Panini, Carlo Parola, Corrado Banchi: storia delle Figurine dei Calciatori
«…ce l’ho, mi manca…»
Frase ripetuta all’inverosimile da bimbi e ragazzi, per decenni, nel mercanteggiarsi figurine dei Calciatori Panini, una specie di mantra, di corte serrata, di pazienti contrattazioni trascinate allo sfinimento per scambiarsi “i doppioni”, avere i giocatori bramati, i più forti, quelli introvabili o i pochi assenti all’appello, così provando un vero sussulto nel completare album, riprendendo a sognare sull’iconica immagine di Carlo Parola.
Voglio fare le figurine dei calciatori.
Desiderio di Giuseppe Panini, confidato al fratello Franco, nel 1960
Firenze, mercoledì 6 novembre 1912: in via Ponte alle Mosse, viene alla luce Corrado Banchi, quartogenito di Natale e Ofelia, ambedue commercianti nella drogheria di proprietà. Per niente incline a calcarne le orme, Corrado nutre interessi artistici volti a pittura, disegno, scrittura e rivela, a sé ancor prima che al prossimo, innata attrattiva per la macchina fotografica, donata al lui dodicenne dietro sua espressa richiesta.
Ulteriore attitudine a integrarne rosa delle connaturate inclinazioni è il calcio, a cui Corrado Banchi si dedica con trasporto, permanendo per circa quattro anni nella categoria allievi della Fiorentina, finché a sconquassarne adolescenziale serenità, d’emblée stoppandogli divertito rincorrere pallone, è l’inizio del servizio militare in quel d’Orbetello.
Terminata leva obbligatoria e rincasato, svolge ruolo di cartellonista presso i cinema locali, perlomeno fino al 1941, quando chiamata alle armi ne devia nuovamente tratta esistenziale, assegnandolo a Follonica in qualità di sorvegliante della linea ferroviaria tirrenica ed è in territorio grossetano che, nel 1942, conoscerà Lola Chiti, convolando a nozze nel giro d’un biennio.
Battaglie belliche alle spalle, Corrado Banchi fa di svago professione, aprendo un proprio studio fotografico a Massa Marittima e, strumento alla mano, viaggiando nella mira d’immortalar eventi di società, sportivi e, soprattutto, legati alla guerra, indi dai tragici quanto drammatici risvolti, mediante obiettivo catturandone le umane e disumane sfumature, restituite in eloquenti istantanee, di lui narranti lo spirito d’osservazione, il saper cogliere, l’interpretare, il profondo sentire.
Nel petto. Sulla pellicola.
Il 15 gennaio del 1950, Corrado Banchi…
Forlì, lunedì 27 dicembre 1920: sotto cielo romagnolo nasce il grande Guglielmo Moretti, futuro e lungimirante ideatore d’un programma radiofonico calcistico che lascerà impronta incancellabile nell’animo di ciascun tifoso.
Giovane dal solido temperamento, partecipa come volontario al Secondo Conflitto Mondiale per poi, al desiato ristabilirsi della pace, recarsi oltre confine alla ricerca d’occasioni lavorative e dunque risiedendo per circa un quadriennio in Francia ove, anche quando definitivamente rimpatriato, tornerà regolarmente per assistere ad incontri di rugby, giacché sport di cui particolarmente amante.
È in una di queste trasferte transalpine che Guglielmo Moretti ascolta Sports et Musique, radiocronaca della domenica pomeriggio — alternata da canzoni, nell’intento di calamitare più persone — concepita il 25 febbraio 1945 dal giornalista Alexandre ‘Alex’ Virot (1890-1957), dapprima da lui presentata e successivamente affidata alla voce del collega Jean Georges Briquet (1898-1968), liberato dal lager di Dachau il 29 aprile, dopo trecentoventiquattro giorni d’internamento durante cui i compagni di prigionia, notandolo scivolare in malinconici abissi, gli costruirono un microfono con frammenti metallici di cavi racimolati qua e là, affinché potesse dar sfogo al proprio dire e snebbiare tormento, figurandosi a commentare il Tour de France, sul filo della fantasia che per qualche istante sottrae all’insoffribile atrocità del reale.

Dell’innovativa modalità di conduzione francese, fatta d’interviste e vari collegamenti in diretta su più partite nella stessa giornata, Guglielmo rimane immediatamente affascinato, in lui germinando convinzione che simile format possa di buon grado calzare anche al Bel Paese, dove la messa in onda domenicale accoglie invece una sola partita per volta e malgrado avanguardista proposta alla Rai, dove trascorrerà carriera, non trovi iniziale benestare delle dirigenze, sagace caparbia di Moretti ne guiderà e terrà vivo proposito, benché per agognata approvazione dei “piani alti” e preliminari sperimentazioni, si dovrà attendere il 1959.
Torino, martedì 20 settembre 1921: primo vagito emesso nel capoluogo piemontese, Carlo Parola cresce all’insegna della sana vivacità che dovrebbe appartenere di diritto all’infanzia, fin da piccolo sentendosi un tutt’uno con la bicicletta costruitagli dal padre e sfoderando doti, tra agilità e velocità, inizialmente sul Motovelodromo Fausto Coppi, dacché sito nei pressi d’abitazione e, in seguito, nella corsa Torino-Bardonecchia, vincendone la prima tappa, classificandosi al terzo posto in quella di rientro ed al secondo nella graduatoria finale.
Tuttavia, l’elettrizzante periodo sulle due ruote ha provvisoria durata, influendo sulle circostanze tanto la prematura scomparsa dell’amato papà quand’egli ha solo sette anni, quanto il derivante trasloco della famiglia a Cuneo dove, inaspettatamente, in cuor suo s’appiccia nuova fiamma: «Abitavo a Cuneo, dove non c’era il Velodromo, ma dove esisteva il campo sportivo: e fu là che presi confidenza con la sfera di cuoio e mi convertii a quello che giudico ancora oggi il più bel gioco del mondo. Quando tornai a Torino, insieme ad alcuni amici appassionati, fondai una squadretta che, dal nome del corso adiacente al prato sul quale si giocava, venne chiamata Brianza. Avevo appena dieci anni, ma ricordo che in quella compagine feci di tutto, dal difensore al centravanti, dal mediano all’ala e persino il portiere. La nostra squadretta non tardò a farsi un proprio nome ed ebbe anche i suoi tifosi che, domenicalmente, la seguivano, spingendosi in audaci trasferte magari fino a Porta Susa».
Su suolo torinese, nel 1935 Carlo presenzia nell’U.S.D. Vanchiglia, una delle più rilevanti società dilettantistiche del Piemonte, alla quale resterà particolarmente affezionato ma che, suo malgrado, si trova costretto a lasciare allorquando, l’anno seguente, viene assunto alla Fiat, ne frequenta la Scuola Allievi ed entra a far parte, tramite il Dopolavoro, della squadra calcistica aziendale, palesando una capacità che non resta inavvertita e che lo conduce prestotempo tra le fila della Juventus, su consiglio del dirigente Sandro Zambelli (1886-1972) all’allora allenatore Umberto Caligaris (1901-1940), poiché in disperata ricerca d’un degno sostituto dell’epico, infortunato, Luis ‘Luisito Doble Ancho’ Monti: esordio in Serie A si concreta il 3 dicembre del 1939 contro il Novara (1-0) e Carlo Parola — dapprincipio centravanti e poi arretrato a centromediano — si distingue per stile raffinato, pulito, acrobatico, raro senso tattico e singolare abilità nel comprendere il gioco degli avversari, prevederne le mosse ed in aria ricamando incanto nel leggiadro segnare a tuffo, in girata e in qualsiasi modo mente ingegni e corpo esegua, in mirabile accordo.
Il 15 gennaio del 1950, Carlo Parola…
Pozza di Maranello, lunedì 9 novembre 1925: già genitori di Veronica, Edda, Norma e Maria Luisa, Antonio ‘Tonino’ Panini (1897-1941) e la moglie Olga Cuoghi (1900-1987), uniti in matrimonio da un quinquennio, accolgono fra le braccia il neonato Giuseppe, al quale succederanno Benito, Umberto e Franco Cosimo.
Trasferitosi a Modena insieme ai propri cari, per trovato impiego nell’Accademia Militare e un salario sicuro su cui poter contare, nel difficoltoso tentativo di degnamente mantenere la numerosa prole, Antonio Panini è ignaro dell’inflessibile e spietata patologia oncologica che sta per sottrarlo, appena quarantatreenne, alla vita e su Giuseppe ricadendo responsabilità di capo famiglia, nella fulminea frazione temporale dell’ultimo respiro paterno.
A un triennio dal doloroso avvenimento, l’intraprendente Olga riversa speranze nell’acquisizione d’una piccola edicola in Corso Duomo, minuscolo chiosco esagonale i cui battenti riaprono, in un giorno da generosa neve abbigliato, all’alba del 6 gennaio 1945; tra impegno e fatica, l’attività s’instrada pian piano per il giusto verso, al pari di Giuseppe il qual, annichilito da una tubercolosi osteoarticolare e costretto in un ferreo busto, si riappropria della libertà dopo un intervento chirurgico alquanto rischioso, vincendo scommessa e reindirizzando sgravato passo al domani.
Il 15 gennaio del 1950, Giuseppe Panini…Fiorentina-Juventus
Firenze, domenica 15 gennaio 1950: Corrado Banchi, Carlo Parola e Giuseppe Panini varcano soglia dello Stadio Comunale del capoluogo toscano. A unirli una partita. E non una partita a caso. La Fiorentina fino ad allora non è mai stata stata sconfitta tra le mura domestiche; in trasferta, la Juventus — verso traguardo tricolore in contesa con il Milan di Gunnar Nordahl, attaccante svedese destinato a dominare la classifica cannonieri siglando 35 gol e così raggiungendo primato rimasto imbattuto per 66 anni — ha registrato unicamente vittorie e ad incrementare significato all’incontro e coinvolgimento di stampa e appassionati, il sonante 5-2 dalla Vecchia Signora inflitto ai Viola di Ferrero.

Da sinistra, in piedi: Karl Aage Præst, Sergio Manente, Giacomo Mari, Alberto Bertuccelli, Giovanni Viola, Alberto Piccinini;
Accosciati: John Hansen, Ermes Muccinelli, Giampiero Boniperti, Rinaldo Martino, Carlo Parola (Capitano)
Allenata da Jesse Carver, che della stagione conquisterà scudetto, la formazione juventina — Giovanni Viola, Alberto Bertuccelli, Sergio Manente, Giacomo Mari, Carlo Parola, Alberto Piccinini, Giampiero Boniperti, Rinaldo Martino, Pasquale Vivolo, John Hansen, Karl Aage Præst — sfila in tutta fierezza, posando tacchetti su un campo illibato, imminente terreno d’acceso scontro e con circa sessantamila spettatori, impazienti di sentire il fischio d’inizio, per fiato di Giorgio Bernardi.
Ottantesimo minuto: azioni rapide si succedono, momenti senza particolari emozioni eppure interminabili, momenti nei quali tutto può accadere.
E quel tutto accade.
Magli effettua un traversone a servire Pandolfini e il centrocampista si lancia all’incontro con il pallone probabilmente già udendone il dolce suono all’impatto con la rete, ma nessuno, neanche il destino, avrebbe potuto immaginare: Parola si frappone tra Pandolfini e il portiere bianconero; su spalti e panchine cala il silenzio assoluto, migliaia di sguardi accompagnano la lunga parabola disegnata dal capitano dei padroni di casa, ed inaspettato, quanto indelebile, Carletto Parola, spegne i sogni viola inventandosi rovesciata tanto spettacolare, da suscitare ovazione dello stadio, e gesto di cui aveva già dimostrato talento, nella meraviglia d’occasione, elevandolo all’empireo del calcio.
In una sorta d’astratta clessidra, Parola è il centro fra due ampolle, Pandolfini e Magli da una parte, Banchi e Panini dall’altra.
Corrado Banchi immortala l’attimo, attimo in cui istinto e movimento compongono pura poesia atletica, opera d’assoluta bellezza per armonia e perfezione tecnica, attimo tradotto in «uno stacco imperioso, un volo in cielo, una respinta in uno stile unico». Giuseppe Panini ne rimane estasiato, Parola aveva dipinto l’essenza del calcio, dello sport: folle e romantica impulsività, grazia e potenza assieme.
L’incontro termina 0-0, dopo l’ultimo sussulto con il difensore della Fiorentina Cervato sprecare occasione, fallendo rigore all’85°.


A un decennio e cinque giorni esatti dalla leggendaria sforbiciata e ormai a capo della redazione sportiva Rai, il 10 gennaio 1960 Guglielmo Moretti debutta finalmente con Tutto il calcio minuto per minuto, meta conseguita in collaborazione agli storici colleghi Roberto Bortoluzzi, primo conduttore (1921-2007), e Sergio Wolmar Zavoli (1923-2020), inventore del nome della trasmissione, nel condiviso obiettivo di raccontare lo sport in rinnovata maniera e, per l’appunto, i cinque radiocronisti collegati al debutto, dai relativi campi, sono Nicolò Carosio (1907-1984) con Milan-Juventus, Piero Pasini (1926-1981) per Bologna-Napoli, Amerigo Gomez (1915-1964) su Fiorentina-Sampdoria, Enrico Ameri (1926-2004) con Roma-Vicenza e Nico Sapio (1929-1966) per Genoa-Spal.
Risultati finali delle partite di serie A del 10 Gennaio 1960, la 14° giornata di un Campionato alla fine conquistato dalla Juventus, giunta al tricolore davanti alla Fiorentina:
Alessandria – Padova 0-0
Atalanta – Udinese 0-0
Bari – Lazio 0-0
Bologna – Napoli 4-1
Fiorentina – Sampdoria 4-0
Genoa – Spal 0-1
Milan – Juventus 0-2
Palermo – Inter 1-1
Roma – Lanerossi Vicenza 3-1

È una svolta epocale, un’evoluzione che diffonde cronistorie calcistiche ad ampio raggio e dal 1976, anticipate da sigla dapprima scelta tra le note di Caravan di Eumir Deodato, dopodiché, dal 1982, dalla celebre cover di Herp Alpert and the Tijuana Brass del brano jazz, A Taste of Honey e capillarmente transitanti per una “radiolina” che diventa parte integrante della quotidianità di milioni d’italiani e immancabile alleata in qualsivoglia luogo o situazione.






In medesima annata, e dal 1956 avviatisi nella distribuzione di giornali e riviste, Giuseppe e Benito Panini ritirano — dalla casa editrice milanese la Nannina ed a modico prezzo, in quanto giacenza invenduta — un cospicuo lotto di figurine del campionato 1960/1961 e le impacchettano a coppie, rimettendole in commercio a dieci lire per bustina, conseguendo un risultato ben oltre la più lusinghiera delle aspettative: tre milioni i pezzi venduti. Decisione d’avvicendarsi in visionaria avventura — alla quale si uniranno in prosieguo gli altri fratelli e le sorelle — giunge quasi naturale ed è all’interno d’una topografia che i Panini iniziano pertanto a stampare autonomamente quintuplicando vendite nel 1962 ed arrivando a ventinove milioni nel 1963, inoltre concependo un raccoglitore apposito.
L’omonimo album Calciatori prende forma e passa alla storia.
Fra la moltitudine d’interessi coltivati da Giuseppe Panini — con possibilità di viverli a ritroso, visitando il Museo della Figurina — è anche l’inventare cruciverba, firmandosi ‘Il Paladino’ ed è tal pseudonimo a fungere da brillante ispirazione al marchio, rappresentato da un antico cavaliere che sorregge uno scudo con incise, racchiuse all’interno di tre esagoni, le lettere E.P.M. (Edizioni Panini Modena) e brandisce una lancia da giostra in resta, sulla cui lama campeggia la scritta Panini.

Ma simbolo dell’azienda per antonomasia è Carlo Parola in rovesciata, Giuseppe Panini rispolvera infatti il celebre scatto, dopo averne acquistato diritti dal Corriere dello Sport, a cui erano stati frattanto venduti da Corrado Banchi e prima apparizione ufficiale è sulla copertina dell’album 1965-66, con Carlo raffigurato in bianco e nero ed a sfondo il vessillo nazionale; il disegno, lievemente modificato, campeggerà ben presto anche sulle bustine.

Wainer Vaccari, classe 1949, ad oggi scultore, pittore e illustratore modenese, approda alla Panini sedicenne come magazziniere, ma esternando apertamente personali inclinazioni artistiche che in breve ne direzionano riconosciute mansioni all’ufficio grafico.
Nel 1970, stimolante commissione affidatagli è quella di rivisitare la sagoma di Carlo Parola, colorandola. Vaccari assolve compito scegliendo tinte neutrali, ovvero non appartenenti a nessun altra squadra di club o degli Azzurri: rossa la maglia, bianchi i calzoncini, neri i calzettoni, con barre gialle. Nuovo logo, imperituro a plenaria memoria, è compiuto.
Alla Panini, Wainer Vaccari ha reso stimante omaggio, scolpendo un bronzo della mitica rovesciata, dal 2018 appeso al muro dei portici dove Olga Cuoghi e figli avviarono edicola.
Una macchina fotografica. Una radiolina. Un pallone. Un album.
Banchi. Moretti. Parola. Panini.
Quattro oggetti e quattro uomini. Una passione. Mille storie.
Collezionare figurine coinvolge più sensi. La visione alza sipario sugli anelati soggetti, poi segue il tatto, quell’incredibile sensazione d’aver fra le mani quanto frutto di ripetuti “speriamo”, nello scartar bustine, o d’estenuanti baratti con gli amici. Accompagna esperienza il profumo, il sentirne l’inconfondibile essenza della parte retrostante, affondandoci naso nel levare cartina di protezione e infine incollarla, un rito, un atto sacrale. Un’accortezza certosina accompagna il far combaciar angoli al riquadro preposto e il delicatamente adagiarla, facendo di dita carezze, scongiurando pieghe. Agli atei del settore, la figurina può sembrare muta ed immota, ma ogni cultore, adulto o piccino che sia, sa quanto basti fissarne gli occhi dei calciatori, per immergercisi a fondo e percepirne i movimenti, ascoltarne la musica del giuoco, l’odore dell’erba, il boato del tifo che si leva dalle tribune. Ad album ultimato, ecco giungere il gusto: il cuore s’apparecchia a mo’ di tavola imbandita per la festa ed i suoi anfratti divengono goderecce papille, ingorde e sature di quell’emozione che al premuroso richiudere copertina, avvolge e travolge, restando per sempre.
Tutti coloro che sono stati bambini a partire dagli anni sessanta sanno infatti chi sono i Panini. Hanno comprato i loro album, incollato le loro figurine, scritto, ansiosi di risposta, al loro indirizzo di Modena. I fratelli Panini sono entrati nell’immaginario collettivo. Quel cognome identificava delle irremovibili e struggenti madeleines di ciascuno. Quelle figure di altri, sconosciuti, sono, nella nostra memoria, quella di noi una volta bambini.
Panini. Storia di una famiglia e di tante figurine
















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