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Juan Gelman, poesie d’amore, esilio e giustizia

Juan Gelman: La parola è uno strumento di lotta

Tredicenne iniziò a frequentare il prestigioso Collegio Nacional e nel ’45, mentre Juan Domingo Perón (1895-1974) si lanciava alla guida dell’Argentina sospinto dalla moglie María Eva Duarte (1919-1952) e dai descamisados, in cerca degli ideali proposti dalla dottrina filosofico-politica marxista, Gelman aderì alla Federación Juvenil Comunista, avvicinandosi intanto al nucleo d’aspiranti cantori, associati alla rivista Muchachos. Nel ’48, completato il percorso scolastico, provò a dargli prosieguo iscrivendosi alla facoltà di Chimica dell’Università di Buenos Aires, ma inerme al magnetismo della scrittura, abbandonò il proposito per votarsi ad un’arte che al pari del respirare, sentiva esser esigenza. Serbando la speranza di riuscir un giorno a viver di lei, trascorse stagioni prestando le mani alla camiceria dei genitori, poi vestendosi da furgonista di un mobilificio, venditore d’autoricambi, operaio in un’officina metallurgica. Ad incoraggiarne le ambizioni una giovane Berta Schubaroff, erede anch’ella d’una famiglia ebraica emigrata dalla Russia, era fiorita nella capitale nel 1928 e come lui beava l’anima sull’onde creative studiando pittura, disegno, con rammarico rinunciando a far altrettanto con la musica, innata ma onerosa passione. Si sposarono nel ’52 e quattro anni dopo ebbero gioia d’udir pianto nascente di Marcelo Ariel e poi, dodici mesi più tardi, di Nora Eva, sempiterne emozioni, provate da Gelman allorché la militanza gli aveva permesso principiar a versar inchiostro su quotidiani e settimanali legati al partito: Orientación, La Hora, Nuestra Palabra, favorendo al contempo la conoscenza dei poeti Hugo Ditaranto (1930-2013), figlio del pittore lucano Tomàs; Ismael Héctor Varela (1934-2015), meglio noto con lo pseudonimo di Héctor Negro e Julio César Silvain (1926-2008). Con essi, nel 1955, formò El Pan Duro, un collettivo eterogeneo ed engagé di cui faranno parte anche Juana Bignozzi (1937-2015), Humberto Costantini (1924-1987), Guillermo Harispe (1932-1987), David Álvarez Morgade (1922-2002) e costituito per stampare e così diffondere libri e raccolte, ricavando il denaro necessario grazie a un sistema di prevendite organizzato durante letture pubbliche in circoli e biblioteche.

Tra poesia e mistica c’è almeno una dimensione comune, quella dell’estasi, l’uscire da se stessi, e questa estasi avviene in silenzio, nel silenzio dei mistici e nel silenzio dei poeti.

Juan Gelman: il poeta delle strade, dell'esilio, dell'amore contrapposto all'orrore; voce indoma degli oppressi, delle vittime d'ogni tirannia, quella di un uomo, un padre, all'infrenabile ricerca di memoria, verità e giustizia. (https://terzopianeta.info)Al Teatro La Máscara, fra i presenti ad apprezzar le declamazioni, Raúl González-Tuñón (1905-1974), il quale, colpito dalle liriche di Gelman, firmò il prologo dell’antologia d’esordio edita nel ’56, Violín Y Otras Cuestiones, riconoscendo nei componimenti l’intensità e il coraggio che scorrono fra i versi dei poeti autentici e rivoluzionari: «[…] Saluto nel suo autore, non una brillante promessa, ma una realtà veemente, un poeta con accento personale – con “proprietà propria” – già molto da chiedere a un giovane, considerando alcuni consacrati che continuano ad appropriarsi di ritornelli, metafore e temi, di altri colleghi, meno fortunati, ma più onesti. Con Violín y en las Otras Cuestiones, Juan Gelman irrompe dignitosamente nella poesia spagnola e nel cerchio universale della rosa. Nel suo libro, un ricco e vivace lirismo palpita un contenuto prevalentemente sociale, ma un contenuto sociale ben compreso, che non sfugge al lusso della fantasia. Juan Gelman non evade dalla realtà, come vorrebbero i teorici reazionari di un’arte purista impossibile; né è un “editorialista in versi”, un semplice propagandista, come vorrebbero gli aspri critici settari, coloro che ignorano come nella coscienza del poeta, del creatore, ci sarà sempre un terreno inalienabile e inaccessibile. In questo singolare “Violín” y Otras Cuestiones, soffiano venti salubri di affermazione civile, e anche in quei poemi sofferti, oltremodo malinconici e senza apparente via di fuga, incoraggia l’ottimismo storico […]».

Frattanto sorgeva El Pan Duro, il dr. Ernesto Guevara de la Serna (1928-1967) s’univa al Movimiento 26 de Julio di Fidel Castro (1926-2016), Armando Hart (1930-2017), Camilo Cienfuegos (1932-1959), acquistando in poche settimane il soprannome El Che; fotografia del costante uso di tale intercalare tipico della natia Argentina, dove il prossimo infuocare della rivoluzione cubana avrebbe avuto un significativo impatto, esortando lo stesso Juan Gelman a riveder la propria posizione politica e avvicinarsi ai settori della lotta armata peronista. E nel 1955, il concatenarsi degli eventi ebbe a procedere con l’ennesimo golpe a fermare per l’appunto, il secondo mandato di Perón e da quell’istante, fino al 1983, con la presidenza di Raúl Ricardo Alfonsín (1927-2009), ogni governo eletto sarebbe analogamente crollato in uno srotolarsi di regimi militari, culminato con l’inumano ‘processo di riorganizzazione nazionale’ battezzato nel ’76 dalla dittatura di Jorge Videla (1925-2013). All’indomani del sovvertimento, le uniformi affidarono il Paese ad una delle primarie figure della rivolta, Eduardo Lonardi (1896-1956), ma le iniziative di mediazione intraprese per «ristabilire lo Stato di diritto», furono presto giudicate inaccettabili dalle frange più radicali dell’Esercito e il 13 novembre 1955, a distanza di due mesi dalla nomina, fu sostituito dal generale e direttore della Escuela Nacional de Guerra, Pedro Eugenio Aramburu (1905-1970), anch’egli fra i protagonisti dell’insurrezione. Le critiche a Lonardi — le cui condizioni di salute l’avrebbero comunque costretto a rinunciare all’incarico e con vana speranza di cure, a recarsi negli Stati Uniti — s’erano principalmente levate per un’azione di contrasto al peronismo ritenuta inconsistente. Il neo-caudillo perciò, ben lontano dalle correnti conciliatrici, pose immediatamente riparo al problema decretando la messa al bando d’ogni raffigurazione, simbolo ed espressione in grado d’evocar l’ex-presidente, dichiarando illegale la mera citazione financo dai media. La repressione fu totale e spietata, tanto che Perón si vide costretto all’esilio e nell’estate del ’56, non appena civili e militari azzardaron tumulto fidando nel comando dei generali Juan José Valle (1904-1956) e Raúl Tanco (1905-1977), le agitazioni vennero duramente stroncate, e a monito d’altri tentativi di ribellione, alle migliaia d’arresti s’accompagnarono decine d’arbitrarie fucilazioni.

La rivoluzione cubana infuse ottimismo. Era la rivoluzione in spagnolo, non in russo o cinese.

Nel ’58, insieme ad Andrés Rivera (1928-2016), José Luis Mangieri (1924-2008), al già direttore della Gaceta Literaria, Roberto Hosne (1932-2013) e molti altri, Gelman posò penna nelle uniche due uscite di Nueva Expresión, rivista fondata da Juan Carlos Portantiero (1934-2007) e Mario Jorge De Lellis (1922-1966) come accento d’una «presa di coscienza e assunzione collettiva di responsabilità di una generazione che, con spirito militante e critico, irrompe nel quadro della cultura argentina», guardando con particolare ammirazione, esponenti del neorealismo italiano del dopoguerra quali Vasco Pratolini (1913-1991), Cesare Pavese (1908-1950), Italo Calvino (1923-1985) ed Elio Vittorini (1908-1966).

Juan Gelman: il poeta delle strade, dell'esilio, dell'amore contrapposto all'orrore; voce indoma degli oppressi, delle vittime d'ogni tirannia, quella di un uomo, un padre, all'infrenabile ricerca di memoria, verità e giustizia. (https://terzopianeta.info)Nel susseguente triennio profuse immaginativa, sentire e riflessioni con le raccolte El Juego En Que Andamos, Velorio Del Solo e poi Gotán, titolo omaggiante il tango e dunque la propria terra coi colori del vesre, il giocoliere gergo rioplatense che celando nella denominazione la radice revés, «rovesciamento», rimusica termini per lo più invertendone le sillabe, e al pari della danza tutt’argentina dove tale vocabolare tanto ne adorna le liriche, Juan Gelman prese a concepir lo scrivere; un rimare anelante d’innovarsi, narrare e trasformare la società vivendone le traversie; allogando quindi il poeta a fianco dell’essere umano per amare, soffrire e con lui morire di fronte al dispiegarsi della storia. Visione tramite la quale si separò dalla tradizione conferendo differente volto ed essenza alla parola, scovandola nelle profondità per avvicinarla alla strada, affidarle la cronaca del tempo, offrirla alla collettività e così gettando la penna fra le più pesanti della nueva poesía hispanoamericana, quella del salvadoregno Roque Dalton (1935-1975), Nicanor Parra (1914-2018), Eunice Odio (1919-1974), José Pacheco (1939-2014), Alejandra Pizarnik (1936-1972), del nicaraguense classe 1925 Ernesto Cardenal oppure ancora di Roberto Fernández Retamar, autore cubano scomparso il 20 luglio 2019 all’età di 89 anni.

I primi libri di Gelman hanno avuto un grande impatto. Di Gotán e Velorio Del Solo ricordo i versi a memoria. Questi libri furono molto importanti. Cambiò per sempre il modo di leggere e recitare poesie. L’emblema degli anni ’60 è Juan. 
Juana Bignozzi, Página/12, 19.01.2014

Nell’ottobre del 1963 uscì l’antologia El Pan Duro e tra le opere selezionate a rappresentar la fraternità poetica, figuravan dieci autografi d’un Gelman, da quattro mesi detenuto nel carcere Villa Devoto di Buenos Aires, a causa dell’affiliazione al Partido Comunista de la Argentina. Un arresto per altro piombato laddove il senso d’appartenenza stava offuscandosi dietro una crescente e manifesta delusione; disincanto accompagnato da critiche altresì maturato nei confronti della linea sovietica, da vicino osservata nel ’59, quando in qualità di corrispondente dell’agenzia d’informazione cinese Xinhua, per circa dodici settimane aveva viaggiato tra Mosca e Pechino. In galera vi rimase un anno, trascorrendo le giornate senza null’altro da fare, se non rimaner chinato sull’unica lettura a disposizione: un libro di grammatica italiana; inconsapevole di scolpir nella mente un codice che in un futuro ancora lontano, avrebbe utilizzato. Tornato in libertà, abbandonò il PCA, e quindi il ruolo all’agenzia affidandolo a Rivera, per collaborare con la neonata rivista fondata da Carlos Alberto Brocato (1932-1996) e Mangieri, La Rosa Blindada, tributo all’omonimo libro di poesie dedicato alla Rivoluzione delle Asturie e al suo autore González Tuñón, dall’edizione d’esordio presentato come «director de honor». Venne stampata fino a settembre 1966, per un totale di nove numeri dove apparvero testi di Ho Chi Minh (1890-1969), articoli del filosofo imolese Galvano Della Volpe (1895-1968), del giornalista e accademico francese Régis Debray (1940), di Guevara, poemi dei cubani Heberto Juan Padilla (1932-2000), Pablo Armando Fernández (1930) e a L’Avana, edito da La Tertulia nel 1965, Juan Gelman offrì una prima versione di Cólera Buey, libro consolidante l’unicità del gelmaniano stile, presentato nella sua interezza sei anni più tardi e da Jorge Boccanera (1952), dipinto come «uno de los vértices de su obra».


Final
Violín Y Otras Cuestiones, 1956

La poesía no es un pájaro.
Y es.
No es un plumón, el aire, mi camisa,
no, nada de eso. Y todo eso.

Sí.
He roto un violín contra el crepúsculo
para ver qué pasaba,
me fui a la piedra y pregunté qué pasa.
Pero no. Pero no.
Aún no.
¿Me olvidé acaso del pañuelo aquel
donde gira en silencio un vals antiguo?
No lo olvidé, miradme la mejilla
y os daréis cuenta, no, no lo olvidé.
¿Me olvidé del caballo de madera?
Tocadme el niño y me diréis que no.
¿Y entonces, qué?

La poesía es una manera de vivir.

Mira a la gente que hay a tu costado.
¿Ama? ¿Sufre? ¿Canta? ¿Llora?
Ayúdala a luchar por sus manos, sus ojos, su boca, por
el beso para besar y el beso para regalar, por su mesa, su
cama, su pan, su letra a y su letra h, por su pasado — ¿acaso no fueron niños? — por su porvenir — ¿acaso no serán niños? — por su presente, por el trozo de paz, de historia y de dicha que le toca, por el pedazo de amor, grande, chico, triste, alegre, que le toca, por todo lo que le toca y se le arrebata en nombre de qué, de qué?

Tu vida entonces será un río innumerable que se llamará pedro, juan, ana, maría, pájaro, plumón, el aire, mi camisa, violín, crepúsculo, piedra, pañuelo aquel, vals
antiguo, caballo de madera.

La poesía es esto.

Y luego, escríbelo.


Fábricas de amor
Velorio Del Solo, 1961

I

Y construí tu rostro.

Con adivinaciones del amor, construía tu rostro

en los lejanos patios de la infancia.

Albañil con vergüenza,

yo me oculté del mundo para tallar tu imagen,

para darte la voz,

para poner dulzura en tu saliva.

Cuantas veces temblé

apenas si cubierto por la luz del verano

mientras te describía por mi sangre.

Pura mía
estás hecha de cuántas estaciones

y tu gracia desciende como cuántos crepúsculos.

Cuántas de mis jornadas inventaron tus manos.

Qué infinito de besos contra la soledad

hunde tus pasos en el polvo.

Yo te oficié, te recité por los caminos,

escribí todos tus nombres al fondo de mi sombra

te hice un sitio en mi lecho,

te amé, estela invisible, noche a noche.

Así fue que cantaron los silencios.

Años y años trabajé para hacerte

antes de oír un solo sonido de tu alma.

II

Alza tus brazos, ellos encierran a la noche, 
desátala sobre mi sed,
tambor, tambor, mi fuego.

Que la noche nos cubra como una campana
que suene suavemente a cada golpe del amor.

Entiérrame la sombra, lávame con ceniza, cávame del dolor,
límpiame el aire:

yo quiero amarte libre.
Tú destruyes el mundo para que esto suceda,

tú comienzas el mundo para que esto suceda.

III

Me has amado las manos y caerán con el otoño.

Has amado mi voz y está arrasada.

Mi rostro ha reventado sobre ti como una piedra 
impura.

Me has amado y amado

para que huya de mí, señor de sombras.
Me has destruido para que yo sea luz humana
 cantando

como las criaturas de tu sangre.

IV

Que del recuerdo suba el olor de tu cuerpo y se 
haga tu cuerpo.

Que la noche devuelva tu dulzura.

Que tus manos sean dadas por el temblor que dieron.

Que tus ojos regresen de todo lo mirado.
Paloma del amor

en vez

asciendes pura en libertad

giras y cantas como el cielo vas invadiendo el mundo.

V

Como un niño te canto bajo la noche oscura.
Cofre de los secretos, juegos hondos,

temblores del otoño como pañuelos rápidos,

te canto allí para que seas.

Señora del candor,

con boca limpia digo uno a uno tus nombres,

pongo mi rostro en la penumbra que de ellos
 desciende,

hago un gran fuego con tus nombres bajo la 
noche oscura.
En realidad quiero decir: me haces andar contra la muerte.


Final
Gotán, 1962

Ha muerto un hombre y están juntando su sangre en cucharitas,

querido juan, has muerto finalmente.

De nada te valieron tus pedazos

mojados en ternura.
Cómo ha sido posible

que te fueras por un agujerito

y nadie haya ponido el dedo

para que te quedaras.
Se habrá comido toda la rabia del mundo
por antes de morir
y después se quedaba triste triste

apoyado en sus huesos.
Ya te abajaron, hermanito,

la tierra está temblando de ti.

Vigilemos a ver dónde brotan sus manos

empujadas por su rabia inmortal.