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Juan Gelman, poesie d’amore, esilio e giustizia

Poesia e rivoluzione

Terminata l’avventura ne La Rosa Blindada, entrò nella redazione di Confirmado, un settimanale irriverentemente anti-governativo nato dalle ceneri di Primera Plana, entrambe riviste ideate e dirette dal turbolento scrittore ed editore d’origine ucraina, Jacobo Timerman (1923-1999). Al suo fianco rimase anche quando nel ’71 chiamò a sé tra le più autorevoli firme del giornalismo, della letteratura e della vignetta umoristica per progettar La Opinión, «el diario para la inmensa minoría» orientato «a la derecha en economía, centristas en política, y a la izquierda en cultura» e divenuto in pochi anni una delle principali testate dell’Argentina attraverso approfondimenti culturali — sezione di cui il poeta fu nominato direttore — sulla politica internazionale ed interna, contestando e documentando violenze e violazioni dei diritti commesse dai regimi. Una condotta che nel ’77 verrà puntualmente punita con la soppressione del quotidiano e l’incarcerazione del fondatore. 

Il matrimonio con Berta Schubaroff s’era concluso da ormai due lustri e nel 1967, Juan Gelman aveva nel frattempo aderito all’organizzazione Fuerzas Armadas Revolucionarias, un gruppo di guerriglieri in principio motivati dalla volontà di raggiungere gli uomini di Guevara, impegnati in Bolivia contro l’esercito di René Ortuño (1919-1969), mutando però gli obiettivi difronte al colpo di Stato del ’66 che rovesciò il governo del presidente costituzionale Arturo Illia (1900-1983), dando inizio ai sette anni di dittatura nel corso dei quali al potere succedettero Juan Onganía (1914-1995), Roberto Levingston (1920-2015) e Alejandro Lanusse (1918-1996). Ispirandosi al movimento uruguaiano Tuparnaros, compirono azioni di guerra urbana sin dai primi istanti, tuttavia a dar convincimento e concretarsi all’interno di un contesto strategico, fu la sommossa popolare esplosa a Cordoba nel ’69 e l’anno dopo, portarono a termine la prima risonante operazione militare denominata ‘Gabriela’. Il 30 luglio, 12 donne e 24 uomini a bordo di cinque furgoni e tre automobili, fecero incursione nella cittadina di Garín situata a nord di Buenos Aires e una volta isolata, occupando la stazione ferroviaria e l’agenzia dell’Empresa Nacional de Telecomunicaciones, presero d’assalto la banca e simultaneamente il distacco di polizia. Tutto avvenne in meno di un’ora, negli scontri persero la vita due agenti e un’appartenente al commando, datosi poi alla fuga con 700mila pesos, uniformi, scorte di semiautomatiche, rivoltelle, mitragliatrici e relative munizioni.

«Noi affermiamo che i combattenti non hanno scelto la violenza e non è colpa nostra se dobbiamo uccidere per essere liberi. Ci riferiamo al fatto che il nostro popolo non dimentica alcune delle centinaia di episodi di violenza reazionaria: per citarne solo due o tre, gli atroci massacri di Plaza de Mayo nel giugno 1955, le assurde esecuzioni di [Juan José] Valle e dei suoi compagni, la morte di [Felipe] Vallese e di tanti altri martiri, e infine un’altra violenza meno cruenta, meno visibile, ma costante, quella dello sfruttamento, l’alienazione subita dal nostro popolo». (Intervista a Carlos Olmedo, membro fondatore delle FAR, realizzata a dicembre 1970 e pubblicata da Militancia Peronista para la Liberación, n. 3, 28 giugno 1973)

 
La metodologia d’attacco e il denaro sottratto, permise loro di acquistar proseliti, disporre di nuovi mezzi e aumentare l’arsenale, quindi dar via a nuove offensive e rapimenti a scopo d’estorsione, contando per di più sull’ausilio dell’Ejército Revolucionario del Pueblo e dei Montoneros, a cui si annessero ad ottobre 1973, lanciando sfida alla tirannia anche mediante la creazione del giornale Noticias sul modello di Crónica di Héctor García (1932-2019) e La Opinión. Il primo numero apparve a novembre e la redazione poteva confidare, tra i tanti, su Miguel Bonasso (1940), Rodolfo Walsh (1927-1977 ), Horacio Verbitsky (1942), Francisco Urondo (1930-1976) e naturalmente Juan Gelman, al tempo già autore presso Crisis, rivista politico-culturale del montevideano saggista Eduardo Galeano (1940-2015). Il progetto ebbe vita breve, il governo difatti ne ritenne «titoli, note grafiche, diagrammi e contenuti, un’intensa campagna di esaltazione delle attività criminali» ed avanzando ragioni di «defensa nacional», il 27 agosto ’74 ne proibì la diffusione con decreto N° 630.

Passando da esercito, polizia, sistema giuridico e ampi settori della società, l’annientamento della sovversione fu indiscriminatamente condotto in maniera metodica e capillare colpendo guerriglieri, oppositori politici, tanto quanto semplici civili d’improvviso criminalizzati, sottoposti a persecuzioni, torture, desapariciónes forzade, le sparizioni forzate cominciate nel ’75 con l’istallazione dei primi centri di detenzione e sistematicamente attuate in pari tempo ad atrocità come i vuelos de la muerte — con dissidenti o presunti tali, narcotizzati e dagli aerei gettati in mare — al compiersi del già citato ‘processo di riorganizzazione nazionale’, responsabile di migliaia d’arresti, altrettanti omicidi e, a ennesima dimostrazione dell’umana feroce nefandezza, dello svanire di circa trentamila persone per la maggior parte d’età compresa tra i 16 e i 35 anni.

Ad un simile vortice di drammi, Gelman giunse sgorgando Traducciones III: Los poemas de Sidney West, opera con la quale s’inventò traduttore d’un inesistente poeta americano; estro fluito a formar trilogia con Traducciones I e Traducciones II contenute nella precedente Cólera Buey, dove i fantomatici bardi corrispondevano a John Wendell e Yamanocuchi Ando. Pubblicata nel ’69, ad essa s’aggiunsero la realtà scolpita dalla fantasia di Fábulas nel ’71 e quella novellata dalla miscela di colloquialismo e avanguardia di Relaciones uscita nel ’73 e sull’ultima pagina, sarebbe calato un lungo e drammatico silenzio.

Terminata la corsa di Noticias, lo scrittore venne nominato direttore della sede bonaerense di Inter Press Service, agenzia di stampa internazionale costituita a Roma, nel ’64, da Pablo Piacentini (1936-2017) e Roberto Savio (1934), ma l’incombere sull’incolumità del poeta della famigerata Triple A, l’Alianza Anticomunista Argentina capitanata da José López Rega (1916-1989), spinse quest’ultimo a proporgli una scrivania in Italia e allontanarsi dal pressante pericolo almeno per qualche tempo. In accordo con i Montoneros accettò l’invito e nell’aprile del 1975, assieme alla compagna Lili Massaferro (1926-2001) — attrice e militante dalla sofferta parabola — raggiunse la Città Eterna e benché significasse esporsi ulteriormente, sfruttò l’occasione per dar voce a un popolo inverosimilmente martoriato.

Quando arrivai conoscevo l’italiano, ma l’accento bonaerense non se n’è mai andato. Gli italiani del sud pensavano che fossi del nord e quelli del nord pensavano che fossi del sud. A nessuno veniva in mente che potessi provenire dal centro, dal centro di Buenos Aires.

Fu il principio dell’esilio e del tormento. Era ancora nel Bel Paese quand’ebbe luogo l’Operación Aries, il golpe del 24 marzo 1976 che gettò l’Argentina nelle tenebre e a distanza di cinque mesi esatti, sei uomini della Secretaría de Inteligencia del Estado (SIDE) fecero irruzione in casa di Berta Schubaroff beccandovi Nora e il di lei amico Luis Eduardo Pereda. Rapirono entrambi e con loro si fiondarono all’abitazione del fratello Marcelo cogliendolo con la donna ch’aveva appena reso sua sposa: la diciannovenne María Claudia García Iruretagoyena, operaia calzaturiera e studentessa di Lettere e Filosofia, in dolce attesa da sette mesi. Per Nora e Pereda il sequestro non andò oltre quattro giorni, mentre dei due giovani prossimi a divenir genitori, rimase una presaga composizione scritta da Marcelo, anch’egli giornalista e dalla rimatrice Signora ammaliato.

Juan Gelman: il poeta delle strade, dell'esilio, dell'amore contrapposto all'orrore; voce indoma degli oppressi, delle vittime d'ogni tirannia, quella di un uomo, un padre, all'infrenabile ricerca di memoria, verità e giustizia. (https://terzopianeta.info)
Maria Claudia e Marcelo

…Me voy
Quizás hoy.
Quizás mañana
Pero me voy.
Me despido de este país.
Me despido de mis amigos,
de mis enemigos.
Amigos.
Sólo quiero recordarles
que no dejen de ser
mis amigos.
Sólo quiero recordarles
que no me olviden
a la marcha del tiempo,
a la marcha del tren
en que me vaya
que borran las huellas de la
amistad lejana.


Trafitto dall’angoscia di poter esser padre tra i padri sopravviventi ai figli, Juan Gelman iniziò a compiere ricerche per sapere, magari cambiare il destino, e spostandosi fra le capitali europee approfittò dell’ormai riconosciuta statura di scrittore e giornalista per scagliare strali contro il regime, riuscendo persino a riunire in una lettera di condanna consegnata a Le Monde, le firme di capi di Stato e ministri dell’epoca, fra i quali Willy Brandt, Francesco De Martino, Anker Jørgensen, Bruno Kreisky e ancora François Mitterrand, Olof Palme, Mário Soares: «Fu la prima cosa che apparve in campo internazionale sulla dittatura militare», dichiarerà nel corso d’un intervista rilasciata nel 2006 a Susana Viau.

Tuttavia, il patire dei connazionali restava natante nel mare dell’indifferenza, acquiescenza e complicità delle grandi potenze, perfino il clero mostrava avversione a contrastar la junta, rimanendo in un’area grigia con isolati lampi d’animosa reazione. E inatteso fulgore giunse direttamente dalla Santa Sede nel mese di febbraio 1978, quando dal sacerdote Gesuita Fiorello Cavalli — funzionario pontificio incaricato per l’Argentina e il Cono Sud presso il Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa — apprese che l’innocenza in grembo alla nuora al momento della cattura aveva dipoi schiuso gli occhi, ma nessun’altra informazione utile ad individuarla ottenne, non il luogo di nascita, tantomeno il sesso. Ciononostante, superando l’insulto di dover vagare clandestino sulla propria terra, insieme ad un manipolo di giornalisti, in primavera Juan Gelman volò in patria, un rientro forzatamente fugace, rischioso, nonché a lungo irripetibile. L’anno dianzi s’era associato al neo-costituito Movimiento Peronista Montonero (MPM) e i militanti, stavano adesso sviluppando la Contraofensiva Estratégica in risposta alla falcidiante repressione, assumendo però, una dimensione al poeta invisa poiché reputata illiberale e prossima ad un militarismo improntato al foquismo guevarista. Ufficializzò l’uscita consegnando al direttivo comunicazione scritta e rese pubblico il dissenso, con un articolo nuovamente affidato alla suddetta testata parigina. Uno strappo, dall’organizzazione recepito sinonimo di tradimento e senza indugio alcuno, reagì enunciando sentenza capitale: «Per me arrivò l’happy hour, due condanne a morte, una pronunciata dalla dittatura e l’altra dai Montoneros».

A volte ricordo il sonetto di Petrarca, un frammento d’amore dov’egli naviga, descrivendone le contraddizioni e nell’ultimo verso recita: “Et tremo a mezza state, ardendo il verno”. Qui è estate e ho tremato più di una volta…la vita degli sradicati, dei diseredati.


VII
Cólera Buey, 1962-1968

Escribo en el olvido
en cada fuego de la noche
cada rostro de ti.
Hay una piedra entonces
donde te acuesto mía,
ninguno la conoce,
he fundado pueblos en tu dulzura,
he sufrido esas cosas,
eres fuera de mí,
me perteneces extranjera.


XXXIII
Cólera Buey, 1962-1968

Basta

no quiero más de muerte

no quiero más de dolor o sombras basta

mi corazón es espléndido como una palabra
mi corazón se ha vuelto bello como el sol
que sale vuela canta mi corazón

es de temprano un pajarito

y después es tu nombre
tu nombre sube todas las mañanas
calienta el mundo y se pone

solo en mi corazón

sol en mi corazón