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La “Guerra Giusta”

 
La formulazione di Newton del terzo principio della dinamica, non lesina mai soccorso….

“Ad ogni azione corrisponde sempre una uguale ed opposta reazione

 

I tempi che stiamo vivendo impongono riflessioni su quanto siano state lungimiranti ed eque le politiche globali.

Narrano l’esodo di un sempre più ingente numero di persone provenienti da continenti come Africa, Medio-Oriente, Asia e non avere coscienza che ogni civiltà è strettamente connessa alle altre, significa metter in serio pericolo la propria sopravvivenza.

Tutto questo era davvero imprevedibile?
Oppure molto superficialmente non abbiamo considerato le conseguenze?

Quanto sta accadendo oggi, fa davvero parte dell’imponderabile o semplicemente non abbiamo considerato che certe scelte e visioni del pianeta, avrebbero prima o poi provocato una reazione?
Storicamente abbiamo assistito alla teoria (?) della “guerra giusta”, che alla fine portò appunto a giustificare qualunque conflitto.

Dietro a “generose esportazioni” di civiltà, libertà, democrazia ed ogni più limpida ideologia o sentimento, si mal celavano realtà di colonialismo, desideri espansionistici legati a ragioni d’interesse politico-economico.

Il 27 settembre del 2001, due settimane dopo il crollo delle Twin Towers, lo storico settimanale americano The Nation, giornale che nella sua storia vanta firme come quelle di Roosvelt, Einstein, il Reverendo King, solo per citarne alcune, pubblica un articolo di Chalmers Johnson, storico e saggista scomparso nel 2010, nel quale diceva:
 

“Gli assassini dell’11 settembre, non hanno attaccato l’America […] Hanno attaccato la politica estera americana […] Il terrorismo, per definizione colpisce l’innocente per richiamare attenzione sui peccati dell’invulnerabile.”

Secondo Johnson, negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti avrebbero invocato la possibilità della “Guerra Fredda” per giustificare un imperialismo costruito attraverso il piazzamento di una estesa rete di basi militari in punti strategici.

Una politica estera, che non solo avrebbe impoverito l’economia americana, ma che avrebbe alimentato tanto odio da creare i presupposti per attacchi terroristici contro gli U.S.A. ed i suoi alleati.
 

La “buona occasione”

 
Due settimane prima, il 14 settembre, il Corriere della Sera pubblica invece una lettera di Tiziano Terzani, nella quale il giornalista e scrittore, riflettendo su quanto accaduto, considerava come la tragedia delle Torri Gemelle, potesse diventare “una buona occasione“, l’occasione cioè di fermare la giostra e porre le basi perché si virasse verso la pace, “a cominciare da quella fra israeliani e palestinesi”.

Nulla qui, vuole esser anti-americano o additarli come causa d’ogni male.
Tantomeno v’è qualche tentativo atto a giustificare quanto avvenuto (e avviene) per mano degli uomini del califfato.

Per cambiare e guardare al futuro, per capire quello che stiamo vivendo oggi, non si può dimenticare il passato.
La politica globale, non si è mai discostata troppo da quella “Guerra Giusta”.

Abbiamo continuato a stringere alleanze di convenienza, in nome del petrolio abbiamo tirato giù tiranni e sempre per opportunità ne abbiamo sostenuto altri, abbiamo continuato a vivere solo con una logica di profitto.
Mentre politici arringano, baccagliano perché “invasi ed invasori”, diventino invasati polli da combattimento, per la stessa e nella stessa miseria.
 

Banksy - No Future
@Banksy

 

Il cambio di prospettiva

 
A far pensare però, può esser un altro passaggio della lettera di Terzani:

“Se vogliamo capire il mondo in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista”

Nessuno saprà mai se sarebbe potuta esser davvero l’occasione buona, certamente sarebbe servito coraggio o gandhiana saggezza, doti che forse paradossalmente, non avrebbe neanche dovuto dimostrare il governo americano.

Lasciando da parte le teorie che vedono gli Stati Uniti artefici stessi dell’attentato, quella “dovuta” risposta armata da parte loro, se non compresa è da trovarsi “scontata”, mentre il resto dell’occidente e non solo, avrebbe forse potuto tentarli suggerendo soluzioni alternative, ma è dozzinale affermare che l’interesse del singolo è più forte dell’interesse comune.

Sarebbe comunque servito a qualcosa? Forse, ma col senno di poi, tutto resta un gioco inutile.
Bush avrebbe ascoltato? Probabilmente no, ma questo non è il punto.

Il punto è capire perché del nostro dolore facciamo la pietra d’angolo attorno alla quale far ruotare il mondo, è capire se siamo in grado di superare i nostri limiti, se siamo in grado di tentare un’ altra strada, lasciando giudizi e pregiudizi, e la strada del noi e loro, loro e noi.

Il perché di tutto, potrebbe trovarsi in un banale “ritardo”, ritardo nel cercare le risposte guardando “oltre” , ma il tempo non è finito ed è sempre lauto…con se stesso.