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Pablo Neruda, poesie di amore e resistenza

 
 
La storia dell’America Latina è quella di una terra che ha conosciuto guerre, oppressione, vissuto ingiustizie e come tante volte in altre realtà, la poesia si è fatta voce del popolo, appassionata narrazione degli eventi e arma di resistenza. Canto d’amore per gli umili di cui profeta ne fu Pablo Neruda, il non-intellettuale che sconfisse la dittatura.

Il poeta è anti intellettuale per eccellenza. Potrà sentire tutti i problemi ed esprimere il suo sentimento: per quello vive il poeta, per paragonarli, delucidarli e risolverli, non credo che il poeta, salvo in rare eccezioni, abbia capacità.

Quando l’11 settembre del 1973, appoggiato dagli Stati Uniti di Nixon e Kissinger, Augusto Pinochet mise a segno il golpe ai danni di Salvador Allende, dimostrò immediatamente la ferocia di un regime che fin da subito gettò il Cile in un clima di terrore. La gente aveva timore di uscire di casa, finanche di pensare per non rischiare di finire uccisa o torturata, eppure, c’è stato un momento in cui la paura è stata vinta e una moltitudine di persone si è riversato nelle strade: il giorno dei funerali di Pablo Neruda. Un fiume di cileni formò un corteo che, sfidando i soldati armati mitragliatrici e fucili, andò sfilando silente e commosso per le vie di Santiago, quando d’improvviso, si sollevò una voce e altre risposero, potenti, toccanti, fu intonato l’Internacional e poi ancora il botta e risposta: Camarada Pablo Neruda! Presente, ahora y siempre!

Non avevano lo avevano messo a tacere, aveva vinto il poeta e spesso ne sarà celebrata la lirica d’amore, più che l’opera socio-politica, nonostante sia stato uno dei più importanti e iconici della resistenza del secolo passato, impersonando il legame tra un’intellighenzia militante e la classi popolare che, in tutta l’America Latina, tentava la sopravvivenza.

«Non ho mai pensato che la mia vita fosse divisa tra poesia e politica», affermò durante il discorso del 30 settembre 1969, in veste di candidato del Partito Comunista alla presidenza, poi rifiutata per dissidi con il partito. «Sono un cileno che per decenni ha conosciuto le disgrazie e le difficoltà della nostra esistenza nazionale e che ha preso parte a ogni tristezza e gioia della gente. Non sono estraneo a loro, vengo da loro, sono parte della gente. Vengo da una famiglia della classe operaia. Non sono mai stato con quelli al potere e ho sempre sentito che la mia vocazione e il mio dovere erano di servire il popolo cileno nelle mie azioni e con la mia poesia. Ho vissuto cantando e difendendoli.»

 

Pablo Neruda! Presente!

Ricardo Eliecer Reyes Basoalto, questo il suo nome vero, nacque il 12 luglio 1904 nella città di Parral, piccola località situata nella regione centrale del Cile. Era l’unico figlio di José del Carmen Reyes Morales e Rosa Neftalí Basoalto Opazo, una insegnante che ha causa della tubercolosi, trovò la morte ad appena due mesi dal parto, il 14 settembre. Aveva 30 anni ed il marito, sconvolto dalla perdita affidò momentaneamente il figlio alle cure di sua madre María Encarnación Parada e partì alla volta della Argentina, dove sperava di poter ricominciare.

Così non andò e nel marzo 1905 era di nuovo in Cile, riprese a lavorare nel vicino porto di Talcahuano, quando a concedergli l’opportunità di una migliore prospettiva di vita, arrivò l’amico Carlos Mason. Gli propose un’occupazione presso le ferrovie di Temuco, nella regione di Araucanía.

Nei pressi della città, solo pochi anni dopo sarebbe giunto trascorrendovi un breve periodo dell’infanzia, un altro simbolo della storia del Sud America: Violeta Parra, sublime poetessa e fonte della Nueva Canción Chilena, per la quale Neruda comporrà ‘Elegía para cantar’.

L’uomo accettò e si trasferì nell’immediato, mentre il piccolo Ricardo, al quale suo padre aveva aggiunto il nome di Neftalí in onore del defunto genitore, lo raggiunse nel 1906. Nel frattempo, desideroso di aver nuovamente accanto a sé una donna e dare stabilità alla sua vita, José del Carmen si era unito in seconde nozze a Trinidad Candìa Marverde. Sarà l’affettuosa e amata madre alla quale Neruda dedicherà il tenero e commosso poema ‘La Mamadre’, contenuto nella raccolta ‘Memorial de Isla Negra’ del 1964, quando ormai scomparsa, il poeta ne evoca la figura riportando alla memoria gesti e momenti, per poi rivolgersi direttamente a lei negli ultimi e struggenti versi.
 

La mamadre,
eccola che arriva
 con zoccoli di legno.
Ieri notte soffiò il vento del polo,
si sfondarono 
i tetti, c
rollarono
 i muri e i ponti,
l’intera notte ringhiò con i suoi puma,
ed ora, nel mattino
 del sole freddo,
arriva
 la mia Mamadre,
signora
 Trinidad Marverde,
dolce come la timida freschezza
del sole delle terre tempestose,
lanternina 
minuta che si spegne 
e si riaccende
perché tutti distinguano il sentiero.

Oh, dolce Mamadre
mai avrei potuto
 dire matrigna
ora 
la mia bocca trema a definirti,
perché appena
 fui in grado di capire
vidi la bontà vestita di miseri stracci scuri,
la santità più utile:
Quella dell’acqua e della farina,
e questo fosti.
La vita ti fece pane
e lì ti consumammo
nei lunghi inverni desolati
con la pioggia che grondava dentro la casa
e la tua ubiqua umiltà
 sgranava 
l’aspro
 cereale della miseria
come se andasse
 spartendo 
un fiume di diamanti.

Ahi mamma,
come avrei potuto 
vivere senza ricordarti
ad ogni mio istante?
Non è possibile.
Io porto 
il tuo Marverde nel mio sangue,
il cognome 
di quelle
 dolci mani
che ritagliarono da un sacco di farina
le braghe della mia infanzia,
colei che cucinò,
stirò,
lavò,
seminò,
calmò la febbre,
e quando ebbe fatto tutto
ed io ormai potevo 
reggermi saldamente sulle mie gambe,
si ritirò,
cortese,
schiva,
nella piccola bara
dove per la prima volta
se ne rimase oziosa
sotto la dura pioggia di Temuco.
 

Il ricordo di quei giorni trascorsi immerso nella natura di quelle terre, depredate dall’esercito e ringonfie di lacrime del nativo popolo dei Mapuche, così come quel tratto di mare, rimarranno per sempre nel cuore di Neruda, il legame con quest’ultimo sarà tanto forte quanto intramontabile, tema ricorrente nelle sue opere, lo chiamerà “padre”.

«Il mare – nonostante abbia attraversato buona parte di tutti i mari esistenti – sarà sempre quello di Puerto Savaandra. Baja Imperial, quell’immenso litorale che inizia dalle colline Maule e continua fino a Toltén, una costa così liscia e solitaria, che sembra di correre sul bordo del pianeta, quando la si percorre. In tutta la mia poesia ci sono allusioni al mare di quella regione.» (Rivista ‘Qué hubo en la semana’ n.3, 9 gennaio 1940: Neruda hombre y poeta)
 

Il Mare

Ho bisogno del mare perché m’insegna,
non so se imparo musica o coscienza,
non so se è onda sola o essere profondo
o sola roca voce o abbacinante 
supposizione di pesci e di navigli.


Il fatto è che anche quando sono addormentato
circolo in qualche modo magnetico 
nell’università delle acque.


Non sono solo le conchiglie triturate,
come se qualche pianeta tremante 
partecipasse a lenta morte,
no, dal frammento ricostruisco il giorno,
da una raffica di sale le stalattiti
e da una cucchiaiata il dio immenso.

Ciò che m’insegnò prima lo custodisco!
È aria, 
vento incessante, acqua e arena.

Sembra poca cosa per l’uomo giovane
che giunse a vivere qui con i suoi incendi,
e tuttavia il battito che saliva 
e scendeva al suo abisso,
il freddo dell’azzurro che crepitava,
lo sgretolamento della stella,
il tenero dispiegarsi dell’onda
sperperando neve con schiuma,
il potere quieto, lì,
determinato 
come un trono di pietra nel profondo,
sostituì il recinto in cui crescevano 
ostinata tristezza,
oblio accumulato,
e bruscamente cambiò la mia esistenza:
Diedi la mia adesione al puro movimento.

 

Entusiasmo y Perseverancia

Il primo scritto, risale al 1917, aveva 13 anni, si tratta di ‘Entusiasmo y Perseverancia’, venne pubblicato nel quotidiano locale La Manana. Firmò come Neftalí Reyes, già rivelando le idee che lo animarono e il temperamento:

«Questi due sono i fattori che contribuiscono principalmente alla rivolta e all’espansione dei Paesi. Quante volte, vittime del poco entusiasmo e perseveranza cadono per terra idee ed opere di profitto che, se messe in pratica darebbero un abbondante contributo ai paesi che le hanno adottate!
Altre volte si seguono con ardore! Ma ecco che a poco a poco l’entusiasmo scema fino a quando, alla fine, scompare completamente e solo se ben aiutate possono risorgere.
Ci sono filosofi nell’attuale secolo che cercano solo di diffondere l’entusiasmo e la perseveranza ed i loro libri sono verità sincere ed eloquenti, che lette da tutti, specialmente dalle classi operaie, apporterebbero grandi benefici all’umanità.
Tutto quello che si desidera, per il bene di ogni paese deve essere perseguito con perseveranza ed entusiasmo, perché senza queste condizioni, è impossibile che si verifichino. Ci sono esempi che evidenziano quanto sopra, esempi che tutte le Nazioni insegnano ai loro figli, affinché imparino come onorare la propria patria.
Esempi, come quelli che ci hanno dato Colombo, Marconi e molti altri non devono essere gettati al vento, perché essi guidano verso una vita più rispettabile, mentre senza di essi è quasi impossibile vivere!»

Propensione letteraria che è noto come fosse stata da subito rifiutata da José del Carmen, ad incoraggiarlo però arriverà nientemeno che Lucila de María del Perpetuo Socorro Godoy Alcayaga, scrittrice che il mondo conoscerà come Gabriela Mistral. Dopo aver superato non poche difficoltà, riuscì ad intraprendere la carriera d’insegnante e nel 1920 arrivò a Temuco.

Rimase un solo anno, ma con Neruda avrà una fitta corrispondenza e con lui condividerà la preoccupazione verso la propria gente, entrambi s’impegneranno politicamente combattendo in favore per i diritti dei diseredati della società cilena e hanno usato la poesia per raggiungere le coscienze. Progressista e con idee estremamente avanti rispetto all’epoca, Mistral si è battuta per dare voce alle donne cilene, ha difeso l’identità culturale del Paese contro il dominio nordamericano, ha sostenuto il movimento di guerriglia sandinista in Nicaragua e riaffermato le sue origini indigene. Per lei arriverà il Nobel per la Letteratura nel 1945: «Per la poesia lirica che, ispirata da potenti emozioni, ha trasformato il suo nome in un simbolo delle aspirazioni idealistiche dell’intero mondo latinoamericano.»

Un anno dopo da quell’incontro il poeta cileno si trasferì a Santiago, dove studiò pedagogia, frequentò altri giovani aspiranti, entrò in contatto con i circoli bohèmien, ma soprattutto lesse e compose senza sosta. Nel 1923 pubblicò la sua prima raccolta, ‘Crepusculario’, e l’anno successivo fu la volta di ‘Venti poesie d’amore e una canzone disperata’, con cui operò una rottura con la poesia formale e la rappresentazione dell’amore degli inizi del XX secolo. Già da tempo, per evitare disagi con il padre, preoccupato che il sogno d’esser poeta l’avrebbe portato soltanto alla rovina, aveva cominciato a firmarsi come Pablo Neruda, a suggerirgli il nome, anche se non è del tutto certo, fu la lettura de ‘I racconti di Mala Strana’, libro ambientato nel quartiere di Praga ed il cui autore è Jan Neruda (1834 – 1891), celebre scrittore, giornalista, critico teatrale e poeta ceco.

 

Pablo Neruda: Canto General

Le raccolte ebbero successo immediato e dal ’27, nominato ambasciatore del Cile, il poeta viaggiò attraverso il Sud-Est asiatico, visitando luoghi come Rangoon, Batavia, Singapore, Java, rientrando in patria nel 1932. Esperienze che sfociarono nel primo libro ‘Residenza sulla Terra’, opera intima e surreale che troverà compimento con due successive pubblicazioni, la seconda nel 1935, nata fra Argentina e Spagna, mentre la terza vedrà la luce nel 1947.
Pablo Neruda era stato nominato console a Buenos Aires, incarico che gli permise di stringere rapporti con personaggi come Raul Gozalez Tuñón, Jorge Luis Borges e soprattutto Federico García Lorca, giunto da Granada per presentare sui lavori. Con quest’ultimo nacque una forte amicizia, che si rafforzerà durante la permanenza in terra iberica dove il poeta andò in veste di ambasciatore a Madrid ed in Spagna avvenne la svolta, umana e poetica.

Il 18 luglio 1936 scoppiò la rivolta militare che dette inizio alla guerra civile e il 16 agosto venne ucciso García Lorca. A settembre dello stesso anno, mantenendo l’anonimato richiestogli dal ruolo politico, sulla rivista El Mono Azul, Neruda fece pubblicare ‘Canto alle madri dei miliziani caduti’. Farà parte del poema ‘Spagna nel cuore (Inno alle glorie del popolo in guerra)’. In questo momento prende vita il terzo volume ‘Residenza sulla Terra’, un lavoro che riflette l’evoluzione del poeta che avrebbe presto raggiunto la militanza politica.

Già coinvolto nelle attività dell’Alleanza degli Intellettuali Antifascisti per la Difesa della Cultura, tornato in Cile Pablo Neruda abbraccia cause pacifiste, è a fianco degli operai e mentre piovono riconoscimenti letterari, viene eletto Senatore della Repubblica. Si unisce al Partito Comunista, partecipa attivamente alla campagna presidenziale di Gabriel González Videla: questi è sostenuto da una coalizione che vede al suo interno democratici, radicali e comunisti, ma salito al potere, fra le prime azioni compiute, c’è la dura repressione nei confronti dei minatori in protesta. Dall’aula del Senato, Neruda criticò aspramente il governo ed in seguito accuserà Videla di metter in atto politiche di estrema destra e di aver venduto il paese agli U.S.A.

Il risultato fu la messa al bando del Partito Comunista e dello stesso poeta. Perseguitato, venne costretto a vivere come un clandestino, spostandosi da una città all’altra per sfuggire alla persecuzione. Tuttavia, portò a termine ‘Canto General’, assoluto capolavoro in cui Neruda si mostra politicamente impegnato e rivolgendosi ai popoli dell’America, ne ripercorre e ne canta la storia, le gesta, dagli indigeni al proletariato, usando la poesia come motrice del mutamento sociale. Venne pubblicato in Messico, nel 1950, quando il cileno aveva ormai attraversato le Ande ed era giunto in Argentina per poi partire alla volta dell’Europa, viaggiando in completo anonimato. Apparse in pubblico solo in occasione del Primo Congresso mondiale della pace, dove venne nominato membro del Consiglio mondiale per la pace.

Come Mistral, nel 1971 vinse il Nobel per la Letteratura.
«Non ho appreso nei libri alcuna ricetta – affermò Neruda nel suo discorso ufficiale – per la composizione di un poema: e non lascerò nemmeno stampato un suggerimento, una modalità o uno stile per i nuovi poeti da ricevere da me qualche goccia di presunta saggezza. Se ho narrato in questo discorso certi eventi del passato, se ho rivissuto una storia mai dimenticata in questa occasione e in questo posto così diverso da quello che è successo, è perché nel corso della mia vita ho sempre trovato da qualche parte la necessaria affermazione, la formula che mi aspettava, non per indurmi nelle mie parole ma per spiegarmi. In quel lungo giorno ho trovato le dosi necessarie per la formazione del poema. Lì mi furono dati i contributi della terra e dell’anima. E penso che la poesia sia un atto, effimero o solenne, cui partecipano la solitudine e la solidarietà, il sentimento e l’azione, l’intimità con se stessi e con l’uomo, la segreta rivelazione della natura. E credo che tutto si regga, l’uomo e la sua ombra, la sua condotta, la sua poesia, su una comunità sempre più ampia, su un esercizio che comporrà per sempre in noi la realtà e i sogni, perché la poesia li unisce e li fonde.»

Scrittore e diplomatico, poeta e uomo, dichiarò che la sua missione umana «nello scenario delle lotte d’America» non era altro se non unirsi alla gente, unirsi «con sangue e anima, con passione e speranza». Concluse affermando: «Ho scelto la difficile via d’una responsabilità condivisa e, anziché reiterare l’adorazione dell’individuo come astro centrale del sistema, ho preferito rivolgere con umiltà i miei servizi a un rispettabile esercito, che a tratti potrà anche commettere degli errori, ma che cammina senza sosta e avanza, lottando ogni giorno tanto contro l’anacronismo di chi vi si oppone quanto contro l’impazienza di chi vi aderisce dogmaticamente. Perché credo che tra i miei doveri di poeta non rientrasse solo la fratellanza con la rosa e con la simmetria, con l’amore magnificato e con l’infinita nostalgia, ma anche quella con gli ardui compiti dell’essere umano.»

Si spense il 23 settembre 1973, dodici giorni dopo il golpe di Pinochet. Il certificato di morte indicava come causa del decesso, il cancro che da tempo affliggeva il poeta. Nel 2011, il suo autista Manuel Araya, durante una intervista affermò che Pablo Neruda era stato avvelenato. Nel 2013, su ordine dal giudice Mario Carroza, venne riesumata la salma. Le prime risposte sono arrivate nel 2017, quando i 16 esperti internazionali incaricati dalla giustizia cilena di studiare il caso, hanno rivelato che ad «uccidere il grande poeta e scrittore cileno, è stata una tossina», lasciando quindi adito alla tesi di omicidio. Serviranno ulteriori accertamenti per arrivare ad una risposta definitiva, ma stando a quanto affermato dal Dr. Aurelio Luna, direttore del Servizio Esterno di Scienze e Tecniche Forensi (SECYTEF) dell’Università di Murcia, «al cento per cento, il certificato di morte di Pablo Neruda non dice la verità», come da sempre, ha sostenuto la famiglia del poeta.

La poesia è sempre un atto di pace.
Il poeta nasce dalla pace come il pane nasce dalla farina.

 

La grande gioia

L’ombra che ho frugato ormai non mi appartiene.
lo ho la gioia duratura dell’albero,
l’eredità dei boschi, il vento del cammino
e un giorno deciso sotto la luce terrestre.

Non scrivo perché altri libri mi imprigionino
né per accaniti apprendisti di giglio,
bensì per semplici abitanti che chiedono
acqua e luna, elementi dell’ordine immutabile,
scuole, pane e vino, chitarre e arnesi.

Scrivo per il popolo per quanto non possa
leggere la mia poesia con i suoi occhi rurali.
Verrà il momento in cui una riga, l’aria
che sconvolse la mia vita, giungerà alle sue orecchie,
e allora il contadino alzerà gli occhi,
il minatore sorriderà rompendo pietre,
l’operaio si pulirà la fronte,
il pescatore vedrà meglio il bagliore
di un pesce che palpitando gli brucerà le mani,
il meccanico, pulito, appena lavato, pieno
del profumo del sapone gua!derà le mie poesie,
e queste gli diranno forse: «E’ stato un compagno».
Questo è sufficiente: questa è la corona che voglio.

Voglio che all’uscita di fabbriche e miniere
stia la mia poesia attaccata alla terra,
all’aria, alla vittoria dell’uomo maltrattato.
Voglio che un giovane trovi nella scorza
che io forgiai con lentezza e con metalli
come una cassa, aprendola, faccia a faccia, la vita,
e affondandovi l’anima tocchi le raffiche che fecero
la mia gioia, nell’altitudine tempestosa.