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Siria, una guerra di potere ed interessi

 
 
La guerra in Siria è entrata nel suo settimo anno e ancora non si vede la fine di questa vera e propria carneficina che ha messo il mondo di fronte a scene raccapriccianti di donne e bambini orribilmente mutilati e avvelenati dai gas tossici. Tutto è iniziato nel lontano 2011 quando anche in Siria, sull’onda delle cosiddette primavere arabe, il popolo scese in piazza a manifestare per chiedere maggiore libertà di parola, di opinione, di espressione e la fine del regime dittatoriale di Bashar Al Assad.

La guerra civile si è ben presto trasformata in un immenso caos che ha travolto tutto e tutti come un rullo compressore, anche le stesse autorità siriane, lasciando dietro di sé uno Stato non più in grado di riportare l’ordine e risollevarsi. Hanno approfittato di tutto quel caos i terroristi del sedicente Stato islamico che si sono ben presto impadroniti di una vasta parte del territorio siriano e proprio in questo Paese hanno fondato quella che fino a poco tempo consideravano la loro capitale, la città siriana di Raqqa.

Nel tempo terroristi, trafficanti di ogni genere e signori della guerra senza scrupoli hanno fatto della Siria la loro base operativa e si sono viste scene raccapriccianti di fosse comuni, decapitazioni ed uccisioni di massa di persone che avevano la sola colpa di contestare le idee folli degli islamisti. Per mettere fine al caos e combattere il terrorismo internazionale che dalla Siria si stava pericolosamente espandendo anche in Europa e non solo – basta pensare che gli autori degli attacchi che recentemente hanno insanguinato le capitali europee e gli Stati Uniti avevano programmato tutto e si erano addestrati proprio in Siria – la comunità internazionale ha deciso di mettere in piedi una coalizione di Stati per sradicare i terroristi dal territorio siriano.

 

La Siria nello scacchiere internazionale

Siria
 
Da quel momento il conflitto siriano si è internazionalizzato ed è diventato anche il banco di prova per riscrivere lo scacchiere geopolitico mondiale e per trovare un nuovo equilibrio nei rapporti di potere tra le varie potenze in campo. Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran, Israele ad anche Francia e Gran Bretagna hanno visto nel conflitto siriano la possibilità di mettersi in mostra ed espandere la loro sfera di influenza nel delicato settore mediorientale, da sempre crocevia ed intreccio di popoli di cultura diversa ed anche interessi diversi.

Tenere insieme una coalizione di Stati così eterogenea, con interessi per certi versi diametralmente opposti, si è rivelato sin da subito impossibile perché ogni Paese cerca di trarre il massimo vantaggio dal caos siriano. Gli Stati Uniti già dall’inizio della loro partecipazione al conflitto siriano hanno fatto sapere che una volta finita la guerra e stabilizzata la situazione politica ed istituzionale, la cosa migliore sarebbe destituire Bashar Al Assad dal potere e creare un nuovo Stato fondato su elezioni democratiche. La Russia di Vladimir Putin invece è di parere assolutamente opposto e vorrebbe che Assad rimanesse al suo posto anche dopo la fine del conflitto.

Oggi che il sedicente Stato islamico è stato quasi totalmente spazzato via dalla Siria e che gli ultimi jihadisti si sono lanciati in una fuga disordinata per non essere catturati dalle forze della coalizione internazionale e dell’esercito regolare siriano, Mosca e Washington sono arrivate quasi alla resa dei conti. L’attacco con una sostanza chimica ancora ignota che ha colpito Douma nella ultime settimane e la risposta di Donald Trump che ha lanciato missili su alcune postazione dalle quali presumibilmente sarebbe partito l’attacco, hanno provocato le ire del Cremlino che ha fatto sapere che non tollererà più atti come questo, considerati aggressioni contro uno Stato sovrano.
Trump, invece, ha detto che se Assad userà ancora una volta i gas tossici o altre sostanza tossiche contro il suo stesso popolo, sarà nuovamente costretto ad intervenire per fermare nuovi omicidi di massa contro donne e bambini innocenti.

Al raid missilistico, tuttavia, non hanno partecipato solamente gli Stati Uniti ma anche la Francia e la Gran Bretagna, anche loro con i loro interessi distinti.
La Francia del giovane Presidente Emmanuel Macron vuole ottenere il suo posto al sole tra le grandi potenze e vuole a tutti i costi dimostrare che è a tutti gli effetti un attore fondamentale dello scacchiere internazionale.
La Gran Bretagna di Theresa May ha partecipato soprattutto per dimostrare alla Russia di Putin che non teme niente e nessuno e che non demorderà fino a quando le indagini non avranno dimostrato senza ombra di dubbio la colpevolezza del Cremlino nell’avvelenamento della ex spia Sergei Skripal e di sua figlia Yulia.

L’avvelenamento di Skripal e della figlia ha aperto un’altra pericolosa frattura nei rapporti tra Occidente e Russia che indubbiamente sta influenzando anche l’andamento generale del conflitto e complicando una situazione già molto intricata. I rapporti all’interno della comunità internazionale si sono fatti tesi e pieni di rancore, le due sponde si sono allontanate sempre di più ed è sembrato a tutti che fosse ritornato il periodo della guerra fredda. Il Regno Unito ha accusato la Russia di essere la responsabile del tentato omicidio di Skripal e della figlia perché il gas usato sarebbe di un tipo fabbricato a lungo nelle fabbriche segrete della ex Unione Sovietica. Dal canto suo il Cremlino ha categoricamente smentito di essere il mandante di quel gesto ed ha a sua volta accusato la Gran Bretagna di avere preparato una messinscena per accrescere l’odio contro i russi.

La stessa Russia ha tutto l’interesse a mantenere una sua presenza in Siria; le basi militari russe in territorio siriano sono di importanza strategica per il Cremlino perché permettono ai militari russi quegli sbocchi che altrimenti non avrebbero. Basta pensare alla grande base navale di Tartus, che consente alla Russia uno sbocco sul mare che si è rivelato molte volte di importanza strategica per gli interessi di Mosca.
Per mantenere queste posizioni privilegiate la Russia ha bisogno che l’attuale Presidente siriano Bashar Al Assad rimanga al potere anche quando la guerra sarà finita ed è per questo che lo protegge e cerca in tutti i modi di garantirgli un futuro anche nel nuovo assetto politico ed istituzionale che si formerà a guerra finita.

La Turchia ha sempre avuto un rapporto di amore ed allo stesso tempo di odio con la Siria. Lo scoppio del conflitto in territorio siriano ha dato al Presidente turco Erdogan l’occasione che cercava da anni, per eliminare alla radice coloro che considera i veri nemici della Turchia: i curdi. È innegabile che Erdogan abbia sfruttato l’occasione della lotta al terrorismo internazionale, per bombardare pesantemente le postazioni curde ed impedire la riunificazione dei territori curdi. Il sogno dei curdi di creare una loro entità statuale autonoma, è inaccettabile secondo Erdogan, perché i curdi sono i veri nemici del popolo turco, sovversivi che non accettano le istituzioni legittimate dalla volontà libera dei turchi.
Un buon risultato in Siria permetterebbe anche alla Turchia di ergersi al ruolo di potenza regionale e di ottenere quante più concessioni possibile per condurre indisturbata i suoi affari in Medio Oriente.

Visto lo scenario che si è creato nel corso di questi sette lunghi anni di guerra, è evidente che la strada della pacificazione è ancora lontana e che esiste il rischio concreto che la Siria venga vista solo come un territorio da spartire, per creare nuove zone di influenza tra le varie potenze.