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Juan Gelman, poesie d’amore, esilio e giustizia

Juan Gelman: «Lettera aperta a mia o mio nipote»

A vietargli di camminar libero sul suolo natio, fu altresì la restaurata democrazia.
Giacché il governo radicale di Alfonsín, avviò il tortuoso processo di ristabilimento dell’ordine politico-sociale, partirono le inchieste sull’operato dei militari, su quanto commesso dai gruppi armati e in tali circostanze, nel 1985, il giudice federale Miguel Guillermo Pons, attribuì a Gelman il reato di associazione illecita, proprio in ragion dell’aderenza con l’MPM e nei suoi confronti, emise un ordine di cattura a definitiva relegazione. Seppur vanamente espressero disappunto maestri della letteratura come Alberto Moravia (1907-1990), Gabriel García Márquez (1927-2014), Octavio Paz (1914-1998), Graham Greene (1904-1991), il già citato Galeano e poi Juan Carlos Onetti (1909-1994), autore del romanzo Gli Addii per il quale nel 1980 era entrato nell’albo dell’internazionale Premio Mondello Città di Palermo, condividendo l’ingresso con l’argentino, accolto nell’albo in virtù delle strofe di Gotán.

Quell’anno Juan Gelman aveva interrotto anche il tempo d’irrequieta immobilità tornando ad offrire liriche con l’aspra e commovente Hechos, intime rime d’esilio, tirannide e senso di perdita, pubblicate in Spagna da Grupo Lumen con la riedizione di Relaciones, così formando un’opera unica subito seguita da Si Dulcemente. Da allora, incessante sarebbe scesa torrenziale pioggia di poesie animate da inventate e reinventate parole di delicatezza, lacrime, amore, resistenza allo smarrimento, ricerca d’identità e soltanto nel successivo sessennio, uscirono Citas y Comentarios, Exilio (Bajo la lluvia ajena), La Junta Luz, Hacia el Sur, Com/posiciones e nel 1988, in concomitanza alla pubblicazione di Anunciaciones e delle collane Interrupciones I ed Interrupciones II, poté quantomeno sospirar per l’annullamento del provvedimento d’arresto. Venne sollevato su disposizione della Corte d’Appello federale e destino volle la revoca, diciotto mesi in anticipo sulla grazia che avrebbe comunque cancellato ogni suo debito con la giustizia, e concessagli con l’indulto promulgato ad inizio mandato presidenziale da Carlos Menem (1930). Clemenza elargita a circa una settantina d’appartenenti a organizzazioni di guerriglia, così come a più di duecento attori del regime tra detenuti e perseguiti; dunque ponendo sullo stesso livello princìpi ed azioni degli uni e degli altri, nonché di conseguenza obliando le reiterate violazioni dei diritti umani, perpetrate da politici e militari. Mentre lacrime e lodi versava in Carta A Mi Madre — immaginando di stringerla a sé in quell’ultimo abbraccio che gli era stato proibito dall’imposta longinquità — il rifiuto, il risentimento e la contestazione alla remissione, arrivarono prontamente da Pagina/12; dalla fondazione nell’87 finestra scelta per affacciarsi sul mondo: «Mi hanno scambiato per i sequestratori dei miei figli e di altre migliaia di ragazzi, che ora sono miei figli. Questo è inaccettabile per me […] Quando una legge non può proteggere il diritto, è ovvio che non possa impedire alcuna iniquità».

Dopo quasi tre lustri, in Argentina finalmente rientrò senza ufficiali taglie sulla testa, ma il troppo dolore e poi l’amore gl’inibirono di restare. Non appena ebbe a sfiorarla, v’incontrò Mara Elda Magdalena La Madrid, psicoanalista nata a Buenos Aires e nella capitale rimasta fintantoché per sottrarsi alla dittatura, fece di Città del Messico la propria dimora. Gelman la sposò e seguì nel Paese degli Olmechi, Zapotechi, Maya, Aztechi, quello di Frida Kahlo (1907-1954), José María Velasco (1840-1912), Francisco Helguera (1913-1990), di Carlos Fuentes (1928-2012), della pittrice poetessa Carmen Mondragón (1893-1978) e della musica ranchera danzata tra note di mescal e tequila; sfumature e fragranze d’acchito assorbite dal poeta al punto da definirsi argenmex e dal quartiere La Condesa, dove con la compagna s’accasò, continuò a porsi domande, indagare per ricostruire la vita di Marcelo, María Claudia, dell’amore concepito e così recuperar giustizia. Verità che lentamente e con fatica cominciarono ad affiorare e il 12 aprile 1995, ancora lontano dall’acquisire tante notizie, scrisse un’affettuosa, amara e struggente «Carta abierta a mi nieta o mi nieto», conservandone l’intimità fin quando il 23 dicembre ’98, decise d’esternarne l’afflizioni pubblicandola sul settimanale uruguaiano Brecha.

Tra sei mesi compirai 19 anni. Devi esser nato un giorno d’ottobre del 1976 in un campo di concentramento dell’Esercito, probabilmente al Pozo de Quilmes. Poco prima o poco dopo la tua nascita, lo stesso mese e lo stesso anno, uccisero tuo padre con un colpo d’arma da fuoco alla nuca, sparato a meno di mezzo metro di distanza. Era inerme, e ad assassinarlo fu un commando militare, forse lo stesso che lo aveva sequestrato insieme a tua madre il 24 agosto a Buenos Aires, per portarli al campo di concentramento Automotores Orletti, nel quartiere Floresta, dai militari chiamato “el Jardín”.
Tuo padre si chiamava Marcelo. Tua madre, Claudia. Avevano entrambi 20 anni e tu, eri da sette mesi in grembo, quando accadde. Fu trasferita — e tu con lei — al Pozo, quando fu sul punto di partorire.
Lì deve averti dato alla luce da sola, sotto lo sguardo di qualche medico complice della dittatura militare. Ti hanno quindi portato via e — come accadeva quasi sempre — lasciato nelle mani di una coppia che non poteva avere figli con lui militare o poliziotto, o giudice, o giornalista amico di militari o poliziotti. Al tempo c’era una sinistra lista d’attesa in ogni campo di concentramento: gli iscritti aspettavano di prendere il figlio rubato alle prigioniere che partorivano e poi — salvo poche eccezioni — subito dopo venivano assassinate.  Sono passati 12 anni da quando è caduta la dittatura militare e non si sa nulla di tua madre. Invece, all’interno di un barile da 200 litri, dai militari riempito con cemento e sabbia e poi gettato nel fiume San Fernando, 13 anni dopo sono stati rinvenuti i resti di tuo padre. Adesso è sepolto a La Tablada. Quantomeno su di lui hai questa certezza.
Trovo molto strano parlarti dei miei figli come quei genitori che non poterono essere. Non so se sei un bambino o una bambina. So che sei al mondo. Me lo ha garantito padre Fiorello Cavalli, della Segreteria di Stato vaticana, nel febbraio 1978. Da allora mi chiedo qual è stato il tuo destino. Pensieri contrastanti mi hanno assalito. Da un lato, mi ha sempre disgustato l’idea che tu potessi chiamare “babbo” un militare o un poliziotto che ti ha rapito, oppure un amico degli assassini dei tuoi genitori. Dall’altro, ho sempre sperato che qualsiasi fosse stata la casa ad accoglierti, ti educassero e crescessero con tanto amore. Tuttavia, non ho mai smesso di credere che, anche se così fosse andata, il loro amore per te doveva aver qualche crepa o lacuna, non tanto perché i tuoi genitori non sono quelli biologici — come si dice — quanto piuttosto per la consapevolezza di aver rubato e falsato la tua storia. Immagino che ti abbiano mentito molto.
In tutti questi anni ho anche pensato a come dovrei agire se ti incontrassi: strapparti dalla casa in cui vivi o parlare con i tuoi genitori adottivi per stabilire un accordo che mi permettesse di vederti e accompagnarti, ma sempre alla condizione che tu sapessi chi sei e da dove vieni. Il dilemma si è ripetuto ogni volta – e sono state molte – in cui vi è stata la possibilità che le Abuelas de Plaza de Mayo [associazione fondata a maggio 1977 da María Eugenia Casinelli, madre di María Claudia] ti avessero trovato. Si è presentato in modo diverso, in relazione all’età che avevi. Potevi essere troppo giovane — o non più abbastanza — per capire cosa fosse successo. Per comprendere il motivo per cui i tuoi genitori non erano i genitori che immaginavi e probabilmente amavi come tali. Temevo di provocare una doppia ferita, una sorta di colpo d’ascia sulla trama della tua personalità in via di maturazione. Adesso però sei grande. Puoi scoprire chi sei e quindi decidere cosa fare con quello che eri. Ci sono le Abuelas, e la loro banca del sangue consente di determinare con precisione scientifica l’origine dei figli dei desaparecidos. La tua origine.
Ora hai quasi l’età che avevano i tuoi quando furono uccisi e presto sarai più grande di loro. Loro sono rimasti per sempre ventenni. Sognavano tanto su di te e su un mondo più vivibile per te. Mi piacerebbe parlarti di loro, e che tu mi parlassi di te. Così da riconoscere in te mio figlio, e perché tu possa riconoscere in me quel che ho di tuo padre: siamo entrambi orfani di lui. Per riparare in qualche modo a quel brutale strappo, al silenzio inciso nella carne della nostra famiglia dalla dittatura militare. Per consegnarti la tua storia, non per allontanarti da ciò che non vuoi perdere. Come ho detto, ormai sei grande.
I sogni di Marcelo e Claudia non si sono ancora avverati. Tranne te, tu sei al mondo, ma sei chissà dove e con chi. Forse hai gli occhi verdi di mio figlio, oppure marroni come sua moglie; avevano un bagliore davvero speciale, tenero e malizioso. Chissà come sarai, se sei uomo. Chissà come sarai, se sei donna. Forse puoi uscire da questo mistero ed entrare in un altro: quello dell’incontro con un nonno che ti sta aspettando.

Preguntas
Relaciones, 1973

«lo que hacemos en nuestra vida privada es cosa nuestra» dijeron las Seis Enfermeras Locas del Pickapoon Hospital de Carolina mientras movían sus pechos con una
dulzura tan parecida a Dios
¿y si Dios fuera una mujer? alguno dijo
¿y si Dios fuera las Seis Enfermeras Locas de Pickapoon? dijo alguno ¿y si Dios moviera sus pechos dulcemente? dijo
¿y si Dios fuera una mujer?
corrían rumores acerca de las Seis
las habían visto salir de hospedajes sospechosos con una mirada triste en la boca las habían visto en una cama del Bat Hotel
las habían visto fornicando con sastres zapateros carniceros de toda Pickapoon
¿y acaso Dios no sale de los hospedajes con una mirada triste en la boca? alguno dijo ¿y si Dios fuera una mujer?
¡tetas de Dios! ¡blancos muslos de Dios! ¡lechosos! dijo
¡leche de Dios! gritaba por los techos de toda la ciudad
así que lo quemaron
hicieron una hoguera alta al pie de la colina del Este
y también quemaron a las Seis Enfermeras Locas de Pickapoon todas eran rubias y cada día habían visto a la muerte trabajar
eso es todo
así acaban con los temblores mortales e inmortales en Carolina y otros sitios de Dios ¿y si Dios fuera una mujer?
¿y si Dios fuera las Seis Enfermeras Locas de Pickapoon? dijo alguno


Corajes
Relaciones, 1973

es enorme la tristeza que un hombre una mujer pueden hacerse entre sí como enormes son esos dos pajaritos parados en la rama picoteándose
y enorme es el mismo árbol con lluvias bajo el sol que se le ven en la cara
¿lloverá? ¿no lloverá? ¿cantarán
los pajaritos esos mismos? ¿seguirá la enorme tristeza mandando creciendo como un lago o mar entre un hombre y una mujer?
¿volará la tristeza entre árbol y árbol?
¿como pasos solitarios en una habitación?
¿como madréporas por aire?
¿como tablones como puentes pero desolados desamados?
una ramita ha caído en el lago y navega
es enorme la tristeza que un hombre y una mujer pueden hacerse entre sí como enorme es la navegación de la ramita en el lago
mojada de su propio coraje


Descansos
Hechos, 1980

¿bajo que árbol/ sobre qué árbol/ alrededor
de qué árbol/ Francisco Urondo asoma/ o es
el resplandor violeta de algún vientre de tigre
rugiendo en mi país?/ ¿estás paquito ahí o
en el temblor de esa mano que piensa

en todos tus haberes/ pasión o dignidad?/
¿brillás en la mañana cantora/ andás

en la sonrisa estruendo pólvora
que atacan cada día al enemigo? ¿volvieron

feroz a la alegría que caía de vos? ¿corajes

nacen de esa alegría? ¿o casa de que parten

los compañeros a luchar?/ ¿calor medio de la noche? ¿lámpara
en mitad de la dura amargura?/ ¿avisaste

que te ibas a morir?/ a caer mejor dicho alzándote

como lámpara en medio de la noche?/¿y a quién

dijiste que ibas a caer?/ ¿al viento al pulso al animal del pulso?/
¿acaso
querías caer?/ ¿no me ibas a esperar acaso/ no

esperábamos juntos la tormenta mejor/ la borracha violeta/ tigre/
orilla
de que partías a luchar?/ oh dulce

fuera tu muerte/ combatiente que vieron
transportar la dulzura del mundo/ rostro
desenvainado como

espada o fe/ cucharita
re
volviendo las sombras/ ¿te acordás
de la vida?/ te acordás de la vida

desparramado otoño suave/ caen

verbos de vos/ balazos/ tigres/ lámparas/

partidas vientres cucharitas en mitad de la noche/ mitad
pudriéndose en la patria/ dándole
aroma resplandor/ descansá en guerra/ ¿descansan
tus huesitos?/ en guerra?/
 ¿en paz?/ ¿agüita?/ ¿nunca?


Soneto
Hechos, 1980

Es una gran tristeza señora
no verla por aquí/ llueven las penas
los huesos empapados piden paz
y el aire es guerra con su gran batalla
de hálitos pasados donde su
boca tembló como el verano y
ahorita apenas es recuerdo o penas
que llueven absolutamente/ sos
eso que eras/ noche encaminada
a la más vida en esta noche como
cuatro paredes de la soledad
o respirás acostadita clara
dormida entre los tiros de la noche
clavada a estos corajes como vos


Hechos
Hechos, 1980

mientras el dictador o burócrata de turno hablaba
en defensa del desorden constituido del régimen
él tomó un endecasílabo o verso nacido del encuentro
entre una piedra y un fulgor de otoño
afuera seguía la lucha de clases/ el
capitalismo brutal/ el duro trabajo/ la estupidez/
la represión/la muerte/las sirenas policiales cortando
la noche/él tomó el endecasílabo y
con mano hábil lo abrió en dos cargando
de un lado más belleza y más
belleza del otro/cerró el endecasílabo/ puso
el dedo en la palabra inicial/ apretó
la palabra inicial apuntando al dictador o burócrata
salió el endecasílabo/ siguió el discurso/siguió
la lucha de clases/ el
capitalismo brutal/ el duro trabajo/ la estupidez/ la represión/
[la muerte/ las sirenas policiales cortando la noche
este hecho explica que ningún endecasílabo derribó hasta
[ahora
a ningún dictador o burócrata aunque
sea un pequeño dictador o un pequeño burócrata/ y también
[explica que
un verso puede nacer del encuentro entre una piedra y un fulgor
[de otoño o
del encuentro entre la lluvia y un barco y de
otros encuentros que nadie sabría predecir/ o sea
los nacimientos/ casamientos/ los
disparos de la belleza incesante


El Frio De Los Pobres
Si Dulcemente, 1980

El frío de los pobres que un día triunfarán/ cruje

en el fondo del país/ torturado/ callado/

crepita otoñando padeceres/ se le caen

hojitas/ olores secos/ van al suelo/ se pudren
alimentando la furia que vendrá/ alma mía

que así crecés contra las bestias /dame

valor o fuego/ pueda pudrirme/ continuar/

para que coma la victoria


Sobre La Poesía
Hacia el Sur, 1982

habría un par de cosas que decir/
que nadie la lee mucho/
que esos nadie son pocos/
que todo el mundo está con el asunto de la crisis mundial/ y

con el asunto de comer cada día/se trata
de un asunto importante/ recuerdo
cuando murió de hambre el tío juan/
decía que ni se acordaba de comer y que no había problema/

pero el problema fue después/
no había plata para el cajón/
y cuando finalmente pasó el camión municipal a llevárselo
el tío juan parecía un pajarito/

los de la municipalidad lo miraron con desprecio o desdén/ murmuraban
que siempre los están molestando/
que ellos eran hombres y enterraban hombres/ y no
pajaritos como el tío juan/ especialmente
porque el tío estuvo cantando pío-pío todo el viaje hasta el crematorio municipal/
y a ellos les pareció un irrespeto y estaban muy ofendidos/
y cuando le daban un palmetazo para que se callara la boca/
el pío-pío volaba por la cabina del camión y ellos sentían que les hacía pío-pío en la
cabeza/ el

tío juan era así/le gustaba cantar/
y no veía por qué la muerte era motivo para no cantar/
entró al horno cantando pío-pío/ salieron sus cenizas y piaron un rato/
y los compañeros municipales se miraron los zapatos grises de vergüenza/ pero

volviendo a la poesía/
los poetas ahora la pasan bastante mal/
nadie los lee mucho/ esos nadie son pocos/
el oficio perdió prestigio/ para un poeta es cada día más difícil

conseguir el amor de una muchacha/
ser candidato a presidente/ que algún almacenero le fíe/
que un guerrero haga hazañas para que él las cante/
que un rey le pague cada verso con tres monedas de oro/

y nadie sabe si eso ocurre porque se terminaron las muchachas/ los almaceneros/ los
guerreros/ los reyes/
o simplemente los poetas/
o pasaron las dos cosas y es inútil
romperse la cabeza pensando en la cuestión/

lo lindo es saber que uno puede cantar pío-pío
en las más raras circunstancias/
tío juan después de muerto/ yo ahora
para que me quierás/


Cambios
Interrupciones I, 1988

«no olviden los orgullosos/ que cuando a la tumba vayan/ allí
lo mismo se rayan/ humildes y poderosos»
pero nosotros no solamente queremos la igualdad en la muerte
también queremos la igualdad en la vida
queremos la justicia en vida

¿por qué estaba triste ese peón del ferrocarril en la mañana
apoyado contra la verja de la estación?
¿por qué se le perdía la mirada sin ver a nadie de los que
pasaban junto a él?
¿por qué estaba triste ese hombre?

¿por qué hay tantos hombres y tantas mujeres tristes en el país?
¿por qué a cierta hora del día parece que un oleaje de tristeza fuera
a arrasar la ciudad?
¿por qué tanta gente sale por sus ojos así o saca por sus ojos tristeza?
¿por qué esa tristeza golpea de noche las ventanas?

estas reflexiones suben en mí
metido en la litera alta de la celda 4 en el pabellón de castigo
de la cárcel de Villa Devoto
Eugenio abajo oye su radio a transistores
un rayo de sol pasea lento por la celda

¿por qué se pasea ese rayo de sol por acá?
Eugenio quedó encorvado por las torturas pero no sacaron
una sola palabra de él
Eugenio es un obrero tierno delicado
no le sacaron una sola palabra
la mujer de Eugenio a veces llora sin saber por qué
interminablemente sin saber por qué llora y deja la casa una semana
o dos
lo deja a Eugenio una semana o dos
un rayo de sol pasea por la celda ahora.

¿y yo? ¿por qué estoy oyendo crepitar la tristeza de Eugenio
si se que hay pocos tan puros como él?
¿entonces su pureza no lo defiende del dolor?
¿a veces se le pierde la mirada sin ver a nadir de los que pasan junto
a él?

en las celdas de enfrente
los comunes no tienen litera ni colchón
a medianoche les dan un colchón para dormir
tienen que ir a buscarlo desnudos

los guardiacárceles obligan a los comunes desnudos a correr
tirarse al suelo arrastrarse para buscar el colchón
el invierno no puede calentar las baldosas heladas del pabellón
de castigo
Eugenio se encorva más todavía cuando el jadeo de los comunes
choca contra la puerta de la celda 4

¿esos ruidos tan las crepitaciones de la tristeza de Eugenio?
¿Eugenio crepita de furor ahora?
¿la tristeza se congela en pajaritos que arden de furor?
¿en furor va a dar la tristeza de los pobres del mundo?

¿la tristeza de ese peón del ferrocarril dará en furor?
¿un oleaje de furor arrasará la ciudad?
¿arrasará las literas del pabellón de castigo de la cárcel de Villa Devoto?
¿arderán las baldosas heladas del pabellón y los comunes y nosotros?

nosotros no solamente queremos la igualdad en la muerte
también queremos la igualdad en la vida
queremos la justicia en vida
aunque sea corta y larga la muerte


El Infierno Verdadero
Interrupciones II, 1988
(Radio Universidad Nacional de La Plata)


 

Entre las 5 y las 7,
cada día,
ves a un compañero caer.
No pueden cambiar lo que pasó.
El compañero cae,
y ni la mueca de dolor se le puede apagar,
ni el nombre,
o rostros,
o sueños,
con los que el compañero cortaba la tristeza
con su tijera de oro,
separaba,
a la orilla de un hombre,
o una mujer.
Le juntaba todo el sufrimiento
para sentarlo en su corazón
debajito de un árbol
El mundo llora pidiendo comida
Tanto dolor tiene en la boca
Es dolor que necesita porvenir
El compañero cambiaba al mundo
y le ponía pañales de horizonte.
Ahora, lo ves morir,
cada día.
Pensás que así vive.
Que anda arrastrando
un pedazo de cielo
con las sombras del alba,
donde, entre las 5 y las 7,
cada día,
vuelve a caer, tapado de infinito