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Nicholas Winton, il broker che salvò 669 bambini

 
 
Quella di Nicholas Winton è una storia colma di amore e umanità, è il racconto di un uomo ha posto l’altrui vita davanti alla propria e con estrema umiltà, ne ha conservato il ricordo in silenzio, mai pensando di aver compiuto un’impresa degna di qualsivoglia riconoscimento.

Se qualcosa non è impossibile, allora deve esserci un modo per farlo

Nicholas George Winton nacque il 19 maggio 1909 nel quartiere londinese di West Hampstead, era il secondogenito di Rudolph Wertheim e Barbara Wertheimer, una coppia di ebrei tedeschi che nel Regno Unito si era trasferita nel 1907, convertendosi al cristianesimo e poi donando un accento maggiormente inglese al cognome, apponendo modifica 8 anni più tardi.

Seguendo le orme del padre, facoltoso direttore di banca, ancora studente iniziò come tirocinante alla storica Midland Bank di Birmingham e il mondo finanziario gli apparì più interessante di una formazione accademica, per cui lasciò presto i libri e girò l’Europa lavorando presso vari istituti di credito. Esperienze tramite le quali affinò ulteriormente le già solide conoscenze linguistiche, ma che soprattutto gli permisero di avere un più ampio quadro culturale e politico rispetto a gran parte dei suoi contemporanei.

Tornato a Londra intraprese la carriera di agente di cambio, ma quanto stava accadendo nel Vecchio Continente era testimoniato dai conoscenti che trovavano rifugio nella dimora dei genitori, intere famiglie che fuggivano dalle repressioni naziste. Eventi che andarono fortificando le idee socialiste di un Winton, sempre più coinvolto e fermo oppositore all’appeasement perseguito dal governo inglese di Arthur Chamberlain allo scopo di placare le mire espansionistiche di Hitler. Una serie di concessioni culminate con l’Accordo di Monaco del 29 settembre 1938, con cui veniva permesso alla Germania di annettersi gran parte della Cecoslovacchia, i Sudetenland, territori che all’epoca erano abitati da oltre 3 milioni di persone e 700mila furono costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Alla conferenza, oltre al premier britannico e al Führer, parteciparono il Primo Ministro francese Daladier e Benito Mussolini, mentre nessun rappresentate ceco era presente e una volte apposte le firme, Winston Churchill definì l’intesa come «l’inizio della resa dei conti».

Tre mesi dopo, a dicembre inoltrato, Nicholas Winton era pronto per regalarsi una settimana bianca sulle montagne svizzere, ma a fargli cambiare i piani, la telefonata dell’amico Martin Blake. Questi, era impegnato nel BCRC, Comitato Britannico per i Rifugiati della Cecoslovacchia (in seguito divenuto Fondo Ceco per i Rifugiati) con sede a Praga e gli chiese di abbandonare l’idea della vacanza e contribuire nelle attività a favore dei profughi.

Winton, così come tanti altri, era certo che l’occupazione tedesca si sarebbe presto estesa al resto del Paese ed era altrettanto convinto sull’imminenza di un conflitto globale. Segnali evidenti ne erano stati i pogrom accesi da Goebbels e condotti da ufficiali nazisti fra il 9 e 10 dicembre 1938, violente sommosse antisemite beffardamente passate alla storia come Notte dei Cristalli ed appicciate tanto in Germania quanto in Austria e nei Sudeti. Non si lasciò quindi pregare e una volta raggiunto Blake, rimase inorridito alla vista dei campi di accoglienza, disumanamente sovraccarichi di famiglie di origini ebraiche e perseguitati politici.

Nicholas Winton era a conoscenza dell’operazione Kindertransport, tramite la quale migliaia di bambini provenienti dalla Germania venivano portati nel Regno Unito e dati in affidamento, ma non esisteva un’equivalente soccorso per altri territori occupati, per cui si decise a replicare tale iniziativa, e senza alcuna autorizzazione del BCRC, diede inizio alla sua opera di salvataggio.

Ho scoperto che i figli dei rifugiati e di altri gruppi di persone invisi a Hitler non erano assistiti. Ho quindi cercato di ottenere i permessi per la Gran Bretagna, scoprendo che le condizioni per l’accoglienza di un bambino, essenzialmente, erano la presenza di una famiglia disposta e in grado di occuparsene, e 50 sterline – che all’epoca era una somma di denaro piuttosto ingente – da depositare presso il Ministero degli Interni. La situazione era straziante. Molti dei rifugiati non avevano il prezzo di un pasto. Alcune delle madri cercarono disperatamente di ottenere denaro per comprare cibo per se stesse e per i loro figli. I genitori volevano disperatamente che almeno i loro bambini fossero al sicuro quando non riuscivano a ottenere i visti per tutti. Ho cominciato a capire la sofferenza che si crea quando gli eserciti iniziano a marciare.

Andando contro la diffidenza generale, s’inventò l’ufficio nella sala da pranzo dell’hotel in Piazza San Venceslao dove alloggiava, ma data la risposta, in breve tempo ne allestì un secondo presso via Voršilská coadiuvato da Trevor Chadwick, già coinvolto nella Kindertransport.

In 3 settimane Nicholas Winton compilò una lista infinita di bambini e dopo averne scattato fotografie fece ritorno in Inghilterra per ottenere i permessi affinché potessero lasciare Praga. La burocrazia e le condizioni imposte dal Regno Unito, pronta ad accettare i minori di 17 anni dietro suddetto deposito di 50£, rendevano tutto più complicato e lento, così fece appello anche a governi di altri Paesi, contattò personalmente Roosevelt, ma solo la Svezia offrì aiuto.

Tra falsificazioni, tangenti, raccolta fondi, somme di denaro da lui stesso elargite e pedinamenti della Gestapo, il 14 marzo 1939, poco prima dell’occupazione di Boemia e Moravia da parte dell’esercito del Führer, il primo treno con a bordo i bambini lasciò il paese e nel corso dei successivi 5 mesi, riuscì a organizzare altri sette viaggi. L’ultimo convoglio partì il 2 agosto, benché ne fosse già stato programmato un’altro per il 1° settembre con 250 creature, ma destino volle che in quella data la Germania conquistasse la Polonia, gettando il mondo nella catastrofe della Seconda Guerra Mondiale e sbarrando loro la strada verso la vita, una visione che fu per lui tormento: «Quel giorno avevamo 250 famiglie in attesa a Liverpool Street. Se il treno fosse arrivato un giorno prima, avrebbe potuto attraversare i confini. Nemmeno uno di quei bambini è stato più visto. E’ una sensazione terribile».

Nicholas Winton salvò 669 bambini e la dimensione di tale impresa è racchiusa nel numero delle vittime, dei familiari che non riuscirono ad abbracciarli nuovamente perché catturati dall’Olocausto.

Quando ho deciso di provare a portare bambini dalla Cecoslovacchia, non l’ho fatto perché erano bambini ebrei. L’ho fatto perché erano bambini.

 

Nicholas Winton: Il silenzio e l’incontro

Nel 1940 si arruolò nella Royal Air Force, diventò ufficiale di volo e prestò servizio per 10 anni, senza mai parlare a nessuno di quei momenti, delle speranze, dei salvataggi, rimase in silenzio per mezzo secolo, non raccontò niente neanche a Greta Gjelstrup, sposata nel 1948 e madre dei suoi 3 figli: Nick, Barbara e Robin. Solo fortuitamente ella scoprì tutto, nel 1988, quando rovistando nella soffitta trovò un fascicolo con le foto, i nomi dei piccoli, le lettere dei genitori e altri documenti. Grete condivise quanto aveva trovato con la dott.ssa Elisabeth Meynard, ricercatrice francese fondatrice della rivista accademica internazionale Holocaust and Genocide Studies, la quale rese partecipe il marito Robert Maxwell, fuggitivo cecoslovacco che in Gran Bretagna aveva costruito un impero editoriale e immediatamente dette risalto alla storia pubblicando vari articoli sui giornali di sua proprietà.

A febbraio dello stesso anno fu invitato a far parte del pubblico di That’s Life!, programma televisivo che al tempo andava in onda sulle reti della BBC e durante la puntata, la presentatrice Esther Rantzen, all’insaputa di Winton mostrò il fascicolo, raccontò la sua impresa e rivolgendosi agli spettatori presenti, domandò se qualcuno stava riconoscendosi in quei bambini e decine di persone, si alzarono in piedi e applaudirono l’uomo a cui dovevano la vita.

Nicholas Winton si spense nel sonno il 1° luglio 2015 al Wexham Park Hospital di Slough, nel Bershire, a causa di un’insufficienza cardio-respiratoria e fra i tanti riconoscimenti ricevuti, gli fu conferito l’onore di essere Giusto tra le Nazioni (חסידי אומות העולם), titolo che spetta ai non-ebrei che durante l’Olocausto si sono distinti per eroismo, mettendo a rischio la propria incolumità senza nessun altro motivo se non quello di salvare ebrei dal genocidio nazista.

C’è una differenza tra il bene passivo e attivo. Quest’ultimo, a mio avviso, significa dedicare tempo ed energie per alleviare il dolore e la sofferenza. Richiede la volontà di cercare coloro che sono afflitti e in pericolo; non si tratta solo di avere un’esistenza esemplare senza fare del male.