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La storia allo specchio

 

Siamo davvero in grado d’imparare?
Abbiamo la capacità, la fantasia per inventare un nuovo racconto?
Ho certamente più domande che risposte, ma la storia sembra scriversi addosso con un certo sadico narcisismo.

Nell’era della mondializzazione, mentre scienza e tecnologia mordono il tempo, creando voragini continue con un passato sempre più recente, umanamente siamo ancora piantati, se non in piena retromarcia.

L’intero pianeta sembra non riuscire a muovere un passo avanti, le problematiche sono le stesse, ma le zone colpite aumentano o coinvolgono le altre a macchia d’olio.
Il divario sociale è sempre più evidente in ogni paese, la povertà non è ad appannaggio di alcuni stati, metropoli o quartieri, la s’ incontra ormai in ogni strada di ogni città.

Un quadro del genere, non può che portare ad un aumento di violenza, che a dispetto di tutto, ha davvero tagliato il traguardo di una piena globalizzazione.
Femminicidi, delitti, furti e rapine, tutto si concretizza con maggior ferocia; patriottismo che sfocia in nazionalismo quando non più chiaramente in ideologie razziste e tutto avvolto nella peggior forma di violenza, l’indifferenza.
 

La famigerata “guerra tra poveri”

 
Qualcosa ha funzionato male (o chissà se troppo bene), e noi ci stiamo abituando.

Sopportiamo ogni aberrazione, con mal celata soddisfazione riusciamo a goder del male altrui, sopportiamo conflitti armati e ben attenti a soppesare solo un piatto della bilancia, trasformiamo l’indignazione in approvazione, giustificando conflagrazioni e ostilità come semplice o dovuta reazione.

Nulla, c’entrano adesso ideologie politiche, tantomeno di partito, la realtà è che con violenta indifferenza avvaloriamo idee, demarchiamo territori, creiamo ricchezza ed imponiamo presenza e cultura.

La violenza, non conosce confini, non fa distinzione di razza o fede e sembra esser il sentimento più equo e democratico messo fin ora in campo dall’uomo.

Avremmo potuto e dovuto sfogliare “l’album di famiglia” per capire ed intraprendere strade differenti, raggiungendo così un grado di coscienza e consapevolezza ben più alto, ma non l’abbiamo fatto e siamo andati avanti, ciechi e sordi alle grida di chi ci era accanto, l’avvertivamo lontano, ma così non era, così non è.
 

Siamo in pieno conflitto ed il nemico chi é? Noi stessi.

 
Finché non riusciremo a comprendere sino in fondo che i grandi cambiamenti possono nascere e maturare solo nell’unione, nella visione solidale, fin quando non sentiremo nostro il disagio altrui, la società continuerà a vivere e formarsi nell’incertezza, nella lacerazione culturale e nell’inevitabile isolamento, alimentando e aumentando divari ed iniquità.

Il reale vantaggio di uno, si concretizzerà quando la singola voce diverrà coro, quando non saranno i soli agricoltori a scender in strada per l’agricoltura, così i pescatori per il patrimonio ittico, così i malati per uno specifico diritto alla cura e così fin quando “la casa” sarà base fondamentale per giudicare la dignità di una nazione, prima ancora che un diritto del cittadino.

Fin quando cioè non concepiremo una mente-comune, non avremo una società che risponda realmente al significato del termine, ma continueremo a vivere nel disprezzo dell’uno per l’altro, disprezzo che continuerà ad aumentare con l’aumentare della forbice sociale, fin a raggiungere anche l’inevitabile mancanza di rispetto da parte di coloro che sono chiamati a dirigere i paesi.
 

Utopia?

 
Probabilmente sì, pochi sono coloro che non hanno indifferenza, che riescono a provar dolore anche quando la lama non tocca la loro carne.

Credo però che per forza di cose la mente-comune accadrà, arriverà il momento in cui, finalmente forti o magari solamente stanchi di un presente piuttosto arido e di un passato che dovrebbe esser ormai remoto, scriveremo una storia nuova, un racconto certamente con mille refusi, grossolani errori e macchie d’inchiostro, ma sarà dovuto ad un convulso desiderio di scambio d’idee e non più dallo scontro delle stesse.