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Il Giorno della Memoria, nella Libertà di Paul Éluard

 
 
Caddero i cancelli il 27 gennaio del 1945, le truppe sovietiche della 60° Armata del 1°Fronte Ucraino entrarono nel campo della morte di Auschwitz, liberarono i pochi superstiti rimasti e mostrarono al mondo, fin a che punto si era spinto l’essere umano.

In anticipo di cinque anni sulla risoluzione delle Nazioni Unite, il 20 luglio del 2000 l’Italia stabilisce che quella data diventi monito e ricordo delle persecuzioni, umiliazioni, della follia con la quale è stato deturpato il termine “razza” e sancisce il Giorno della Memoria, per tener quindi viva la realtà di un genocidio che ha colpito ed è colpa dell’umanità intera, perché altre ecatombe simili in tutto e per tutto, avevano preceduto quello perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati, uno su tutti è quello che l’Africa, rimembrando i secoli di schiavitù, oggi chiama “Maafa”, utilizzando un termine di lingua swahili che letteralmente significa disastro, ma altri, troppi disastri seguiranno e persistono tutt’ora.

Sarebbe forse meglio poter dimenticare, saper dimenticare perché sicuri che l’insulto, l’orrore compiuto non avrà seguito, ma l’uomo ripete, archivia e ripete, la differenza spesso la fanno gli echi, la distanza dove cadono le grida e allora il rimbombo di quei cancelli è necessario che resti ben impresso nella memoria, come dovrebbe rimanervi anche un poeta il cui nome è particolarmente legato ad una parola, una parola spesso fraintesa, abusata, svuotata, ma anche ed appunto difesa con la vita perché da essa dipende come da nessun’altra: Libertà.

Eugène Émile Paul Grindel, è il nome del poeta che alla storia passerà con lo pseudonimo di Paul Éluard.

Nacque il 14 dicembre del 1895 a Saint-Denis, Francia, per trasferirsi ancora adolescente a Parigi.
E’ l’amore il tema centrale delle sue liriche, caratterizzate da uno stile in cui confluiscono e si miscelano cultura popolare, patrimonio classico e surrealismo, movimento quest’ultimo che lo vedrà tra i suoi maggiori esponenti.

Éluard dà vita a poesie pure, dirette, colme d’armonia e che inizia a comporre a 17 anni, quando a causa di una tubercolosi polmonare, i genitori Clément Grindel e Jeanne-Marie Cousin, decidono di ricoverarlo presso il sanatorio di Clavades, in Svizzera, ne uscirà solo quattordici mesi dopo, non prima di conoscere Helena Dmitrievna Diakinava, una ragazza russa che diverrà musa di tante sue opere, quella stessa che sarà poi amante di Ernst e moglie di Salvador Dalì.

I due s’innamorano all’istante, Éluard la chiama Gala, convolerebbero a nozze se non fosse che a raggelare gli animi è la madre Jeanne-Marie; sono per lei troppo giovani, entrambi senza un lavoro e i problemi, le difficoltà economiche si presenterebbero ancor prima dello scambio delle fedi. La donna è ferma nella sua decisione, l’evento è solo rimandato, ma nel frattempo Gala non poté che far rientro in Russia.

La sua prima raccolta di poesie, la pubblica il 1° dicembre del 1913, si tratta di “Premiers poèmes”, sottotitolo “Loisirs, Pierrot, Les cinq rondels de tout jeune homme”, Éluard è ancora ricoverato presso la casa di cura, tornerà a Parigi solo due mesi dopo e ad attenderlo ci sono le atrocità della guerra.

L’esercito tedesco invade il Lussemburgo, il Belgio, occupa zone della Francia nordorientale, è il 4 agosto del 1914, la Grande Guerra era iniziata e le condizioni di salute di Paul Éluard non impedirono il suo richiamo alle armi, fu tra quelli mandati al fronte per vivere un’esperienza che com’è banale immaginare lo segnerà profondamente, un orrore che testimonierà con “Le Devoir“, una raccolta di dieci poesie che pubblica nel 1916, quand’è ancora nell’inferno del conflitto, ne scriverà di suo pugno 17 copie e per la prima volta, si firmerà come Paul Éluard, adottando il cognome della nonna materna.

Nel settembre dello stesso anno Gala lo raggiunge in Francia, finalmente realizzando quel sogno nato e custodito da troppo tempo, i due si sposano e dall’amore per lei nasce “Le devoir et l’inquiétude”, una raccolta seguita poi da “Poèmes pour la paix”, undici liriche con le quali sembra voler rispondere alla guerra soverchiandola di vita, di semplice desiderio e omaggio alla vita.

 

I
Tutte le donne sono felici
hanno ritrovato il loro marito
egli torna dal sole tanto è il calore che emana.
Ride e saluta piano
Prima di dare un bacio alla sua meraviglia.

 

VII
Ho avuto per molto tempo un volto inutile,
ma adesso,
ho un volto da amare,
ho un volto per essere felice

 

All’inizio degli anni 20, Éluard frequenta ambienti legati al dadaismo, legandosi successivamente al movimento surrealista grazie all’incontro avuto con André Breton, scrittore, saggista e teorico della neonata corrente, ma una profonda crisi interiore lo spingerà ad allontanarsi da tutto e da tutti, mettendo in pericolo anche il rapporto con la sua Gala, e dopo aver pubblicato “Mourir pour ne pas mourir”, con la dicitura «dedico il mio ultimo libro ad André Breton», il poeta decide di partire per un lungo viaggio intorno al mondo facendo perdere le proprie tracce per un intero anno, tanto che parenti, amici e la stessa moglie lo crederanno morto.

Torna a Parigi nel ’24, quando nuove forze sembrano animarlo ed insieme a Benjamin Péret compone e pubblica “152 proverbes mis au goût du jour”, con Breton “L’Immaculée Conception”, dalla collaborazione con il poeta e resistente René Char nasce invece “Ralentir travaux” ed in seguito lavori come “Au défaut du silence”, “Capitale de la douleur” e fermarlo non possono neanche gli incubi che tornano qualche anno più tardi e nel 1929, dopo aver pubblicato “L’Amour la Poésie”, Éluard conosce Maria Benz, la chiamerà Nush e quelle incomprensioni che da tempo ormai minavano il rapporto con Gala, diverranno insanabili.
 

Seconda natura

In onore dei muti dei ciechi dei sordi
Con la grande pietra nera in spalla
Quel che scompare dal mondo senza mistero
Ma anche per gli altri che chiamano le cose col proprio nome
Le ustioni di ogni metamorfosi
L’ininterrotta catena delle aurore in testa
Tutti gli urli che s’accaniscono a spezzare le parole
Che scavano la bocca che scavano gli occhi
Dove colori furiosi dissipano la nebbia della veglia
Addestrano l’amore contro la vita come nei sogni dei morti
I vivi di laggiù spartiscono gli altri sono schiavi
Dell’amore come lo si può essere della libertà

 

I loro occhi sempre puri

Giorni di lentezza,
giorni di pioggia,
giorni di specchi in pezzi e di aghi perduti,
giorni di palpebre chiuse all’orizzonte del mare,
di ore tutte uguali,
giorni di reclusione,
il mio spettro che ancora brilla sulle foglie e sui fiori,
il mio spettro è nudo come l’amore.

L’aurora, dimenticata, gli fa chinare il capo
a contemplare il suo corpo ubbidiente e inutile.
Eppure io ho visto gli occhi al mondo più belli,
dei d’argento che stringevano zaffiri nelle mani,
veri dei, uccelli nella terra
e nell’acqua, io li ho visti.

Le loro ali sono le mie, nulla esiste
oltre il loro volo, che scuota la mia infelicità.


Il loro volo di stella e luce,
fiume, pianura, roccia, il loro volo.
I flutti chiari delle loro ali,
mio il pensiero rinforzato dalla vita e dalla morte

 

Gli anni 30, sono per lui uno dei periodi più sereni mai vissuti, altrettanto, Éluard è presente umanamente, il suo impegno politico e sociale è costante, si ribella pubblicamente a quell’abominio che fu l’Esposizione Coloniale tenutasi nella periferia est di Parigi, ed all’umiliazione dei corpi nudi in gabbia (spettacolo mortificante quanto quello espresso dalle menti fuori dalle gabbie), il poeta rispose unendosi all’iniziativa portata avanti sottoscrivendo un opuscolo che recitava l’antico e famoso adagio: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”.

Éluard guarda con dolore e preoccupazione l’avvento del nazismo in Germania, del franchismo in Spagna e come un nastro che si riavvolge, nel settembre del ’39 si trova a dover indossare nuovamente quella divisa che fin troppo bene aveva conosciuto e come tenete, è stavolta chiamato a prestar servizio presso l’intendenza militare, giusto il tempo per veder la Francia cedere alla follia di Hitler.

Si unisce nuovamente al partito comunista francese al quale si era iscritto nel ’26, per poi prenderne le distanze, senza neanche abbracciare con convinzione l’orientamento trotskista del surrealismo di Breton. Clandestinamente partecipa alla Resistenza portando il suo contributo attraverso trasmissioni radiofoniche, libri, giornali, poesie che sono ormai puro impegno politico, impregnate della tragicità che per sempre solcherà il volto dell’umana esistenza.

Nel 1942, Éluard si fa autore della meravigliosa quanto eterna “Liberté”, autentico inno al più alto e puro sentimento, il dovere, l’obbligo che mai dev’esser avvertito come scontato, piuttosto difeso, amato, viziato allo sfinimento perché da esso pende e dipende ogni sopravvivenza.
Libertà che le forze alleate fanno cadere come pioggia sulla Parigi assediata dai nazisti, lanciate dagli aerei, migliaia di copie scendono sulla città perché quel canto sia come acqua per la terra e possa infiammare i cuori per continuare a resistere.

Libertà

Su i quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Sulla sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome

Su ogni pagina che ho letto
Su ogni pagina che è bianca
Sasso sangue carta o cenere
Scrivo il tuo nome

Sulle immagini dorate
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Scrivo il tuo nome

Sulla giungla ed il deserto
Su i nidi su le ginestre
Su la eco dell’infanzia
Scrivo il tuo nome

Su i miracoli notturni
Sul pan bianco dei miei giorni
Le stagioni amate
Scrivo il tuo nome

Su tutti i miei lembi d’azzurro
Sullo stagno sole sfatto
E sul lago luna viva
Scrivo il tuo nome

Sulle piane e l’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
E il mulino delle ombre
Scrivo il tuo nome

Su ogni alito di aurora
Sulle onde, sulle barche
Sulla montagna demente
Scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Su i sudori d’uragano
Sulla pioggia spessa e smorta
Scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Le campane dei colori
Sulla verità fisica
Scrivo il tuo nome

Su i sentieri risvegliati
Sulle strade dispiegate
Sulle piazze che dilagano
Scrivo il tuo nome

Sopra il lume che s’accende
Sopra il lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Scrivo il tuo nome

Sopra il frutto schiuso in due
Dello specchio e della stanza
Sul mio letto guscio vuoto

Scrivo il tuo nome

Sul mio cane tenero e goloso
Sulle sue orecchie dritte
Sulla sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome

Sul decollo della soglia
Sugli oggetti familiari
Sulla santa onda del fuoco
Scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Scrivo il tuo nome

Sopra i vetri di stupore
Sulle labbra attente
Tanto più sul silenzio
Scrivo il tuo nome

Sopra i miei rifugi infranti
Sopra i miei fari crollati
Sulle mura del mio tedio
Scrivo il tuo nome

Su l’assenza che non chiede
Sulla nuda solitudine
Sui gradini della morte
Scrivo il tuo nome

Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Sull’immemore speranza
Scrivo il tuo nome

E in virtù d’una parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti

Libertà