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Alba e Tramonto, fra musica, pittura e poesia

 
Incessante moto di rotazione del Pianeta Terra, da ovest a est, attorno ad immaginario asse collegante del globo i poli, dona l’alternarsi del giorno e la notte, d’Alba e Tramonto, meraviglia d’orizzonte che da sempre l’Arte celebra unendo e accomunando ispirazione di pittori, poeti, musicisti — fra presente e passato — ciascuno omaggiando secondo intima visione e nella moltitudine di dipinti, Il canto dell’allodola (1884) di Louis Aimé Adolphe Jules Breton (1827-1906), raffigura una contadina — falce alla mano e greve fatica a curvar spalle — a piedi nudi sul terreno, con dietro di sé, il nascere della stella madre del sistema solare a glorificare istanti rurali, in animo serbati dall’autore.
 

La meraviglia perpetua di Alba e Tramonto, celebrata e se possibile sublimata, da dipinti, versi e note, di artisti, Maestri, d'ogni epoca • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
Jules Breton, Le chant de l’alouette, 1884

 
Con Impressione, levar del sole di Claude-Oscar Monet (1840-1926), ad infuocarsi è il cielo sopra il porto di Le Havre, Normandia: sfumature celesti e arancioni s’amalgamano a una lieve nebbia mattutina che ancor confonde la vista di navi e gru sullo sfondo, mentre in galleggio sul mare, tre piccole imbarcazioni fluttuano nella penombra, in probabile rientro dalle fatiche notturne.
 
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Claude Monet, Impression Sunrise, 1872

 
La denominazione dell’opera — indiscussa testimonianza d’Impressionismo — rimanda alla volontà di Monet di trasmettere la sensazione vissuta dipingendo, nel tentativo di sollecitare emozioni negli spettatori.

C’è un momento in ciascuna alba in cui la luce è come sospesa; un istante magico dove tutto può succedere. La creazione trattiene il suo respiro.
Douglas Adams

Luci d’Alba

In the morning you always come back, è titolo d’ode — dal testo italiano — composta Cesare Pavese (1908-1950) e facente parte di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, raccolta consacrata all’attrice americana Constance Dowling (1920-1969), conosciuta al terminare del 1949 — poco prima d’abbandonarsi all’eterno — e della quale perdutamente s’innamorò, null’altro però ottenendo se non fugace relazione, ella difatti, fondamentalmente mai contraccambiando sentimento, presto e senza ragioni fornire, interruppe rapporto ed al poeta lasciando, oltre ad amarezza d’illusione, dolore di non ricever risposta alle molteplici e speranzose missive inviatele.

Cara Connie,

volevo fare l’uomo forte e non scriverti subito, ma a che servirebbe?
Sarebbe soltanto una posa. Ti ho mai detto che da ragazzo ho avuta la superstizione delle “buone azioni”? Quando dovevo correre un pericolo, sostenere un esame, per esempio, stavo attento in quei giorni a non essere cattivo, a non offendere nessuno, a non alzare la voce, a non fare brutti pensieri. Tutto questo per non alienarmi il destino. Ebbene, mi succede che in questi giorni ridivento ragazzo e corro davvero un gran pericolo, sostenendo un esame terribile, perché mi accordo che non oso esser cattivo, offendere gli altri pensare pensieri vili. Il pensiero di te e un ricordo o un’idea indegni, brutti, non s’accordano.
Ti amo.
Cara Connie, di questa parola so tutto il peso – l’orrore e la meraviglia – eppure te la dico, quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è come nuova per me. Amore, il pensiero che quando leggerai questa lettera sarai già a Roma – finito tutto il disagio e la confusione del viaggio – che vedrai nello specchio il tuo sorriso e riprenderai le tue abitudini, e dormirai da brava, mi commuove come tu fossi mia sorella. Ma tu non sei mia sorella, sei una cosa più dolce e più terribile, e a pensarci mi tremano i polsi.
17 Marzo 1950

Cesare Pavese delinea una similitudine tra l’alba e la donna, ritenendo quest’ultima vivifico ricordo, nostalgica assenza e rigenerante emozione; struggenti versi da cui traspare una poetica — sospesa tra personali concetti chiave di solitudine e mito — sgorgante da vissuti interiori, in liberatorio fluire.

In the morning you always come back
Cesare Pavese

Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre ‒
sei la vita, il risveglio.
Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro ‒
è finita la notte.
Sei la luce e il mattino.

 

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Constance Dowling e Cesare Pavese

 
Se nella poesia di Cesare Pavese son viottoli, case e colline a vestirsi delle prime luci, in Alba sul mare — d’Arrigo Boito (1842-1918) — nascenti raggi solari affiancano chetate nubi, illuminano acque marine, smorzano astri e rischiarano muri; con soave musicalità, il librettista e compositore padovano tratteggia delicata e pacifica immagine della notte che cede passo al giorno, impreziosita da un’angelica metafora, raccontata con tale grazia, da quasi farne intuire le — inesistenti — sembianze e movenze.

Fra incipiente luminosità e declinante buio, trapela il caratteristico dualismo poetico pavesiano, filo conduttore di più opere in cui spesso — in decisa antitesi, talvolta d’ispirazione dantesca — sono elementi satanici e divini; in Alba sul mare, da contraltare è invece una candida e statica Luna, di resiliente brillantezza e silente suono, restituente la completezza del paesaggio, nell’atto del quotidiano mutare.

Alba sul mare
Arrigo Boito

Cessato è il nembo; va volando intorno
l’angiol del giorno – a spegnere le stelle
e le fiammelle – che brillan sui fari
dei marinari – L’esule chiesetta
dell’alta vetta – già si fa men bruna,
e ancor la luna
splende sull’ermo,
bianca ed immota,
come una nota
di canto fermo.

 

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Arrigo Boito e Giuseppe Verdi

 

Questa è la vita! l’ebete
Vita che c’innamora,
Lenta che pare un secolo,
Breve che pare un’ora;
Un oscillare eterno
Fra paradiso e inferno
Che non s’accheta più
Arrigo Boito, Il libro dei versi

Metz, Francia: il 30 marzo 1844, nasce Paul-Marie Verlaine, poeta maledetto e riferimento primo dei giovani colleghi dell’epoca, con ampia influenza sui posteri; malinconico, dolce e riservato, il suo elegiaco canto è intimamente simbolista e peculiare. In “Poiché l’alba si accende”, timidamente si leva un pensiero positivo — inusuale rispetto al solito — ed elemento chiave essendo l’amore, nella totalità delle sfaccettature ad esso insite.

L’alba di Verlaine rappresenta una rinascita, intimo auspicio concretizzantesi nel bagliore d’un’aurora ch’è una fidente ascesa dalle tenebre, in cui versava il di lui animo; la verseggiata catarsi, allegoricamente si miscela al sorgere del Sole, captato in sentore di futura felicità, condizione individuata nel distacco da livori, dipendenze e negatività, nella brama di lasciarsi sedurre dal fascino d’amorevoli tenerezze, al contempo intrecciando dita alla donna amata e intraprendendo rivoluzionario percorso esistenziale, in fede a consapevole e accolta capacità d’incanto.

Poiché l’alba si accende
Paul Verlaine

Poiché l’alba si accende,
ed ecco l’aurora,
poiché, dopo avermi a lungo fuggito,
la speranza consente
a ritornare a me che
la chiamo e l’imploro,
poiché questa felicità
consente ad esser mia,
facciamola finita coi pensieri funesti,
basta con i cattivi sogni,
soprattutto
basta con l’ironia
e le labbra strette
e parole in cui
uno spirito senz’anima trionfava.
E basta con quei pugni serrati
e la collera
per i malvagi
e gli sciocchi che s’incontrano;
basta con l’abominevole rancore!
basta
con l’oblìo ricercato
in esecrate bevande!
Perché io voglio,
ora che un Essere di luce
nella mia notte fonda
ha portato il chiarore
di un amore immortale
che è anche il primo
per la grazia,
il sorriso e la bontà,
io voglio, da voi guidato,
begli occhi dalle dolci fiamme,
da voi condotto,
o mano nella quale tremerà la mia,
camminare diritto,
sia per sentieri di muschio
sia che ciottoli e pietre
ingombrino il cammino;
sì, voglio incedere
dritto e calmo nella Vita
verso la meta a cui mi spingerà il destino,
senza violenza,
né rimorsi, né invidia:
sarà questo il felice dovere
in gaie lotte.
E poiché, per cullare le lentezze della via,
canterò arie ingenue,
io mi dico
che lei
certo mi ascolterà
senza fastidio;
e non chiedo, davvero,
altro Paradiso.

 

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Paul Dornac (1858-1941), Verlaine al Café François 1er di Parigi, 1892

 

Sono l’Impero alla fine della decadenza, che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti
in uno stile d’oro dove danza il languore del sole.
Paul Verlaine, Jadis et naguère

È del 1993 pubblicazione Canti di Castelvecchio, silloge del sammaurese Giovanni Pascoli (1855-1912): lungo soggiorno nell’omonima località lucchese, gli funse da ispirazione nel trasporsi — dacché molti i richiami autobiografici — in sessanta scritti permeati delle suggestive narrazioni di vita, nella campagna toscana; fra queste Il gelsomino notturno, redatta in celebrazione di matrimonio del caro amico e bibliotecario Gabriele ‘Gabriello’ Briganti (1874-1945).

Tema cardine è la Natura, evocata in suoni, fiori, animali, colori ed effluvi; è un armonioso tutt’uno al di fuori delle mure domestiche al cui interno, sul far della sera, i novelli sposi son prossimi ad unirsi, il loro chiacchierare stagliandosi nel sottofondo del silenzio d’una fauna dormiente.

L’alba del Pascoli assume una valenza amorosa, nel far capolino — in strofa conclusiva — dopo la trascorsa notte nuziale; parimenti, raggi mattutini chiudono petali di gelsomino, fiore notturno la cui «urna molle e segreta», custodisce una «felicità nuova» che plausibilmente allude al ventre materno e al possibile instaurarsi d’augurata gravidanza.

Il gelsomino notturno
Giovanni Pascoli

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti
si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore
che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
È l’alba:
si chiudono i petali
un poco gualciti;
si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

 

Settecentesca e suggestiva villa toscana, la Bicocca di Caprona, dall'omonimo colle si staglia conservando poetica memoria di Giovanni Pascoli, il quale, da meditato 15 ottobre 1895, la elesse dimora e familiare nido, impregnandone le mura della propria lirica • Terzo Pianeta • https://terzopianeta.info
Giovanni Pascoli nello studio di Bologna, 1908

 

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole.
Giovanni Pascoli, L’Aquilone, Primi Poemetti

Primario innovatore del linguaggio poetico formale e uno tra i principali esponenti della letteratura italiana del ventesimo secolo, in Lindoro di deserto, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) affidò alla penna riflessioni di trincea: da quanto s’evince dall’indicazione Cima Quattro, il 22 dicembre 1915, fu la località di Monte San Michele — rilievo carsico in provincia di Gorizia e suolo di svariate battaglie durante il Primo Conflitto Mondiale — ad esser dall’autore adibita a redazione scrittoria quando — arruolatosi nel Diciannovesimo Reggimento di fanteria della Brigata meccanizzata “Brescia” — decise di custodire in un taccuino i propri versi, nati sul fronte e testimoni di provata esperienza dell’umana e solidale fratellanza.

Verosimilmente in uno dei brevi momenti di tregua bellica, nella notte di suddetta data Giuseppe Ungaretti è in avida attesa di baciante calore solare, poiché avvolto da un’offuscante e gelida nebbia; all’arrivo dell’alba — complice un vento che pilucca la foschia, sgranandola come coralli di rosario — egli “allibisce”, sbalordendosi al cospetto di contorni paesaggistici finalmente nitidi.

Scrutando i riapparsi punti cardinali, pensiero vola alle dorate dune desertiche fra le quali — essendo nato ad Alessandria d’Egitto — il poeta trascorse l’infanzia e un «ghirigoro di nostalgie» lo travolge: immediato è il ritorno alla cruda realtà della guerra, tuttavia il Sole consolando oppressioni dello spirito e infondendolo di fiduciosa prospettiva.

Lindoro di deserto
Giuseppe Ungaretti

Dondolo di ali in fumo
mozza il silenzio degli occhi
Col vento si spippola il corallo
di una sete di baci
Allibisco all’alba
Mi si travasa la vita
in un ghirigoro di nostalgie
Ora specchio i punti di mondo
che avevo compagni
e fiuto l’orientamento
Sino alla morte in balia del viaggio
Abbiamo le soste di sonno
Il sole spegne il pianto
Mi copro di un tiedipo manto
di lind’oro
Da questa terrazza di desolazione
i braccio mi sporgo
al buon tempo.

 

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Giuseppe Ungaretti, in divisa d’allievo ufficiale del 19° reggimento di fanteria, 1917

 
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Giuseppe Ungaretti

 

M’illumino d’immenso.

Giuseppe Ungaretti, Mattina, L’Allegria

Alba e tramonto sono simultaneamente contemplate in Bacia l’alba che geme soavemente, del sivigliese Gustavo Adolfo Claudio Domínguez Bastida, maggiormente noto al nome Gustavo Adolfo Bécquer (1836-1870), scrittore e giornalista spagnolo la cui poesia, dapprima nata nella gratificazione dell’idillio amoroso, sfiora corde di massima emotività, nella dolente afflizione in seguito procurata dallo stesso, con derivata tristezza, costernazione e cupezza di toni.

L’alba di Bécquer — compresa in Rimas — è viceversa colma di sognante sentimento, dipingendo un giocoso baciarsi fra Sole e Natura, proposto in quattro simboliche sequenze, celatamente rievocanti amabili effusioni vissute con colei che ne fu donna della vita, ovvero la cantante lirica madrilena Julia Éspin Y Pérez Collbrand (1838-1906), con la quale ebbe triennale e travagliato rapporto, ciò non riuscendo comunque a gettarne nell’oblìo la gratificante memoria.

Bacia l’alba che geme soavemente
Gustavo Adolfo Bécquer

Bacia l’alba che geme soavemente
le lievi onde che giocando alza;
il sole bacia la nuvola del tramonto
e di porpora e oro le colora;
la fiamma che avvolge il tronco ardente
per baciare un’altra fiamma si sposta
e perfino il salice piangente che
piegatosi per il suo peso
sul fiume che lo bacia,
ricambia il bacio.

 

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Jean Laurent (1816-1886), Gustavo Adolfo Bécquer, 1865

 

La solitudine è molto bella… Quando si ha vicino qualcuno a cui dirlo
Adolfo Bécquer

Salici al tramonto — realizzato nel 1888 in Provenza da Vincent Willem van Gogh (1853-1890) — rappresenta un paesaggio autunnale, adornato da raggi dorati prepotenti e generosi, che tutto permeano; cielo e campo, sul quale s’ergono tre massicci tronchi in primo piano, sono suddivisi da una sottile striscia azzurra, in un sapiente gioco di contrasti cromatici che risalta le tinte calde.

Come tipico in van Gogh, il Sole è imponente, energico, predominante e sembra esprimerne la vivace urgenza creativa, esondante, estrosa e follemente loquace.

Opposta atmosfera si percepisce in Giovane donna alla finestra, il tramonto, del 1921, quadro dal quale s’appalesa un Henri-Émile-Benoît Matisse (1869-1954) inedito nell’utilizzo dei colori, meno intensi e poco brillanti.

Il tramonto è sciolto nel cielo a tinte rosate, tenui, quasi tristi e in linea alla donna che guarda assorta verso l’esterno, apparentemente seria e pensierosa.

Oh, piccolo principe, ho capito a poco a poco la tua piccola vita malinconica.
Per molto tempo tu non avevi avuto per distrazione che la dolcezza dei tramonti.
Ho appreso questo nuovo particolare il quarto giorno, al mattino, quando mi hai detto:
«Mi piacciono tanto i tramonti. Andiamo a vedere un tramonto».
Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe

 

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Vincent van Gogh, Pollard Willows at Sunset, 1888

 
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Henri Matisse, Jeune femme à la fenêtre, coucher de soleil, 1921

 

Il tacito romanticismo del Tramonto

Premio Nobel per la letteratura nel 1956 — oltreché uno fra i più notevoli dotti della cosiddetta generazione del ‘14 — lo spagnolo Juan Ramón Jiménez Mantecón (1881-1958) affida a Tramonto, elegiaca, quanto realistica, esposizione della campagna all’imbrunire: quieta è l’atmosfera ch’egli riesce a comunicare in pochi versetti, forse stimolando i lettori persino nel profondo dei sensi, mediante una scrittura, colta, morbida, raffinata ed estatica.

Nel ritirarsi del giorno, l’aromatico profumo del fieno sembrerebbe infatti divenir concretamente percettibile e una distesa di sopite piante, su violaceo sfondo celeste, quasi visibili tramite fervida fantasia; nel cantar d’usignolo che, risvegliatosi, delizia al sol ascoltarlo, il tramonto diviene cullante, distensivo e rasserenante.

Tramonto
Juan Ramòn Jiménez

Tristezza dolce della campagna,
va calando la sera.
Giunge dai campi mietuti
un lieve odore di fieno.
Le piante si sono addormentate.
Sulla collina il cielo
è viola.
Teneramente.
Svegliato canta un usignolo.

 

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Juan Ramón Jiménez Mantecón

 

Se corri, il tempo volerà davanti a te come una farfalla di marzo.
Se andrai adagio, ti seguirà come un bue eterno.
Juan Ramón Jiménez

Medesimo titolo per Tramonto di Rabindranath Tagore (1861-1941), drammaturgo, musicista e filosofo bengalese — portavoce d’un messaggio d’universale concordanza fra popoli — di multiforme e geniale produzione letteraria che gli valse Premio Nobel nel 2013; imprescindibilmente connesso alla Natura, il crepuscolo è dal poeta interpretato con sublime armonia e ciascun essere vivente dall’astro sfiorato, ne riceve rigenerante abbraccio ch’egli — prontamente — accoglie e saggiamente custodisce dentro sé.

Tramonto
Rabindranath Tagore

Oggi alla fine del giorno
il tramonto posò le sue perle
sui fini e neri capelli della sera
ed io le ho nascoste
come una collana senza filo
dentro il cuore.
Nel silenzio il cigno dorme.
sulla riva destra del fiume
e questo tramonto
attraverso il cielo luminoso di stelle
è venuto a toccare
la mia umile fronte:
sopra queste acque tacite e calme
ha iniziato la traversata tra astri e stelle:
ha steso
il suo manto d’oro
sulla soglia della notte
che dorme tranquilla:
e infine lungo le vie dell’arsa,
sopra il carro di un nero destriero
s’allontanerà facendo scintille:
ha lasciato soltanto un tocco
sulla fronte di un poeta.
Nel tuo infinito mai s’era visto
un tramonto così,
né più ritornerà.

 

Rabindranath Tagore, nato রবীন্দ্রনাথ ঠাকুর «Rabíndranáth Thákhur», nella sua opera sociale, filosofica e letteraria esaltò il potere del dialogo elevando la natura umana ad essenza in grado d'abbattere qualsivoglia barriera innalzata dalla storia. (https://terzopianeta,info)
Rabindranath Tagore, 1932

 

La stessa corrente di vita
che scorre nelle mie vene,
notte e giorno scorre per il mondo
e danza in ritmica misura.
E’ la stessa vita che germoglia
gioiosa attraverso la polvere
negli infiniti fili dell’erba
e prorompe in onde tumultuose
di foglie e di fiori.
Rabindranath Tagore, Canti di offerta

Storicamente celebrato come il Vate, Gabriele D’Annunzio (1863-1938), presenta un “Tramonto d’autunno”, in cui al Sole viene attribuita una parvenza ilare e quasi burlesca: gaiamente riflesso sulla superficie marina e prima d’eclissarsi all’orizzonte, parrebbe seguire divertito la traversata d’una nave, talvolta impedita al solcar creste d’onde agitate da ventose raffiche, mentre lontano un volatile emette strepiti alla ricerca della direzione perduta.

Tramonto d’autunno
Gabriele D’Annunzio

Pronto, su ‘l mar natale
cui nasconde la luna,
ride il sole autunnale,
dolce come la luna.
S’ode il mare pe ‘l lido
gemere, lento e grave.
S’ode talora il grido
fievole d’una nave
che faticosa in vano
lotta co ‘l vento avverso,
o il richiamo lontano
d’un uccello disperso,
o l’improvviso tuono
d’un’onda più gagliarda.
Ride il sole,
già prono,
e dolcemente guarda.

 

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Gabriele D’Annunzio

 

Il verso è tutto.

Gabriele D’Annunzio, Il Piacere

Amore, natura, esistenza e senso della morte, furono le tematiche centrali che la statunitense Emily Elizabeth Dickinson (1830-1886) — una fra le maggiori poetesse liriche moderne — trattò nei propri componimenti con eccezionale chiarezza di linguaggio; ella scrisse prediligendo argomenti riguardanti la vita quotidiana e particolare trasporto investì, nell’esporre pensiero in merito a questioni sociali.

In Portami il tramonto in una tazza, con disarmante e cristallina concretezza la Dickinson compose un’ode ad eventi naturali, piccoli animali, insetti e quant’altro — fra cielo e terra — fu per lei irrinunciabile tesoro dal quale mai affrancarsi; una parte di mondo, spesso ignorata dalle genti, a cui la sensibilissima donna si legò irreversibilmente, cogliendone ogni aspetto, tinta, rumore, profumo e arricchendosene.

La straordinaria metafora del Sole che scioglie gradazioni in tazza, fa del poema un’ampolla ricolma d’energia, colore, evoluzione; dal minuscolo abbeverarsi d’un’ape “viziosa”, ai grandi interrogativi su chi stia “dietro le quinte” a posizionar arcobaleni, tinger cieli e plasmar grotte, la scrittrice vira poi su di sé e nella propria solitudine, in languido desiderio di compagnia.

Portami il tramonto in una tazza
Emily Dickinson

Portami il tramonto in una tazza
conta le anfore del mattino
le gocce di rugiada.
Dimmi fin dove arriva il mattino
quando dorme colui che tesse
d’azzurro gli spazi!
Scrivimi quante sono le note
nell’estasi del nuovo pettirosso
tra i rami stupefatti quanti passetti
fa la tartaruga
quante coppe di rugiada beve
l’ape viziosa!
Nger ciekli
E chi gettò i ponti dell’arcobaleno,
chi conduce le docili sfere
con intrecci di tenero azzurro?
Quali dita congiungono le stalattiti,
chi conta le conchiglie della notte
attento che non ne manchi una?
Chi costruì questa casetta bianca
e chiuse così bene le finestre
che non riesco a vedere fuori?
Chi mi farà uscire con quanto mi occorre
in un giorno di festa
per volare via in pompa magna?

 

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Emily Elizabeth Dickinson
Dagherrotipia scattata tra fine 1846, inizio 1847

 

Il tramonto che scherma, rivela – intensificando ciò che vediamo. Con minacce d’ametista e fossati di mistero.
Emily Dickinson

Inconfondibilmente poliedrico nello stile che splendidamente lo contraddistingue — modernista, lirico, realista, partecipato, surrealista e talora erotico — è al testo di Ancora abbiamo perso questo tramonto che Pablo Neruda, all’anagrafe Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto (1904-1973), affida sentimentale cruccio dato dall’essere lontano dalla donna ch’egli ama.

Il tempo trascorsole distante, trova misura nel succedersi di tramonti contemplati in solitaria, rimembrando quand’invece a diriger sguardi all’infuocato cielo, s’era in coppia, mano nella mano; trasale uno spasimo interiore, costellato da domande prive di risposta e invaso da istantanei sussulti di petto, a metà strada fra sconfortanti tormenti e appaganti reminiscenze.

Ancora abbiamo perso questo tramonto
Pablo Neruda

Ancora abbiamo perso questo tramonto.
Nessuno stasera ci vide con le mani unite
mentre il vento azzurro cadeva sopra il mondo.
Ho visto dalla mia finestra
la festa del ponente sui monti lontani.
A volte, come una moneta
si incendiava un pezzo di sole tra le mani.
Io ti ricordavo con l’anima stretta
da quella tristezza che tu mi conosci.
Allora dove eri?
Tra quali genti?
Che parole dicendo?
Perché mi arriva tutto l’amore d’un colpo
quando mi sento triste e ti sento così lontana?
Cadde il libro che
sempre si prende nel tramonto
e come un cane ferito
ai miei piedi rotolò la mia cappa.
Sempre, sempre ti allontani nella sera
dove corre il tramonto
cancellando statue.

Pablo Neruda

Per il mio cuore basta il tuo petto,
per la tua libertà bastano le mie ali.
Dalla mia bocca arriverà fino in cielo
ciò che stava sopito sulla tua anima.
E’ in te l’illusione di ogni giorno.
Giungi come la rugiada sulle corolle.
Scavi l’orizzonte con la tua assenza.
Eternamente in fuga come l’onda.
Pablo Neruda

Conduce a ritroso negli anni Crepuscolo, di Christian Johann Heinrich Heine (1797-1856), poeta, natio di Düsseldorf, dai versi melodiosi, realistici, ironici e lievi, reputato il maggior artista nazionale del periodo, con encomiabili abilità linguistiche e metriche.

Adagiato in battigia, Heine osserva il Sole dipingere la superficie marina; ondeggiar d’onde e un allegro vociferar di bimbi, lo riportano all’infante che fu, concedendogli di rivivere la briosa serenità di momenti spensierati, al cuor ancor tanto vividi e chiassosi.

Crepuscolo
Heinrich Heine

Sulla pallida spiaggia giacevo,
solitario dai tristi pensieri.
Declinava al tramonto nel mare
il sole, gettando sull’acqua
vivi sprazzi di porpora ardente;
ed i candidi flutti lontani,
sospinti dall’alta marea,
venivan spumando frusciando
più presso, più presso…
Uno strano gridare, un brusìo
e sibili e murmuri e risa,
un sospirare, un ronzare:
e, frammezzo, un sommesso cantare
di cune dondoleggiate.
Riudir mi parea le obliate
leggende, le fiabe soavi
di tempi remoti, che bimbo
mi seppi dai bimbi d’accanto,
allor che nei vesperi estivi
ci acquattavam sui gradini
dinanzi alla porta di casa
per cinguettarci sommessi
le storie, coi piccoli cuori
protesi in ascolto, con gli occhi
astuti di curiosità,
mentre le bimbe più grandi,
dalle finestre di fronte,
tra vasi olezzanti di fiori
sporgevano i volti di rosa
ridenti alla luce lunare.

 

La meraviglia perpetua di Alba e Tramonto, celebrata e se possibile sublimata, da dipinti, versi e note, di artisti, Maestri, d'ogni epoca • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
Moritz Daniel Oppenheim (1800-1882), Heinrich Heine, 1831

 

Dove le parole finiscono, inizia la musica.
Heinrich Heine

Il 22 settembre 1964, all’Imperial Theatre di Manhattan esordisce in prima assoluta il musical Fiddler on the Roof, basato sul libro Tevye the Milkman di Solomon Naumovič Rabonivič, Sholem Aleichem (1859-1916) e la cui colonna sonora composta da Jerrold LewisJerryBock (1928-2010), su libretto dei parolieri Sheldon Mayer Harnick (1924-2023) e Joseph Stein (1912-2010): ad accompagnare in sottofondo il momento chiave dello spettacolo è il brano Sunrise, Sunset, sul quale Tevye, personaggio principale, esterna riflessioni sulla fugacità della vita e sull’inesorabile passaggio del tempo, alba su alba, tramonto su tramonto.

Sunrise, sunset
Sunrise, sunset

Is this the little girl I carried?
Is this the little boy at play?
I don’t remember growing older
When did they?

When did she get to be a beauty?
When did he grow to be so tall?
Wasn’t it yesterday that they were small?

Sunrise sunset, sunrise, sunset,
Swiftly flow the days,
Seedlings turn overnight to sunflowers,
Blossoming even as we gaze.

Sunrise sunset, sunrise, sunset!
Swiftly fly the years,
One season following another,
Laden with happiness and tears.

Sunrise sunset, sunrise, sunset!
Swiftly fly the years,
One season following another,
Laden with happiness and tears.
One season following another,
Laden with happiness and tears.

Sunrise, sunset
Sunrise, sunset

Il brano, nel tempo oggetto di rivisitazioni da parte di numerosi musicisti, ebbe notevole versione incisa — con accompagnamento dell’orchestra di William JamesCountBasie (1904-1984) — da Harry LillisBingCrosby Jr. (1903-1977) e inserita nel vinile Bing ‘n’ Basie, registrato nel 1972, mentre stupenda interpretazione strumentale, fu quella del trombettista jazz Edward Lee Morgan (1938-1972), racchiusa nell’album Delightfulee, del 1966.
 

Bing Crosby, Sunrise Sunset

 

Lee Morgan, Sunrise, Sunset

 
Ma ad aver guadagnato rara fama internazionale, giungendo ed affermandosi in ogni angolo del Pianeta — l’intramontabile O sole mio, autentico capolavoro di terra partenopea, pubblicato nel 1898, con testo di Giovanni Capurro (1859-1920) e musica d’Eduardo Di Capua (1865-1917): dicesi del compositore che ispirazione per la melodia gli fu il veder un’alba sul mar Nero, durante un soggiorno a Odessa —dove si trovava in occasione di una tournée del padre Giacobbe (1841-?), violinista — e all’umanità lasciando perenne eco d’indimenticabili e festose note partenopee, omaggiate nei decenni da innumerevoli interpreti.

Che bella cosa na jurnata ‘e sole
N’aria serena dopo na tempesta
Pe’ ll’aria fresca pare già na festa
Che bella cosa na jurnata ‘e sole

Ma n’atu sole
Cchiu’ bello, oi ne’
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole, ‘o sole mio
Sta ‘nfronte a te
Sta ‘nfronte a te

Quanno fa notte e ‘o sole se ne scenne
Me vene quase ‘na malincunia
Sotto ‘a fenesta toia restarria
Quanno fa notte e ‘o sole se ne scenne

Ma n’atu sole
Cchiu’ bello, oi ne’
‘O sole mio
Sta ‘nfronte a te
‘O sole, ‘o sole mio
Sta ‘nfronte a te
Sta ‘nfronte a te

 

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Giovanni Capurro ed Eduardo Di Capua

 

Enrico Caruso, ‘O Sole Mio

 
 
Da sempre emblema di centralità cosmica, magnificenza, coraggio e anticamente venerato da più popoli in virtù della forza vivificante ad esso intrinseca, al Sole resero e renderanno onore setole, strumenti musicali, inchiostri e fotogrammi, in grata ammirazione all’origine prima dell’esistenza.

’O sole
Totò

Io songo nato
addò sta ‘e casa ‘o sole.
‘O sole me cunosce ‘a piccerilio;
‘o primmo vaso ‘nfronte
– ero tantillo -
m’ha dato
quanno stevo int’ ‘o spurtone.
E m’ha crisciuto
dint’ ‘e braccia soje,
scanzanname ‘a malanne e malatie.
‘O sole! ‘O sole…
è tutt’ ‘a vita mia…
io senza ‘o sole
nun pozzo campà.

 

La meraviglia perpetua di Alba e Tramonto, celebrata e se possibile sublimata, da dipinti, versi e note, di artisti, Maestri, d'ogni epoca • TerzoPianeta.info • https://terzopianeta.info
Antonio Vincenzo Stefano Clemente de Curtis, Totò

 
 
 
 

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