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Juan Gelman, poesie d’amore, esilio e giustizia

Al poetico donar amore
di Alice, Maria Luisa e Claudia

Juan Gelman: giornalista, scrittore, rivoluzionario poeta delle strade, dell’esilio, cantore civile dell’amore contrapposto all’orrore, alla sofferenza che ne annacquava gli occhi, ricamava il sorriso, adagiandosi nei fondali dell’anima. Juan Gelman voce indoma e profonda degli oppressi, delle vittime d’ogni tirannia; quella graffiata da Gauloises e tequila di un uomo, un padre all’infrenabile ricerca di memoria, verità e giustizia.

La poesia è una forma di resistenza, lo è scrivere; resistenza ad un mondo sempre più crudele, terribile, disumanizzante.

La storia Juan Gelman ha inizio nel vortice di conflitti, persecuzioni e carestie avvenute nell’Impero russo a partire dall’alba del XX secolo, quando la crisi innescata dalla sconfitta militare riportata contro il Giappone per il controllo di Corea e Manciuria, aggravò i drammi sociali già in essere, detonando il sommovimento del 1905. Alle rivolte non mancò di dar convinto appoggio José Mirotchnik (1890-1964), un erudito artigiano ucraino di fede ebraica la cui vita, il sostener idee e rapporti con militanti socialrivoluzionari, avrebbero completamente stravolto. Padre di due creature da sfamar ed educare assieme alla moglie Freda Garabois, finì col destar l’attenzione dell’Ochrana, la temuta polizia segreta atta a sopprimere ogni attività sospetta d’eversione politica. L’azione degli agenti non tardò a farsi soffocante, così cercò d’inabissarsi recandosi da parenti residenti a Mosca, miseramente ottenendo effimero sollievo e nell’arco di pochi mesi, l’oppressione divenne tale da tradursi in esilio. Alle soglie della Grande Guerra, pregando di non annunciar insciente addio, si separò da figli e compagna, guardò ad Occidente e munito di documenti che lo identificavano come il teutonico Hr. Hellmann, si mise in cammino verso il porto di Genova dove sapeva d’esser atteso da un panorama di piroscafi di compagnie internazionali in procinto di salpare con la prua a indicar l’Americhe. Qualsivoglia destinazione sarebbe stata perfetta pur di spogliarsi in fretta della sensazione d’esser preda, sicché giunto sull’acque liguri, lasciò decisione al fato e saltò sul primo vapore ad issar l’ancora. Destino volle fosse un transatlantico diretto a Buenos Aires e quand’ebbe a sbarcarvi, ai suoi occhi si spalancò la capitale d’un’Argentina in fermento, da anni in costante crescita economica e demografica, una realtà dove gettar semi di speranza e senza por tempo in mezzo, adoperò esperienze per procurarsi un mestiere, una casa e d’ultimo escogitar maniera di portare a sé i familiari. Si assicurò un lavoro e un tetto sotto il quale ripararsi, però ogni tentativo di costruir un ponte sopra l’oceano falliva con disarmante costanza e nell’inesorabile alternasi d’albe e tramonti, si rese conto di non aver altra possibilità di ricongiungersi a loro, se non andando a prenderli di persona, malgrado l’impresa si prospettasse colma di insidie e ostacoli.

Nel Vecchio Continente le fiamme degli scontri infuriavano ovunque e l’immenso dominio di Nicola II Romanov, con l’esercito stremato dai combattimenti contro le Potenze Centrali e una popolazione altrettanto provata, stava per essere inghiottito dalla rivoluzione. Mirotchnik pervenne infatti alle porte dell’Impero nei primi mesi del 1917: l’impegno bellico aveva ormai provocato milioni di vittime e l’invio al fronte di migliaia di contadini, determinato una drastica diminuzione di risorse alimentari con un conseguente, quanto insostenibile, aumento dei loro costi. L’urlo della disperazione s’era levato a febbraio da Pietrogrado e nonostante lo stato di assedio dichiarato dallo zar, andava propagandosi in tutta la nazione, con lavoratori e studenti fiancheggiati da truppe ribelli. Il confine gli si palesò invalicabile muro, tuttavia non s’arrese alle circostanze ed avvalendosi dell’aiuto di civili e uomini in divisa provò ad architettarne la fuga, ma ad un passo dal riabbracciarli, ossia quando non restava che il corso d’un fiume a tenerli separati, accadde l’imponderabile. L’imbarcazione con a bordo donna e bambini d’improvviso cedette all’impeto della corrente e l’unico a sopravvivere, grazie al provvidenziale intervento d’un soldato, fu il primogenito Boris, di sei anni. Soltanto nel 1922, al sorgere dell’Unione Sovietica, Mirotchnik poté lasciare Berlino dove nel frattempo s’era stabilito, e stretto al figlio, trasferirsi nell’eletta capitale Mosca procurandosi un impiego nelle ferrovie. Durante un soggiorno a Odessa conobbe Paulina Burichson (1897-1982), una giovane cresciuta in un piccolo shtetl nei pressi di Balta, opponendo alla miseria e alla brutalità dell’antisemitismo l’amore per il teatro, la lirica, la musica da camera e sulle rive del Mar Nero, si trovava per studiare medicina.


…Odessa, 1915, tenes 18 años, estudias medicina, no hay de comer
pero a tus mejillas habían subido dos manzanas
(así me lo dijiste) (árbol del hambre que da frutas)
esas manzanas ¿tenían rojos del fuego del pogrom que te tocaba?
¿a los 5 años?
¿tu madre sacando de la casa en llamas a varios hermanitos?
¿y muerta a tu hermanita?
¿con todo eso
por todo eso /contra
me querés?
¿me pedías que fuera tu hermanita?
¿así me diste esta mujer, dentro
fuera de mí?
¿qué es esta herencia, madre
esa fotografía en tus 18 años hermosos
con tu largo cabello negriazul como noche del alma…
(da Carta A Mi Madre, Ginevra, 1984 / Parigi, 1987)


Al fortuito appuntamento seguì presto il matrimonio e poi il dono di Teodora, ‘Tauba’, venuta alla luce nel 1926, mentre in cuor di Mirotchnik aumentava l’amarezza nei confronti d’una politica incapace di mantener fede agli ideali della rivoluzione e costruire un Paese pluralista. La delusione prese il sopravvento nel 1928 e stavolta assieme alla famiglia, salutò definitivamente il patrio suolo e fece ritorno a Buenos Aires. All’arrivo, dal personale dell’ufficio immigrazione fu invitato a pronunciare i dati dei passaporti, ovviando alla difficoltà di traslitterare il cirillico, e il casato tedesco fin ad allora baluardo a difesa della fonte ebraica, in quell’attimo inganno fonetico lo tramutò nel cognome che alle 11:00 della mattina del 3 maggio 1930, all’ospedale Carlos Durand, accolse Juan Gelman, l’«único argentino de esa familia».

Negli archivi del Centro de Estudios Migratorios Latinoamericanos, prima biblioteca dedicata ai flussi migratori argentini, è riportata la registrazione delle sottoelencate persone, giunte al porto di Buenos Aires a bordo della nave Amanzora in data 10 maggio 1928:
Gelman Joseph:
Età: 40; Nazionalità: Russa; Stato Civile: Coniugato; Luogo di Nascita: Savrany
Gelman Bessia:
Età: 31; Nazionalità: Russa; Stato Civile: Coniugato; Luogo di Nascita: Balta
Gelman Benzion:
Età: 17; Nazionalità: Russa; Stato Civile: Celibe; Luogo di Nascita: Savrany
Gelman Tauba:
Età: 2; Nazionalità: Russa; Stato Civile: Celibe; Luogo di Nascita: Savrany

Il mio vecchio, è stato colui che in famiglia ha inaugurato l’uso di passaporti falsi.

La Grande Depressione s’era da poco abbattuta sull’economia globale e similmente a quanto avvenuto nel primo dopoguerra — quando il collasso delle relazioni con l’Europa aveva cagionato una situazione di miseria e disoccupazione esplosa in scioperi e sanguinosi disordini — tensioni e faide tra conservatori, radicali, anarchici e socialisti, tornarono a scuotere l’Argentina. Il 6 settembre, il governo del presidente costituzionale Hipólito Yrigoyen (1852-1933), al suo secondo mandato, fu rovesciato con un colpo di Stato orchestrato dal generale José Félix Uriburu (1868-1932), avviando il periodo di restauración neo-conservadora, meglio noto con la definizione concepita dallo scrittore e giornalista José Luis Torres (1901-1965): Década Infame, epoca in realtà terminata nel 1943 con il golpe realizzato dal Grupo de Oficiales Unidos e contrassegnata da censura, corruzione, violenza, dall’immistione di frange militari nella contesa politica e dalle sistematiche frodi elettorali ordite affinché al potere rimanesse la Concordancia, coalizione di destra formata da Partido Demócrata Nacional, Unión Cívica Radical Antipersonalista e Partido Socialista. Venne decretato lo stato di assedio, costituita una rete di spionaggio e sorveglianza d’ausilio alla polizia, proclamata la legge marziale e in base alla Ley de Residencia del 1902, centinaia di persone furono espulse e a partire dagli ufficiali che avevano sostenuto Yrigoyen, migliaia di oppositori arrestati, torturati e in molti casi segretamente giustiziati.

Alla totale assenza di democrazia, ad inasprire ulteriormente gli animi del ceto medio-basso creando le premesse per l’affermazione del peronismo, erano le attenzioni rivolte agli interessi degli industriali; l’ingerenza straniera; il legame commerciale con la Gran Bretagna principiato a fine Ottocento e divenuto nel tempo una sorta di giogo, corroborato dal patto siglato il 1° maggio 1933 dal Vice Presidente Julio Roca (1940-1941) e dal ministro del Commercio britannico, Walter Runciman (1870-1949). L’accordo impegnava il Regno Unito a garantire l’acquisizione, se a costi inferiori rispetto a quelli praticati dai paesi del Commonwealth, di materie prime argentine in quantità stabile ed equivalente all’ammontare relativo al 1932 — il minore dal crollo di Wall Street — ricevendo in cambio protezione e notevoli agevolazioni fiscali sul capitale da investire nel territorio, nonché un monopolio dei trasporti dell’area bonaerense, diventato assoluto con la ratifica Malbrán-Eden del 1936. Trattati firmati con l’intero Paese anche subietto a un profondo mutamento della struttura sociale e urbana. Per attutire il contraccolpo della crisi, infatti, il modello agro esportatore fu gradualmente accantonato ed avviato un processo di industrializzazione fondato sulla sostituzione delle importazioni, quindi producendo localmente i beni fin ad allora acquistati all’estero. Un cambiamento che accrebbe la richiesta di manodopera e dalle zone rurali, dove la domanda di carni agevolò l’espandersi della pastorizia, sottraendo superfici alle coltivazioni e dunque lavoro, ondate di persone trasmigrarono nei centri urbani, affollando segnatamente la capitale, attorno alla quale andarono concentrandosi le imprese.

La famiglia di Gelman risiedeva nella zona centrale di Buenos Aires, nel colorito barrio Villa Crespo, al numero 300 di viale George Canning (1770-1827), diplomatico inglese, alla cui memoria succedette l’omaggio allo scrittore Raúl Scalabrini Ortiz (1898-1959). Vi trascorse l’infanzia bevendo libri, fluttuando sui tasti del pianoforte per materno desiderio, immergendosi nelle strade del quartiere disegnate fra i conventillos, le case popolari di legno e lamiere sorte con i grandi flussi migratori e in quella miscela di suoni e culture, s’accese la passione per il biliardo, la milonga, «una forma de conversar, un diálogo bailable» e poi il calcio, rimanendo ammaliato dall’azul y amarillo dei Los Bohemios dell’Atlético Atlanta. Ancor prima però, a sedurlo fu la poesia: «la Signora difficile da catturare» incontrata attorno ai cinque anni nella voce del fratello, interprete bramosa delle trame dei maestri della letteratura russa, idioma lontano, a lui sconosciuto, eppur comprensibile nel rimbalzar degli accenti come note sul rigo.

Era un sorta di ipnosi; da un lato mi attraevano i suoni, dall’altro il mistero di parole indecifrabili. Ricordo ancora alcuni versi. Hanno creato una risonanza interiore che non ho mai saputo definire, ma con il passare degli anni, penso che quei segni e il pianoforte, in qualche modo mi abbiano portato alla poesia.

Musica avrebbe presto cercato e composto ricamando disillusi punti interrogativi a decoro di vocaboli liberi, reinventati, cadenzati fra barre oblique, pennellanti panorami puri, struggenti, intrisi di dolore eppur gonfi di vita, ironia, amore e pietà, a sollevar l’umano essere dalla sua stessa spietatezza. A muover penna fu la scoperta del mielato patir del cuore inascoltato, e nel 1941, l’insorgente vocazione venne gratificata dalla rivista Rojo y Negro: «Non ricordo qual è stata la prima poesia che ho scritto, ma la prima ad esser pubblicata, sì […] Avevo undici anni. Leggevo quella rivista ogni volta che potevo, perché presentava delle ottime storie western e di detective. In ogni numero c’era anche una sezione dedicata alla filatelia, con la possibilità di effettuare scambi, e una chiamata Los Espontáneos, dove mettevano di tutto. Molte volte avevo tentato di corromperli inviando cinquanta, sessanta francobolli, senza però guadagnare pubblicazione. Finché da ultimo, è accaduto. Naturalmente, si trattava di una poesia d’amore impossibile. Più o meno recitava: “Al amor, sueño eterno y poderoso, el destino furioso lo cambié”».

Juan Gelman: il poeta delle strade, dell'esilio, dell'amore contrapposto all'orrore; voce indoma degli oppressi, delle vittime d'ogni tirannia, quella di un uomo, un padre, all'infrenabile ricerca di memoria, verità e giustizia. (https://terzopianeta.info)