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Joseph Mwepu Ilunga: Il calcio tra la vita e la morte

 
 
L’attuale Repubblica Democratica del Congo, per più di trent’anni ha vissuto sotto la dittatura di Mobutu Sese Seko. Con il sostegno di Belgio e servizi segreti statunitensi, nel 1960 salì al potere organizzando un colpo di stato ai danni del primo presidente democraticamente eletto, Patrice Lumumba, poi fatto uccidere dal plotone d’esecuzione l’anno successivo.

Malgrado una tirannia assoluta e le numerose accuse di violazione dei diritti umani, Mobutu, morto nel ’97, ha goduto del sostegno internazionale, Stati Uniti in testa, dato che rappresentava una garanzia per le multinazionali presenti sul suolo africano.

Negli anni fu accolto dai maggiori capi di stato, dalla Regina Elisabetta II Re Baldovino e più volte alla Casa Bianca, dove nel 1989, su invito di Bush, vi tenne persino un discorso.

Nel ’74 riuscì persino a portare Muhammad Ali e George Foreman a Kinshasa, organizzando il leggendario incontro di pugilato passato alla storia come “The Rumble in Jungle”.

Nonostante le ricchezze del territorio, in particolare oro e diamanti, la popolazione viveva di stenti, era alla fame, a differenza di un leader assoluto che passerà alla storia per la palese componente cleptocratica del suo governo, tanto da esser ritenuto uno dei tre uomini al mondo ad aver maggiormente sfruttato denaro pubblico per interessi personali.

All’epoca, lo Zaire aveva appena vinto la Coppa d’Africa e centrato quella qualificazione ai Mondiali di Germania Ovest, un traguardo mai raggiunto prima da una nazionale subsahariana. Un tale stato di grazia era per Mobutu motivo di vanto, in quanto rappresentava una prestigiosa vetrina attraverso la quale promuovere se stesso agli occhi del mondo.

Già in passato il calcio era stato sfruttato come propaganda da capi di stato come Mussolini, Hitler, fino ai mondiali di Argentina del 78, caratterizzati dalle tensioni sociali per l’instaurazione del regime militare.

Il compiacimento del dittatore all’indomani della vittoria della Coppa delle Nazioni Africane, si spinse fino a promettere auto, case e una cospicua somma di denaro per ciascun giocatore. Soldi che avrebbero permesso ad ognuno di loro di cambiare totalmente il tenore di vita delle proprie famiglie.

Mwepu e Ndayé, luci nell’ombra

Calcio MOBUTU
Mobutu Sese Seko

 

Joseph Mwepu Ilunga scomparso nel 2015, è stato per anni al centro di ironie per un gesto apparentemente insensato, compiuto durante quel Mondiale. Un gesto che in realtà, salverà molte vite.

Alla loro prima apparizione, i “leopardi” perdono però 2-0 con la Scozia, una sconfitta di misura che permette alla compagine africana di uscire comunque a testa alta dall’incontro.

La sconfitta non è però digerita da Mobutu e delle regalie promesse, che per altro gli atleti avrebbero dovuto aver già da tempo, fa sapere che non se ne sarebbe fatto più nulla.

La seconda partita della fase a gironi è contro la ex-Jugoslavia, una nazionale dalla lunga tradizione che può contare su calciatori come Bajević, Džajić, Šurjak, ma gli zairesi, sentendosi derisi e ingannati dal tiranno, si ribellano, arrivando a minacciar di non scendere in campo contro i plavi’.

La risposta del dittatore tuttavia, non tardò ad arrivare e ai nazionali fece giungere notizia che se avessero compiuto una simile azione, al ritorno in Africa nessuno avrebbe rivisto la propria famiglia.

Il 18 giugno la partita si svolge regolarmente, ma del gioco espresso contro la Scozia non c’è neppure l’ombra.

Sul 3-0 per la Jugoslavia si verifica un primo fatto apparentemente inspiegabile.

L’allenatore dello Zaire, Blagoje Vidinić, sostituisce l’estremo difensore Robert Kazadi, due volte vincitore della Coppa d’Africa e della CAF Champions League. Anni più tardi verrà eletto portiere del secolo della Repubblica Democratica del Congo.

Una scelta che al commissario tecnico costò l’accusa di tradimento, Vidinić era infatti jugoslavo, di Skopje, e non poteva esserci altra ragione dietro ad una decisione all’apparenza scellerata.

Man mano che scorrono i minuti gli africani sembrano smettere di giocare e per giunta, come preso da un raptus, Mwepu colpisce l’arbitro con un calcio.

Il direttore di gara, il colombiano Omar Delgado, non esita a tirar fuori il cartellino rosso, ma anziché sventolarlo in direzione del terzino destro, compie una clamorosa svista e fa uscire dal campo il bomber della Coppa d’Africa, il talentuoso Pierre Ndayé Mulamba. Mwepu tentò vanamente di addossarsi la colpa, ma l’arbitro rimase fermo nelle sue decisioni.

La partita si concluse con un risultato finale tanto disastroso quanto storico, la Jugoslavia vinse 9-0.

Brasile – Zaire: il gesto folle di Mwepu

Calcio Zaire 1974

Il 22 giugno del 1974, al Parkstadium di Gelsenkirchen, si gioca Brazile-Zaire.
I verdeoro giungono alla sfida dopo due pareggi a reti inviolate, per passare il turno la vittoria potrebbe non bastare a causa della differenza reti, Jairzinho e compagni sono chiamati a vincere a suon di gol.
Al contrario, lo Zaire arriva al match ormai fuori dai giochi.

All’85° del secondo tempo, ai brasiliani viene concessa una punizione dal limite dell’area. Stanno già vincendo 3-0 e sul pallone c’è Rivelino, ma un istante prima che possa calciare, Mwepu compie il gesto che passerà alla storia: si stacca dai compagni in barriera e calcia verso la metà campo avversaria.

I sudamericani non credono ai loro occhi, all’arbitro non rimane che ammonire lo zairese e la reazione del giocatore è di completo stupore, quasi a chiedere cosa non fosse in linea con il regolamento.

La follia di Mwepu provocò ilarità fra i brasiliani e al mondo intero che assiste alla partita. Il ricordo divertito di quegli attimi rimarrà vivo negli anni, almeno fin quando non salterà fuori l’impensabile verità.

Comunque fosse finita contro i campioni uscenti, non avrebbe dovuto aver alcun significato per lo Zaire, gli uomini di Vidinić erano già stati eliminati dal Mondiale, ma dopo la seconda sconfitta, Mobutu aveva informato i nazionali africani, che se con il Brasile avessero perso incassando più di 3 reti, nessuno avrebbe fatto ritorno in patria.

Mwepu aveva dato un calcio alla sorte, fece scorrere quei pochi minuti che li separavano dal termine di una partita di cui solo lui e compagni, conoscevano il valore.

Per quanto riguarda la follia commessa invece da Vidinić, richiamando in panchina il portiere Pierre Ndayé Mulamba, ai giornali l’allenatore dichiarerà che quella sostituzione, gli era stata imposta da un uomo del ministero dello sport zairese.

 

La memoria di un calcio

Nel 1994 la Confederazione Calcistica Africana invitò in Tunisia Ndayé Mulamba, l’asso zairese ingiustamente espulso contro la Jugoslavia, per consegnargli la medaglia alla carriera.

Un’autentica leggenda del calcio africano, alla quale solo la politica ha negato la possibilità di esprimere il proprio talento in ambito internazionale.

Ritirato il premio, il calciatore fece rientro in patria, ma alle 3 di notte un manipolo di soldati irruppe nella sua abitazione ordinando all’atleta di consegnar loro soldi e medaglia.

Ndayé risponse loro che la medaglia si trovava al Ministero, ma i militari non gli credettero e aprirono il fuoco colpendolo ripetutamente ad una gamba.
In stato di “semi-coscienza”, Ndayé riuscì però a fuggire e raggiungere il Sudafrica, dove vivrà per molto tempo in totale anonimato e in condizioni disumane, tanto che durante la Coppa delle Nazioni del 98, dato ormai per morto, fu osservato un minuto di silenzio in suo onore.

A salvargli la vita è Nzwaki Qeqe, diventata poi sua moglie, operatrice per la protezione dei rifugiati.

Oggi Ndayé allena squadre di calcio amatoriali e in occasione dei Mondiali giocati in Africa nel 2010, su invito di Danny Jordaan, Ndayé Mulamba partecipò ad una cena di gala e venne accolto da atleti africani diventati stelle del calcio mondiale, tra cui George Weah e Abedì Pele.