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Dino Campana, il poeta fuggitivo che cantò il mal d’anima

 
 
Dino Campana: l’errante, il visionario, il «povero troviero» intenso, dirompente, immaginativo, incapace d’adeguar il lampo poetico al mondo che lo circondava. Dino Campana con le tasche scrigno di fogli e parole; il fuggitivo, il folle che folle non era, ma scrittore urlante il mal d’anima, il sentire tracotante che piega, rovescia, disorienta e divora.

Mi chiamano poeta maledetto, maledetti loro che mi credono malato, ma io non sono malato, sono semplicemente io.
Vivo di me. Vivo per me.

Dino Campana: l’errante, il visionario, il «povero troviero». Il folle che folle non era, ma uomo urlante il mal d’anima e incapace d’adeguar il lampo poetico al mondo. (terzopianeta.info)Il viaggio di Carlo GiuseppeDinoCampana cominciò il 20 agosto 1885, da quella che al tempo era Via Pescetti n° 20, a Marradi, piccolo comune che fu il ‘Castello’, sollievo e conforto dei viandanti nella Toscana romagnola della valle del Lamone. Il babbo Giovanni, insegnante di scuola elementare e poi direttore didattico con origini siciliane, fu con lui genitore affettuoso e comprensivo, mentre difficili e tormentati furono i rapporti con la madre, Francesca Luti detta Fanny. Quando nel 1965 la novantenne Giovanna ‘Gina’ Diletti, zia del poeta, scrisse i di lui ricordi perché ne fosse erede suo figlio Raffaele, la memoria disegnò un bambino ingegnoso e scalmanato, «uno scarabocchione disordinato» e dalla madre messo «in seconda, o per meglio dire in terza linea» dopo la nascita del secondogenito Manilo, ‘Ninni’, avvenuta nel 1888.

Una privazione d’attenzione e d’amore forse non del tutto reale, ma tale e profonda fu avvertita, un rifiuto che si tramutò in Campana in un sentimento d’odio-amore verso di lei, scintilla d’aggressività che prese a manifestarsi nell’adolescenza, verso il ‘900, quando elementari e gli anni trascorsi al Convitto Salesiano della vicina Faenza erano ormai terminati con profitto e nella stessa città stava frequentando l’antico liceo ginnasio Evangelista Torricelli.

Par di vederlo in classe, con la mente a far musica di parole e gli occhi alla ricerca di strade e paesaggi da scoprire, mentre i suoni intorno si attutiscono fino a diventar silenzio. Dino Campana è distaccato ancor prima che distratto e il rendimento scolastico è un’insoddisfacente montagna russa che alla fine si concretizza in una bocciatura. Dietro consiglio di amici la famiglia si convince a mandarlo in Piemonte, al regio liceo Guglielmo Baldessano di Carmagnola, in provincia di Torino. Non senza difficoltà e una quantità di voti negativi da farne riserve, nel luglio del 1903 conseguì la maturità.

All’apatia verso le attività scolastiche corrispondeva un febbrile interesse per i grandi letterati: Carducci, D’Annunzio, Pascoli, Edgar Allan Poe e nondimeno un crescente amore per la musica classica con un sentire particolare verso Beethoven, Mozart, Rossini, Schumann, Verdi.

Passioni che per ricerca d’ordine, attrazione, scherno della propria indole o per chissà quale ragione inutile da ipotizzare, vennero in parte deluse in autunno, quando volle l’Università di Bologna per addentrarsi nelle formule della Chimica pura, labirinti quanto mai distanti da quelli in cui s’avventurava per desiderio di natura. Pur vero è che anche la poesia o la musica in fondo si compongono e vivono attraverso astratte formule chimiche, a partire dall’intuizione fino alla composizione, senza contare quanto un legame tra arte e scienza sia da sempre vivo e consistente.

Circa un mese dopo, a dicembre 1903, anticipando di ben due anni la chiamata alle armi, Campana fece richiesta per essere ammesso alla Scuola per Allievi Ufficiali di Complemento di stanza a Ravenna e il 4 gennaio 1904, entrò a far parte del 40° Reggimento fanteria, plotone che costituiva un distaccamento di quello che dopo numerosi trasferimenti, trovò sede a Bologna, capoluogo da cui poi prese il nome.

L’avventura però fu di breve durata ed anziché concludersi dopo 3 anni come previsto anche per la ferma obbligatoria, terminò 7 mesi dopo, il 4 agosto. Dopo essersi guadagnato i galloni da caporale, Dino Campana non superò l’esame al grado di sergente, per cui venne rimandato a casa e avrebbe ottemperato i propri doveri verso il Regio Esercito, con la regolare chiamata rivolta alla classe di appartenenza, mantenendo i gradi conseguiti e con la detrazione del periodo già trascorso.

Svariati motivi possono aver spinto il poeta ad anticipare il servizio militare, non ultimo il fatto che svolgerlo in veste di ufficiale di complemento e non come soldato semplice, gli avrebbe permesso di usufruire di una maggiore flessibilità da sfruttare in favore degli studi appena intrapresi. Ma al di là delle ragioni e dei sentimenti che lo portarono a determinate scelte, di non poco conto sono gli eventi: l’accettazione della domanda da parte della Scuola Ufficiali di Complemento, la promozione a caporale avvenuta in aprile ed il rinvio all’ordinario reclutamento; particolari che mal collimano con il profilo di un individuo con evidenti disturbi mentali, considerando le visite, il tempo passato in caserma e gli esami con annesse prove attitudinali a cui sono sottoposti gli allievi.

Nel 1905 la cartolina di precetto arrivò puntale e a fine novembre Campana si presentò alla Caserma del Carmine di Firenze, dove da poco si era trasferito frequentando la facoltà di Chimica Farmaceutica. Come studente universitario si avvalse però della possibilità di rimandare la leva all’anno successivo, ma quando per lui arriverà il momento di adempiere ai propri obblighi, verrà riformato e poi definitivamente congedato.

 

Il poeta fuggitivo

Poche settimane dopo fece ritorno a Bologna e nella primavera del 1906, com’era solito fare, si lasciò catturare dall’irresistibile respiro della fuga, per donar nuove forme agli occhi, alla mente e rifuggir dall’opprimente realtà che lo circondava. Stavolta però vuole allontanarsi, compiere un viaggio che sia degno del nome e con i pochi soldi in tasca saltò su un treno diretto a Milano. Per evitare di spendere il denaro per il biglietto si nascose nella toilette, rimanendovi per tutto il tragitto e giunto a destinazione, con le stesse modalità partì alla volta di Domodossola per poi proseguire presumibilmente a piedi verso la Svizzera.

Voleva andare a Nord, inconsapevole di avere alle calcagna autorità italiane ed elvetiche allertate dalla famiglia e con il preciso ordine di riportarlo indietro. Tuttavia, a parte un avvistamento nelle zone di Locarno avvenuto a fine giugno, del poeta fuggitivo non c’erano tracce che potessero far presumere dove stesse dirigendosi. Passarono giorni, settimane, finché dopo oltre un mese di assoluto silenzio, il sindaco di Marradi venne informato dalla Questura di Firenze sul fatto che Dino Campana, proveniente dalla Francia stava facendo ritorno e nei pressi del comune torinese di Bardonecchia era stato tratto in arresto. Si era spinto fino a Parigi e da quell’esperienza nacque il componimento che aprirà i Canti Orfici: La Notte, ma le conseguenze di quell’evasione furono drammatiche.

Per metter fine alle preoccupazioni provocate da quel vagabondare, i genitori lo fecero ricoverare presso il manicomio di Imola, dove entrò il 4 settembre 1906 per ‘dementia praecox’ e se mai Campana fu affetto da tale o altri disturbi mentali, considerando la conoscenza, la superficiale rapidità con cui venivano emesse le diagnosi e i metodi di cura praticati, se non sfociarono proprio all’interno dei frenocomi, certo non vi trovarono giovamento.
Il documento che ne accompagnò l’internamento, lo descriveva come «Dedito al caffè del quale è avidissimo e ne fa un abuso eccezionalissimo», inserendo quindi l’abitudine fra le cause del male e identificava il manifestarsi della pazzia in una «Esaltazione psichica. Impulsività e vita errabonda».

In una lettera datata 13 settembre 1906, Giovanni Campana confidò le sue preoccupazioni al prof. Raffaele Brugia, primario del manicomio, facendo riferimento al periodo in cui secondo lui si palesarono le prime crisi con violenti sbalzi di umore: «Anni sono, una domenica mattina, si presentò a Lei un uomo vicino alla cinquantina, panciuto, non molto alto, accusando disturbi nevrastenici. Ella subito non poté visitarlo perché doveva partire col treno e gli disse di attendere fino a sera. Infatti Ella la sera tornò, lo visitò e gli fece due ricette, una delle quali io unisco alla presente per riconoscimento. Ebbene quell’uomo è il sottoscritto, è il babbo di quel povero giovane di Marradi, ricoverato testé in codesto manicomio. Guardi di guarire mio figlio com’Ella guarì me, ricorrendo magari alla suggestione, se non gioverà la scienza. Egli ha la psiche esaltata, avvelenata, pervertita, non sente affetti e prende presto a noia luoghi e persone. Nel 1900 incominciò a dar prova di impulsività brutale, morbosa, in famiglia e specialmente colla mamma, lo feci visitare al professor Alberigo Testi di Faenza, il quale ordinò una cura di ioduro di sodio e mi consigliò di pazientare nella speranza che il giovane, dopo i vent’anni, si rimettesse. Nella primavera lo vide il professor Vitali di Bologna, il giudizio del quale Ella leggerà nell’acclusa lettera. Questo mio figlio fisicamente non è mai stato malato, fino a quindici anni è sempre stato di carattere un po’ chiuso, ma sempre buono e obbediente e giudizioso nelle cose sue, sebbene alquanto disordinato». (Lettere di un povero diavolo, G.C. Millet)

Dalle parole trapela il pentimento per quel ricovero, ma soprattuto si evince che l’uomo aveva sofferto di «disturbi nevrastenici», mentre suo fratello Mario, nel 1902, nel manicomio fiorentino di San Salvi aveva trovato la morte all’età di 31 anni. Contrariamente alla volontà della madre Francesca, il padre fece pressioni perché il figlio venisse dismesso e pur di riaverlo a casa, non esitò a firmare un atto con cui si assumeva ogni responsabilità giuridica per eventuali conseguenze di quella che il prof. Brugia, giudicava come una prematura liberazione.

Dino Campana lasciò il manicomio il 31 ottobre ed è faticoso immaginar che ne sia uscito privo di traumi e ferite. Da quel giorno cominciò il suo girovagare ed inizialmente a coadiuvarlo sono i genitori. Forse per tentare di aiutarlo a placare la sete del mondo, forse perché le forze per continuare a tenerne incatenata l’anima si erano esaurite, fatto sta che nel 1907, fu il padre ad ottenere per lui il passaporto affinché potesse lasciare l’Italia e raggiungere espressamente Buenos Aires, dove ad attenderlo ci sarebbe stata una famiglia di conoscenti che lo avrebbe protetto e controllato. Campana accettò di partire a quelle condizioni per lasciarsi alle spalle il recente passato, ma dopo aver alloggiato presso di loro un giorno e una notte, svanì nel nulla.
 

Viaggio a Montevideo

Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D’ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola…
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare:…
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzi!
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un’isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell’equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l’inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
Gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento! ed ecco:
selvaggia a la fine di
[un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune
(Dino Campana, Canti Orfici)

 

Riapparve a Marradi nella primavera del 1909 e neanche a dirlo, venne arrestato e spedito al San Salvi di Firenze. Vi rimase circa due settimane e stando a quanto riferisce Carlo Pariani nel libro Vita non romanzata di Dino Campana pubblicato nel 1938, il rilascio avvenne perché non riconosciuto pazzo.
Non pago, nel 1910 abbandona nuovamente tutto e se ne va a Nord, viaggia per l’Europa, ma ancora una volta il suo cammino viene bruscamente interrotto. Viene fermato in Belgio e condotto all’Asile Saint di Tournai, struttura rinominata nel ’21 Asile d’Aliènés ed in seguito Hôpital Psychiatrique Les Marronniers. Degenerazione mentale, carattere squilibrato, tendenza alla pigrizia, all’alcol e al caffè, sono le cause dell’internamento.
 

Il Russo

Tombé dans l’enfer
Grouillant d’ëtres humains
O Russe tu m’apparus
Soudain, céléstial
Parmi de la clameur
Du grouillement brutal
d’une lâche humanité
Se pourrissante d’elle même.
Se vis ta barbe blonde
Fulgurante au coin
Ton âme je vis aussi
Par le gouffre ré jetée
Ton âme dans l’étreinte
L’étreinte désespérée
Des Chimères fulgurantes
Dans le miasme humain.
Voilà que tu ecc. ecc.

«In un ampio stanzone pulverulento turbinavano i rifiuti della società. Io dopo due mesi di cella ansioso di rivedere degli esseri umani ero rigettato come da onde ostili. Camminavano velocemente come pazzi, ciascuno assorto in ciò che formava l’unico senso della sua vita: la sua colpa. Dei frati grigi dal volto sereno, troppo sereno, assisi: vigilavano. In un angolo una testa spasmodica, una barba rossastra, un viso emaciato disfatto, coi segni di una lotta terribile e vana. Era il russo, violinista e pittore. Curvo sull’orlo della stufa scriveva febbrilmente.»
(Dino Campana, Canti Orfici)
 

Seguiranno altri viaggi in Francia, Svizzera, secondo alcune fonti anche in Russia, sempre adattandosi ad ogni lavoro per sostenersi e sempre rischiando di venir fermato e rinchiuso.

D’altra parte è da quand’è nato ch’è per tutti un matto, ‘el mat Campena’, perché esser se stessi è più difficile e sconveniente dell’esser normali: cantar poesie provandone il patire; sentir avversione e non riuscire a conformarsi all’ipocrisia, sia quella di paese, dei salotti o della Chiesa; bramar il mondo, rubar idiomi e farli propri – parlava correntemente francese, inglese, tedesco e spagnolo, oltre al greco e al latino – viver senza timore di seguir una visione, inabissarsi nei meandri della mente per scrutarne i pensieri, metterli in dubbio, conoscerli studiando i testi di psicoanalisi.

Troppo per non esser folle, troppo per lasciarsi ad un luogo e Dino Campana quando non oltrepassa i confini cammina tra le montagne, s’immerge nelle foreste degli Appennini che uniscono Toscana ed Emilia Romagna. Scrive e descrive quel vagare e tra le memorie più suggestive di quei momenti, la prosa che rievoca il viaggio attraverso il Monte Falterona, i Sacri Boschi del Casentino fino a La Verna di Arezzo, dove spoglio dal mondo, un altro pazzo, il ‘novello pazzo’ Francesco d’Assisi, respinse il demonio dall’incavo d’una roccia e poi trovò l’estasi; luogo che il poeta raggiunse in un pellegrinaggio che fu ricerca non di fede, ma della «barbarica» essenza di colui che scrisse il Cantico delle Creature, ponendosi fra coloro che seppero cogliere il cuore profondo della natura.


La Verna (diario)

Dal viale dei tigli io guardavo accendersi una stella solitaria sullo sprone alpino e la selva antichissima addensare l’ombra e i profondi fruscìi del silenzio. Dalla cresta acuta del cielo, sopra il mistero assopito della selva io scorsi andando pel viale dei tigli la vecchia amica luna che sorgeva in nuova veste rossa di fumi di rame: e risalutai l’amica senza stupore come se le profondità selvaggie dello sprone l’attendessero levarsi dal paesaggio ignoto. Io per il viale dei tigli andavo intanto difeso dagli incanti mentre tu sorgevi e sparivi dolce amica luna, solitario e fumigante vapore sui barbari recessi. E non guardai più la tua strana faccia ma volli andare ancora a lungo pel viale se udissi la tua rossa aurora nel sospiro della vita notturna delle selve.
[…]
Antri profondi, fessure rocciose dove una scaletta di pietra si sprofonda in un’ombra senza memoria, ripidi colossali bassorilievi di colonne nel vivo sasso: e nella chiesa l’angiolo, purità dolce che il giglio divide e la Vergine eletta, e un cirro azzurreggia nel cielo e un anfora classica rinchiude la terra ed i gigli: che appare nello scorcio giusto in cui appare il sogno, e nella nuvola bianca della sua bellezza che posa un istante il ginocchio a terra, lassù così presso al cielo: Stradine solitarie tra gli alti colonnarii d’alberi contente di una lieve stria di sole. . .finché io là giunsi indove avanti a una vastità velata di paesaggio una divina dolcezza notturna mi si discoprì nel mattino, tutto velato di chiarìe il verde, sfumato e digradante all’infinito: e pieno delle potenze delle sue pro- filate catene notturne.
[…]
Il corridoio, alitato dal gelo degli antri, si veste tutto della leggenda Francescana. Il santo appare come l’ombra di Cristo, rassegnata, nata in terra d’umanesimo, che accetta il suo destino nella solitudine. La sua rinuncia è semplice e dolce: dalla sua solitudine intona il canto alla natura con fede.


Dino Campana: Canti Orfici

Nel 1913 Dino Campana si recò a Firenze, alla redazione della neonata rivista Lacerba di Ardengo Soffici e Giovanni Papini, esponente di spicco del Movimento Futurista e già fondatore con Giuseppe Prezzolini della testata La Voce. Confidando nelle conoscenze e nel ruolo negli ambienti culturali dell’epoca, consegnò loro un manoscritto dal titolo Il giorno più lungo e se ne andò portando con sé la speranza che venisse apprezzato e soprattutto pubblicato.

Dopo mesi senza aver ricevuto alcuna notizia, si decise a tornar alla sede del periodico per riprender quanto aveva lasciato. Nessuno però sembrava saper che fine avesse fatto quel manoscritto ed in effetti era andato smarrito, o meglio, si trovava a casa di Soffici, ma questi lo aveva completamente dimenticato e il testo verrà casualmente ritrovato diversi anni dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1964.

Campana aveva affidato loro l’unica copia dell’opera e non appena realizzò che la sua creatura era andata persa per sempre, fu assalito dal tormento per l’ingenuità commessa e da un’incontenibile rabbia nei confronti di Papini e Soffici, contro i quali scagliò insulti e giunse a provare un desiderio di vendetta. Durante l’inverno, non rassegnato all’idea che i suoi scritti non venissero dati alle stampe, con il solo aiuto di poche bozze e della memoria, ricominciò tutto d’accapo, lavorò giorno e notte, finché il nuovo libro vide la luce con il titolo Canti Orfici, richiamando l’Orfeo incarnazione dei valori eterni dell’arte, il poeta-musicista incantatore di belve, d’anime infernali e viaggiatore dei tenebrosi sentieri della morte.

Nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato:
per provarmi che esisto

A sue spese, anticipando 110 lire come caparra per la produzione di 1000 copie, durante l’estate del 1914 il libro venne finalmente stampato e a settembre era pronto per la distribuzione.
Per iniziativa di Soffici, mosso anche dal rammarico per l’incidente, su Lacerba compaiono alcune poesie tratte da Canti Orfici, lo stesso Campana ne vende personalmente copie nei due maggiori caffè letterari della Firenze del tempo, le Giubbe Rosse e il Paszkowski e lo stesso fa a Bologna, piazzando il libro presso il Caffè San Pietro, ritrovo degli intellettuali felsinei.

Nei due anni successivi Canti Orfici entra nei cataloghi di alcune librerie, opere tratte sono pubblicate in riviste a tiratura nazionale, mentre Campana stringe relazioni con scrittori, critici, tra cui Emilio Cecchi, Giuseppe De Robertis, Giovanni Boine e continua a vendere copie in giro per l’Italia: Genova, Torino, va in Sardegna, a Livorno, dove tanto per cambiar finisce in Questura, ma stavolta perché alcuni agenti, dopo aver udito e frainteso alcune sue frasi, sospettano possa trattarsi di una spia tedesca e i capelli biondo ramato insieme all’azzurro degli occhi azzurri, non gli sono affatto d’aiuto per esser rilasciato sulla parola. La Prima Guerra Mondiale era in corso e solo dopo un lungo ed estenuante interrogatorio, poté lasciare la stazione di polizia.

 

L’amore con Sibilla Aleramo

Nel 1916, come un uragano entra nella sua vita Sibilla Aleramo, pseudonimo di Maria Felicina Faccio, scrittrice e poetessa di Alessandria, rimasta «incantata e abbagliata» dai versi e dalle prose dei Canti Orfici. Così diversi, distanti, in qualche modo simili. Entrambi conservano dolore nel cuore, oltrepassano i confini della tradizione letteraria, ma lei è estroversa, socialmente impegnata, coglie appieno ogni istante e sa essere amante; lui è schivo, ha un’esistenza tormentata, un’anima inquieta e non conosce sentimento nei rapporti. Vivranno un’amore passionale, impetuoso e incorniciato da un denso scambio epistolare, un fuoco improvviso, tanto intenso quanto breve.

Sono pazza di lui. Sono assolutamente pazza di lui. Cosa volete che dicano loro? Dotti e dottori, musichi e musichieri, artisti e giocolieri. Non c’è passione, ardore, follia più giusta di questo amore.
Io corro, corro da lui, appena posso, appena il primo treno mi porta via da questa stazione che è diventata la mia casa, dove aspetto con passione.
Sibilla Aleramo

S’incontrarono sulle montagne del Mugello, passarono giorni insieme bevendo l’uno le parole dell’altra, ogni gesto, ogni respiro, si conobbero come già si conoscessero. Dino Campana prova, finge a stesso cercando di resistere, di non farsi coinvolgere, ma non trovò forze per poter negar il cuore a colei che aveva saputo coglierlo e carezzarne il battito. Sibilla Aleramo si promette all’amato, seppur cosciente delle ombre che ne affollano i pensieri, «saremo un gemito solo» scrive per lui, ma silente la gelosia prese ad invadere la mente del poeta che a tratti non riesce più a vedere difronte a sé l’adorato fiore. Si scontrano, s’allontanano, si ricongiungono in un legame che non può, non riesce a spezzarsi, ma che va sempre più minando la stabilità di Campana.

Egli comprende e vede il baratro in cui sta scivolando, ne avverte il pericolo, chiede quell’aiuto di cui lei è sempre stata desiderosa. Lo accompagna da un psichiatra e questi non può far altro che spiegarle che gli squilibri sono in parte dovuti alla sifilide di cui è affetto, dovrà curarsi e a lungo.

Il poeta si quindi ricoverare ed al contempo, è il 1917 e per non farle correre alcun rischio, prega Sibilla Aleramo di uscire dalla sua vita e andarsene per sempre, ma quell’amore disperato, folle perché innato non si placa né si svuota d’essenze he porta i due a scriversi ancora tra un addio e un ‘ti amo’. Lui la cerca, lei finge di mantenere la promessa di non tornare, ma di colpo la corsa s’interrompe. Il poeta è ormai allo stremo e nel 1918, viene internato a Scandicci, presso l’ospedale psichiatrico di Villa di Castelpulci e la diagnosi è impietosa: ebefrenia. Dino Campana non conobbe più libertà, morì il 1° marzo 1932.

Campana fu poeta cosmico: e forse di nessuno, come di lui, si può ben dire che fu cittadino del mondo. Le fantasie dell’arte lo rapivano nel mistero di inesplorati cieli, ed egli fece sua legge l’andar senza fine per monti e per valli, per città e oceani, alla ricerca di una pace sognata, che era fervida di colori, di armonie e di tormento. Le battaglie dei piccoli uomini non potevano interessarlo, e la sua partecipazione fu tutt’al più quella dello spettatore seccato che rifugge dai clamori.
Federico Ravagli

 

La Chimera

Non so se tra rocce il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

 

Il canto della tenebra

La luce del crepuscolo si attenua:
Inquieti spiriti sia dolce la tenebra
Al cuore che non ama più!
Sorgenti sorgenti abbiam da ascoltare,
Sorgenti, sorgenti che sanno
Sorgenti che sanno che spiriti stanno
Che spiriti stanno a ascoltare…
Ascolta: la luce del crepuscolo attenua
Ed agli inquieti spiriti è dolce la tenebra:
Ascolta: ti ha vinto la Sorte:
Ma per i cuori leggeri un’altra vita è alle porte:
Non c’è di dolcezza che possa uguagliare la Morte
Più Più Più
Intendi chi ancora ti culla:
Intendi la dolce fanciulla
Che dice all’orecchio: Più Più
Ed ecco si leva e scompare
Il vento: ecco torna dal mare
Ed ecco sentiamo ansimare
Il cuore che ci amò di più!
Guardiamo: di già il paesaggio
Degli alberi e l’acque è notturno
Il fiume va via taciturno…
Pùm! mamma quell’omo lassù!

 

La speranza
(sul torrente notturno)

Per l’amor dei poeti
Principessa dei sogni segreti
Nell’ali dei vivi pensieri ripeti ripeti
Principessa i tuoi canti:
O tu chiomata di muti canti
Pallido amor degli erranti
Soffoca gli inestinti pianti
Da’ tregua agli amori segreti:
Chi le taciturne porte
Guarda che la Notte
Ha aperte sull’infinito?
Chinan l’ore: col sogno vanito
China la pallida Sorte

Per l’amor dei poeti, porte
Aperte de la morte
Su l’infinito!
Per l’amor dei poeti
Principessa il mio sogno vanito
Nei gorghi de la Sorte!

 

Genova

Poi che la nube si fermò nei cieli
Lontano sulla tacita infinita
Marina chiusa nei lontani veli,
E ritornava l’anima partita
Che tutto a lei d’intorno era già arcanamente
illustrato del giardino il verde
Sogno nell’apparenza sovrumana
De le corrusche sue statue superbe:
E udìi canto udìi voce di poeti
Ne le fonti e le sfingi sui frontoni
Benigne un primo oblìo parvero ai proni
Umani ancor largire: dai segreti
Dedali uscìi: sorgeva un torreggiare
Bianco nell’aria: innumeri dal mare
Parvero i bianchi sogni dei mattini
Lontano dileguando incatenare
Come un ignoto turbine di suono.
Tra le vele di spuma udivo il suono.
Pieno era il sole di Maggio.

 

Batte botte

Ne la nave
Che si scuote,
Con le navi che percuote
Di un’aurora
Sulla prora
Splende un occhio
Incandescente:
(Il mio passo
Solitario
Beve l’ombra
Per il Quai)
Ne la luce
Uniforme
Da le navi
A la città
Solo il passo
Che a la notte
Solitario
Si percuote
Per la notte
Dalle navi
Solitario
Ripercuote:
Così vasta
Così ambigua
Per la notte
Così pura!
L’acqua (il mare
Che n’esala?)
A le rotte
Ne la notte
Batte: cieco
Per le rotte
Dentro l’occhio
Disumano
De la notte
Di un destino
Ne la notte
Più lontano
Per le rotte
De la notte
Il mio passo
Batte botte.

 

Immagini del viaggio e della montagna

…poi che nella sorda lotta notturna
La più potente anima seconda ebbe frante le nostre catene
Noi ci svegliammo piangendo ed era l’azzurro mattino:
Come ombre d’eroi veleggiavano:
De l’alba non ombre nei puri silenzii
De l’alba
Nei puri pensieri
Non ombre
De l’alba non ombre:
Piangendo: giurando noi fede all’azzurro

Pare la donna che siede pallida giovine ancora
Sopra dell’erta ultima presso la casa antica:
Avanti a lei incerte si snodano le valli
Verso le solitudini alte de gli orizzonti:
La gentile canuta il cuculo sente a cantare.
E il semplice cuore provato negli anni
A le melodie della terra
Ascolta quieto: le note
Giungon, continue ambigue come in un velo di seta.
Da selve oscure il torrente
Sorte ed in torpidi gorghi la chiostra di rocce
Lambe ed involge aereo cilestrino…
E il cuculo cola più lento due note velate
Nel silenzio azzurrino

L’aria ride: la tromba a valle i monti
Squilla: la massa degli scorridori
Si scioglie: ha vivi lanci: i nostri cuori
Balzano: e grida ed oltrevarca i ponti.
E dalle altezze agli infiniti albori
Vigili, calan trepidi pei monti,
Tremuli e vaghi nelle vive fonti,
Gli echi dei nostri due sommessi cuori…
Hanno varcato in lunga teoria:
Nell’aria non so qual bacchico canto.
Salgono: e dietro a loro il monte introna:

E si distingue il loro verde canto.

Andar, de l’acque ai gorghi, per la china
Valle, nel sordo mormorar sfiorato:
Seguire un’ala stanca per la china
Valle che batte e volge: desolato
Andar per valli, in fin che in azzurrina
Serenità, dall’aspre rocce dato
Un Borgo in grigio e vario torreggiare
All’alterno pensier pare e dispare,
Sovra l’arido sogno, serenato!
O se come il torrente che rovina
E si riposa nell’azzurro eguale,
Se tale a le tue mura la proclina
Anima al nulla nel suo andar fatale,
Se alle tue mura in pace cristallina
Tender potessi, in una pace uguale,
E il ricordo specchiar di una divina
Serenità perduta o tu immortale
Anima! o Tu!

La messe, intesa al misterioso coro
Del vento, in vie di lunghe onde tranquille
Muta e gloriosa per le mie pupille
Discioglie il grembo delle luci d’oro.
O Speranza! O Speranza! a mille a mille
Splendono nell’estate i frutti! un coro
Ch’è incantato, è al suo murmure, canoro
Che vive per miriadi di faville!…
Ecco la notte: ed ecco vigilarmi
E luci e luci: ed io lontano e solo:
Quieta è la messe, verso l’infinito
(Quieto è lo spirto) vanno muti carmi
A la notte: a la notte: intendo: Solo
Ombra che torna, ch’era dipartito…