, appena lavato, pieno
del profumo del sapone gua!derà le mie poesie,
e queste gli diranno forse: «E’ stato un compagno».
Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio.

Voglio che all’uscita di fabbriche e miniere
stia la mia poesia attaccata alla terra,
all’aria, alla vittoria dell’uomo maltrattato.
Voglio che un giovane trovi nella scorza
che io forgiai con lentezza e con metalli
come una cassa, aprendola, faccia a faccia, la vita,
e affondandovi l’anima tocchi le raffiche che fecero
la mia gioia, nell’altitudine tempestosa.

 

 

Due amanti felici

Due amanti felici fanno un solo pane,
una sola goccia di luna nell’erba,
lascian camminando due ombre che s’unisco,
lasciano un solo sole vuoto in un letto.
Di tutte le verità scelsero il giorno:
non s’uccisero con fili, ma con un aroma
e non spezzarono la pace né le parole.
E’ la felicità una torre trasparente.
L’aria, il vino vanno coi due amanti,
gli regala la notte i suoi petali felici,
hanno diritto a tutti i garofani.
Due amanti felici non hanno fine né morte,
nascono e muoiono più volte vivendo,
hanno l’eternità della natura.

 

Il tuo sorriso

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l’aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.
Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l’acqua che d’improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d’argento che ti nasce.
Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d’aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.
Amore mio, nell’ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d’improvviso
vedi che il mio sangue macchina
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.
Vicino al mare, d’autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.
Riditela della notte,
del giorno, delle strade
contorte dell’isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l’aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.

 

Terre offese

Regioni affondate
nell’interminabile martirio, per infinito
silenzio, battiti
d’ape e roccia sterminata,
terra che invece di grano e di trifoglio
hai tracce secche di sangue e delitti:
fertile Galizia, pura come la pioggia,
salata per sempre dalle lacrime:
Estremadura sulla cui riva
di cielo e d’alluminio, scuro come squarcio
di proiettile, tradito e ferito e distrutto,
Badajoz  tra i suoi figli morti
giace senza memoria
guardando un cielo che ricorda:
Malaga arata dalla morte
e perseguitata in mezzo ai precipizi
fino a che le madri impazzite
sferzavano la pietra con i figli appena nati.
Furore, ala di lutto,
e morte e collera,
fino a che le lacrime e il dolore uniti,
fino a che le parole, lo smarrimento e l’ira
non saranno che un cumulo d’ossa in una strada
e una pietra seppellita dalla polvere.
Tante, tante
tombe, tanto martirio, tanto
galoppo di bestie qui sulla stella!
Nulla, né la vittoria
cancellerà la ferita terribile del sangue:
nulla, né il mare, né il passare
della sabbia e del tempo, né il geranio
che brucia sulla tomba.

 

Il ramo rubato

Nella notte entreremo
a rubare
un ramo fiorito.Passeremo il muro,
nelle tenebre del giardino altrui,
due ombre nell’ombra.
Ancora non se n’é andato l’inverno,
e il melo appare
trasformato d’improvviso
in cascata di stelle odorose.
Nella notte entreremo
fino al suo tremulo firmamento,
e le tue piccole mani e le mie
ruberanno le stelle.
E cautamente
nella nostra casa,
nella notte e nell’ombra,
entrerà con i tuoi passi
il silenzioso passo del profumo
e con i piedi stellati
il corpo chiaro della Primavera.

 

Non ti amo come fossi rosa di sale

Non ti amo come fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco,
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.
Ti amo come pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori,
e grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il denso aroma che sale dalla terra.
Ti amo senza sapere come, né quando, né da dove,
ti amo direttamente senza problemi né orgoglio,
ti amo così perché non so amare altrimenti
che in questo modo in cui non sono e non sei,
tanto vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
tanto vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
Saprai che non t’amo e che t’amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un’ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.
Io t’amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l’infinito,
per non cessare d’amarti mai:
per questo non t’amo ancora.
T’amo e non t’amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.
Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t’amo quando non t’amo
e per questo t’amo quando t’amo.
Sete di te m’incalza nelle notti affamate.
Tremula mano rossa che si leva fino alla tua vita.
Ebbra di sete, pazza di sete, sete di selva riarsa.
Sete di metallo ardente, sete di radici avide.
Verso dove, nelle sere in cui i tuoi occhi non vadano
in viaggio verso i miei occhi, attendendoti allora.
Sei piena di tutte le ombre che mi spiano.
Mi segui come gli astri seguono la notte.
Mia madre mi partorì pieno di domande sottili.
Tu a tutte rispondi. Sei piena di voci.
Ancora bianca che cadi sul mare che attraversiamo.
Solco per il torbido seme del mio nome.
Esista una terra mia che non copra la tua orma.
Senza i tuoi occhi erranti, nella notte, verso dove.
Per questo sei la sete e ciò che deve saziarla.
Come poter non amarti se per questo devo amarti.
Se questo è il legame come poterlo tagliare, come.
Come, se persino le mie ossa hanno sete delle tue ossa.
Sete di te, sete di te, ghirlanda atroce e dolce.
Sete di te, che nelle notti mi morde come un cane.
Gli occhi hanno sete, perché esistono i tuoi occhi.
La bocca ha sete, perché esistono i tuoi baci.
L’anima è accesa di queste braccia che ti amano.
Il corpo, incendio vivo che brucerà il tuo corpo.
Di sete. Sete infinita. Sete che cerca la tua sete.
E in essa si distrugge come l’acqua nel fuoco.

 

Mi piaci quando taci

Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
e che un bacio ti abbia chiuso la bocca.
Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell’anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.
Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla turbante.
E mi ascolti da lungi e la mia voce non ti giunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.
Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come lampada, semplice come anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.
Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.

 

La notte nell’isola

Tutta la notte ho dormito con te
vicino al mare, nell’isola.
Eri selvaggia e dolce tra il piacere e il sonno,
tra il fuoco e l’acqua.
Forse assai tardi
i nostri sogni si unirono,
nell’alto o nel profondo,
in alto come rami che muove uno stesso vento,
in basso come rosse radici che si toccano.
Forse il tuo sogno
si separò dal mio
e per il mare oscuro
mi cercava,
come prima,
quando ancora non esistevi,
quando senza scorgerti
navigai al tuo fianco
e i tuoi occhi cercavano
ciò che ora
– pane, vino, amore e collera –
ti do a mani piene,
perché tu sei la coppa
che attendeva i doni della mia vita.
Ho dormito con te
tutta la notte, mentre
l’oscura terra gira
con vivi e con morti,
e svegliandomi d’improvviso
in mezzo all’ombra
il mio braccio circondava la tua cintura.
Né la notte né il sonno
poterono separarci.
Ho dormito con te
e svegliandomi la tua bocca
uscita dal sonno
mi diede il sapore di terra,
d’acqua marina, di alghe,
del fondo della tua vita,
e ricevetti il tuo bacio
bagnato dall’aurora,
come se mi giungesse
dal mare che ci circonda.

 

Se un giorno il tuo cuore si ferma

Se un giorno il tuo cuore si ferma,
se qualcosa smette di bruciare per le tue vene,
se la voce dalla bocca ti esce senza divenire parola,
se le tue mani si scordano di volare e s’addormentano,
Matilde, amore, lascia le tue labbra socchiuse
perché quel tuo ultimo bacio deve durare con me,
deve restare immobile per sempre sulla tua bocca
perché così accompagni anche me nella mia morte.
Morirò baciando la tua folle bocca fredda,
abbracciando il grappolo perduto del tuo corpo,
e cercando la luce dei tuoi occhi serrati.
E così quando la terra riceverà il nostro abbraccio
andremo confusi in una sola morte
a vivere per sempre l’eternità di un bacio.

 

Chiedo silenzio

Ora, lasciatemi tranquillo.
Ora, abituatevi senza di me.
Io chiuderò gli occhi
E voglio solo cinque cose,
cinque radici preferite.
Una è l’amore senza fine.
La seconda è vedere l’autunno.
Non posso vivere senza che le foglie
volino e tornino alla terra.
La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.
La quarta cosa è l’estate
rotonda come un’anguria.
La quinta cosa sono i tuoi occhi.
Matilde mia, beneamata,
non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi guardi:
io muto la primavera
perché tu continui a guardarmi.
Amici, questo è ciò che voglio.
E’ quasi nulla e quasi tutto.
Ora se volete andatevene.
Ho vissuto tanto che un giorno
dovrete per forza dimenticarmi,
cancellandomi dalla lavagna:
il mio cuore è stato interminabile.
Ma perché chiedo silenzio
non crediate che io muoia:
mi accade tutto il contrario:
accade che sto per vivere.
Accade che sono e che continuo.
Non sarà dunque che dentro
di me cresceran cereali,
prima i garni che rompono
la terra per vedere la luce,
ma la madre terra è oscura:
e dentro di me sono oscuro:
sono come un pozzo nelle cui acque
la notte lascia le sue stelle
e sola prosegue per i campi.
E’ che son vissuto tanto
e che altrettanto voglio vivere.
Mai mi son sentito sé sonoro,
mai ho avuto tanti baci.
Ora, come sempre, è presto.
La luce vola con le sue api.
Lasciatemi solo con il giorno.
Chiedo il permesso di nascere.

 

I dittatori

È rimasto un odore tra i canneti:
un misto di sangue e carne, un penetrante
petalo nauseabondo.
Tra le palme da cocco le tombe sono piene
di ossa demolite, di ammutoliti rantoli.
Il delicato satrapo conversa
tra coppe, colletti e cordoni d’oro.
Il piccolo palazzo luccica come un orologio
e le felpate e rapide risate
attraversano a volte i corridoi
e si riuniscono alle voci morte
e alle bocche azzurre sotterrate di fresco.
Il dolore è celato, simile ad una pianta
il cui seme cade senza tregua sul suolo
e fa crescere al buio le grandi foglie cieche.
L’odio si è formato squama su squama,
colpo su colpo, nell’acqua terribile della palude,
con un muso pieno di melma e silenzio.

 

Poveri Poeti

Poveri poeti che la vita e la morte
perseguitarono con la stessa cupa tenacia,
poi son coperti d’impassibile pompa,
abbandonati al rito e al dente funerario.
Essi – oscuri come pietrine – ora
dietro gli alteri cavalli, distesi
vanno, alfine governati dagli intrusi,
tra i becchini, a dormire senza silenzio.
Anzi, ormai sicuri che il morto è morto
fanno delle esequie un festino miserabile
con tacchini, maiali e altri oratori.
Spirarono la loro morte e allora l’offesero:
solo perché la loro bocca è chiusa
e più non può rispondere al canto.