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Alfred Adler, capire sé stessi con la psicologia individuale

 
La psicologia individuale di Alfred Adler ci consente di capire chi siamo, di comprendere i motivi per cui facciamo quello che facciamo.

Per Adler, non è poi tanto vero che siamo il risultato di ciò che abbiamo vissuto in passato.

A differenza di Freud, lui credeva che traumi ed eventi infantili non hanno poi tutto questo peso sui nostri comportamenti attuali e che chiunque può, in qualsiasi momento, scoprire il vero senso della propria vita.

 

Chi era Alfred Adler

Alfred Adler era un medico e psicoterapeuta austriaco, nato a Vienna nel 1870 e morto ad Aberdeen nel 1937.

Studiò medicina all’Università di Vienna, tra il 1888 e il 1895, anno di laurea, e si interessò alla patologia, alla psicologia e alla filosofia.

L’importanza di Adler sta nel suo contributo allo sviluppo della psicologia, insieme a Sigmund Freud.

Egli divenne famoso soprattutto per la sua concezione del «complesso di inferiorità» e della «brama di potere».

La psicologia individuale di Alfred Adler ci consente di capire meglio noi stessi e ci insegna che è possibile cambiare in qualsiasi momento della vita. (https://terzopianeta.info)

 

Il senso di inferiorità nella psicologia adleriana

Secondo Adler, ogni bambino nasce con un potenziale intrinsecamente buono.

A volte, però, succede che da piccoli invece di sentirsi apprezzati e amati alcuni possano arrivare ad avere la convinzione di non meritare amore o di valere meno di altri.

Se questa (percepita o reale) mancanza di amore è particolarmente intensa, potrebbe avere un impatto decisivo sulla vita della persona.

C’è infatti chi si porta dietro questa convinzione fino all’età adulta, chi da grande prova ancora a evitare o imitare le dinamiche relazionali che aveva con i genitori.

E proprio i genitori hanno spesso un ruolo particolarmente importante nell’instillare o meno il senso di inferiorità nei figli.

Per la psicologia individuale di Alfred Adler ci sono 3 tipi di educazione inadeguata che sortiscono questo effetto:

1. Educazione troppo autoritaria: il bambino non si sente accettato in quanto interpreta l’autorità genitoriale come distacco e mancanza di affetto.

2. Educazione troppo consensuale: il bambino non impara il valore della rinuncia e del rispetto per gli altri in quanto ogni sua richiesta viene soddisfatta.

3. Istruzione iperprotettiva: il bambino viene allevato «tra i tessuti», gli si impedisce di affrontare le proprie paure e superarle in autonomia, privandolo così dello sviluppo del senso di auto-efficacia e fiducia in sé stesso.


Il ruolo dei genitori

Anche se Adler scrive che ogni persona è completamente responsabile delle proprie decisioni nella vita, ha comunque riconosciuto che l’impatto di tali stili educativi può spingere le persone verso stili di vita indesiderabili.

Ricordiamoci sempre che il bambino inizia la vita in uno stato di debolezza e vulnerabilità.

Se i genitori gli permetteranno di maturare una sana concezione di sé, egli saprà sostenersi e partecipare alla vita sociale da adulto.

Quando, invece, i genitori alimentano, con le loro azioni e le loro parole, il suo senso di inferiorità, potranno accadere diverse cose:

il bambino potrebbe imparare che la debolezza è l’unico modo di ottenere affetto e amore nella vita, così potrebbe scegliere di non emanciparsi del tutto o di non sviluppare appieno il suo potenziale;

potrebbe compensare la sua inferiorità con un’eccessiva ricerca della forza o potere;

potrà diventare suscettibile a una qualche forma di dipendenza;

potrà provare un profondo senso di infelicità e inadeguatezza;

potrebbe sviluppare delle nevrosi che gli impediranno di avere una vita sociale adeguata.


I genitori commettono errori se cercano di rendere i loro figli superiori agli altri.

La madre, in particolare, influisce sullo sviluppo del sentimento sociale, l’atteggiamento cooperativo che distingue gli stili di vita sani dai malati.

Il padre, tradizionalmente l’autorità nella famiglia, insegna al bambino a stare nel mondo e a contare su sé stesso.

Il principale ruolo di entrambi è quello di aiutare i figli a superare il loro stato di debolezza. Ne consegue che se un adulto è particolarmente debole in uno o più ambiti della vita, probabilmente, ammesso che non ci siano altre concause di natura patologica o psicologica, avrà ricevuto una educazione inadeguata.

 

La nevrosi come mezzo per sfuggire al sentimento di inferiorità

Per la psicologia individuale di Adler, la nevrosi è un modo per lasciarsi alle spalle il senso di inferiorità.

Non esiste, quindi, molta differenza tra l’individuo nevrotico e l’individuo sano.

Per il primo, il senso di inferiorità è semplicemente più marcato, talmente tanto da portarlo a voler eludere i suoi obblighi verso la comunità.

In questo senso, le persone con nevrosi si mostrano più ostinate nei loro modi di fare, in quanto tutto ciò che li allontana dalla loro zona di confort può farli sentire in pericolo.

Sono persone problematiche, che hanno difficoltà ad aprirsi completamente al mondo o ad adattarsi agli altri.

I traumi emotivi del passato provocano in loro delle forti preoccupazioni, ansie o ossessioni, e rendono quasi impossibile trovare soddisfazione nella vita.

A causa del loro conflitto interiore, i nevrotici non riescono a sviluppare una salutare relazione con sé stessi e porterebbero arrivare a vedere la società come un territorio ostile, qualcosa da temere o evitare.

 

L’ordine di nascita e la sua relazione con la personalità

Oltre al senso di inferiorità e all’educazione dei genitori un altro fattore che influisce sul nostro comportamento è l’ordine di nascita.

Secondo la prognosi di Adler, per esempio, i secondogeniti possono marcare il passo del loro lavoro in modo più reale.
Per altri studi sono i primogeniti a ottenere di più (Forer, 1976; Goertzel, Goertzel e Goertzel, 1978; Schachter, 1963) sono più intelligenti (Sulloway, 1996) e meglio rappresentati tra i leader politici mondiali (Hudson, 1990).

Si riferisce, inoltre, che i primogeniti sono altamente narcisisti (auto assorbimento), e che gli uomini primogeniti sono più ansiosi dei bambini successivi o delle donne (Fullerton, Ursano, Wetzler e Slusarcick, 1989).

Una rassegna di molti studi mostra che solo i bambini primogeniti ottengono regolarmente alti traguardi e con più vantaggi in diverse caratteristiche della personalità.

Di contro, capita che i secondogeniti si sentano meno amati e addolorati per l’onere aggiuntivo che hanno messo sulle spalle dei genitori.

Poi ci sono i figli unici che, per fare l’esempio della Cina, hanno caratteristiche sociali indesiderabili, tra cui la dipendenza e l’egocentrismo, forse a causa dell’eccessiva indulgenza dei genitori (Falbo, 1987).

 

Come capire meglio se stessi con la psicologia individuale di Adler: le mete e gli stili di vita

Adesso che abbiamo visto i fattori che influenzano la personalità passiamo alla domanda centrale del nostro discorso. Come può la psicologia individuale di Alfred Adler aiutarci a capire meglio noi stessi?

La risposta sta nei concetti di “mete” e di “stili di vita”.

Per Adler ognuno di noi sceglie, sin dalla più tenera età, un prototipo di persona che lo/la rappresenta. In base alle esperienze vissute, per esempio, un bambino potrebbe scegliere (inconsapevolmente) di essere una persona che non sa portare a termine i compiti assegnati, che non può ottenere ciò che vuole e che verrà sicuramente rifiutato se mostra il suo lato vulnerabile alla persona desiderata.

Con un prototipo del genere, il bambino sceglierà delle mete che hanno lo scopo di garantirgli amore e attenzione a discapito del suo senso di inferiorità. E da queste mete risulterebbe il suo stile di vita in età adulta.

Facendo un’ipotesi, una volta cresciuto egli sceglierà di fare attività che hanno il solo scopo di farlo sentire meglio con sé stesso ma che non hanno utilità o successo.

Finirà in relazioni problematiche e avrà difficoltà ad aprirsi totalmente o a fidarsi del proprio partner. Saboterà, inconsciamente, le possibilità di avere successo a causa della sua profonda convinzione di non poter mai meritarlo.

Queste sono solo congetture ovviamente, ma ci fanno comunque notare che le varie scelte di questo bambino, come quelle di ognuno di noi, acquistano maggior chiarezza e coerenza una volta svelata la vera meta, lo scopo nascosto dietro le nostre azioni.

Perché, se ci pensiamo bene, tutto quello che facciamo nasconde un obiettivo finale e tutti, anche la persona estremamente ansiosa, abbiamo una meta. In quest’ultimo caso, l’ansia potrebbe avere la funzione di non far perdere l’amore dei genitori dando una scusa per restare a casa.

Nel caso di un individuo abusivo, la violenza potrebbe avere lo scopo di mantenere vicini coloro che amano. E ancora, nel caso di una persona che non ha mai trovato un impiego potrebbe nascondersi lo scopo (inconscio) di evitare le persone per paura del giudizio o del fallimento.

In altre parole, tutti, anche i criminali, vogliono sentirsi apprezzati e riconosciuti, e tutti hanno, a diversi livelli, paura di essere abbandonati e rifiutati.

Ogni comportamento umano, per quanto disfunzionale o patologico possa essere, nasconde sempre la meta di garantire attenzione degli altri e senso di soddisfazione con sé stessi.

Ovviamente, ci sono dei comportamenti che hanno l’effetto sperato e altri, come quelli menzionati sopra, che invece producono degli stili di vita indesiderabili e nocivi.

In entrambe le eventualità, si può cambiare solo se si svela la meta che si cela dietro le azioni e le scelte, ed è questo il vero valore aggiunto della psicologia individuale di Alfred Adler. È una psicologia incentrata sul cambiamento, sullo scoprire le ragioni della nostra insoddisfazione per permetterci, in qualsiasi fase della nostra vita, di re-inventare noi stessi, così da poter migliorare le nostre relazioni e le nostre circostanze di vita.