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Charlie Chaplin, il padre di Charlot che parlò all’umanità

Charlie Chaplin

 
 
Charlie Chaplin scelse un 25 dicembre per congedarsi dal mondo, lasciando in eredità un indimenticabile talento artistico ed altrettanto, idee e sentimenti più che mai vivi e che tali resteranno. Sin dai tempi antichi la satira è stata capace di rivelare e cogliere con scherno amaro e mordace contraddizioni, pecche e imperfezioni dell’umanità intera, mai risparmiando dalla derisione l’alta società, le religioni, la politica, i potenti della terra e dietro la maschera del giullare si è fatta oltremodo seria mettendoli a nudo, svelandone i lati deboli e biechi. Ha colpito in punta di spada, a volte non troppo e poche, rare volte offrendo parole e immagini che sono andate ad imprimersi nella memoria per il valore profondo, universale e senza tempo, quindi slegandosi dagli eventi a cui hanno fatto riferimento. Intramontabile esempio sono quelle de Il Grande Dittatore, nonostante non vi sia e mai più ci sarà un führer, uno Stalin o gli altri che hanno scritto le pagine del ‘libro nero dell’umanità’, in quanto la storia corre su binari a senso unico.

 

Charlie Chaplin, il poeta del cinema muto

Sin dai tempi antichi la satira è stata capace di rivelare e cogliere con scherno amaro e mordace contraddizioni, pecche e imperfezioni dell’umanità, mai risparmiando dalla derisione i potenti della terra e dietro la maschera del giullare si è fatta oltremodo seria. Charlie Chaplin, il quale scelse un giorno di Natale per congedarsi dal mondo, lasciò in eredità un indimenticabile talento artistico, ma altrettanto, idee e sentimenti più che mai vivi e che tali resteranno. (terzopianeta.info)
Charlie Chaplin
Cresciuto nella periferia di Londra, sin dall’infanzia Charles Spencer Chaplin Jr. fu preso per mano da quella miseria che poi seppe raccontare con gentile e malinconica ironia. Aprì gli occhi sulla vita il 16 aprile 1889 e ad accoglierlo il sobborgo di Walworth, anche se non esiste alcun certificato che ne attesti la nascita e una lettera speditagli nel 1970 faceva intendere che potesse aver fatto il suo primo vagito in una carrozza di gitani nei pressi del Black Patch Park di Smethwick, nello Staffordshire. I suoi genitori erano Charles Spencer Chaplin Sr. e Hannah Harriet Pedlingham Hill, erano entrambi artisti di talento, ma la fortuna non ebbe per loro né attenzioni, né tantomeno benedizioni. Lui cominciò come imitatore per poi dedicarsi al canto drammatico interpretando brani incentrati sui problemi quotidiani e sul finire dell’Ottocento raggiunse anche un notevole successo; alcune canzoni come Eh, Boys?, Everyday Life, As the Church Bells Chime furono date alle stampe, ne furono pubblicati gli spartiti ed il suo nome compariva sulla copertina con tanto di fotografia. Tuttavia si fece presto incantare dall’alcol, compagno di sorrisi e lamenti finché la complicità non va oltre e si fa inesorabilmente corrosiva.

Ad affliggere la madre furono invece le precarie condizioni di salute fisica e mentale. Nota come Lily Harley, era un’affascinante attrice e ballerina che guardò al varietà come ad una strada per abbandonare la povertà, esattamente come all’epoca facevano molti giovani delle classi meno agiate. A 16 anni se ne andò di casa cominciando ad esibirsi nelle sale da ballo e in breve tempo raccolse il consenso di pubblico e critica partecipando a numerosi vaudeville presentati in Gran Bretagna, Irlanda ed è stato sulle scene che nel 1880, conobbe e s’innamorò di Charles. Tra loro fiorì un legame affettivo ed artistico, entrambi condividevano l’ambizioso sogno di diventare una stella e quando tutto sembrava andare per il meglio, il rapporto s’interruppe bruscamente, tre anni dopo, quando Harley s’invaghì di un tale di nome Hawkes e con lui fuggì fino in Sudafrica.

Sin dai tempi antichi la satira è stata capace di rivelare e cogliere con scherno amaro e mordace contraddizioni, pecche e imperfezioni dell’umanità, mai risparmiando dalla derisione i potenti della terra e dietro la maschera del giullare si è fatta oltremodo seria. Charlie Chaplin, il quale scelse un giorno di Natale per congedarsi dal mondo, lasciò in eredità un indimenticabile talento artistico, ma altrettanto, idee e sentimenti più che mai vivi e che tali resteranno. (terzopianeta.info)
Sydney Chaplin
La relazione si consumò nell’arco di pochi mesi e nel 1884 la soubrette era nuovamente a Londra e a fianco dell’uomo che aveva amato, ma con sé non portò solo il ricordo di una breve avventura, bensì un figlio, Sydney, nato il 16 marzo dell’anno successivo. L’evento fu salutato convolando a nozze il 22 giugno, Chaplin lo adottò e quattro anni dopo gli affidò il compito d’esser il fratello maggiore del futuro Charlot. Nel mentre però, forse a causa della passione che l’uomo aveva per la bottiglia o per il lungo tour che lo vide impegnato in America, il matrimonio aveva cominciato a deteriorarsi ed il cuore di Lily si concesse ad un’altra infatuazione, stavolta per il musicista e vocal comic Leo Dryden, con cui aveva condiviso il palco per un breve periodo. Frutto di una storia fugace, il 31 agosto 1892 ebbero George Dryden Wheeler, diventerà attore, regista e sarà padre di Spencer, batterista dei Jefferson Airplane, ma non seppe nulla di sua madre, né dell’esistenza dei suoi fratellastri sino al 1915, quando Leo Dryden, che lo aveva tenuto a sé quando l’amore per Harley si spense, gli raccontò il suo passato permettendogli così di conoscerli e congiungersi a loro.

Nel frattempo, in quel vortice di avvenimenti Sydney e Charlie crescevano dimenandosi tra fame, teatro e l’inevitabile separazione dei genitori, trovandosi poco più che adolescenti ad esser soli al mondo e a dover contare unicamente sulle proprie forze. Nel 1901 infatti, a soli 38 anni Chaplin Sr. fu portato via dalla cirrosi epatica e nel 1903, ormai straziata nel corpo e nella mente Lily Harley venne internata nel manicomio di Cane Hill, nella contea di Surrey. Eccezion fatta per il periodo intercorso fra il ’12 e il ’15 durante il quale fu ricoverata all’istituto privato di Peckham House, vi rimase fino 1921, data in cui i figli le presero una casa in California garantendole assistenza continua giorno e notte. Morì nel 1928, all’età 63 anni.

Ancora bambini avevano mosso i primi passi sul palcoscenico insieme a lei e da lei avevo appreso l’arte del canto, della recitazione, insegnamenti che permisero a Sydney di entrare a far parte della Fred Karno’s Army, la prestigiosa compagnia teatrale di Frederick John Westcott, appunto conosciuto come Fred Karno, l’impresario e talent scout dal cui genio scaturì la comicità che andò a caratterizzare il cinema muto hollywoodiano, la cosiddetta slapstick comedy. Grazie alle pressioni esercitate dal fratello maggiore, Charlie Chaplin ebbe l’occasione di unirsi ad un gruppo di talenti tra cui figurava anche un giovane Arthur Jefferson, a tutti noto come Stan Laurel.

Durante gli anni precedenti aveva lavorato con il corpo di ballo The Eight Lancashire Lads; tredicenne si era guadagnato un ruolo nell’opera Jim: A Romance of Cockayne di Harry Arthur Saintsbury e poi in Sherlock Holmes, recitando a fianco di William Gillette; non si era fatto mancare neanche un’esperienza circense mettendosi alla prova con il Casey’s Circus e adesso c’era un altro esame da superare, dimostrarsi all’altezza della truppa di Karno, mentre questi lo vedeva troppo cupo nell’aspetto e oltremodo timido.

 

9 febbraio 1914, la nascita di Charlot

Sin dai tempi antichi la satira è stata capace di rivelare e cogliere con scherno amaro e mordace contraddizioni, pecche e imperfezioni dell’umanità, mai risparmiando dalla derisione i potenti della terra e dietro la maschera del giullare si è fatta oltremodo seria. Charlie Chaplin, il quale scelse un giorno di Natale per congedarsi dal mondo, lasciò in eredità un indimenticabile talento artistico, ma altrettanto, idee e sentimenti più che mai vivi e che tali resteranno. (terzopianeta.info)
Percepiva una paga di 3 sterline a settimana, Sydney gl’inventava la mimica, gli mostrava come esprimersi senza proferir parola e nel 1906, fece il suo debutto in The Football Match; andò in scena a Londra, Bristol e Cardiff, ovunque fu accolto da applausi che rassicurarono e convinsero l’impresario d’aver indovinato la scommessa. Tre anni dopo la compagnia partì per una tournée in Francia e nel 1911 sbarcarono negli Stati Uniti girando in lungo e in largo per 21 mesi e sebbene non registrarono un trionfo, la critica notò Charlie Chaplin e lo descrisse come uno dei migliori artisti della pantomima mai vista prima e così, quando in ottobre tornarono in America, fu immediatamente messo sotto contratto dalla casa cinematografica Keystone, di cui era proprietario il produttore di origini canadesi Mack Sennett.

Gli furono offerte 150 dollari a settimana per i primi tre mesi per poi far lievitare la cifra fino a raggiungere 175$, un’offerta che non esitò ad accettare nonostante le commedie da loro proposte non lo avessero mai entusiasmato. Paradossalmente, al di là del guadagno, considerava apparire in qualche film come un’occasione che gli avrebbe semplicemente dato quella dose di visibilità da aiutarne la carriera in teatro, dove poi sarebbe tornato.

Il primo film lo girarono a gennaio 1914, si trattava di Making a Living e durante le riprese Chaplin si trovò completamente disorientato da un ambiente del tutto differente rispetto a quello in cui era abituato a recitare. Le scene non venivano registrate seguendo la narrazione del copione, i tempi di preparazione erano infinitamente più brevi e la delusione totale arrivò quando al montaggio finale si rese conto dei numerosi tagli effettuati a sequenze in cui era stato protagonista. Venne rilasciato il 2 febbraio del 1914 e nonostante l’amarezza da lui provata, la critica accolse favorevolmente la pellicola ed arrivarono anche elogi per la sua interpretazione.

Una settimana dopo uscì il cortometraggio dal titolo Mabel’s Strange Predicament e con lui, vide la luce Charlot, The Trump, il memorabile vagabondo dalla giacca troppo stretta, dai pantaloni e dalle scarpe troppo grandi e che sul fedele bastone si dondolava tenendo all’ombra dell’inseparabile bombetta un volto dolce e pallido, raccontato da piccoli baffi ed occhi tanto espressivi da sembrar enormi. Nelle sale Charlot arriverà però con Kid Auto Races at Venice, registrato successivamente, ma rilasciato due giorni prima.

Sin dai tempi antichi la satira è stata capace di rivelare e cogliere con scherno amaro e mordace contraddizioni, pecche e imperfezioni dell’umanità, mai risparmiando dalla derisione i potenti della terra e dietro la maschera del giullare si è fatta oltremodo seria. Charlie Chaplin, il quale scelse un giorno di Natale per congedarsi dal mondo, lasciò in eredità un indimenticabile talento artistico, ma altrettanto, idee e sentimenti più che mai vivi e che tali resteranno. (terzopianeta.info)
Kid Auto Races at Venice (1914)

In pochi anni Charlot diventò un’icona a livello mondiale e nel 1918, dopo aver realizzato più di 30 pellicole per la Keyston, Charlie Chaplin decise d’esser padrone di se stesso mettendosi in proprio e dalla First National Pictures di Thomas Lincoln Tally e James Dixon Williams, giunse per lui un ingaggio da 1 milione di dollari, cachet che fino ad all’allora nessun attore aveva mai percepito. Rimase con loro fin al 1923 facendo una decina di film, ma la definitiva consacrazione arrivò già nel ’21, quando diresse e interpretò The Kid (Il Monello), nel quale fece debuttare un giovanissimo Jackie Coogan, spalancandogli le porte di una lunga e fortunata carriera.

Fu il primo di una serie di capolavori che fecero di Chaplin l’indiscusso mattatore del cinema muto, seguirono infatti La Donna di Parigi (1923), La Febbre dell’Oro (1925), Il Circo (1928), Luci della Città (1931), Tempi Moderni (1936), lungometraggi da lui stesso scritti, diretti e prodotti.

All’apice della carriera cominciò però a notare un lento e progressivo disinteresse per il suo Charlot, le disavventure del vagabondo dal cuore d’oro che avevano fatto innamorare l’intero pianeta, parevano non aver più la capacità di appassionare il pubblico e il problema era unicamente dovuto all’avvento del sonoro, che dalle parti di Hollywood si era affermato già dal 1927. Da tempo produttori e persone a lui vicine avevano cercato di tentarlo, ma l’attore temeva che la nuova tecnologia non avrebbe fatto altro che snaturare il personaggio, persino privandolo di quell’innocenza che lo caratterizzava, per cui l’idea di fargli dono della parola non lo attraeva affatto.

L’Europa nel frattempo stava assistendo a un crescendo di odio, povertà e il nazismo andava sempre più calpestando ogni diritto civile e umano, eppure dall’altra parte dell’oceano non c’era una piena consapevolezza del pericolo rappresentato da Hitler. L’America, favorevole all’appeasement che il Regno Unito stava adottando nei confronti della Germania per frenare le mire espansionistiche del Führer e scongiurare l’intervento militare, era ben lontana dall’immaginare l’imminente catastrofe, tanto che nel momento in cui la guerra ebbe inizio gli Stati Uniti mantennero formalmente la neutralità.

Alla fine degli anni ’30, il regista Luis Buñuel invitò Charlie Chaplin e il collega francese René Clair ad assistere alla proiezione del documentario di propaganda nazista realizzato da Leni Riefenstahl. Fu proiettato in una stanza privata del Museum of Modern Art di New York, erano gli unici due spettatori e mentre Clair provava orrore per ciò che stava guardando, il comico non riusciva a trattenere le risate ogni qual volta appariva il Führer. La somiglianza fra il dittatore tedesco e Charlot era imbarazzante e in quel preciso istante, Chaplin decise che avrebbe fatto un film su quanto stava accadendo nel Vecchio Continente e mentre Hitler sembrava aver i mezzi per conquistare il mondo, levò la sua voce contro il terrore, o meglio, liberò quella del suo vagabondo.

Il progetto era ambizioso e più andava concretizzandosi la possibilità del conflitto, più diventava rischioso portarlo a compimento anche da un punto di vista commerciale. Lo stesso Chaplin era ben consapevole del fatto che mezza Europa non avrebbe permesso la distribuzione di un film satirico in cui la figura di Adolf Hilter veniva apertamente ridicolizzata ed alte erano le probabilità che anche nel mercato americano, non avrebbe trovato spazio. Come ricorderà qualche anno più tardi, l’attore inglese era pronto ad ogni eventualità e inamovibile portò a termine Il Grande Dittatore: «Mentre ero a metà del Dittatore cominciai a ricevere allarmanti comunicazioni da parte della United Artists. L’ufficio Hays li aveva avvertiti che stavo per cacciarmi nei guai. Anche quelli della sede inglese erano molto preoccupati all’idea di un film antihitleriano e dubitavano che lo si potesse proiettare in Gran Bretagna. Ma io ero deciso a tirare avanti, perché Hitler doveva essere messo alla berlina. Se avessi conosciuto gli orrori dei campi di concentramento tedeschi non avrei potuto fare Il Dittatore; non avrei certo potuto prendermi gioco della follia omicida dei nazisti. Ma ero ben deciso a mettere in ridicolo le loro mistiche scemenze sulla purezza del sangue e della razza. Altre lettere preoccupatissime mi furono spedite dall’ufficio di New York, per implorarmi di non fare il film, dichiarando che non sarebbe mai stato proiettato né in Inghilterra né in America. Ma io ero deciso a portarlo a termine, avessi anche dovuto noleggiare personalmente le sale da proiezione».

Le riprese iniziarono a settembre del ’39, mentre il conflitto mondiale era già in atto e nelle sale arrivò ad ottobre dell’anno successivo. In Italia fu proiettato quand’ogni incubo era ormai svanito, ma il successo fu immediato e non solo negli Stati Uniti, Il Grande Dittatore era l’ennesima espressione del genio poetico e rivoluzionario di Charlie Chaplin e negli ultimi minuti, per la prima volta non solo con il volto, Charlot lasciò la satira per farsi drammaticamente serio, regalando all’umanità parole eterne, un messaggio persino troppo accorato, troppo profondo per essere colto e accettato nella sua essenza e per questo si ritorcerà contro lo stesso attore. Durante il maccartismo Charlie Chaplin cadde vittima della caccia alle streghe, a causa di quel finale fu guardato con sospetto e il governo gli ritirò il visto per l’America. Colpito e deluso da un gesto simile, il padre di Charlot si ritirò in Svizzera, presso Vevey, dove morì il giorno di Natale del 1977.

Il Grande Dittatore

Sin dai tempi antichi la satira è stata capace di rivelare e cogliere con scherno amaro e mordace contraddizioni, pecche e imperfezioni dell’umanità, mai risparmiando dalla derisione i potenti della terra e dietro la maschera del giullare si è fatta oltremodo seria. Charlie Chaplin, il quale scelse un giorno di Natale per congedarsi dal mondo, lasciò in eredità un indimenticabile talento artistico, ma altrettanto, idee e sentimenti più che mai vivi e che tali resteranno. (terzopianeta.info)
Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore, non è il mio mestiere. Non voglio governare, né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, neri o bianchi. Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca ed è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell’oca, verso l’infelicità e lo spargimento di sangue.

Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’abilità ci ha resi duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.

L’aviazione e la radio hanno ravvicinato le genti: la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. La mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l’uomo a torturare e imprigionare gente innocente. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L’infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell’ingordigia umana: l’amarezza di coloro che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. Qualunque mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

Soldati! Non consegnatevi a questi bruti che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Non vi consegnate a questa gente senz’anima, uomini-macchina, con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l’amore per l’umanità! Non odiate! Sono quelli che non hanno l’amore per gli altri che lo fanno.

Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di San Luca sta scritto che il regno di Dio è nel cuore degli uomini. Non di un solo uomo, non di un gruppo di uomini, ma di tutti voi. Voi, il popolo, avete il potere di creare le macchine, di creare la felicità, voi avete la forza di fare che la vita sia una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti e combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia agli uomini la possibilità di lavorare, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.

Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Mentivano: non hanno mantenuto quella promessa e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo, allora combattiamo per quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, l’avidità, l’odio e l’intolleranza, combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati uniamoci in nome della democrazia.