Arte, Ambiente, Cultura e Informazione

Juan Gelman, poesie d’amore, esilio e giustizia

Il silenzio, la verità, il passato ritrovato

I resti del figlio, barbaramente torturato prima d’esser ucciso e nel corpo insultato, furono identificati il 7 gennaio 1990 dall’Equipo Argentino de Antropología e a fine decennio, fondando sicurezze sulla mole d’informazioni recuperate e su quanto evidenziato dai cosiddetti ‘archivi del terrore’ scoperti nel ’92 dall’avvocato e attivista paraguaiano Martín Almada (1937), Juan Gelman giunse alla convinzione che in ambito dell’Operazione Condor, la nuora era stata condotta in Uruguay e nella República Oriental, portato a termine la gravidanza. Invero, nella notte del 17 ottobre 1976, con il volo 123 della Pluna (Primeras Líneas Uruguayas de Navegación Aérea), dal centro di detenzione Automotores Orletti, ella venne catapultata assieme ad altri prigionieri nel quartier generale del Servicio de Información de Defensa (SID) di Montevideo. Vi rimase per circa un mese, ovvero finché in procinto di partorire fu trasferita all’Ospedale Militare e all’avverarsi di quello ch’avrebbe dovuto esser sublime apogeo dell’incontro con Marcelo, tradotta nella base clandestina nota come Valparaíso; banale e abietta allusione alla radice «Val del Paraíso» comune a tante località, ignobilmente riletta «Va al Paraíso». Iruretagoyena s’era fatta madre d’una bambina e per non più d’otto settimane poté intridersi del profumo della purezza e infonder quello latteo di genitrice, dopodiché, i soldati la giustiziarono e la piccola dalle braccia strappatale, il 14 gennaio 1977, adagiata in una cesta con un biglietto recante la data di nascita, 1° novembre 1976, posero davanti all’abitazione di Esmeralda Vivian e del Commissario di Polizia Ángel Tauriño, coppia da natura privata di procreazione che formalmente l’adottò intorno al ’79. 

Nella primavera del ’99, il commisto di speranza, cognizione e pervicacia, indusse Juan Gelman a chieder udienza al due volte Presidente uruguaiano e figura storica del Partido Colorado, Julio María Sanguinetti (1936), convinto che se fosse riuscito a persuaderlo ad avviare un’inchiesta, partendo dalla documentazione in suo possesso, il volto della nipote sarebbe apparso.

L’appello non venne disatteso e fu invitato a recarsi alle 19:30 del 7 maggio, presso l’ufficio posto al 7° piano dell’Edificio Libertad, dove aveva sede il ramo esecutivo. Ottemperando alla singolare combinazione numerica, si presentò assieme a La Madrid, ma inaspettatamente, a far d’anfitrione trovarono il Segretario generale Elías Bluth, il quale, giustificando l’inconveniente come sfortunata conseguenza d’improvvisi e inderogabili impegni, s’offrì disponibile all’ascolto e a maggior garanzia, promettendo consegna, suggerì loro d’esporre domanda d’aiuto redigendo sul momento un’esaustiva relazione.

Volati cinque mesi senza ricever notizia, nient’affatto svuotato di caparbieria, il poeta pretese spiegazioni rivolgendo a Sanguinetti un’argomentata lettera aperta consegnata al quotidiano di Montevideo La República ed egli, utilizzò medesimo canale per controbattere, assicurando d’aver preso atto del contenuto del resoconto e fatto eseguire con assoluta meticolosità i dovuti accertamenti, però nemmanco un elemento dalla minima rilevanza era emerso. Sottolineò i decenni trascorsi, indicando protagonisti e potenziali testimoni oramai anziani, probabilmente deceduti, in ogni modo non più «soggetti a gerarchia militare o all’autorità dello Stato». Infine, ricusando la possibilità di bambini scomparsi in circostanze simili a quelle denunciate in Argentina, in quanto tutti i minori vittime di rapimento presenti nel Paese s’eran dimostrati provenienti dalla sponda opposta del Rio de la Plata, escluse l’eventualità di una permanenza della nuora sul territorio. La risposta tuttavia non placò lo scrittore e s’innescò un insolito quanto denso scambio epistolare che richiamò l’attenzione globale e in suo favore cominciarono ad intervenire letterati, artisti e politici come Eric Hobsbawm (1917-2012), José Saramago (1922-2010), Günter Grass (1927-2015), Dario Fo (1926-2016), Ted Kennedy (1932-2009), Daniel Viglietti (1939-2017), Sebastião Salgado (1944) e migliaia d’altri.

Sono il padre di un uomo di 20 anni, rapito, torturato e assassinato. Sono il suocero di una donna rapita all’età di 19 anni, trasferita da Buenos Aires a Montevideo e uccisa dalla dittatura militare uruguaiana due mesi dopo il parto. Sono il nonno di una giovane derubata dei suoi primi 23 anni di vita.

Terminato il mandato di Sanguinetti, le votazioni del 1° marzo 2000 confermarono i colori politici affidando l’Uruguay all’avvocato Jorge Batlle (1927-2016), così diventato quarto esponente nella secolare discendenza d’origine catalana, a ricoprire la massima carica dello Stato. Sin dalle prime settimane di governo mostrò particolare riguardo verso il problema dei desaparecidos e nell’immediato, s’occupò del caso di Iruretagoyena, assegnando separate indagini al consigliere Carlos Ramela e al generale Ricardo González, esigendo solerzia e rapidità. Poche settimane bastarono perché ambedue corroborassero le tesi di Gelman, il cui febbrile scandagliar il passato l’aveva oramai messo sulle tracce di Tauriño.

Ne conosceva i rapporti intrattenuti con rappresentanti della corrente colorada, quella stessa grande tenda di centrodestra già casa di Juan Bordaberry (1928-2011), quando nel ’73, da presidente eletto, assunse poteri dittatoriali per mantenerli fino al ’76, proponendo un sistema costituzionale d’ispirazione franchista e fascista, rendendosi responsabile di soprusi, all’inizio del III millennio giudicati crimini contro l’umanità. Aderenze al partito che nel ’95 erano valse a Tauriño — in pensione da quasi due decadi — la nomina di Capo del dipartimento di Polizia di San José de Mayo, cittadina situata a circa 90 chilometri da Montevideo. Probabilmente non conosceva la vera identità della figlia, almeno non prima del baccano sollevato dall’evolvere degli eventi, tuttavia, a precederne l’ingresso nei faldoni dell’argentino ed eventualmente a esprimersi, il sopraggiunger della morte. Si spense il 14 ottobre 1999 a causa di una neoplasia ed il poeta, sapendone la devozione cattolica, data la delicatezza richiesta dalla complessa situazione, anziché tentar contatto diretto con la famiglia, si prodigò nella titanica impresa d’illustrar in sei pagine il colossale mosaico assemblato in tanti anni, per inviarlo a Pablo Galimberti di Vietri (1941), all’epoca vescovo della comunità di San José, pregandolo di far da intermediario e riferire l’esposizione alla madre adottiva.

Accorata, Esmeralda Vivian, immantinente confessò il segreto di cui da tempo, in comunione col marito, avrebbe voluto liberarsi e raccontò d’una culla raccolta all’udir del campanello nella notte del 14 gennaio 1977, all’incredula figlia María Macarena, persino ignara dell’esistenza d’un poeta bonaerense d’animo ucraino, visionario, esiliato e rivoluzionario, corrispondente al nome di Juan Gelman, da 24 anni alla sua di/sperata ricerca. Non di più sapeva la donna, perciò le suggerì d’interpellar l’ecclesiastico s’avesse voluto sfogliar il calendario a ritroso e saper dell’uomo ch’andava gridando d’esserle nonno. Così fece e ne incontrò gli occhi dapprima in fotografia, ne lesse il lungo percorso compiuto prendendo consapevolezza dell’Operazione Condor e sebbene il religioso le avesse consigliato d’avvicinarlo tramite lui e quindi, muoversi con cautela almeno finché prova non fosse giunta dall’analisi del DNA, si conobbero e riconobbero senz’attender tale verdetto e quando genetica declamò 99,998% celebrando ragione, motivando dolore e appassionata pertinacia, lei decise di ripagar l’ostinato amore e restituir memoria alla vita, assumendo i cognomi dei genitori biologici e sicché ribattezzarsi, María Macarena Gelman García Iruretagoyena.

Juan Gelman: il poeta delle strade, dell'esilio, dell'amore contrapposto all'orrore; voce indoma degli oppressi, delle vittime d'ogni tirannia, quella di un uomo, un padre, all'infrenabile ricerca di memoria, verità e giustizia. (https://terzopianeta.info)
Juan Gelman e María Macarena

Insieme, l’8 maggio 2010, intentarono un’azione legale contro l’Uruguay e il successivo 24 febbraio, la Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) dichiarò lo Stato responsabile della scomparsa di María Claudia, colpevole di investigazioni inappropriate, del rapimento, consegna a terzi, furto, eliminazione e sostituzione dell’identità di Macarena. Venne quindi obbligato a risarcire la famiglia; proseguire i controlli su entrambi gli episodi intensificando l’azione di rintracciamento delle spoglie di Iruretagoyena, ancora oggi dispersa; fu inoltre condannato a riconoscere pubblicamente le violazioni dei diritti umani perpetrate durante la dittatura e dunque, costretto a perdurare le ispezioni sui crimini commessi, adottando adeguate misure, al fine di garantire libero accesso alle relative informazioni contenute negli archivi nazionali e per di più, la Corte impose l’affissione, all’interno della sede del SID, di una targa riportante i nomi di coloro che vi patirono prigionia e morte.

All’anno della sentenza Juan Gelman era giunto pubblicando Tantear La Noche e riabbracciata la nipote, la raccolta dall’emblematico titolo Valer La Pena, traendo espressione da un verso di Urondo per rifletterla nella consueta ed esplicita accezione di «cause per cui vale soffrire», sia con accezione di «essere all’altezza dei tormenti». Odi aveva poi lasciato germogliare in País Que Fue Será, Mundar, De Atrásalante En Su Porfía, Bajo La Lluvia Ajena. Opere gratificate da riconoscimenti conseguiti in Cile, Cuba, Italia, Messico, Spagna, dal Premio Juan Rulfo al Reina Sofía, dal Ramón López Velarde al Pablo Neruda e il 28 novembre 2007, a sublimarne l’arte scrittoria l’annuncio del Premio Miguel de Cervantes, diventando perciò il quarto argentino, dopo Jorge Borges (1899-1986), Ernesto Sabato (1911-2011) e Adolfo Casares (1914-1999), a conquistare il massimo guiderdone legittimante la rilevanza d’un autore nella cultura ispanica. Secondo rituale, gli fu consegnato da Juan Carlos I il successivo 23 aprile, giorno rimembrante la scomparsa del creatore di Don Chisciotte e all’evento, seguì il viaggio nel seminterrato dell’Istituto Cervantes dov’è collocata la Caja de las Letras, il caveau ripensato a letteraria capsula del tempo, all’interno della quale, nella cassetta di sicurezza n.1028, depose un testo su pergamena il cui contenuto sarà svelato, come da Gelman indicato, il 3 maggio 2050.

Juan Gelman: il poeta delle strade, dell'esilio, dell'amore contrapposto all'orrore; voce indoma degli oppressi, delle vittime d'ogni tirannia, quella di un uomo, un padre, all'infrenabile ricerca di memoria, verità e giustizia. (https://terzopianeta.info)
Premio Miguel de Cervantes
Per Sant’Agostino, la memoria è un vasto santuario, senza limiti, da cui si richiamano i ricordi desiderati. Ma ci sono ricordi che non necessitano di venir chiamati, sono sempre presenti e mostrano i loro volti senza sosta. Sono i volti dei propri cari scomparsi nelle dittature militari. Pesi nell’anima d’ogni familiare, ogni amico, ogni compagno di lavoro, che alimentano incessantemente domande: come sono morti? Chi li ha uccisi? Perché? Dove sono i loro resti per recuperarli e offrirgli un luogo di omaggio e memoria? Dov’è la verità, la loro verità? La nostra è la verità del dolore. Quella degli assassini, la codardia del silenzio. Così prolungano l’impunità dei loro crimini e la trasformano in impunità due volte.
[…]
Dicono che dobbiamo rimuovere il passato, aver occhi sulla nuca, ma guardare avanti senza permettere che il riaprirsi di vecchie ferite possa angustiarci. Si sbagliano totalmente. Le ferite non sono chiuse. Palpitano nel sottosuolo della società come un cancro senza speranza.
La loro unica cura è la verità. E poi, la giustizia. 
[…]
Marina Cvetaeva, la grande poetessa russa annichilita dallo stalinismo, una volta ha osservato che il poeta non vive per scrivere. Scrive per vivere.
(frammenti del discorso pronunciato in occasione del Premio Miguel de Cervantes)

 
Juan Gelman: il poeta delle strade, dell'esilio, dell'amore contrapposto all'orrore; voce indoma degli oppressi, delle vittime d'ogni tirannia, quella di un uomo, un padre, all'infrenabile ricerca di memoria, verità e giustizia. (https://terzopianeta.info)Nel 2011 propose El Emperrado Corazón Amora e a due anni di distanza l’intimo e intenso Hoy, interrogante altalena d’amore, malinconia, nudi sguardi e resistenza a quell’«oggi», racchiusa in 297 poemi scanditi da numeri romani ed albeggiati all’inflizione di condanne agli assassini e torturatori dell’Automotores Orletti, verdetti da egli appresi — com’affermò all’udirli — senz’odio né gioia, quasi imprimendo poi motivo del nulla provato nel canto VIII: «¿Cuánta sangre cuesta/ ir de saber a contramano/ del olvido al horror/ de la injusticia a la justicia? […] El beso del lazo se convierte en el lazo que el asesino ajusta. Desvío sin límite ni fondo ni virtud». Nell’opera il poeta fermò carezze al figlio, alla nuora, alla moglie; i «suoni di morte quotidiana» tonanti da «Messico, Iraq, Pakistan, Afghanistan, Yemen, Somalia»; il ricordo della racherista Chavela Vargas (1919-2012), di Tomás Segovia (1927-2011); conversazioni con Juan Marsé (1933), con l’amico Galeano che di fronte alla tragedia vissuta in animo dall’argentino si chiedeva se Dio non fosse stato ateo. «I libri si scrivono da soli» commentò, quando lunedì 26 agosto 2013 ne sfogliò strofe di presentazione fra le pareti dell’Auditorio Jorge Luis Borges della Biblioteca Nacional di Buenos Aires e neanche cinque mesi dopo, alle 16:30 di martedì 14 gennaio, all’età di 83 anni, Juan Gelman s’abbandonò all’eternità.
L’Argentina s’ammutolì in tre giorni di lutto, da Pagina/12 fu salutato come «L’uomo che diede voce alle parole oltre la morte» e mentre commossi attestati di stima pervenivano da giornalisti, scrittori e artisti d’ogni dove, la testata spagnola El País ne pubblicò un’inedita lirica, un addio che Gelman aveva composto e «in segreto» donato al cantautore úbetense Joaquín Sabina, con tanto di firma e data in cui Poesia lo raggiunse per l’ultima volta nella dimora a La Condesa.

Verdad Es
La Condesa, México D.F, 28 ottobre 2013

Cada día
me acerco más a mi esqueleto.
Se está asomando con razón.
Lo metí en buenas y en feas sin preguntarle nada,
él siempre preguntándome, sin ver
cómo era la dicha o la desdicha,
sin quejarse, sin distancias efímeras de mí.
Ahora que otea casi
el aire alrededor,
qué pensará la clavícula rota,
joya espléndida, rodillas
que arrastré sobre piedras
entre perdones falsos, etcétera.
Esqueleto saqueado, pronto
no estorbará tu vista ninguna veleidad.
Aguantarás el universo desnudo.


Le parole sono come l’aria. Il problema non sono le parole. È il tono, il contesto, il motivo per cui sono pronunciate e a chi sono indirizzate. Carnefici e vittime usano le stesse parole. Ma non ho mai trovato utopia, bellezza o tenerezza nei rapporti della polizia. Sai che la dittatura argentina ha bruciato Il Piccolo Principe? E penso che abbia avuto buone ragioni per farlo. Non perché mi sia sgradito Saint-Exupéry. Quanto piuttosto perché ne Il Piccolo Principe, c’è una tale delicatezza che potrebbe abbattere qualsiasi dittatura.

Juan Gelman: il poeta delle strade, dell'esilio, dell'amore contrapposto all'orrore; voce indoma degli oppressi, delle vittime d'ogni tirannia, quella di un uomo, un padre, all'infrenabile ricerca di memoria, verità e giustizia. (https://terzopianeta.info)


Allí
Valer La Pena, 2001

Nadie te enseña nada.
Nadie te enseña a ser vaca.
Nadie te enseña a volar en el espanto.
Mataron a miles de compañeros y nadie te enseña
a hacerlos de nuevo.
¿Cómo hago,
cómo hago yo?
¿hay que romper la memoria para que se vacíe
como un vaso roto?
Me consuelo estúpidamente.
Miro navegar rostros en mi sangre y me digo
que no murieron aún.
Pero mueren aún
Y yo mismo, ¿qué hago mirando cada rostro?
¿Me muero en ellos cada vez?
En alguna telita del futuro habrán escrito/ sus nombres.
Pero la verdad es que están muertos,
amortajados por la incomprensión.
Alzan sueños sin método
contra la vida chiquita.


El Acoso
País Que Fue Será, 2004

Estar triste es un hecho.
Comerse la tristeza un acto.
Entre el acto y el hecho pasan
una luna infantil y un libro
blanco donde
maquillaron la palabra dolor.
Ahora parece un fruto, una
casualidad o esperanza,
isla sola en el suelo.
Al fondo, se ve el vértigo
de pájaros anónimos que matan
olvidos de compunción.
No van más lejos
que el nacimiento de un delirio.
Alguien habla en la copia de mí
y hace ruido un temblor acosado.


La Manzana
Mundar, 2007

Manzana sola en la fuente,
¿qué hace sin Paraíso? Nadie ve
su cicatriz amarga.
¿Me pregunta
a dónde fue el secreto
de irse por tanta puerta cerrada, alto el crepúsculo firme, la cara que
sueña, sueña, sueña,
sin importar lo que perdió?
En un rincón el viento mueve la sombra de las hojas.


El Niño
Mundar, 2007

El niño duerme
al pie de un árbol y el aire
que lo relata brilla
como vida en la vida, se vuelca
con claro alivio sobre
la piel llena de caminos, sube
en el fulgor del día
para darle fulgor y el otoño
quiere al niño que duerme
al pie del aire y el
espanto se va, corrido
por una voz
que nadie escucha todavía
en la marea de las huellas.


III
Hoy, 2013

Dios se fue al vacío que dejó su muerte.
La sombra traga los regresos y
los favores del amor en cualquier calle se abandonan.
La vida se pareció a la vida alguna vez/
ya la mentira ni siquiera vuela.
Hay que barrer el mundo en sucio estado/
otra vez ponen huevos de serpiente/ viejos.


XX
Hoy, 2013

¿Quién dijo que el tiempo petrifica las lágrimas?
Se esconderán por ahí, en las moradas del delirio.
Los hue -- sos pura piel de un niño muerto de hambre aumentan lo -- dos del espanto.
En el careo con la foto nadie habla.
La paridad de los extremos en estaciones sórdidas crea
proyectos de vacío y la desolación finge ser una que no llora,
se ladea el paisaje mental sin reinvención posible.


XCIV
Hoy, 2013

Sin saber hasta cuándo me despedí de vos.
Volví con agujeros donde callaban compases del exilio,
una música que no se deja recrear,
un árbol del que caen hojas que asustan a los pájaros.
Vuelven a nubes que me quedan.
Tiros del pecho siguen jóvenes,
libres de su vergüenza,
neblinas que llovieron.


Balada del hombre que se calló la boca
Relaciones, 1973
Musica di Juan Cedrón

 

El sol sale todos los días
cantan los pájaros o llueve
alguien nace, alguien muere, alguien sufre
un hombre se calló la boca.‎

Lo ricos cada vez más pobres,
sus armas cada vez más grandes,
sus miedos cada vez más chicos,
un hombre se calló la boca.‎

‎¿Qué espera para hablar?
¿Acaso es una copa no colmada?
Las copas pierden con el tiempo
un hombre se calló la boca.‎

‎¿Qué espera? ¿Tiene miedo?
¿No sabe? ¿Es un mártir?
¿Le sacaron la lengua? ¿Es sordo? ¿Ciego? ¿Qué es?
un hombre se calló la boca.‎

No quiere callar,
no quiere darle pedazos a la rabia.
¿Qué espera? ¿Esperaba? ¿Espera?
un hombre se calló la boca.‎

Pasaron años y vinieron
los que organizan la victoria
todos hablaron, pero antes
un hombre se calló la boca.‎

 
 

Juan Gelman: Raccolta di poesie tradotte in italiano


 
 
 
 

Fonti:
JuanGelman.com
Ministerio Público Fiscal: Sentencia Plan Cóndor y Automotores Orletti, 04.2019
Corte Interamericana de Derechos Humanos: Gelman Vs Uruguay
Isidoro Gilbert, Clárin, 17.01.2014
Horacio Verbitsky, Pagina/12, 27.04.2008
Macarena Gelman, La Nacion, 10.08.2008
Susana Viau, Pagina/12, 10.03.2006
Festival de poesia de Medellin, 2006
Gabriela Esquivada: Obra periodística de un poeta, 2006
Jorge Elías, Maten al cartero, 2005
Juan Gelman, Pagina/12, 05.08.2001
Rita Arditti, Searching for Life: The Grandmothers of the Plaza de Mayo, 1999
Julio María Sanguinetti, La República, 6.11.1999
Revista La Maga, Especiales sobre Juan Gelman, 1997
Rita Arditti, intervista a Berta Schubaroff, 1993
Eduardo Galeano, Nosotros decimos no: Crónicas (1963/1988), 1989