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Mazen Maarouf, la poesia cosciente di un rifugiato

 
 
Ricordando La poesia è sempre stata protagonista e voce narrante delle proteste del mondo arabo, basti ricordare “La volontà di vivere” di Abu l-Qasim al-Shabbi, diventato canto di rivolta d’intere generazioni, le parole di Ahmed Fouad Negm, voce della rivoluzione che dalla Guerra dei sei giorni ha continuato a scaldare i cuori degli emarginati, sino a giungere ai versi di amore e di lotta di Nizar Qabbani,

A questi e ai tanti altri poeti, si è unito Mazen Maarouf, scrittore, traduttore e giornalista nato a Beirut il 6 gennaio del 1978.
La sua è una storia di esilio e di fuga, dove la patria è un graffio nell’anima e la terra è materia eterea che la si calca solo col cuore.

I nonni, a seguito del Mandato Britannico e la conseguente fondazione dello Stato di Israele, nel 1948 conobbero l’esodo ricordato ogni 15 maggio come il Yawm al-Nakba, il Giorno della Catastrofe che originò una tra le più controverse problematiche ancora oggi al centro dei negoziati di pace arabo-israeliano, la condizione dei “rifugiati palestinesi“.

Nel 1976, la sua era una delle circa 60 mila famiglie ospitate nel campo profughi palestinesi di Tel al-Zaatar, La Collina del Timo che fu teatro del conflitto in cui erano frapposti il Fronte Libanese (con l’ausilio dell’Armata Siriana) e l’OLP di Yasser Arafat. Uno scontro che costrinse ad una nuova diaspora migliaia di palestinesi.

Mazen Maarouf crebbe perciò, nel campo profughi di Shatila e a fine anni ’90, mentre frequentava la Facoltà di Scienze all’Università di Beirut, diede vita al Palestinian Cultural Club, un movimento non-violento che aveva come obiettivo quello di scuotere le coscienze attraverso la cultura, la letteratura, la storia e la poesia.

Gli studenti scrivevano articoli di critica indirizzati anche ai partiti politici palestinesi e le reazioni furono tanto immediate quanto assidue. In qualità di fondatore Mazen Maarouf si assumeva la responsabilità di ogni attività interna al Club, per cui, durante l’intero periodo universitario, gruppi armati gli facevano regolare visita per tentare di dissuaderlo dai propri intenti, non mancando di avanzar minacce più o meno velate.

Con in tasca una laurea in chimica, insegnò per alcuni anni in una scuola secondaria, periodo in cui pubblicò con successo due raccolte di poesie, “Il nostro dolore ricorda il pane” nel 2000 e “La macchina fotografica non cattura gli uccelli” nel 2004 (con successiva ristampa nel 2010), e abbandonò definitivamente il mondo dell’istruzione solo nel 2008, quando cioè, prese la decisione di dedicarsi completamente al giornalismo e alla letteratura.

Maarouf iniziò a lavorare per varie testate giornalistiche come il quotidiano indipendente Annahar, il londinese Al-Quds-el-Arabi, la rivista parigina Qantara, scrivendo inoltre recensioni letterarie, teatrali e nel 2011, fu uno tra i poeti protagonisti del documentario della regista anglo-iraniana Roxana Vilk, dal titolo “Poeti della protesta“.

La sua terza raccolta di poesie è “Un angelo sospeso sulla corda dello stendiabiti“, pubblicata in Libano nel 2012, quando lui si trova in Islanda già da mesi.
E’ in fuga.

Come i nonni e poi i genitori, è costretto anche lui all’esilio, ma questa volta per sopravvivere alla minacce di morte recapitategli per aver scritto alcuni articoli di critica verso il leader siriano Bashar al-Assad, figlio e successore di quel Hafez al-Assad che fece incarcerare e torturare per anni Faraj Bayrakdar, poeta e dissidente siriano, che come Maarouf è stato anch’egli accolto dalla International Cities of Refuge Network.

“La poesia ha qualità musicali che scuotono e uniscono le persone in strada”

Il compositore nigeriano Majekodunmi Fasheke, maggiormente conosciuto come Majek Fashek, nel lontano 1997, cantava “la terra promessa non è in America, non è in Europa, non è in Asia e non è in Africa, la terra promessa è uno stato d’animo”.

La ricerca di una propria terra, che non solo ha segnato l’esistenza a centinaia di migliaia di ebrei e palestinesi, quest’ultimi cristiani e musulmani, è anche lo “stato d’animo” vissuto da ogni esule, per cui la patria non è solo la terra natia negata, ma è libertà di essere.

Lontano dal Libano e sconosciuto alla Palestina, è questa una condizione che appare nelle poesie di Mazen Maarouf, così come la guerra ed il suo significato se osservato con gli occhi di un bambino, è il tema che unisce tra surrealismo e amara ironia le due raccolte di racconti brevi, “Battute per miliziani” uscita nel 2015 e vincitrice in Kuwait del premio Al-Multaqa, e “I ratti che leccano le orecchie di un campione di karatè“, pubblicata nel 2017 e già in attesa di ristampa.

“Piangeremo se accadrà qualcosa a qualcuno, ma non possiamo rimanere ancora avvolti in questa coltre di tristezza, il popolo palestinese non necessita di altra commozione, ha bisogno di menti”

 

Le opere di Mazen Maarouf sono tradotte in inglese, tedesco, spagnolo, svedese, cinese e in molte altre lingue, purtroppo non ancora in italiano. Le poesie qui riportate sono quindi tradotte da “Terzo Pianeta“, con la speranza che possano riflettere il suono, l’immaginario e la carica emotiva delle originali.

 

Sulla Morte

Quando moriamo
le parole non ancora dette
si trasformano in bolle,
che gonfiano il corpo
fuggendo clandestinamente dal sepolcro,
mentre dorme il custode del cimitero.

Ma sbattiamo contro
la lastra di pietra ch’è sopra i nostri corpi,
si rifiuta di muoversi.

Chiediamo allora aiuto a quegli insetti,
che solitamente non amiamo;
un verme qui,
un’altro lì,
e ognuno rosicchia una di queste parole,
senza lasciar che nulla avanzi –
se non gomme per cancellare
che una con l’altra vanno a formare uno scheletro
che ogni giorno torna da scuola,
con una parte mancante.

 

Un Proiettile Vagante

Dopo aver attraversato il soggiorno,
lo studio,
il corridoio con la foto che ci ritrae
mentre viaggiamo verso il fiume Alkalb,
per poi passare dalla stanza del bucato,
e mia madre esausta malgrado la lavatrice,
un proiettile vagante cambia traiettoria
a causa della gravità,
fermandosi nella mia nuca
per ucciderti sul colpo.

 

Colori

La ragazza dal bianco vestito
che non le somiglia,
nella stanza arancione
che affaccia sul verde giardino,
sorseggia un caffè nero.

La ragazza che ama piccoli baci,
sulle sue rosse guance,
una volta
uscì dall’album per le bozze.

 

Spazio

Uno spazio colmo di rocce come la Luna,
non può accogliere l’ammaliante richiamo
dell’ambulante ciarlatano
o attutire la morte di un amico.

Non è adatto a bambini che vogliono giocare a calcio
almeno finché non si fa sera,
ma rimane altro spazio là fuori
per i sospiri dell’ambulante…
e in esso noi vediamo
il viso di un amico morto.

La spazio esterno
che plasma la sua roccia più grande
in una palla calciata dai bambini
all’imbrunire.

 

Ipotesi Climatica

Immagina con me
un bambino
e dopo un bambino
un’altro bambino
accanto ad un altro bambino
che ha davanti un altro bambino
fin all’ultimo dei bambini,
immaginali schioccare insieme
le loro docili dita in sol colpo,
non è forse questo
il suono della pioggia?

 

DNA

C’è un motivo per urlare…
ricorda che sei palestinese,

Un motivo per scrutare il tuo volto
sul finestrino di un autobus
tra lo sfarfallio di alberi e ricordi del passato
che infrangono il tuo riflesso.

Un motivo per raggiungere
il più leggero strato di ozono,
come un palloncino gonfio d’elio,
oppure piangere perché si è bastardi.

Un motivo per posare le mani
sui seni di colei che ami e sognare cose lontane:
un piccolo appartamento nei sobborghi di Parigi, il Louvre,
tonnellate di libri e solitudine.

Un modo per morire:
Incitando i cecchini alle prime ore del mattino.
Chiamar puttana la donna che ti ha ingannato.
Fumare erba in solitudine,
fino alle undici di notte;
scriver in bagno una misera poesia.

Un motivo per gridare nel rivolo d’acqua,
dove il tuo volto riappare
in una tossica pozza di fango,
dove in un certo senso,
in definitiva ricordi di non esser nulla,
se non un palestinese.

 

Documentario “Poeti della protesta”