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Falcone e Borsellino, storia di Uomini tra Stato e mafia

 
 

«Oggi è una situazione d’instabilità e pericolosità, per chi cerca di contrastare questi fenomeni e all’interno delle organizzazioni, perché c’è qualcosa che non mi convince affatto e temo che si verificheranno fatti gravi, tra poco»

Era febbraio del 1991, quando Giovanni Falcone pronuncia queste parole durante un’intervista televisiva.

Il 23 maggio del 1992 alle 17:58, insieme alla moglie Francesca Morvillo e a 3 uomini della scorta, il magistrato siciliano viene ucciso in quell’esplosione, che rimarrà un ricordo indelebile nella memoria del Paese.
Invero una ferita inguaribile.
Inguaribile perché fino a quel giorno, non molti erano quelli in grado di ammettere, capire e apprezzare sino in fondo il lavoro e la grandezza dell’uomo.
Stesso umiliante rimpianto, se il pensiero si rivolge a Paolo Borsellino.
 
Falcone e Borsellino
Borsellino che accorse in quel tratto della A29, riuscendo a stringere tra le braccia l’amico negli ultimi istanti di vita.
Borsellino che pochi giorni dopo chiese al proprio confessore, di ricever la comunione. Sapeva di non avere tempo.
Il 19 luglio dello stesso anno, alle 16:58 una Fiat 126 caricata con 90 chili di esplosivo e piazzata in via D’Amelio, lo strappò alla vita.
 
Falcone e Borsellino
Era ancora l’Italia delle magliette con scritto “Mafia made in Italy”, quando la voragine di Capaci e le immagini del massacro di Palermo, mostrarono il potere e la ferocia di Cosa Nostra.
Il volto della mafia si manifestò anche agli occhi di coloro, che fino ad allora l’avevano avvertita lontana, qualcosa d’impalpabile.

Eppure in quelle strade, i due magistrati vinsero la guerra.
L’apparente “normalità” con la quale svolgevano e affrontavano il lavoro, era colma di tale abnegazione, valore e determinazione, che la scomparsa diventò continua presenza, presenza che iniziò con forza, a prender posto nella coscienza d’ognuno. Dei giovani siciliani, su tutti.

 
 


Chi è Stato il Nemico?

Il Metodo Falcone

Il Pool Antimafia

dal Maxiprocesso…

…al Saluto di Caponnetto

1992: 23 Maggio – 19 Luglio

L’agenda rossa di Borsellino


 
 

^Chi è Stato il Nemico?

«Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio.
O si fanno la guerra o si mettono d’accordo»
(Paolo Borsellino)

Erano gli anni dell’ascesa dei Corleonesi all’interno di Cosa Nostra.
Luciano Leggio detto “la primula rossa”, Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella, sono i personaggi di spicco.

Traffico d’armi, droga, corruzione, gioco d’azzardo; intrecceranno legami con la politica attraverso la figura di Vito Ciancimino, che dopo aver lavorato presso la segreteria di Bernardo Mattarella, padre di Piersanti e dell’attuale Presidente della Repubblica Sergio, diviene assessore nella giunta palermitana del sindaco Salvo Lima, parlamentare che sarà poi riconosciuto tra i maggiori referenti della mafia.

Per raggiungere i vertici dell’organizzazione, i Corleonesi diedero vita ad una guerra interna provocando centinaia di morti e parallelamente, a protezione dei propri interessi, colpirono le istituzioni.

In pochi anni perderanno la vita il procuratore Gaetano Costa, il generale Dalla Chiesa, Boris Giuliano ed Emilio Basile, rispettivamente Capo della Squadra Mobile e Ufficiale dei Carabinieri.
E ancora il magistrato Terranova e Pio La Torre, firmatari nel ’76 della relazione contenete i rapporti tra mafia, politica e imprenditoria. Relazione dalla quale nascerà 5 anni dopo, la legge “Rognoni-La Torre” che introdurrà nel codice penale il reato di “associazione mafiosa”.
 

^Il Metodo Falcone

Una serie di omicidi che nel 1980, spinse il dirigente dell’Ufficio Istruzioni di Palermo Rocco Chinnici, a formare un gruppo di magistrati che si occupasse della malavita organizza.
A farne parte saranno chiamati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello.

A Falcone sono affidate le indagini su Rosario Spatola, un magnate dell’industria edilizia, legato a Salvatore Inzerillo e John Gambino di New York, entrambi invischiati nel finto sequestro di Sindona.

Il magistrato compie le ricerche mettendo assieme tasselli solo all’apparenza disconnessi tra loro, invia negli Stati Uniti i vari filoni dell’inchiesta, così creando una visione d’insieme mai compiuta prima.
Falcone capisce quanto i movimenti di denaro rappresentino una pista fondamentale per colpire gli affari della mafia, «La droga può anche non lasciare tracce, il denaro le lascia sicuramente».

Le banche “ripulivano” il denaro sporco perché fosse reinvestito in attività lecite.
Le indagini si estesero quindi al campo patrimoniale.
Oggi può sembrare banale, allora non lo era affatto e certo, l’iniziativa non era ben vista tanto dai clienti, quanto dalle banche.
 

^Il Pool Antimafia

Falcone Borsellino Caponnetto
 
Nel 1983, il 29 luglio, con un autobomba contenente 75 chilogrammi d’esplosivo, Chinnici viene ucciso.

A capo dell’Ufficio istruzione viene nominato Antonino Caponnetto.
Lui stesso inviò domanda per la carica: «Capii che dovevo fare qualcosa per aiutare a liberare la mia terra dall’oppressione della mafia».
Se Chinnici ne fu il fautore, Caponnetto fu il padre del Pool Antimafia, una squadra di magistrati composta dagli uomini del predecessore, ai quali si aggiunsero Leonardo Guarnotta, Ignazio De Francisi, Giacomo Conte e Gioacchino Natoli, che assieme a Falcone, collaborò all’inchiesta condotta dall’FBI, passata alle cronache con il nome “Pizza Connection“.

Il 28 luglio del 1985 viene ucciso a colpi d’arma da fuoco Giuseppe Montana, poliziotto che alla morte di Chinnici dichiarò che «A Palermo siamo poco più d’una decina a costituire un reale pericolo per la mafia. E i loro killer ci conoscono tutti. Siamo bersagli facili, purtroppo. E se i mafiosi decidono di ammazzarci possono farlo senza difficoltà».

Nove giorni più tardi viene assassinato “Ninni Cassarà, anch’egli poliziotto e come Montana stretto collaboratore di Borsellino e Falcone, che per ragioni di sicurezza sono costretti all’esilio forzato nella foresteria penitenziaria di Cala d’Oliva nell’isola sarda dell’Asinara.

In ricordo di quella permanenza, nel ventennale dalla morte vi è una targa con impresse le parole di Borsellino «Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» e di Falcone «La mafia non e’ affatto invincibile: e’ un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avra’ anche una fine»
 

^Dal Maxiprocesso…

Falcone e Borsellino, Maxiprocesso
 
E’ in questo periodo che i due magistrati iniziano ad elaborare le inchieste che porteranno a quello che passerà alla storia come il “Maxiprocesso“.
Avrà inizio il 10 febbraio dell’86 ed il luogo è l’aula bunker del carcere Ucciardone.
Gli imputati saranno 460, inflitti 19 ergastoli e qualcosa come 2665 anni di carcere per un totale di 342 condanne.

Per la prima volta, ci si avvale della testimonianza dei “pentiti”.
Senza che nulla giungesse ai media, per due mesi Falcone ebbe colloqui con Tommaso Buscetta.
Appartenente ad una cosca rivale dei Corleonesi, attorno a lui era stata fatta terra bruciata ed il pentimento è piuttosto una vendetta, tanto che non mancheranno ripensamenti e timori che lo spingeranno a tentare il suicidio.

Il primo grado di giudizio si conclude il 16 dicembre del 1987 e all’indomani, provato nel fisico Antonino Caponnetto sente di poter chiudere la propria esperienza a Palermo.
 

^…al Saluto di Caponnetto

Il 19 gennaio del 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura, contro ogni previsione nomina Antonino Meli come suo successore.
Per Caponnetto, che vedeva in Giovanni Falcone l’erede naturale, l’incarico era passato per «cinque vergognose, letali, astensioni e due voti di maggioranza».

Lo stesso Borsellino, in due interviste rilasciate a Repubblica e L’Unità disse che «si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio» e «stiamo tornando indietro, come 10 o 20 anni fa».

Parole di fuoco, tanto che il 31 luglio del 1988 viene convocato dal C.S.M. rischiando «conseguenze professionali gravissime, e forse questo lo avevo pure messo nel conto, ma quel che è peggio il Consiglio Superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio».

Anni più tardi durante una celebre intervista a Gianni Minà, tornando a quanto accadde al Pool, ancora Antonino Caponnetto dichiarò: «Ognuno ha fatto la sua parte. Meli ha contribuito ad anticipare la chiusura dell’Ufficio istruzione, non coordinando più le indagini, esautorando Falcone, emarginandolo, smembrando i processi di mafia e vanificando tutto il lavoro fatto. Giammanco ha fatto la sua parte presso la procura della Repubblica,e ha emarginato anche lui Giovanni, con anticamere imposte, umiliazioni varie che lo portarono a Roma ad accettare un incarico ministeriale per fuggire da questa tagliola palermitana».

In autunno, Antonino Meli scioglie definitivamente il Pool.
 

^1992: 23 Maggio – 19 Luglio

L’aria si fa sempre più pesante, i due magistrati si trovano a dover fronteggiare subdole inimicizie e angherie.
Dalla politica e da una parte di opinione pubblica iniziano ad arrivare critiche e calunnie, tanto che dopo essere scampato ad un primo attentato nel 1989, Falcone si sentì accusato di esser lui stesso autore di una simulazione, con l’obiettivo di amicarsi il CSM.
Infamia alla quale il magistrato rispose con parole dure e amare: «Per essere credibili bisogna essere ammazzati, questo è il Paese felice che se ti si pone una bomba sotto casa, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere».

Paolo Borsellino non aveva mai nascosto le sue idee e dopo la scomparse dell’amico e collega, non perse occasione di ribadirle anche durante una serata incentrata sulla realtà mafiosa.

Tornando a quanto successo quattro anni prima, dichiarò che «Falcone aveva cominciato a morire nel gennaio 1988, quando il CSM gli aveva preferito Antonino Meli come successore di Antonino Caponnetto. Con questo non voglio dire che la strage sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Anche se oggi tutti ci rendiamo conto che lo Stato, la magistratura, che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò a farlo morire quel giorno».

Borsellino conosceva il proprio destino e più volte aveva chiesto alla questura che fosse data disposizione per la rimozione dei veicoli sotto la residenza della madre in via D’Amelio, ma la richiesta non fu mai esaudita.
 

^L’agenda rossa di Borsellino

Nei mesi successivi la strage di Capaci, il magistrato mette tutto se stesso nelle indagini ed aveva preso abitudine d’appuntare tutto su una “agenda rossa“; «camminava con lui» racconterà l’ufficiale dei Carabinieri Carmelo Canale. La moglie e i figli testimonieranno che l’agenda era nella sua borsa anche quella domenica mattina del 19 luglio.

Antonino Vullo, agente di polizia e unico superstite, dirà che non ci furono soste durante il percorso verso via D’Amelio.

La 24h verrà ritrovata integra nel luogo della strage, il verbale sull’apertura della stessa, redatto dalla Procura di Caltanissetta quasi quattro mesi dopo l’accaduto.

Per mano del questore La Barbera, è riconsegnata alla figlia Lucia che immediatamente lamenta l’assenza dell’agenda del padre. Non le verrà dato ascolto.

Depistaggi, accuse, proscioglimenti, testimonianze e versioni incongruenti.
Al vaglio dei magistrati passeranno, agenti di polizia, carabinieri, magistrati, pentiti, ma l’agenda rossa, quella nella quale Paolo Borsellino sembra avesse segnato nuove prove, scoperte e importanti riflessioni, non ancora stata ritrovata.

«L’uomo che ha trafugato l’agenda rossa sappia che io non gli darò tregua.
Nessun italiano deve dargli tregua» 
(Agnese Borsellino)

falcone e borsellino
 
Falcone e Borsellino, non erano amati e neppure capiti come si oggi vorrebbe dire.
Due uomini che la memoria vive come un istante solo, uomini ai quali il tempo riconosce innegabile vittoria. Il tempo che separa coloro che vivono e restano, dai “nulla” che, ieri come oggi, trascorrono nelle carceri, nelle strade e nelle stanze decorate.
 

«La mafia ha come sua specificità un rapporto privilegiato con le élite dominanti e le istituzioni, che le permettono una presenza stabile nella struttura stessa dello Stato»
(Antonino Caponnetto)