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Siamo brutti, sporchi e cattivi

 

Quando guardiamo la sedia vediamo il legno, facciamo a meno di osservare l’albero, la foresta, il falegname o la nostra mente. Quando meditiamo su questo possiamo vedere l’intero universo e tutto il suo intreccio fatto di relazioni interdipendenti che hanno creato la sedia. La presenza del legno rivela la presenza dell’albero. La presenza della foglia rivela la presenza del sole. La presenza del fiore di melo rivela la presenza della mela. Chi medita riesce a vedere l’uno nella moltitudine e la moltitudine nell’uno anche prima di vedere la sedia. Riesce a sentire la presenza del cuore nella realtà. La sedia non è una realtà separata, esiste solo nelle sue relazioni interdipendenti con l’universo.
Thích Nhất Hạnh

Ripenso alla nuova umanità che sarebbe dovuta essere…l’umanità post-lockdown così tanto proclamata e osannata, poi svanita, mai realizzata, mi viene in mente il capolavoro diretto da Ettore Scola nel 1976, Brutti, sporchi e cattivi.

Ambientata in una baraccopoli della periferia romana, la pellicola narra le vicende di una famiglia composta da venticinque persone costrette a coabitare in una casa minuscola e malridotta. Poveri e completamente disillusi nei confronti della vita, sopravvivono svolgendo piccoli lavori, rubando, vendendo il proprio corpo e il momento atteso dell’intera tribù, è il giorno del ritiro della pensione dell’anziana nonna.

Io che sono la spettatrice devo fare i conti con il fatto che non vedrò anime in questo film. Alla fine le ho intraviste.

A capo del clan c’è Giacinto Mazzatella, a cui volto prestò l’indimenticabile Nino Manfredi (1921-2004), interpretando un uomo di origine pugliese con un unico scopo nella vita: salvaguardare dai propri parenti, il milione di lire ricevuto come premio assicurativo in seguito alla perdita di un occhio a causa di un getto di ossido di calcio.

Colpisce da subito il livello di cinismo e disincanto che i personaggi esprimono a parole, a gesti, a sguardi e persino con il silenzio. Ironia e sarcasmo taglienti, crudeli. Mi soffermo a riflettere durante le inquadrature, perfette, sui bambini: ogni mattina vengono accompagnati in un pollaio dove trascorrono la giornata — in gabbia — in attesa di essere riportati a casa una volta giunta la sera. Sequenze malinconiche incorniciano visi innocenti troppo presto condannati ad un’esistenza amara; in fondo è forse meglio conoscere fin da subito il proprio destino e accettarlo, senza farsi troppe domande.

In tale realtà, Giacinto si innamora di una opulenta prostituta, figura protettiva e ingenua rispondente al nome di Iside; nella mitologia egizia dea dell’amore e della maternità. Inizia così a spendere con lei il milione di lire, finalmente lieto d’aver trovato qualcuno con cui condividere il suo tesoro. Qualcuno con cui goderne.

Il problema dei soldi

Meditando rapidamente sul denaro penso a quanto mi siano indispensabili per viaggiare, comprare l’utile e il necessario, tuttavia poi comprendo di utilizzarli a volte, acquistando anche ciò di cui potrei fare a meno. Mi ritrovo in quella realtà inaccettabile che si allinea, in un attimo, con la consapevolezza di aver speso beni inutilmente, segue la relativa sensazione di inadeguatezza che cerco di placare mangiando più del solito.

Mi chiedo… chissà che rapporto ha il resto della popolazione con i soldi?!
Ho capito però essere una domanda sbagliata. Non bisognerebbe avere nessun rapporto con essi, ma — ipoteticamente —  trattarli alla stregua di una patata bollente arrivataci tra le mani e da passare a qualcun altro prima di rimanere scottati. Il dilemma, peraltro risolutivo, sarebbe quindi imparare a restituire, facendone buona abitudine da non perdere.

Cosa abbiamo ridato a coloro nella baracca di fronte al nostro grattacielo? Ci siamo mai interrogati su come i nostri vicini siano posti lì accanto solo per far brillare di più la nostra Torre? La casa che dà sicurezza, calore, riparo. La Torre di Babele dall’ambizione di sfiorare i cieli per cui parliamo linguaggi diversi. In quest’ottica la pratica della restituzione è utopia ed ampliando visione, come contraccambiamo la natura, ripetutamente sfidata, saccheggiata, deturpata e troppe volte uccisa?

Informazione e scienza adesso dibattono se ancora vi sia un virus in circolazione, ma se fossimo noi quell’agente patogeno, come comportarsi? Rimanere nascosti fra le mura domestiche non ci salverà da noi stessi, inoltre, non trova logica in quanto ad un differente grado di consapevolezza si aggiungono le disparità sociali a causa delle quali non tutti possono avvalersi del diritto di una dimora dove trascorrere quarantena; in ogni caso, come linguaggi differenti utilizziamo anche all’interno di una medesima abitazione, all’esterno ci trinceravamo già con una maschera, solo che era invisibile.

Quale sarà il prossimo passo?

Nel film è uccidere Giacinto e prendergli i soldi. La famiglia decide di sfruttare la festa di battesimo di un nipote per ammazzarlo e giunto l’evento, nella lauta porzione di pasta servitagli, aggiungono del veleno per topi e lui ignaro vi si getta, fino a lucidare il piatto con il pane. Ha inizio una lenta agonia, ma sfortunatamente per i parenti, l’uomo all’improvviso intuisce la trappola e riesce sottrarsi alla morte; episodio che rimanda al concetto esposto dal filosofo, scienziato e attivista statunitense, Avram Noam Chomsky nel libro Media e Potere, ossia il principio della rana bollita, la quale, messa a cuocere in una pentola colma d’acqua, si accorge del salire della temperatura, tuttavia avvertendolo gradevole continua a sguazzare tranquilla, proseguendo anche quando il calore comincia ad essere eccessivo e nell’istante in cui ebollizione è ormai prossima e vorrebbe fuggire, l’indebolimento è tale da non permetterle di trarsi in salvo.

La “parabola” di Chomsky, riferisce la sciagurata capacità dell’essere umano di adattarsi a situazioni spiacevoli e deleterie senza reagire: se la rana fosse stata immersa direttamente in acqua bollente — come peraltro osservato durante una ricerca condotta dalla John Hopkins University nel lontano 1882 — il suo istinto alla sopravvivenza l’avrebbe fatta saltare fuori all’istante, ma l’esposizione lenta alla fonte di calore fa sì che ad esso si adegui mancando di capire ciò che le sta accadendo.

Noi generazione del lockdown abbiamo riflettuto veramente su quanto avvenuto? Quando arriverà il vero cambiamento? Dobbiamo veramente aspettare l’attacco alieno?

Forse, in principio v’era comunione tra natura ed essere umano, poi quest’ultimo dev’essersi distratto, magari tradito dalla superbia di potere sopraffare il creato, mentre questi ha semplicemente seguito il proprio percorso, sono certa, sempre più domandandosi se e quando mai arriverà il giorno in cui la smetteremo di imitare — male — le api, costruendo alveari capovolti.
 

Brutti, sporchi e cattivi, ©Serena Castiglia